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DV I cattolici e la citt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                               

DV. programma               

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FONDAMENTI TEOLOGICI DI UN IMPEGNO CRISTIANO SOCIALE

di Giovanni Volta

                                  

L'aspirazione a ricondurre la vita ad unità

Avvertiamo tutti un bisogno profondo di ricondurre ad unità la nostra vita, la nostra vita concreta, che si alimenta di mille rapporti. E nello stesso tempo constatiamo la varietà del reale che ci sta di fronte, con il quale intessiamo i nostri rapporti, che portiamo dentro di noi. Aspirazione personale e condizione d'esistenza che spesso si pongono in tensione tra di loro, per cui la nostra realizzazione di una unità umana nella molteplicità della vita, dei suoi rapporti, si presenta come una laboriosa conquista.

Nel mio breve intervento vorrei soffermarmi su questa esigenza, su questa tensione, come si rivela nella nostra vita di credenti che operano nella società, nella città, dandone alcune indicazioni interpretative e orientative.

                                

Ragioni di un distacco e motivo di un incontro

Il nostro secolo ha vissuto con una particolare intensità questa tensione, per una certa frattura, un certo distacco che si è andato determinando tra fede cristiana e cultura del tempo.

Paolo VI ha denunciato questa frattura, nella sua esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi", come uno dei fatti più gravi del nostro tempo. "La rottura tra Vangelo e cultura -" egli scrive - è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (n. 20).

Ora il rapporto del cristiano con la società e la città s'inscrive in quello più generale del rapporto del cristiano con la cultura. Varie sono state le ragioni di questo distacco. Ne ricordo solo qualcuna:

- la rapidità dell’evoluzione delle strutture e delle condizioni di vita della società, che hanno rimesso in questione precedenti modelli interpretativi del rapporto fede e società;

- l'articolarsi, lo specializzarsi delle diverse scienze, e quindi l’affermarsi delle singole autonomie fino allo smarrimento perfino della speranza in un sapere globale, e quindi l’isolamento del discorso sulla fede;

- l’affermarsi, in seguito all'autorevolezza, alla credibilità data ad esse dallo sviluppo tecnologico, delle scienze positive, fino alla emarginazione di tutto ciò che non offre una misurabile verifica sperimentale,

- la pigrizia di una certa teologia ripetitiva che non seppe ri-esprimersi, oppure di una teologia che rincorse acriticamente le novità del giorno, lasciando sguarnita di indicazioni motivate la problematica che si andava affermando;

- l'affermarsi dell'uomo, della sua libertà quale norma a se stesso. Ad una immagine nuova del mondo e della società, dovrà corrispondere un rinnovato rapporto del credente con questa realtà, poiché la fede va vissuta dentro la nostra storia, pur rimanendo sempre dono di Dio, suo accoglimento, di lui sequela.

È lo stesso fatto originario, fondante, della incarnazione, che ci impone il problema, e non semplicemente una qualunque preoccupazione di non rimanere emarginati, o di essere alla moda. La nostra fede è anzitutto "accoglimento" e "testimonianza" e “proclamazione" e "sequela" di Lui, Cristo, Verbo di Dio fatto carne, dentro la nostra storia, morto e risorto per la nostra salvezza.

Dunque, è dal di dentro della nostra stessa fede che ci viene la ragione e la misura del nostro rapportarci con il mondo concreto che ci circonda.

                      

Problematicità di questo incontro

Ma come la molteplicità in cui viviamo può trovare una via concreta per comporsi in unità? Che ruolo ha in questo la fede? Come può mantenersi l’identità nel divenire; e nel caso specifico della fede, come ciò che già s'è compiuto può avere attualità nel compiersi del mondo di oggi, di domani?

Parrebbe che se la fede si impegna con la nostra concreta vicenda umana, con la nostra storia, debba perdere la propria qualità di assolutezza, di trascendenza. Mentre, d'altra parte, se non s'impegna, se resta isolata, per rimanere pura, si slega dall'uomo concreto, abbandonandolo a se stesso.

