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 Conc.2

 

Giovanni Volta

                                  

I PRESBITERI, EDUCATORI DEL POPOLO DI DIO

In "I sacerdoti nello spirito del Vaticano II"

 

DECRETO SUL MINISTERO E LA VITA DEI PRESBITERI

PRESBYTERORUM ORDINIS

riflessioni sul cap. 2 par. 6.

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SOMMARIO

1. Significato di un linguaggio

2. Il popolo di Dio che viene educato dai presbiteri

3. Il compito pastorale di Cristo partecipato al Vescovo e ai presbiteri

4. I presbiteri in servizio del disegno di Dio e della vocazione degli uomini

5. Persona e comunità nell'azione pastorale dei presbiteri

6. Ambito dell’azione educativa dei presbiteri: la Chiesa locale e universale    

7. L’Eucaristia e l’educazione del popolo di Dio

8. Conclusione                   

9. Nota bibliografica

10. Note

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Il paragrafo 6 del Decreto PO (Presbyterorum ordinis) che stiamo ora per commentare fu presentato ai Padri conciliari per la prima volta il 12 novembre 1964 da mons. Marty, Vescovo di Reims, nel nuovo testo emendato (1) dello Schema di decreto De Ministerio et Vita presbyterorum; e fu quindi rielaborato nelle successive quattro redazioni del documento (2) di cui l'ultima fu definitivamente approvata il 7 dicembre 1965.

La sua struttura fondamentale durante questo iter rimase pressoché invariata. Nel primo Schema, che seguì quello del 12 novembre 1964, furono meglio precisati all'inizio i rapporti del presbitero con Cristo Capo e Pastore, con il Vescovo, con la comunità dei fedeli (riprendendo l'insegnamento della Costituzione LG n. 28), alla fine, il carattere religioso del ministero presbiterale e, nel corpo del testo, furono fatte alcune brevi modifiche per meglio chiarire le verità affermate.

Nel secondo schema successivo le precisazioni più rilevanti introdotte furono il richiamo alla Chiesa locale e alla Chiesa universale quale soggetto e spazio dello spirito comunitario e missionario, e la motivazione teologica per cui i presbiteri non si mettono mai al servizio di una ideologia o umana fazione: l’incremento spirituale del Corpo di Cristo.

Nel terzo schema che seguì è stato introdotto un richiamo particolare per la cura pastorale dei religiosi: “Ricordino, inoltre, i presbiteri che i religiosi tutti - sia uomini che donne - formano una parte di speciale dignità nella casa del Signore, e meritano quindi particolare attenzione, affinché progrediscano sempre nella perfezione spirituale per il bene di tutta la Chiesa”; e all'inizio del testo, al posto dell'espressione: “ducentibus Episcopis”, venne messa l'altra: “nomine Episcopi” e fu aggiunto l'aggettivo spiritualis al sostantivo Potestas, quando viene detto che i presbiteri hanno ricevuto un potere per esercitare il loro ministero. Nell'ultima redazione del testo non fu introdotta nessuna modifica né aggiunta.

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l. Significato di un linguaggio

Il titolo latino, che il nostro paragrafo portò sempre nelle diverse redazioni, fu: Presbyteri, populi Dei rectores (3).L’edizione italiana del testo ha così tradotto quell'espressione: I presbiteri, educatori del popolo di Dio.

Evidentemente non si tratta di una traduzione pienamente fedele all'espressione latina usata dal Concilio, la quale mette in luce particolarmente il valore autoritativo, per mandato, del compito dei presbiteri. Tuttavia, la traduzione italiana, con la parola “ educatori”, mette maggiormente in risalto il significato, il fine, dell'azione pastorale dei sacerdoti, e trova la sua giustificazione anche come linguaggio nel testo stesso del nostro paragrafo, quando afferma; “... spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare... che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati” (4).

Si tratta di un linguaggio significativo, sotto un certo aspetto nuovo nel consueto vocabolario teologico.

Negli stessi documenti del Concilio, quando si parla dei vari uffici che il Salvatore partecipa ai Vescovi, secondo la tradizionale ripartizione dei tre “munus” di Cristo: Sacerdote, Maestro e Re, la traduzione italiana riporta come titoli dei paragrafi, che trattano il nostro tema, i seguenti: L'ufficio di governare (5);Il dovere di governare da pastori di anime (6).

Il contenuto però di questi paragrafi bene s'intona poi al titolo e soprattutto allo spirito del testo che dobbiamo ora studiare. Essi, infatti, parlano di potestà “in vista dell'utilità della Chiesa o dei fedeli” (7),del dovere di servire, di ascoltare, di aver cura di tutti, di dare la vita (8), di conoscere i propri fedeli e di comportarsi come colui che serve, di formare, di rispettare i compiti spettanti a ciascun fedele nell'edificazione del Corpo mistico di Cristo.

L'espressione, dunque, educatore ci pare esprima bene, in forma riassuntiva, sia la condizione di servizio sia quella di autorità in cui si trova il sacerdote nella Chiesa, e ci suggerisce le linee che dovremo seguire nel nostro studio.

Se il sacerdote è un educatore del popolo di Dio, dovremo di conseguenza tener presente sia il fine e la struttura del popolo di Dio, sia lo stile e le vie seguite dal Signore per portare a compimento la sua salvezza. È dentro questo disegno salvifico, è al servizio di questo incontro, che si colloca l'opera pastorale del presbitero.

In questa prospettiva leggeremo ora il paragrafo 6 del Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, tenendo presente non solo il contesto di tutto il Documento, ma quello del Concilio stesso. L'insegnamento conciliare, pur nella varietà dei suoi testi, si presenta come un discorso unico, per cui non si può capirne un tratto senza mettere questo in rapporto con tutti gli altri.

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2. Il popolo di Dio che viene educato dai presbiteri

Il Decreto PO qui ricorda, sinteticamente, che il popolo di Dio forma una famiglia in cammino verso il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo; una famiglia costituita da tante categorie di persone: poveri, ammalati, deboli, giovani, coniugi, genitori, religiosi (10). Ogni singolo fedele ha in essa un proprio valore e una propria vocazione come individuo ma anche come gruppo, come comunità, che deve realizzare la propria chiamata cristiana e rendere testimonianza a Cristo sia nei riguardi della Chiesa particolare in cui vive, sia nei riguardi della Chiesa universale. Vocazione che tende verso una sua maturità, per cui i fedeli imparano a leggere i segni dei tempi, assolvono i propri compiti entro la comunità umana, amministrano in favore del prossimo la misura di grazia che hanno ricevuto, si lasciano condurre dalla mozione interiore dello Spirito Santo e dalla guida dei sacerdoti, loro educatori nella fede.

Si tratta di un rapido richiamo alla complessa dottrina conciliare sul popolo di Dio, sulla sua condizione di sviluppo e di pellegrinaggio, cittadino della terra, ma insieme incamminato verso una terra e un cielo nuovi. Torna qui l'insegnamento della Costituzione dogmatica LG sulla Chiesa, popolo coadunato dalla parola e dall'iniziativa di Dio (n.9), per la comunione con il Padre (n. 2), con il Figlio (n. 3), con lo Spirito Santo (n. 4); insegnamento ripreso poi dalla Costituzione dogmatica DV (nn. 2-4) e dal Decreto AG (nn. 2-4). Torna il discorso conciliare sulla Chiesa pellegrina (11) e in sviluppo verso una sempre maggiore penetrazione ed esperienza della fede (12),verso una santità che conformi sempre più il fedele a Cristo (13), guidata interiormente dallo Spirito Santo ed esteriormente dalla gerarchia. (14).

Viene qui ripresa la dottrina sulla Chiesa locale (15) e universale (16) sulla Chiesa santa e sempre bisognosa di purificazione (17),sulla Chiesa missionaria, (18) sulla Chiesa nel mondo (19), e di conseguenza sui compiti dei laici nella Chiesa e nel mondo (20), sulla centralità dell'Eucaristia nell'attività pastorale della Chiesa. (21).

È dentro questo popolo, con tutte queste dimensioni, che si muove il presbitero; è ad esso che si rivolge con la sua opera educativa, è su di esso che si commisura, dopo essersi modellato su Cristo, supremo Pastore.

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3. Il compito pastorale di Cristo partecipato al Vescovo e ai presbiteri

Contemporaneamente al discorso sul popolo di Dio e la condizione del cristiano nel tempo, il nostro paragrafo sviluppa come tema suo specifico l'ufficio pastorale dei presbiteri, partecipazione di quello di Cristo e subordinato, nel suo esercizio, a quello del Vescovo. La stessa dottrina sulla Chiesa, sopra ricordata, era stata richiamata per mettere più chiaramente in luce questo compito.

La figura di Cristo viene presentata all'inizio del nostro testo nella sua funzione particolare di Capo e Pastore, ed è illuminante tutto il discorso che segue (22) poiché sottolinea fin da principio il carattere Cristologico e specifico dell'ufficio che spetta al presbitero.

