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Le due culture: un incontro mancato?

 villa cagnola gazzada                  

Villa Cagnola-Gazzada (VA) 25-26 ottobre 1996

Convegno per il 50° di donazione

                 

PROLUSIONE

(Giovanni Volta)

                     

Costanza di un problema

1.  L'esigenza e la problematicità del rapporto tra cultura cattolica e cultura laica sono antiche quanto la Chiesa. Basti pensare ai primi tempi del cristianesimo quando il vangelo entrò nel mondo greco-romano e, successivamente, allorché si diffuse in altre regioni che avevano una propria cultura, e ancora nel divenire della storia quando il pensiero e la prassi cristiana si sono trovati a doversi riesprimere in una rinnovata evoluzione del sapere umano, della tecnologia, del costume di vita dei popoli, della loro concezione dell'esistenza.

Non si trova mai un uomo allo stato "puro”, ma sempre un uomo "colto" e anche il vangelo e la fede, quale atto di accoglienza del Vangelo nella propria vita, non possono esprimersi e parteciparsi se non per le vie della cultura umana recepita o costruita, e perciò hanno sempre a che fare con la cultura intesa in tutte le sue varie sfaccettature di costume, linguaggio, concezione della vita, organizzazione e comunicazione tra gli uomini, condizioni di esistenza, modo di leggere la realtà. Espressioni culturali ora in consonanza, ora in dissonanza con la fede cristiana; alle volte aperte, altre volte ostili al confronto cristiano, con possibilità di contrasti reciproci.

                       

2.  Ma è possibile un incontro di culture segnate da una marcata diversità di prospettive senza venir meno alla propria identità, alle proprie specifiche esigenze?

Nella storia della Chiesa troviamo atteggiamenti ottimisti al riguardo e atteggiamenti pessimisti. Chi ritrovava molti elementi comuni tra le due culture e chi solo contrapposizioni. Basti pensare a certi padri greci che hanno parlato di una presenza del Logos di Dio nelle varie culture dell'antichità e all'utilizzo fatto nel Medioevo dei filosofi dell'antica Grecia, e d'altra parte la ricorrente sfiducia molto critica verso le culture non cristiane.

La stessa conservazione e trasmissione dei classici pagani da parte dei monaci cristiani testimonia un certo rapporto che si compì nel tempo tra la cultura cristiana e quella per così dire profana.

                                  

Il denominatore comune: l'interrogativo sull’uomo

3.  In un caso e nell'altro il terreno comune primordiale era ed è costituito dalle domande fondamentali che scaturiscono dalla stessa esistenza dell'uomo, e che stanno alla base della ricerca dei credenti e dei non credenti e dei credenti con fedi diverse.

Un giorno Sergio Zavoli intervistò l'arcivescovo di Vienna, il cardinal Konig, allora presidente di una Commissione pontificia per i non credenti, e gli chiese che senso avesse una tale Commissione per persone che non condividevano la dimensione religiosa della vita, e gli fu risposto: abbiamo alcune cose fondamentali in comune come il nascere e il morire, la fragilità e la grandezza dell'uomo, il dolore e la gioia.

Recentemente, il 4 ottobre scorso, è stato dato a Pavia un premio internazionale di 300 milioni per opere di architettura sacra realizzata da un artista giapponese, Tadao Ando, un buddista che costruì chiese cristiane giudicate da una giuria internazionale di cattolici più ispirate religiosamente di molte altre costruite in varie parti del mondo da architetti cristiani.

                        

4.  Ci sono nella cultura riferimenti a domande particolari che possono molto differenziarsi tra di loro in base alle diverse concezioni della vita, ai singoli bisogni e a particolari riferimenti storici con consensi e dissensi variamente motivati. Vi sono poi in essa anche riferimenti a comuni sensibilità umane e a domande fondamentali condivise che possono determinare delle convergenze insospettate o perlomeno dei larghi spazi di comunicazione. Ogni luce sull'uomo è importante per chi è interessato a comprenderne il valore e le possibilità, così come ogni sua espressione che ce ne mostri le istanze spirituali. A distanza di secoli non usiamo più certi mezzi di comunicazione antichi, ma ancora ammiriamo opere di pittura e di scultura, leggiamo con interesse opere filosofiche e letterarie, anche se non condividiamo per esempio la loro concezione religiosa soggiacente o la loro visione morale della vita, poiché ci dicono qualcosa d'importante sull'uomo.

In questo senso sia il "cristiano" che il "laico", pur nella prospettiva diversa e variegata in cui si muovono, nel loro impegno culturale possono arricchirsi reciprocamente e non solo dissentire nella concezione della vita e dei suoi comportamenti. Tra l'altro, quando noi diciamo "cultura cristiana" e "cultura laica" indichiamo con un'unica espressione una realtà concreta estremamente varia e complessa, per cui per esempio un cristiano può sentirsi in sintonia per molte cose più con determinati "laici" che con certi "cristiani". Un fatto che spiega tante volte amicizie e collaborazioni sorprendenti a chi le guardasse solo in base a delle etichette semplificatrici.