L'espressione “Capo”, “Pastore”, più volte ricorre nell’insegnamento conciliare parlando di Cristo (23) “Capo”, espressione paolina (24), mette in luce maggiormente la funzione di guida vitalmente unita al corpo, e perciò la distinzione nell'unità entro la Chiesa; “Pastore” (25), espressione attribuita più volte nel Nuovo Testamento a Cristo, specialmente da san Giovanni, mette maggiormente in risalto la distinzione tra Cristo e i fedeli, il suo compito di guida e di servizio nei loro riguardi. (26)

Tutti i fedeli partecipano al mistero di Cristo, non tutti però nello stesso modo. Così al servizio del regno sono chiamati anche i laici (27), ma non come i Vescovi e i sacerdoti. Quelli, scrive il Concilio, esercitano il loro compito, occupandovi un posto di primo piano, in quanto: “devono riconoscere la natura intima di tutta la creatura, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace” (28) questi invece agiscono partecipando della stessa autorità di Cristo capo e pastore mediante un particolare sacramento che li differenzia non solo per grado, ma essenzialmente, in tale compito, dai fedeli laici. (29)

Più volte il Concilio ricorda questo rapporto del sacerdote con Cristo, specificante il suo luogo e il suo compito nella Chiesa, e che 1o distingue dai laici.

Ecco per esempio un passo importante, sul quale è stato poi ricalcato il testo che stiamo esaminando: “Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l'ufficio di Cristo, pastore e Capo, (i presbiteri) raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, e per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre (30).

Su questa dottrina torna poi ancora varie volte il Concilio (31). In un recente articolo sul presbiterato alla luce del Vaticano II si è giunti alla conclusione che l'elemento specificante l'ufficio proprio del presbitero è l'essere segno e strumento dell'autorità di Cristo, Capo, Profeta e Sacerdote (32).

Il particolare legame che unisce i sacerdoti a Cristo fissa la loro condizione nella Chiesa e perciò i loro rapporti con il Vescovo e con i fedeli, il loro comportamento, la peculiarità della loro azione, la loro spiritualità; per questo è stato molto importante ricordarla fin dall'inizio.

Il Concilio però precisa ulteriormente la via di questo legame, di questa partecipazione da parte del presbitero della potestas di Cristo Capo e Pastore, e quindi delle sue varie funzioni quale Sacerdote, Maestro e Guida. Essa è sacramentale. Parlando dell'episcopato, il Vaticano II ha fatto due affermazioni molto importanti. Da una parte ne ha affermato la sacramentalità: “Insegna quindi il Santo Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'Ordine”; e dall'altra la derivazione diretta da Cristo, vi consecrationis, dei tre “munus”, quello di santificare, di insegnare e di governare: “La consacrazione episcopale conferisce pure, con l'ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e di governare”. (LG, n.21b).

Analogamente noi possiamo ripetere lo stesso discorso per il presbiterato, per cui il compito di “guida” che conferisce è di origine sacramentale, non semplicemente giuridica (33), e perciò immediatamente collegato a Cristo. Si comprende così meglio come il presbitero non solo celebrando il sacrificio eucaristico, ma anche istruendo e governando i fedeli, agisce in persona Christi: “Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo” (34); “La funzione dei presbiteri... partecipa della autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio Corpo. per questo motivo, il sacerdozio dei presbiteri... viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù della unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa” (35).

Da questo particolare vincolo sacramentale risulta con maggior chiarezza lo stato di subordinazione a Cristo, al suo stile, dei presbiteri nella loro azione pastorale, per cui “devono avere con tutti dei rapporti improntati alla più delicata bontà, seguendo l'esempio del Signore” (36), la loro funzione di padri e di maestri nel popolo e per il popolo di Dio (37), e insieme come il Concilio sviluppi questo discorso soprattutto parlando dei Vescovi, che hanno la pienezza del sacramento dell'Ordine e di conseguenza della rappresentanza di Cristo Capo e Pastore (38).

Sempre partendo dalla considerazione di questo vincolo sacramentale con Cristo Capo e Pastore meglio si comprende la subordinazione del governo, della cura pastorale del presbitero all'azione di governo, pastorale del Vescovo.

Parlando di questi, il Concilio aveva insegnato: “La consacrazione episcopale conferisce pure, coll'ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e governare, i quali però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio” (39).

Ora anche per i vari “munus” dei presbiteri si verifica l'esigenza di un'analoga comunione gerarchica, una comunione però che, scaturendo come esigenza da una partecipazione con gradi diversi dello stesso sacramento dell'Ordine, comporta un vincolo di comunione subordinata con il Vescovo, che possiede la pienezza del sacramento) e in unione col quale perciò, nella Chiesa particolare, forma come un unico segno e strumento di Cristo Pastore, il Presbyterium, e mediante il quale si lega a tutto il Corpo episcopale, in servizio della Chiesa universale (40).

L'unione che il sacramento dell'Ordine stabilisce tra il presbitero e Cristo, tra il presbitero e il Vescovo spiega quindi le diverse espressioni che il Concilio ha usato per significare la loro attività pastorale nel popolo di Dio. Per esempio, all’inizio del nostro testo: “Esercitando la funzione di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del Vescovo, riuniscono la famiglia di Dio...” (41).

Altrove aveva scritto il Concilio: “I presbiteri... (dipendono) dai Vescovi nell'esercizio della loro autorità”; “I sacerdoti, sono saggi collaboratori dell'ordine episcopale e suo aiuto e strumento”; “Nelle singole comunità locali di fedeli rendono, per così dire, presente il Vescovo... ne prendono, secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana.

Essi, sotto l'autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all'edificazione di tutto il Corpo mistico di Cristo” (42).

La comune origine sacramentale dei tre “munus” del presbitero spiega inoltre l'intima comunione che vi è tra di essi, pur nella distinzione classica che il Concilio ripropone: ufficio di insegnare, ufficio di santificare, ufficio di governare (43). La loro profonda unione in Cristo, insieme Sacerdote, Maestro e Pastore, si trasmette nell'unità del sacramento, e si esprime dinamicamente, in quanto l'annuncio della Parola di Dio introduce alla sua azione santificatrice, mentre il potere di governo ha il compito di coltivare ed educare la fede e la grazia accolte dal fedele. Anzi gli stessi atti specifici sacramentali, di magistero, di governo portano in sé più compiti.

Così, per es.: “I sacramenti - dichiara il Concilio – sono ordinati alla santificazione degli uomini...; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire” (44); “L'Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione” (45). D'altra parte, la celebrazione eucaristica, l'opera di santificazione, devono svolgersi alle dipendenze della legittima autorità: “Ogni legittima celebrazione dell'Eucaristia è diretta dal Vescovo, al quale è commesso l'ufficio di prestare e regolare il culto della religione cristiana alla divina Maestà, secondo i precetti del Signore e le leggi della Chiesa” (46); “Essi (i presbiteri), sotto l'autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata” (47). Anche l'ufficio magisteriale è legato intimamente alla partecipazione dell'autorità di Cristo: “I Vescovi...sono gli araldi della fede... sono dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità del Cristo” (48). Anzi possiamo dire che l'agire da parte del presbitero nei suoi diversi uffici in forza della partecipazione dell'autorità di Cristo Capo, è il primo elemento specificante il suo ruolo nella Chiesa (49).

Se però adesso consideriamo i vari uffici del presbitero secondo il loro aspetto proprio, notiamo che l'essere guida, educatore del popolo di Dio, si presenta come il compito che più impegna la competenza e la responsabilità del ministro che l'esercita.

Nell'azione propriamente sacramentale l'uomo agisce come strumento, e perciò basta che vi impegni il minimo di sé, anche se le condizioni personali di chi amministra il sacramento hanno una loro misteriosa incidenza negli effetti dell'atto (50).

Nell'azione magisteriale il presbitero è più impegnato che in quella sacramentale in quanto deve possedere ciò che dà. Egli deve mettersi in ascolto della Parola di Dio, deve farsi disponibile all'azione del suo Spirito per capire (51), per poi poter annunciare con fedeltà la rivelazione di Dio. Tuttavia, è sempre, per così dire, in diretto servizio della verità immutabile di Dio.

Nell'atto di governo invece il Vescovo e il presbitero si trovano ad “educare” la verità e la grazia donate, incarnate in una persona, viventi in una situazione storica concreta; il loro lavoro, perciò, si pone a conclusione dell'azione paterna, che Dio volle partecipare ad alcuni membri della Chiesa (52) e agisce sempre più come causa seconda nel piano di Dio. L'assistenza dello Spirito fa sempre minor garanzia, e quindi sempre più vi sono impegnate l’intelligenza, le capacità della gerarchia, la sua conoscenza delle situazioni concrete a cui si applicano le leggi che devono guidare il popolo di Dio, la sua esperienza del mistero di Dio, del mistero dell'uomo (53) Ne deriva che, soprattutto nel guidare il popolo di Dio, il presbitero è tenuto a conformarsi con la vita allo stile di Cristo, e a integrare il proprio giudizio prudenziale con quello dei suoi fedeli.

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4. I presbiteri in servizio del disegno di Dio e della vocazione degli uomini

Il compito di educatore, quale ministro di Cristo per l'edificazione del suo regno, obbliga il presbitero ad un duplice atteggiamento di ascolto e di servizio. Anzitutto di ascolto e di servizio della volontà di Dio, di Cristo, non dei propri gusti o dei capricci degli uomini. Scrive il Concilio: “(I presbiteri) nel trattare gli uomini non devono regolarsi in base ai loro gusti, bensì in base alle esigenze della dottrina e della vita cristiana, istruendoli e anche ammonendoli come figli carissimi, secondo le parole dell'Apostolo: “Insisti a tempo e fuor di tempo: rimprovera, supplica, accusa con ogni pazienza e dottrina” (2 Tim. 4,2) (54).

In secondo luogo, obbliga il presbitero a mettersi in ascolto e in servizio della vocazione di ciascun fedele, secondo l'azione liberissima dello Spirito Santo: “Spetta ai sacerdoti, nella loto qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo” (55).

Sono i due atteggiamenti fondamentali della gerarchia che più di una volta il Concilio ricorda parlando della parola di Dio (56) e del dialogo tra sacerdoti e laici (57).

In questo duplice rapporto l’azione pastorale del presbitero s'inserisce nell'unità della Chiesa, in essa si specifica e la serve.

Il presbitero è così chiamato ad imitare Cristo come buon pastore, poiché a lui si subordina la sua azione, di lui diventa segno nella Chiesa (58). Un segno che nel governo della Chiesa si realizza con più responsabilità personale che nel ministero santificante, e in quello magisteriale, e di conseguenza è più condizionato, nell'efficacia del suo esercizio, dall'imitazione personale di Cristo, e dalla conoscenza degli uomini e delle situazioni.

L'altro rapporto vissuto dal presbitero educatore, quello con gli uomini, sviluppa e spiega ulteriormente quello precedente.

L'educazione nella fede svolta dai presbiteri, scrive il Concilio, tende a fare dei cristiani adulti, maturi, capaci della libertà che ci ha donato Cristo (59). I riti, le organizzazioni sono ricordati, ma per fare presente il loro valore strumentale: “Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana” (60).

La Chiesa, aveva scritto la Costituzione LG facendo propria una espressione di san Cipriano, si presenta come “un popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (61).

Il costitutivo, dunque, primo della Chiesa sono le persone in comunione con Dio. E poiché queste, dichiara il Concilio, sono pellegrinanti, (62) in sviluppo verso una partecipazione sempre più piena della comunione con la SS. Trinità, (63) di cui Cristo è il primo esemplare, autore e perfezionatore (64), il fine di tutta l'azione educatrice del presbitero sarà perciò il pieno sviluppo della persona umana, secondo il misterioso disegno che Dio ha riservato a ciascuno, per la sua più profonda unione con il Padre pet mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

E qui il Decreto sul ministero e la vita sacerdotale riprende una dottrina già esposta in altri documenti del Concilio, ricavandone un importante principio pedagogico: “E per promuovere tale maturità, i presbiteri potranno contribuire efficacemente a far sì che ciascuno sappia scorgere negli avvenimenti stessi – siano essi di grande o di minore portata - quali siano le esigenze naturali e la volontà di Dio” (65).

Più volte i testi conciliari avevano detto che è proprio del laico vivere da cristiano dentro e implicato nelle strutture e nelle cose temporali, (66) e che la Chiesa deve leggere i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo “così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto (67). Ciascun fedele quindi, se vuole vivere con maturità la propri a vocazione, dovrà imparare a scorgere negli avvenimenti le diverse proposte di grazia che Dio gli offre, per rispondervi in modo tempestivo e adeguato.

L'educazione pastorale che il presbitero svolge dev'essere orientata verso questo dinamismo, verso questa autonomia, verso questa esigenza di lettura e di incarnazione.

Si tratta di un aiuto alla nascita, che poi a sua volta dovrà riversarsi sugli altri: “I cristiani inoltre devono essere educati a non vivere egoisticamente, ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto, e che in tal modo tutti assolvano cristianamente i propri compiti nella comunità umana” (68).

Così l'educazione diventa completa quando giunge a suscitare, a sua volta, altri educatori. Per questo il Concilio fa presente, oltre al compito di paternità della gerarchia, il suo dovere di rispetto, anzi di promozione, della dignità, della responsabilità dei laici nella Chiesa (69).

Si tratta di un'azione “religiosa”. Scrive il Decreto Po, sempre al paragrafo 6: “Per questo ministero (quello dei presbiteri)... viene conferita una potestà spirituale, che è appunto con-cessa ai fini dell'edificazione... Nell'edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai al servizio di una ideologia o umana fazione, bensì, come araldi del Vangelo e pastori della Chiesa, si dedicano pienamente all'incremento spirituale del corpo di Cristo” (70).

Questo accenno sul compito religioso della Chiesa è tipico del Vaticano II, che più volte l'ha affermato nei suoi documenti (71).

Esso non significa estraneità del cristianesimo al mondo, ma anzi maggiore larghezza d'incontro con lui (72). L'azione educativa del presbitero in tale ambito trova il suo significato, il suo limite, le sue esigenze d'integrazione, la sua fondamentale ispirazione, la sua guida.

Non sono i gusti personali, già l'abbiamo ricordato, che devono guidare la pastorale del sacerdote, ma le esigenze della dottrina cristiana; sono l'esempio, le scelte di Cristo, che devono essere norma del comportamento dei presbiteri (73); è la salvezza eterna dell'uomo il fine del loro ministero.

Sempre per un motivo religioso, non politico o sociologico, i presbiteri, anche se sono tenuti a servire tutti, devono avere una cura particolare per i poveri e i più deboli, poiché ad essi “lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito, e la (loro) evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica” (74).

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5. Persona e comunità nell'azione pastorale dei presbiteri

L'azione pastorale dei presbiteri in subordinazione a Cristo, alle dipendenze del Vescovo, in servizio degli uomini, per la loro salvezza, si rivolge sia alla formazione del singolo come a quella della comunità, anzi del singolo nella comunità.

Questa duplice direzione dell'attività educativa del sacerdote è intimamente complementare e riflette il disegno di Dio, che “volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse” (75).

Continuamente il Concilio parla del ruolo della persona e insieme della comunità nella vita della Chiesa. Il terna del primato della persona, unito al suo valore comunitario e sociale, prende l'avvio nientemeno che dallo stesso mistero trinitario dove la persona e la comunione interpersonale trovano la loro massima espressione.

Così la Costituzione dogmatica sulla Chiesa parla nel primo capitolo dell'iniziativa del Padre (n.2), del Figlio (n.3) e dello Spirito santo (n. 4); lo stesso discorso lo ripete poi anche il Decreto sull'attività mission aria (76).

La Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione presenta il Padre, il Figlio e lo spirito santo principio e termine della manifestazione di Dio (77). Ma la pluralità delle Persone nell'unità della natura in Dio si è aperta, con la rivelazione, alla comunione con le persone umane, che la SS. Trinità unisce a sé e contemporaneamente ma di loro: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef. 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cfr, Ef.2,18; 2 Pt. 1,4). con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr. Col. 1,l5; 1 Tim. 1.17) nel suo grande, amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es. 33,11; Gv. 15,14-15.) e si intrattiene con essi (cfr. Bar. 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé (78).

E nel Decreto sull'attività missionaria: “Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunicazione intima tra sé e gli uomini, e di realizzare tra gli uomini stessi... un’unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana” (79).

Lo stesso mistero trinitario nella sua pluralità di persone nell'unità della natura diventa principio ed esemplare dell'unità tra i fedeli: “Il Signore Gesù quando prega il Padre, perché " tutti siano una cosa sola, come anche noi siamo una cosa sola” (Gv. 17, 21-22), mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle persone divine e l'unione dei figli di Dio nel1a verità e nella carità” (80).

L'azione educatrice del presbitero si mette al servizio di questo disegno di Dio. Così il sacerdote, come fece Cristo (cfr. Gv. 5), dovrebbe conoscere i suoi fedeli ad uno ad uno, e trattare ciascuno secondo la propria condizione e maturità, poiché la fede è una risposta personale e libera dell'uomo, la quale coinvolge tutta la sua esistenza (81); anzi è la scelta più personale della sua vita, e il sacerdote è anzitutto un “educatore” nella fede (82).

Il Concilio ha sviluppato le premesse generali di questo discorso nella Dichiarazione sulla libertà religiosa, parlando della ricerca personale e libera della verità, specialmente di quella religiosa (83), e dichiarando che “l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio (84).

Più specificamente poi nella Costituzione sulla divina rivelazione ha dichiarato: “A Dio che rivela è dovuta "l'obbedienza della fede" (Rom. 16,26; cfr. Rom. 1,5; 2 Cor. 10,5-6), con la quale l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero liberamente, prestandogli “il pieno ossequio dell’ intelletto e della volontà” e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da lui” (85).

Ora, se a fede è risposta personale e libera alla proposta personale e libera di Dio, dovrà essere suscitata e educata in un rapporto personale. Per i Vescovi espressamente vien detto: “... si comportino in mezzo al loro gregge... come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e ne sono conosciuti... cerchino di conoscere convenientemente le loro necessità nelle situazioni sociali in cui vivono” (86); e fu fatta in Concilio la proposta di una revisione dei confini delle diocesi (87). Per facilitare questa conoscenza delle situazioni e delle persone, per integrare ed arricchire il giudizio prudenziale, che deve guidare l’azione pastorale del sacerdote, spesse volte viene raccomandato dal Concilio il dialogo tra la gerarchia e i laici (88) Ed è ancora per questo carattere personale e libero della risposta cristiana che il Concilio raccomanda ai presbiteri un'educazione interiore e matura dei fedeli (89).

Ma l'educazione del singolo si compie pienamente solo quando questi si apre agri altri, continuando la citazione sopra riportata della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, il Concilio afferma: “Questa similitudine (cioè tra l’unione delle tre Persone della SS. Trinità e l'unione dei figli di Dio nella verità e nella carità) manifesta che l'uomo il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluta per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (90).

È lo stesso dinamismo della vita trinitaria che diventa dinamismo della vita dei singoli fedeli, di tutta la Chiesa, facendola comunità stretta tra i suoi membri e insieme aperta missionaria-mente verso ogni uomo; un dinamismo che trova il suo alimento e la sua espressione sullo stesso piano sacramentale (91).