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Finalità di una Villa e di un Convegno

5.  Ma il nostro Convegno vuole trattare il tema delle due culture non semplicemente dal punto di vista dei principi e delle possibilità, ma dal punto di vista storico. Uno sguardo ristretto all'Italia del nostro secolo, anzi degli ultimi cinquant'anni, per poi concentrarsi sulle iniziative culturali di Villa Cagnola. E si tratta non di una tesi, ma di una domanda aperta: un incontro mancato?

Ci troviamo qui in una Villa che fu donata proprio per questo fine: il dialogo tra la cultura cattolica e quella laica, il confronto tra le istanze cristiane e la cultura del tempo, e perciò con un valore emblematico. Il suo fine prima di essere una proposta di ricerca per gli altri, fu una decisiva esperienza personale del nobile Cagnola.

Mi pare significativo che egli sia stato risvegliato all'interesse culturale e religioso del cristianesimo dal suo incontro con Ernesto Buonaiuti, che rappresentò nella storia della Chiesa in Italia nel nostro secolo un tenace assertore delle urgenti istanze d'incontro e di confronto tra il cristianesimo e la cultura del mondo contemporaneo.

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6.  Nel "programma dei modernisti", scritto nel 1908, uscito anonimo, ma attribuito per la sua stesura a Buonaiuti, è scritto: "Se la Chiesa non ha smarrito la coscienza dei suoi destini cattolici; se oscilla ancora nel fondo della sua anima l'eco della parola profetica: «sarà un solo ovile e un solo pastore», essa deve uscire dal recinto del solitario santuario, o cui non giunge più il fervore della vita collettiva, pulsante nelle officine e nelle università; deve ricercare il contatto degli uomini, riaprirsi la via verso le loro coscienze, rimuovere la diffidenza che la lontananza e gli errori hanno accumulato contro di lei.

Si tratta di risuscitare la religiosità deformata; di ricercare negli strati più profondi della vita interiore le scintille dissimulate, non spente, del vecchio spirito cristiano; innestare sulle idealità che alimentano l'operosità del mondo contemporaneo, e che sono sostanzialmente religiose, il senso dell'altruismo e la volontà del sacrificio che solo il Vangelo sa infondere; di raccogliere infine gli sparsi frammenti della famiglia cristiana in una più alta estrinsecazione di quella speranza religiosa, in che è tutto l'insegnamento di Gesù" (Il programma dei modernisti. Risposta all'enciclica di Pio X: Pascendi Dominici Gregis, Roma 1908 pp.8-9).

Lo sviluppo della società e del sapere critico aveva posto come urgente il problema del rapporto tra la visione cristiana della vita e la cultura del tempo. Ma per quale via, in quali condizioni? Prima che un rapporto tra culture diverse appariva centrale quello del rapporto tra rivelazione e storia.

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Presenza di un interrogativo nella recente storia della Chiesa

7.  Un interrogativo che era stato affrontato variamente già nel secolo scorso in campo protestante, per esempio, dalla così detta teologia liberale: vedi per esempio una sintesi significativa nello scritto di Harnack "L'essenza del cristianesimo" 1900, e in campo cattolico per esempio da Hermes, Ghunter, Froschammer in Germania, da Rosmini in Italia, e nel 1893 da M. Blondel con la sua laboriosa opera "L'azione" in Francia.

Un interrogativo che si è riproposto variamente anche più avanti negli anni, sollecitato sia dalla cultura interpretante l'esistenza, sia da quella modificante le sue condizioni sociali e di relazione, sia dalla mentalità diffusa tra gli uomini. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha preso atto, dedicando una sua Costituzione al tema: "La Chiesa nel mondo contemporaneo".

Papa Giovanni XXIII, in apertura del Concilio, così ne aveva presentato il fine: “È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo" (11ottobre 1962, 55).

E Papa Paolo VI, che in seguito denuncerà la rottura tra vangelo e cultura quale "dramma della nostra epoca" (Evangelii Nuntiandi" 8-12-1975 n. 20), così sintetizza l'atteggiamento della Chiesa nel Concilio di fronte all'uomo e alla cultura del nostro tempo: "Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento.

Questo atteggiamento, determinato dalle distanze e dalle fratture verificatesi negli ultimi secoli, nel secolo scorso e in questo specialmente, fra la Chiesa e la civiltà profana, e sempre suggerito dalla missione salvatrice essenziale della Chiesa, è stato fortemente e continuamente operante nel Concilio, fino al punto di suggerire ad alcuni il sospetto che un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore, alla storia fuggente, alla moda culturale, ai bisogni contingenti, al pensiero altrui, abbia dominato persone ed atti del Sinodo ecumenico a scapito della fedeltà dovuta alla tradizione".