Qui, nel Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, il Concilio accenna con molta sobrietà al problema, supponendo naturalmente l’insegnamento già svolto in altri documenti: “Ma la funzione del Pastore non si limita alla cura dei singoli: essa va estesa alla formazione dell'autentica comunità cristiana. E per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla Chiesa locale, ma anche alla Chiesa universale. D'altra patte, la comunità locale non deve limitarsi a prendersi cura dei propri fedeli, ma è tenuta anche a sentire lo zelo missionario di aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo” (92).

È qui soggiacente tutto l’insegnamento della LG, dove l’iniziativa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo risulta dinamicamente protesa verso la piena comunione con gli uomini fino a farne un solo corpo (n. 7) un solo popolo (n. 9), la famiglia del Padre (n. 27), segno e strumento della divina chiamata di tutte le genti alla salvezza (n. 17). Dottrina poi ripresa nella Costituzione DV (capp. I-II), nel Decreto AG.

È ancora supposto l’insegnamento del Concilio sul Collegium episcopale (93), sul Presbyterium (94), sull'esigenza di un apostolato dei laici sia individuale (95) che comunitario(96), il quale (98) corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli” (97).

La vita comunitaria è esigita non solo per la chiamata e il dono dell'unico mistero di Dio, ma anche per la complementarità dei carismi che ciascuna persona, che ciascuna comunità, portano agli altri nella Chiesa (98). Si tratta di una esigenza e di una complementarità già tanto forte sul piano naturale, come rilevano gli psicologi e i sociologi, e lo ricorda anche il Concilio: “Dall’indole sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio coi fratelli” (99).

Esigenze ed aspetti che si accentuano ulteriormente sul piano soprannaturale, come spiega bene ancora il Vaticano II: “Come Iddio creò gli uomini non perché vivessero individualisticamente ma destinati a formare l'unione sociale, così a lui anche “...piacque santificare e salvare gli uomini non a uno a uno, escluso ogni mutuo legame, ma di costituirli in popolo, che lo conoscesse nella verità e santamente lo servisse" (LG, n.9a). Sin dall’inizio della storia della salvezza, egli stesso elesse uomini, non soltanto come individui, ma come membri di una certa comunità... Tale carattere comunitario è perfezionato e compiuto dall'opera di Gesù Cristo. Lo stesso Verbo incarnato volle esser partecipe della convivenza umana... Santificò le relazioni umane..., e espressamente comandò ai figli di Dio che si trattassero vicendevolmente da fratelli. Nella sua preghiera chiese che tutti i suoi discepoli fossero “una cosa sola”. Anzi egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, Redentore di tutti... comandò, inoltre, agli Apostoli di annunciare il messaggio evangelico a tutte le genti, perché il genere umano diventasse la famiglia di Dio... Primogenito tra molti fratelli... dopo la sua morte e risurrezione, ha istituito attraverso il dono del suo spirito una nuova comunione fraterna, in quel suo corpo, che è la Chiesa, nel quale tutti, membri tra di loro, si presentassero servizi reciproci, secondo i doni diversi loro concessi” (100).

Alla vita comunitaria e mediante essa il sacerdote deve dunque educare i cristiani in fedeltà alle scelte di Dio, al dono di grazia che egli ha posto in ciascuno e alle esigenze della natura umana.

Una vita comunitaria che educa i suoi membri primariamente attraverso la testimonianza, l'azione, il giudizio dato sulle realtà quotidiane nelle comuni condizioni della vita; e insieme che “mediante la carità, la preghiera, l'esempio e le opere di penitenza... esercita una vera azione materna nei confronti delle anime da avvicinate a Cristo... strumento efficace per indicare o per agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa” (101).

Così l'azione individuale si perfeziona e si completa in quella comunitaria; il dono di Dio, unito all'azione educativa del presbitero, diventano nel fedele e nelle comunità a sua volta fecondi di nuovo bene, sostegno ai vicini, appello ai lontani.

Spesse volte il Concilio ricorda questa esigenza missionaria che si radica in tutta la Chiesa, nel ministero della gerarchia, (102) e nella vita di ogni comunità ecclesiale (103).

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6. Ambito dell'azione educativa dei presbiteri: la Chiesa locale e la Chiesa universale

Insieme alla cura pastorale del singolo e della comunità il paragrafo 6 del nostro Decreto ricorda anche i due spazi dell'azione sacerdotale: la Chiesa locale e la Chiesa universale.

“E per fomentare opportunamente 1o spirito comunitario, bisogna che esso miri non solo alla Chiesa locale ma anche alla Chiesa universale. D'altra parte, la comunità locale non deve li-mitarsi a prendersi cura dei propri fedeli, ma è tenuta anche a sentire lo zelo missionario di aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo” (104).

Si tratta di un riferimento rapido, ma significativo per una comprensione più approfondita del compito pastorale del presbitero, e che presuppone naturalmente tutto l’insegnamento svolto dal Vaticano II in proposito.

La teologia della Chiesa locale ha una storia molto recente (105). Il Concilio però con tempestività ne ha assumo gli aspetti salienti.

Così già nella Costituzione sulla sacra liturgia viene detto che: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità" cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi. Perciò tali azioni appartengono all'intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano (106).

Da una parte, dunque, la Chiesa locale è popolo santo riunito e guidato dal Vescovo, dall'altra è manifestazione in loco della Chiesa universale (107).

Sullo stesso concetto torna ancora la Costituzione SC quando afferma che dal Vescovo “deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo” (108); vita che si manifesta e si alimenta particolarmente nella liturgia attorno al Vescovo e da lui presieduta, circondato dai suoi sacerdoti e ministri (109).

Da queste due idee: la Chiesa locale deriva e dipende in un certo modo dal Vescovo e la Chiesa locale esprime in sé la Chiesa universale, ne viene che il presbitero nelle singole parrocchie fa le veci del Vescovo; e queste, in un certo senso, rappresentano l'intera Chiesa universale: “Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero suo gregge, deve costituire perciò dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra (110).

Come si vede, il rapporto di dipendenza dal Vescovo rimane sempre un fattore essenziale nella Chiesa locale, e il presbitero s'inserisce in essa, la guida, quale mandato da Cristo e insieme quale vicario del Vescovo (111).

La stessa dottrina viene poi ripresa e più ampiamente svolta nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa.

L'ordine di riflessione in proposito potremmo riassumerlo così: Dio volle salvare gli uomini non individualmente, ma chiamandoli come popolo, riunito in Cristo (112). Il Vescovo, mediante il sacramento della consacrazione episcopale diventa tra il popolo di Dio rappresentante di Cristo Pastore e Capo, e perciò principio e fondamento visibile dell'unità nelle varie Chiese particolari (113), analogamente al Pontefice, che quale successore di Pietro nel primato, è principio e fondamento visibile dell'unità della Chiesa universale (114).

Si tratta dunque di una larga varietà di Chiese locali non per la divisione, ma anzi pet una più evidente manifestazione della cattolicità è della ricca unità dell'unica Chiesa di Cristo: “Questa varietà di Chiese locali tendente all'unità, dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa (115).

Di conseguenza il Collegio dei Vescovi “in quanto composto da molti, esprime la varietà e l'universalità del popolo di Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l'unità del gregge di Cristo” (116).

Sullo stesso tema torna ancora il Concilio in altri suoi documenti (117). Ora i presbiteri, in forza del sacramento dell'Ordine, si legano particolarmente a Cristo e al Vescovo, e perciò “esercitando, secondo la loro parte di autorità, l'ufficio di Cristo, Pastore e Capo, raccolgono la famiglia di Dio” e insieme “nelle singole comunità locali dei fedeli rendono, per così dire, presente il Vescovo... ne prendono, secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi, sotto l'autorità del Vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata (118). Sempre in forza dell'Ordine sacro e del ministero “sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa”, e contemporaneamente “nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all'edificazione di tutto il Corpo mistico di Cristo (cft. Ef. 4,12)” (119).

I1 Concilio, come si vede, giunge a chiamate “Chiesa locale” anche le piccole comunità presiedute dal presbitero: “ (I presbiteri) presiedano e servano alla loro comunità locale, in modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui è insignito tutto e solo il popolo di Dio, cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor. 1,2; 2 Cor. 1,7) (120). Esse però devono essere sempre governate sotto l'autorità del Vescovo (121), che perciò ne rimane sempre il segno visibile di unità.

Tuttavia, mentre la Chiesa locale da una parte è fondata visibilmente dal Vescovo - che in forza della consacrazione episcopale è mandato da Cristo a radunare il popolo di Dio - dall'altra scaturisce dalla necessità che la Chiesa ha di incarnarsi come comunità in persone concrete, e quindi di manifestarsi in un luogo per sussistere, per vivere.

Quest'ultima esigenza viene ricordata dal Concilio quando scrive che la Chiesa “si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (122), e ciò avviene innestandosi profondamente in una determinata comunità sociale, e perciò in un luogo: “L'opera di impiantazione della Chiesa in un determinato raggruppamento umano raggiunge una mèta precisa allorché la comunità dei fedeli, inserita ormai profondamente nella vita sociale e in qualche modo adeguata alla civiltà locale, gode di una salda stabilità: fornita cioè di una sua schiera, anche se insufficiente, di sacerdoti indigeni, di religiosi e di laici, essa viene arricchendosi di quelle funzioni ed istituzioni che si richiedono perché il popolo di Dio, sotto la guida di un proprio Vescovo, conduca e sviluppi la sua vita” (123).

La Chiesa per vivere “deve mettere profonde radici nel popolo, da cui germoglino famiglie dotate di spirito evangelico” (124).

“Fin dall'inizio la comunità cristiana deve essere formata in modo che possa provvedere da sola, per quanto è possibile, alle proprie necessità” (125).

Infine, dà pienezza di significato e di vita alla Chiesa locale la presenza del suo Capo, Cristo, non solo nei suoi ministri, e in particolare modo nell'Eucaristia e nella Parola di Dio; Egli in ogni comunità raccoglie la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica (126).

Da questa visione della Chiesa consegue che il suo governo, la sua educazione verso una piena maturità, esigono la coltivazione di ogni vocazione, e specialmente di quelle al sacerdozio, per ottenere una comunità cristiana veramente locale (127); una conoscenza attenta delle persone alle quali il Pastore rivolge la sua opera (128); un profondo rispetto delle loro qualità specifiche, delle loro tradizioni spirituali (129), che vanno adeguatamente accolte.

Se governare nella Chiesa significa servire il concreto disegno di salvezza che Dio va realizzando nella storia, il presbitero dovrà “coltivare” gli uomini ai quali è stato mandato secondo quello che sono, e secondo le loro tradizioni e le loro possibilità sul piano della natura e della grazia, aprendo ogni singolo alla comunione con la comunità locale, e questa all'integrazione con tutta la Chiesa.

L'unità e la varietà significata è creata dai sacramenti - associata alla condizione incarnata della Chiesa - precisa in tal modo meglio il quadro entro cui vitalmente e organicamente si colloca ed agisce il presbitero nel suo compito di “educatore” del popolo di Dio.

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7. L'Eucaristia e l'educazione del popolo di Dio

Verso la fine del paragrafo che stiamo esaminando, con una certa arditezza il Concilio pone al centro dell'azione educatrice, di governo dei presbiteri, la sacra Eucaristia: “... non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della santa Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all'azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana” (130).

Poteva sembrare opportuno questo testo parlando del potere di santificazione, non di quello di governo. Se però ci mettiamo nella prospettiva del Vaticano II, comprendiamo il senso profondo di tale accostamento.

Ripetutamente il Concilio ha ricordato l'aspetto sacramentale della Chiesa (131), il ruolo primario dei sacramenti nella genesi della salvezza e dei vari ministeri (132), il loro essere segno e strumento dell'unione degli uomini con Dio e tra di loro (133), e tra centralità dell'Eucaristia tra tutti i sacramenti (134).

Si tratta di gesti che, essendo espressione e in servizio di Cristo, per l'unione degli uomini con Dio e tra di loro, possiedono una profonda unità, che non sta solo nel loro principio e nel loro termine, ma si manifesta anche nell'interiore riferimento a un centro da parte di tutte le loro diverse espressioni, l’Eucaristia; momento della più forte presenza di Cristo, quella fisica; del suo atto più significativo per noi, la sua morte; della più viva nostra attesa, il Risorto.

Per questo tutta la vita della Chiesa, corpo di Cristo e suo sacramento, trova nell'Eucaristia il suo primo bene (135) il suo principio generatore e unificante anche nelle comunità più piccole e più povere e disperse (136), la via del suo incontro con il padre in unione con Cristo (137). Nel nostro caso il legame tra il munus regendi e la sacra Eucaristia sta anzitutto nella comune origine sacramentale sia dell'ufficio di governare, sia dell'altro di celebrare il sacrificio eucaristico.

Già l'abbiamo visto, il “munus” di insegnare e di governare, in analogia con ciò che avviene nella consacrazione episcopale (138), è conferito attraverso il sacramento dell'Ordine immediatamente da Cristo insieme con il “munus” di santificare, e perciò questi compiti hanno una comune e contemporanea radice che li unifica intimamente. Con la pienezza dell'Ordine poi, vi è anche la pienezza dei compiti, che si esprime nel diverso grado di autorità con cui il presbitero e il Vescovo agiscono, e insieme nel bisogno di unitarietà nell'esercizio di questi diversi gradi di partecipazione dei poteri di Cristo. Così si comprende come anche l'Eucaristia vada celebrata sotto l'autorità del Vescovo (139).

L'unità originaria tra l'ufficio di governare e quello di santificare, e perciò in particolate tra il “governo” e l' “Eucaristia” nella Chiesa, si esprime poi anche nell’intima complementarità dei due fatti. “Governare”, “reggere”, “guidare”, “educare” per il presbitero significa riunire la Famiglia di Dio come fraternità animata nell'unità, e condurla al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo (140).

Ora, scrive il Concilio, “nel sacrificio eucaristico essa (la comunità cristiana) passa incessantemente al Padre in unione con il Cristo” (141); viene fatta Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (142); riceve i frutti della redenzione(143); ottiene la sua perfezione (144); si apre alla carità dell'apostolato (145); trova il pegno della sua futura gloria (146). All’Eucaristia, dunque, è ordinata tutta l'opera di guida, di educazione del presbitero; perciò, nel mistero del sacrificio eucaristico “i sacerdoti svolgono la loro funzione principale” (147), per cui il Vaticano II raccomanda che “i parroci abbiano di mira che la santa Messa costituisca il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana” (148). Il ministero del sacerdote, ancora afferma espressamente il Concilio, è “incentrato essenzialmente nell'Eucaristia”. (149).

Si tratta di un discorso coerente che ha svolto il Concilio pur in affermazioni sparse in tanti diversi documenti. Esso - partendo dal primato di Cristo e dalla Chiesa quale sacramento o segno e strumento in Lui dell'intima unione con Dio e tra gli uomini - ha indicato nell'Eucaristia il segno più forte di Cristo e della Chiesa, del suo essere sacramentale, e perciò al sacrificio eucaristico, come al suo apice e alla sua fonte (150), vi vede orientato e alimentato ogni ministero.

L'Eucaristia però non è solo termine dell'azione pastorale del presbitero, ma anche il suo primo alimento. Afferma il Concilio: “Reggendo e pascendo il popolo di Dio, i presbiteri sono stimolati dalla carità del Buon Pastore a dare la loro vita per il gregge” (151); l'anima, il principio direttivo perciò di tutta l'attività del sacerdote sarà la “caritas pastoralis”, che è la stessa carità pastorale di Cristo. L'alimento principale di essa, ancora insegna il Concilio, è la santa Messa: “D'altra parte, questa carità pastorale scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico, il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del Presbitero” (152); ... “effettivamente, il loro (cioè dei presbiteri) servizio, che comincia con l'annuncio del Vangelo, deriva la propria forza e la propria efficacia dal sacrificio di Cristo” (153).

Infine, l'Eucaristia si presenta quale esemplare del presbitero nel suo compito di capo e pastore. Il ministro del sacramento in esso non solo si fa segno e strumento di Cristo, ma trova anche la norma del proprio comportamento specifico: “... i presbiteri, unendosi con l'atto di Cristo Sacerdote, si offrono ogni giorno totalmente a Dio, e nutrendosi del Corpo di Cristo, partecipano nell'anima della carità di Colui che si dà come cibo ai fedeli.

Allo stesso modo, quando amministrano i sacramenti, si uniscono all’intenzione e alla carità di Cristo” (154); “... l'anima sacerdotale si studia di rispecchiare ciò che viene realizzato sull'altare” (155).

Nel sacrificio eucaristico il Signore si offre al Padre come vittima, si dona agli uomini come cibo; s'incontra personalmente con ciascuno sotto le specie eucaristiche e insieme li riunisce in un solo Corpo. Anche il presbitero nella sua azione pastorale agisce per la gloria del Padre e insieme si fa servo di ogni uomo, per così dire, anch'egli pane. Deve incontrare personalmente i suoi fedeli, e insieme raccoglierli in comunità.

Ancora nel sacrificio eucaristico il pane e il vino si mutano nel Corpo e nel Sangue di Cristo risorto, presentando come in sintesi la misteriosa vocazione dell'uomo e dell'universo a trasformarsi in un essere nuovo, in un cielo e in una terra nuova.

Ed è al servizio di questa vocazione, di questa misteriosa trasformazione, che si pone l'opera educativa del presbitero, il suo compito di guida.

Un'opera, un compito, che hanno il loro traguardo oltre il tempo, e per questo portano con sé analogamente alla santa Messa, un profondo significato escatologico.

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8. Conclusione

Abbiamo cercato di seguire l'ordine interiore che ha guidato l'esposizione del paragrafo 6 del Decreto PO alla luce di tutto l'insegnamento conciliare, e vi abbiamo scoperto un disegno molto ampio, entro cui progressivamente si è andato precisando il compito di “guida”, di “educatore” del presbitero. È lo stile caratteristico del Vaticano II, che volle procedere nel suo insegnamento come per cerchi concentrici, specificando i singoli problemi particolari in quelli più generali della Chiesa, di cui offrire una visione unitaria e organica.

L'ordine seguito dalla Costituzione LG è molto significativo in proposito. In essa prima viene svolto il discorso sul rapporto Dio e uomini, in Cristo, rapporto che fa la Chiesa; quindi, il discorso sul popolo di Dio partecipe del sacerdozio di Cristo; poi viene esposto il tema dell'episcopato in funzione del popolo di Dio; e alla fine viene trattato l'argomento dei presbiteri in subordinazione a quello dei Vescovi sempre in servizio della comunità cristiana.

Il fondamentale punto d'incontro tra Dio e l'uomo, tra uomo e uomo, è dato dai sacramenti, anzi dal sacramento per eccellenza che è la Chiesa, segno e strumento di questa comunione che costituisce il popolo di Dio.