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8.  Il luogo che ha segnato l'incontro e insieme la differenza tra Chiesa con la cultura contemporanea, dirà Paolo VI, è stato l'uomo. Così egli ha ripreso il suo discorso, evidenziando il nocciolo della questione. "La Chiesa del Concilio. Sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell'uomo quale oggi in realtà si presenta: l'uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l'uomo che si fa non soltanto centro d'ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d'ogni realtà.

Tutto l'uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l'uomo tragico dei suoi propri drammi, l'uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l'uomo infelice di sé, che ride e che piange; l'uomo versatile, pronto a recitare qualsiasi parte, e l'uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l'uomo com'è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il filius accrescens: (Gen. 49,22); e l'uomo sacro per l'innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l'uomo laudantor temporis acti e l'uomo sognatore dell'avvenire; l'uomo peccatore e l'uomo santo; e così via. L'umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo s'è incontrata con la religione (perché tale è) dell'uomo che si fa Dio.

Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, una sfida? poteva essere, ma non è avvenuto. L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sorto, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo.

Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti siamo i cultori dell'uomo" (7-12-1965, omelia nella 9^ Sessione del Concilio, 454 e 456).

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9.  Il problema dell'importanza della cultura e del rapporto Chiesa e cultura, nel quale rientra quello specifico tra cultura cattolica e cultura laica, è tornato in primo piano anche recentemente nella Chiesa in Italia ed ha avuto con il Convegno ecclesiale nazionale di Palermo una particolare risonanza, con un conseguente dibattito su la priorità dell'aspetto culturale o di quello pastorale e su la pertinenza di un "progetto culturale" e delle varie valenze che assume oggi il termine "cultura" (Cf. Camillo Ruini, Per un progetto culturale orientato in senso cristiano, con testi di Ruini, del Papa, di Martini e di Garelli, ed. Piemme, Casale Monferrato 1996, e G. Angelini: Progetto culturale. Il senso pertinente di una formula ambigua ; ancora sul progetto culturale e sul bisogno di teologia in "Teologia" 1995 pp. 211-222, 1996 pp. l3l-140).

Si tratta di un impegno collegato intimamente con il compito primario della Chiesa, quello della evangelizzazione, dentro una società soggetta ad una accelerata evoluzione, con linguaggi condizioni e forme di vita nuovi, in un pluralismo di mentalità, favorito dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione sociale e dalla crescente migrazioni degli uomini da una nazione all'altra.

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Possibile insegnamento da uno scampolo di storia

10.  In questo contesto un esame documentato e critico sul vissuto del recente passato può risultare non solo illuminante la comprensione della nostra storia culturale nei vari fattori che l'hanno animata, ma anche un aiuto per intendere le condizioni per un rapporto oggi tra la cultura cattolica e quella laica.

Villa Cagnola nelle sue iniziative di ricerca e di dialogo poche volte ebbe il crisma dell'ufficialità, né fu legata ad ambienti accademici, pur coinvolgendo persone che vi appartenevano. Uno stile, una condizione di lavoro, che le permisero di procedere con grande libertà e duttilità (anche se con minori aiuti). Nella sua storia hanno avuto un ruolo determinante l'iniziativa di alcune persone prese da un autentico interesse culturale animato dalla fede, che le spinse per questo a favorire l'incontro di individui di varia estrazione culturale e anche religiosa, convinte che il cammino nella comprensione della fede e del nostro tempo non è mai un fatto solitario, ma viene stimolato ed arricchito insieme allo studio, dal dialogo e dal confronto. E qui a Villa Cagnola numerosi e vari furono gli incontri con persone italiane e di altri paesi e di competenze diverse, sacerdoti e laici, cattolici e non cattolici, su gli argomenti più disparati, non in subordine a carriera o denaro, ma solo alla miglior comprensione dei problemi proposti.

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11.  Anche questo primato dato alla comprensione del problema, lontano dai riflettori della pubblicità e dalla subordinazione ad altri fini che non siano quelli del capire e dell'aiutare a capire, mi pare una indicazione importante per intendere e per condurre correttamente un incontro tra la cultura cattolica e quella laica, tenendo conto che non si tratta nella realtà di due schieramenti separati, poiché variamente essi si intersecano, e nel loro incontro le persone, con la loro sensibilità, la loro storia personale, hanno avuto un ruolo primario che supera ogni schematizzazione.

Di qui l'ampiezza e la complessità dell'esame di una vicenda, pur limitata nel tempo, e del possibile insegnamento che può da essa venire a noi, poiché il rapporto tra culture diverse non si risolve una volta per sempre perché legato al divenire storico delle persone e dei popoli. Anzi, a mio modesto parere, diventerà sempre più complessa l'esperienza di questo rapporto a motivo della crescente convivenza che andiamo sperimentando tra culture diverse a motivo dell'intensificarsi delle immigrazioni provenienti da popoli diversi.

Il nostro Convegno, guardando al passato, potrebbe dare una qualche indicazione sul prossimo futuro in consonanza con la tradizione di Villa Cagnola che già nei tempi che precedettero il Concilio seppe guardare avanti.