Entro questa visione globale di unità e di distinzioni nella Chiesa sacramentale, comunitaria e gerarchica, viene esposta la dottrina sul presbiterato nel Vaticano II (156) e si specifica il compito di guida del sacerdote; compito che si integra profondamente con gli altri di magistero e di santificazione, si lega intimamente a Cristo, perché viene conferito per via sacramentale, ma insieme va esercitato in unione con il Vescovo e in subordinazione a lui poiché questi è il detentore alla pienezza del sacramento dell'Ordine.

Va rivolto alla Chiesa locale, e per questo deve integrarsi nel dialogo, ma insieme si apre alla Chiesa universale, perché unito al Vescovo e per lui al “Collegium episcopale”, in forza del sacramento dell'Ordine. Essendo un potere in servizio di Cristo e in servizio della sua Chiesa, esso è intimamente ordinato all'Eucaristia, primo alimento della carità pastorale che lo deve animare, “vertice e fonte” di tutta la vita della Chiesa, esemplare principale dell'opera di trasformazione che è chiamato a operare nel popolo di Dio; è per la formazione del singolo e per la formazione della comunità, perché esemplato sull'amore pastorale di Cristo.

Potrebbe sembrare questa sintesi una estensione indebita del tema proposto all’inizio del paragrafo, almeno se la confrontiamo con le trattazioni sul potere di governo che solitamente ritroviamo nei nostri testi scolastici (157) risulta invece aderente all'argomento, e profondamente innovatrice, proprio in forza dell'ampiezza dell'orizzonte in cui viene collocato il compito di “guida”, di “educatore” del presbitero.

Più che di una conclusione si tratta però di un orientamento degli studi. Vari problemi sono rimasti aperti quali per esempio i rapporti e le differenze tra ciò che è dal sacramento e ciò che viene dalla Chiesa non per via sacramentale (158).

Il Vaticano II ha voluto essere nella storia della Chiesa non solo una tappa, ma soprattutto un orientamento di cammino.

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NOTA BIBLIOGRAFICA

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F. Marty, La vie sacèrdotale selon le Décret “Presbyterorum Ordinis”, in Seminarium 18 (1966) 567-577.

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2. I presbiteri e la liturgia

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3. I presbiteri educatori del popolo di Dio

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Id., Le sacerdoce du Nouvaeau Testantent. Mission et culte, in Les Prêtes. Formation, ministère et vie, Cerf, Parigi 1968, pp. 233-256;

A. De Bovis, Le Presbytérat, sa nature et sa mission d'après le Concile du Vatican II, in Nouv. Rev. Théol., 89 (1967) 1009-1042;

J. Giblet, I Presbiteri collaboratori dell'Ordine episcopale, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 872-895;

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M. Löhrer, La gerarchia al servizio del popolo cristiano, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 699-712;

K. Rahner, Pacifiche considerazioni sul principio parrocchiale, in Saggi sulla Chiesa, Ed. Paoline, Roma 1966, pp. 337-394;

Id., Il parroco, in Missione e Grazia, Ed. Paoline, Roma 1966, pp. 383-402;

O. Semmerroth, Il ministero sacerdotale, Ed. Paoline, Roma 1964.

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NOTE

(1) Sulla storia della elaborazione dello schema si veda la parte I del presente volume.

(2) Cfr. nota 1.

(3) Titolo, che come tutti gli altri dei vari paragrafi dei documenti conciliari, scomparve nell'edizione definitiva del testo, non essendo stato oggetto di votazione da parte dei Padri.

(4) Anche più avanti il Decreto parla dei presbiteri come educatori nella fede (cfr. n. 13).

(5) LG, n. 27.

(6) CD, n. 16.

(7) LG, n. 27a.

(8) LG, n.27bc.

(9) CD, n. 16.

(10) Il Concilio, dopo aver affermato che i presbiteri sono tenuti a servire tutti, ha voluto ricordare in modo particolare alcune categorie delle quali essi devono aver cura.

(11) Cfr. LG, nn. 8-9,49.

(12) Cfr. LG, n. 12; VD, n.8.

(13) Cfr. LG, cap. V.

(14) Cfr. LG, nn. 12.24-27.37; AA, n. 24; DV, nn. 8-10.

(15) Cfr. SC, nn. 13.26.41; LG, nn. 13.23.26.28; OE, n. 2; CD, nn. 30.37; AG, nn. 15.19.20.22. Più avanti torneremo espressamente su questo tema.

(16) Cfr. nota 15.

(17) Cfr. LG, n. 8; K. Rahner, Il peccato nella Chiesa, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 419-435.

(18) Cfr. LG, n. 17 e tutto il Decreto AG.

(19) Cfr. Costituzione pastorale GS, oltre a LG, nn. 13.30-38; AA, n.7.

(20) Cfr. LG, n.31; AA, nn. 6-8.16-19; AG, n.21.

(21) Cfr. SC, nn. 6.7.10; LG, nn. 11.26.28.50; CD, n. 15; DV, n.2i; AG, nn. 9.15.39; PO, nn. 2.5.13.14.18. Torneremo espressamente su questo tema più avanti. Cfr. L. Renwart, L'Eucharistie à la lumière des documents récents, in Nouv. Rev. Théol. 89 (1967) 225-256.

(22) Questo testo fu introdotto nel quart'ultimo rifacimento. Precedentemente era scritto: “Mandato ministerioque docenti connexum est ministerium sacramentorum, quod consequitut cuique arcte iungitur ministerium docendi Domini mandata (cfr. Mt. 28,18-20), quorum maior caritas est.

Sicut ergo primi discipuli erant "perseverantes in doctrina Apostolorum et communione, in fractione panis et orationibus" (Act. 2,42 [LXX]), sicut etiam eorum multitudini erat cor unum et anima una (cfr. Act. 4,32), ita et nunc fideles in communitatem sacramentotum crescit ac simul in communitatem caritatis et subministrationis augetur”.

La motivazione data per questa variazione fu: “Datur notio generalis muneris regendi vel pascendi iuxta doctrinam expressam in Const. "De Ecclesia”. Sic etiam aliquantulum perstringitur textus, ut desiderant duo Patres” (Schema decreti De ministerio et vita Presbyterorum. Textus recognitus et relationes, Typis Polyglottis Vaticanis 1965).

(23) Cfr. per es. SC, n.7; LG, nn.7.9.13.18.21.27.28.30.50; CD, n.2; PO, nn. 2.11.12; AG, n. 39.

(24) Cfr. L. Cerfaux, La Théologie de l'Église suivant saint Paul, Parigi 1948.

(25) Per una rapida informazione vedi: Dizionario di Teologia biblica a cura di X. Léon-Dufour, Torino 1965, voce “pastore e gregge”.

(26) Cfr. Gv. 10,1.21.

(27) Ctr. LG, nn. 30.36; AA, n. 2; CD, n. 17; AG, n. 21.

(28) LG, n. 36b.

(29) I1 Concilio espressamente dichiara questo per il sacerdozio (cfr. LG, n. 10). Per il potere invece di insegnare e di governare esso afferma solo in senso positivo che i Vescovi e i presbiteri svolgono questo loro compito in nome di Cristo, per sua autorità. Dato però che il “munus” d'insegnare e di governare viene conferito immediatamente dal sacramento dell'Ordine sacro, insieme a quello di santificare, per analogia, credo, possiamo applicare gli stessi criteri di distinzione, usati dal Concilio a quest'ultimo, anche ai primi due.

(30) LG, n. 28a.

(31) Cfr. per es. AG, n.39; PO, nn.2.6.12. Cfr. J. Galot, Le Sacerdoce dans la doctrine du Concile, in Nouv. Rev. Théol. 88 (1966) 1044-1061.

(32) Cfr. A. De Bovis, Le Presbytérat, sa nature et sa mission d'apres le Concile Vatican II, in Nouv. Rev. Tbéol. 89 (1967) 1009-1042. Ad analoghe conclusioni giunge anche A. Ancel, Le prêtre, ministre du Christ-Prêtre, in Vocation (ott. 1967) n. 240, pp. 491-500.

(33) Prima del Vaticano II si discuteva tra i teologi sull’origine del potere di giurisdizione dei vescovi, e cioè se venisse a loro direttamente da Dio o attraverso il Papa (cfr. I. Salaverri, De Ecclesia Christi, in Sacrae Théologiae Summa, I, Madrid 1955, p. 624, n. 374; S. M. Ragazzini, La Potestà nella Chiesa, Desclée, Roma 1963). Il Concilio nel passo citato e nella nota previa della Costituzione LG ha distinto il “munus” (derivante dal sacramento) e la “potestas” (legata alla communio hierarchica), unendo così intimamente sia a Cristo sia alla Chiesa il compito del Vescovo.

Per i presbiteri in proposito scrive il Concilio: “presbyteri... vi sacramenti ordinis, ad imaginem Christi, summi atque aeterni Sacerdotis (Hebr. 5,1-10; 7,24; 9,11-28), ad Evangelium praedicandum fidelesque pascendos et ad divinum cultum celebrandum consecrantur, ut veri sacerdotes Novi Testamenti” (LG, n. 28a). Cfr. G. Rambaldi, Note sul sacerdozio e sul sacramento dell'Ordine nella Cost. “Lumen Gentium”, in Gregorianum 47 (1966) 517-541; Id., Docilità allo Spirito Santo, libertà dei figli di Dio e obbedienza dei Presbiteri secondo il Decreto “presbyterorum Ordinis”, in Gregorianum 48 (1967) 481-521 (vedi prima parte dell'articolo); A. Anton, Base sacramental de la estructura jerárquica de la Iglesia, in Estudios Eclesiásticos 42 (1967) 355-386.

(34) LG, n. 10b.

(35) PO, n. 2c. Espressioni simili le usa il Concilio anche per i Vescovi, cfr. LG, nn. 21.27.

(36) PO, n. 6a

(37) Cfr. PO, n.9; LG, n.28; CD, n. 30.

(38) Cfr. LG, nn. 21.27.

(39) LG, n.21b. Vedi in proposito i vari commenti apparsi su questo punto tanto importante del Vaticano II; per es. Pozo Candino, La Teologia dell’Episcopato en el Capítulo 3° de la Constitución “De Ecclesia”, in Estudios Eclesiàsticos 40 (1965) 139-16l; J. Lécuyer, L'episcopato come Sacramento -. J. Ratzinger, Relazioni tra il Papa e gli altri membri delCollegio episcopale -, J. C. Groot, Aspetti orizzontali della collegialità, J. Lécuyer, Il triplice ufficio del Vescovo, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, rispettivamente pp. 713-732. 733-760. 761-771. 772-792. 851 -871; W. Bertrams, De relatione inter Episcopatum et Primatum, Roma 1963; Id, De subiecto supremae potestatis Ecclesiae, in Periodica de Re Mor. Can. Lit. 54 (1965) 171-232.

(40) “Corpori igitur Episcoporum, ratione Ordinis et ministerii, omnes sacerdotes, tum dioecesani tum religiosi coaptantur et bono totius Ecclesiae pro sua vocatione et gratia inserviunt” (LG. n. 28b).

(41) PO, n. 6a.

(42) LG, n. 28.

(43) Cfr. J. Lécuyer, Il triplice ufficio del Vescovo, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp.851-853 (l'autore in questo studio ha presente solo la Costituzione LG); G. Rambaldi, Note sul sacerdozio e sul sacramento dell'Ordine nella Cost. “Lumen Gentium”, in Gregorianum 47 (1966) 517-541. Vedi pure il Decreto PO, nn. 4-6, dove viene pure ripetuto l'ordine di successione della Costituzione LG: ufficio di insegnare, ufficio di santificare, ufficio di governare.

(44) SC, n. 59.

(45) PO, n. 5b

(46) LG, n. 26b; cfr. anche SC, n. 42.

(47) LG, n. 28b.

(48) LG, n. 25a.

(49) Cfr. A. De Bovis, Le Presbytérat, sa nature et sa mission d'après le Concile du Vatican II, in Nouv. Rev. Thél. 89 (1967) 1009-1042; A. Ancel, Le prêtre, ministre du Christ-Prêtre, in Vocation (ottobre 1967), n. 240, pp. 491-500.

(50) “Ipsa autem sanctitas Ptesbyterorum ad proprium ministerium fructuose complendum plurimum confert: quamvis enim gratia Dei etiam per indignos ministros opus salutis explere possit, tamen per illos ordinaria lege praeoptat Deus sua mirabilia ostendere, qui, dociliores impulsui et ductui Spiritus Sancti facti, ob suam intimam cum Christo unionem et vitae sanctimoniam, cum Apostolo dicere valeant: “Vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus" (Gal 2,20)” (PO, n. 12c).

(51) Cfr. per es. LG, nn. 12.25; DV, nn. l.10; PO, n. 13.

(52) “Fidelium vero, quos spiritualiter baptismate et doctrina genuerunt (cfr.1 Cor.4,15; 1Pt. 1,23), curam tamquam patres in Christo agant” (LG, n. 28d).

(53) Per un'approfondita esposizione dell'aspetto prudenziale del governo della Chiesa, vedi C. Journet, L'Église du Verbe Incarné, I, Bruges 1955.

(54) PO, n. 6a.

(55) PO, n. 6b. L'espressione “in Spiritu Sancto adducantur” fu inserita per mettere in risalto la diversità delle vocazioni nella Chiesa, e il ruolo che ha in esse lo Spirito Santo. Ecco la motivazione addotta dai redattori del testo: “In luce ponuntur et diversitas vocationum in Ecclesia et primariae partes quas Spiritus Sanctus habet in vocationibus suscitandis et ad felicem exitum ducendis” (Schema decreti De Ministerio et vita Presbyterorum. Textus emendatus et relationes, Typis polyglottis Vaticanis 1965).

(56) Cfr. per es. DV, nn. 1,10; PO, n. 13.

(57) Cfr. per es. LG, n.37; CD, n. 16; PO, n. 9; AG, n. 21; AA, n. 24.

(58) Cfr. PO, n. 14.

(59) Cfr. PO, n. 6.

(60) PO, n. 6b.

(61) LG, n. 4b.

(62) Cfr. per es. LG, nn. 9.49.

(63) Cfr. LG, cap. V.

(64) Cfr. LG, n. 40.

(65) PO, n. 6b.

(66) Cfr. per es. LG, n. 31; AA, n. 7.

(67) GS, n. 4. Cfr. M. D. Chenu, I segni dei tempi, in La Chiesa nel mondo contemporaneo, Queriniana, Brescia 1966, pp. 85-102.

(68) PO, n. 6b.

(69) Cfr. LG, n.37; CD, n. 16; AG, n.21; PO, n.9. Cfr. M. Löhrer, La Gerarchia al servizio del popolo di Dio, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 699-712.

(70). Nella elaborazione dello schema conciliare successivamente furono aggiunti l'espressione finale: “si dedicano pienamente...”, per mettere maggiormente in chiaro il fondamento dogmatico della specificità del compito dei presbiteri, e l'aggettivo “spirituale” al sostantivo “potestà”, perché non si pensasse a una qualunque forma di potestà naturale. La prima modifica fu introdotta nella terz'ultima redazione del testo, la seconda nella penultima.

(71) Vedi il primato del sacramentale, del mistero trinitario, del linguaggio biblico nei vari documenti del Concilio.

(72) “Cum autem Regnum Christi de hoc mundo non sit (Cfr. Gv. 18,36), ideo Ecclesia seu Populus Dei, hoc Regnum inducens, nihil bono temporali cuiusvis populi subtrahit, sed e contra facultates et copias moresque populorum, quantum bona sunt, fovet et assumit, assumendo vero purificat, roborat et elevat” (LG, n. 13b).

(73) Cfr. DH, n. 11.

(74) PO, n. 6c.

(75) LG, n. 9a.

(76) Cfr. AG, nn. 2-4.

(77) Cfr. DV, n.2.

(78) DV, n. 2; cfr. LG, nn. 2-4.

(79) AG, n. 3a.

(80) GS, n.24c.

(81) Cfr. DV, n. 5; DH, nn. 10-12; AG, n. 13.

(82) Cfr. PO, nn. 6.13.

(83) Cfr. DH, n. 2.

(84) DH, n. 3c.

(85) DV, n. 5.

(86) CD, n. 16; cfr. AG, n. 20.

(87) Cfr. CD, n. 23

(88) Cfr. LG, n. 37; CD, n.27; PO, n. 9.

(89) Cfr. PO, n. 6.

(90) GS, n. 24c.

(91) La Costituzione LG al paragrafo 11 presenta tutti i sacramenti nella loro duplice dimensione di legame con Dio e con gli uomini.

(92) PO, n. 6d.

(93) Cfr. LG, nn.22-23; CD, nn. 4.6.

(94) Cfr. LG, n. 28; CD, n.28; PO, nn.7-8.

(95) Cfr. AA, nn. 16-17.

(96) Cfr. AA, nn. 18-19.

(97) AA, n. 18a.

(98) Cfr. LG, n. 13.

(99) GS, n. 25°.

(100) GS, n, 32.

(101) PO, n.6f. Il Vaticano I, parlando della Chiesa come segno di credibilità, aveva fatto un'affermazione che potremmo accostare a quella citata, anche se più solenne nel tono, più generale nei contenuti: “Ecclesia per se ipsa, ob suam nempe admirabilem propagationem, eximiam sanctitatem et inexhaustam in omnibus bonis foecunditatem, ob catholicam unitatem invictamque stabilitatern magnum quoddam et perpetuum est motivum credibilitatis et divinae suae legationis testimonium irrefragabile”, (Denz. 1794).

(102) Cfr. LG, nn. 17.23.28; AG, nn.7.20.

(103) Cfr. LG, nn. 26.38; AG, nn.7.15.20.

(104) PO, n. 6d; cfr. CD, n. 30

(105) Cfr. K. Rahner, J. Ratzinger, Episkopat und primat, Friburgo in Br. 1961 (tradotto anche in italiano presso l'editrice Morcelliana, Brescia); AA. Vari, L'épiscopat et l'Eglise universelle, Cerf, Parigi 1962; B. Neunheuser, Chiesa universale e Chiesa locale, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 617-642; W. Bertrams, De analogia quoad structaram hierarchicam inter Ecclesiam universalem et Ecclesiam particularem, in Periodica de Re Mor. Can. Lit. 56 (1967) 267-308; M. Mariotti, Orientamenti bibliografici sulla Chiesa particolare, in Presenza pastorale 1968, pp. 505-516.

(106) SC, n.26.

(107) Così il Concilio esplicita ulteriormente questa dottrina nella Costituzione sulla Chiesa: “Haec Christi Ecclesia vere adest in omnibus legitimis fidelium congregationibus localibus, quae, pastoribus suis adhaerent, et ipsae in Novo Testamento ecclesiae vocantur. Hae sunt enim loco suo Populus novus a Deo vocatus, in Spiritu Sancto et in plenitudine multa (cfr. 1 Thess. 1,5)” (LG, n. 26a). E nel Decreto sul ministero dei vescovi: “Dioecesis est Populi Dei portio, quae Episcopo cum cooperatione presbyterii pascenda concreditur, ita ut, pastori suo adhaerens ab eoque per Evangelium et Eucharistiam in Spiritu Sancto congregata, Ecclesiam particularem constituat, in qua vere inest et operatur Una Sancta Catholica et Apostolica Christi Ecclesia,, (CD, n. 11a).

(108) SC, n. 41.

(109) Cfr. SC, n. 41.

(110) SC, n.42.

(111) Mentre il Concilio afferma che il presbitero fa, per così dire, presente il Vescovo nelle comunità locali, e perciò ne è come vicario (oltre che rappresentante di Cristo, in quanto agisce “in sua persona”, non altrettanto afferma del Vescovo nei riguardi del Papa: cft. LG, n. 27; CD, n. 8.

(112)Cfr. LG, n.9.

(113) “In Episcopis igitur, quibus presbyteri assistunt, adest in medio credentium Dominus Iesus Christus, Pontifex Summus... Episcopi, eminenti ac adspectabili modo, ipsius Christi Magistri, Pastoris et Pontificis partes sustineant et in Eius persona agant” (LG, n. 21); “Singuli Episcopi, qui particularibus Ecclesiis praeficiuntur, regimen suum pastorale super portionem Populi Dei sibi commissam... exercent” (LG, n. 23b); “Episcopi Ecclesias particulares sibi commissas ut vicarii et legati Christi regunt... Fideles autem Episcopo adhaerere debent sicut Ecclesia Iesu Christo, et sicut Iesus Christus Patri” (LG, n. 27); “Singuli Episcopi, quibus Ecclesiae particularis cura commissa est, sub auctoritate Summi Pontificis tamquam proprii, ordinarii et immediati earum pastores oves suas in nomine Domini pascunt, munus docendi, sanctificandi et regendi in eas exercentes” (CD, n. 11b).

(114) Cfr. LG, n. 23.

(115) LG, n. 23d.

(116) LG, n, 22b,

(117) Cfr. OE, n. 2; CD, nn. 11.23.28; AA, n. 10; AG, nn. 15.20.22.37.

(118) LG, n. 28ab.

(119) LG, n. 28b.

(120) LG, n. 28d; CD, n. 30. Abbiamo notato come il Concilio quando parla delle diocesi usa di solito l'espressione: “Ecclesia particularis” o “Ecclesia localis”, quando invece fa riferimento a una porzione del popolo di Dio più ristretta adotta di preferenza l'espressione “localis congregatio fidelium”; “communitas localis” (cfr. LG, n. 28); communitas Ecclesiae”, “familia ecclesiastica” (cfr. AA, n. 10). Non si tratta però di una terminologia tecnica costante.

(121) “(Presbyteri) sub auctoritate Episcopi portionem gregis dominici sibi addictam sanctificant et regunt” (LG, n. 28b).

(122) AG, n. l9a; cfr. AG, n.22.

(123) Da qui l'esigenza di un'educazione dei seminaristi al dialogo: cfr. OT, n. 19.

(124) AG, n. 15d.

(125) AG, n. 15c.

(126) Cfr. LG, n. 26; DV, n.21.

(127) Cfr. AG, nn. 19-21.

(128) Cfr. AG, nn. 16.20.22; CD, n. 16; PO, n. 10; LG, nn. 27-28.

(129) Cfr. LG, nn. 13.17; AG, n. 22.

(130) PO, n. 6e.

(131) Cfr. LG, nn. 1.48; P. Smulders, La Chiesa sacramento della salvezza, in La Chiesa del Vaticano II, Vallecchi, Firenze 1965, pp. 363-366; C. Pozo, La Iglesia como sacramento primordial. Contenido teològico real de este concepto, in Estudios Eclesiásticos 41 (1966) 139-l59; M.-J. Le Guillou, La sacramentalité de l'Église, in La Maison-Dieu 93 (1968) 9-38.

(132) Cfr. LG, n. 11; per l'origine sacramentale dei compiti del Vescovo, Cfr. LG, n. 21; per l'origine sacramentale del dovere e del diritto di tutti i fedeli all'apostolato, cfr. LG, n. 33; AA, n. 3.

(133) Cfr. LG, nn. 1.11.

(134) Cfr. PO, n. 5.

(135) “In sanctissima enim Eucharistia totum bonum spirituale Ecclesiae continetur, ipse scilicet Christus” (PO, n. 5b). Per uno studio dei rapporti Eucaristia-Chiesa, vedi H. De Lubac, Corpus Mysticum. L'Eucharistie et l'Église au Moyen Age, Parigi 1949; J.-M.R. Tillard, L'Eucharistie Pâque d.e l'Église, Parigi 1964.

(136) “In quavis altaris communitate, sub Episcopi sacro ministerio, exhibetur symbolum illius caritatis et unitatis Corporis mystici, sine qua non potest esse salus”. In his communitatibus, licet saepe exiguis et pauperibus, vel in dispersione degentibus, praesens est Christus, cuius virtute consociatur una, sancta, catholica et apostolica Ecclesia. Etenim "non aliud agit participatio corporis et sanguinis Christi, quam ut in id quod sumimus transeamus” (LG, n, 26a).

(137) “Hoc modo communitas christiana signum fit praesentiae Dei in mundo; ipsa enim sacrificio eucharistico incessanter cum Christo ad Patrem transit”, (AG, n. 15b).

(138) Cfr. pp. 402-403 e pp. 6-7.

(139) Cfr. LG, nn, 26.28,

(140) Cfr. LG, n. 28; PO, n. 6.

(141) AG, n. 15b. Per l’intimo rapporto che intercorre tra il potere di governo e i sacramenti, e l'Eucarestia, vedi l'interessante tesi: M. U. Carretero, Statuta Ecclesiae. I Sacramenta Ecclesiae, en la Ecclesiologia de St. Tomás, Roma 1962.

(142) Cfr. LG, nn. 11.26.

(143) Cfr. SC, n. 2.

(144) Cfr. AG, n. 39.

(145) Cfr. AA, n. 3; LG, n.33; AG, n. 36; PO, n. 6.

(146) Cfr. SC, n. 47; LG, n.48; UR, n. 15; GS, n.38.

(147) PO, n. 13c.

(148) CD, n. 30f.

(149) AG, n, 39a.

(150) È interessante notare come il Concilio usi le due parole “culmen et fons” di tutta la vita della Chiesa prima per significare il valore della liturgia (cfr. SC, n. 10), poi il sacrificio eucaristico (cft. LG, n. 11).

(151) PO, n. 13d.

(152) PO, n. 14b.

(153) PO, n. 2d.

(154) PO, n. l3c.

(155) PO, n. 14b.

(156) Cfr. le indicazioni bibliografiche in merito a pp. 576-577.

(157) Il potere di governo nella Chiesa solitamente viene presentato in teologia, quando si parla dell’istituzione della Chiesa, e in Diritto pubblico ecclesiastico, e di conseguenza svincolato dal contesto sacramentale della Chiesa; più nitido in apparenza, ma di fatto molto più povero che nella nuova visione presentata dal Vaticano II. Anche prima del Concilio però sono stati pubblicati degli studi interessanti, a vasto respiro, su questo tema; vedi per es. di C. Journet, L'Église du Verbe Incarné, I, Bruges 1955. Sui rapporti tra il potere di ordine e quello di giurisdizione aveva scritto sulla rivista Irenikon ancora nel 1933 interessanti articoli Y.M.-J. Congar, Ordre et Jurisdiction dans l'Église, ripubblicati in Sainte Église, Parigi 1963, pp. 203-237 (vi è una traduzione presso la Morcelliana, Brescia). Va inoltre notato che mentre l'episcopato solitamente veniva studiato dopo aver svolto il tema del sacerdozio, il Vaticano II invece parte dall'episcopato per trattare poi del presbiterato (e non semplicemente del sacerdozio), cfr. H. Deniss, La Théologie du Presbyterat de Trente à Vatican II, in Les Prétres, Formation ministère et vie, Cerf, Parigi 1968, pp. 193-232.

(158) Problemi sollevati per es. dal fatto che un sacerdote, nominato Vescovo di una diocesi, può avere la giurisdizione su di essa prima ancora di essere consacrato; che un fedele può essere Papa dal momento che ha accettato la nomina, a condizione però che accetti anche di essere consacrato Vescovo (cfr. C. Pozo, La Teologia del Episcopado en el Capitulo 3° de la Constitución “De Ecclesia”, in Estudios Eclesiásticos 40 [1965] 139-161). Così è il caso dei poteri straordinari dati a un sacerdote di cresimare ed eventualmente di ordinare diacono e sacerdote da parte del Pontefice (cfr. H. Lennerz, De Sacramento Ordinis, Roma 1953, nn. 236-242, pp. 139-144; C., Pozo, Theologia presbyteratus in Concilio Vaticano II, in Periodica de Re Mor. Can. Lit. 56 [1967] pp. 207-211). Come pure rimane aperta la domanda: com'è condizionato dalla dipendenza dal Vescovo il potere di consacrare e il potere di governare?

Giovanni Volta

      In "I sacerdoti nello spirito del Vaticano II", pp. 540-579