                          

Il punto fondamentale delle convergenze e delle divergenze

Cerchiamo anzitutto il luogo comune a cui fa essenziale e immediato riferimento la società e la città, e quindi il modo d'intendere questo comune punto di riferimento. Luogo e soggetto contemporaneamente incrociati dalla vicenda della società e della città e dalla fede.

                                

L'uomo soggetto e termine della costruzione della città

Vi è un soggetto che si pone come primo, immediato riferimento sia della molteplicità dei rapporti che costituiscono la società, la città, sia delle cose che in esse vengono usate, che costituisce la continuità più profonda nel fluire della storia: l'uomo. Egli è il soggetto e il termine e la conseguente misura della vita sociale e della città, della nostra storia.

Scrive il Vaticano II: "Principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno della vita sociale. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio coi fratelli" (Gaudium et Spes, 26).

L'uomo è il costruttore della società e della città, il suo beneficiario primo, e tante volte la sua vittima. Ciò fonda la sua responsabilità, che lo porta, come facciamo oggi noi, qui, ad interrogarsi in prima persona sul "perché" e il "come" debba operare, rapportarsi e costruire in un modo o nell'altro.

L'uomo è il "termine", la "misura" della costruzione della società e della città, e del suo futuro. Ma non solo l’uomo è il protagonista concreto di tutta questa vicenda, ma nello stesso tempo sta anche al centro di gran parte del dibattito culturale del nostro tempo. A questo livello si pongono convergenze e divergenze decisive.

                          

La concezione dell'uomo momento fondamentale di convergenze e di divergenze

Il fondamento perciò teologico più immediato dell'impegno sociale del cristiano sta nella sua concezione dell'uomo; della sua grandezza e della sua debolezza, delle sue aspirazioni, delle sue tendenze, del senso della sua libertà, dell'orizzonte del suo destino.

Facciamo alcuni esempi: è aperto o no l'uomo alla trascendenza? Ha egli un futuro che va oltre la morte? Qual è la radice più profonda del suo male oscuro, per cui giunge a vedere e ad approvare il bene e poi fa il male?

Si tratta di traumi psichici? Si tratta di strutture sociali sbagliate? Si tratta del frutto dell'oppressione della libertà umana determinata dalla vita sociale? Si tratta della messa in questione del suo rapporto fondante, quello con Dio?

È partendo da una determinata concezione dell'uomo che noi non solo valutiamo la società e la città nelle quali ci troviamo a vivere, ma anche progettiamo e lavoriamo per costruirle, ci sentiamo impegnati per esse.

È partendo dalla concezione che abbiamo dell'uomo che noi acconsentiamo con altri o dissentiamo, in ordine al modo di costruire la società e la città. La concezione dell'uomo risulta così nello stesso tempo motivo d'impegno e ragione critica nel confronto con i modi di operare, di progettare, di valutare.

                              

Cristo luce e forza dell'uomo

Ma il segreto dell'uomo e nello stesso tempo il progetto e la forza della sua piena realizzazione stanno in Cristo. Scrive S. Giovanni: "In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini... Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv. 1,4.9).

Quasi a commento di queste parole il Vaticano II così presenta il rapporto tra il mistero di Cristo e quello dell’uomo: "In realtà nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte trovino in lui la loro sorgente e tocchino il loro vertice.

Egli è "l'immagine dell'invisibile Dio" (Col. 1,15). Egli è l'uomo perfetto, che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata ad una dignità sublime. Con l’incarnazione del Figlio, Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato" (Gaudium et Spes, 22).

Lo stesso discorso è stato ampiamente ripreso da Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica ("Redemptor hominis") e in altri discorsi, come in quello di Puebla, quando ha dichiarato: "Nel mistero di Cristo, Dio scende fin negli abissi dell'essere umano per restaurare dal di dentro la sua dignità. La fede in Cristo ci offre così i criteri fondamentali per ottenere una visione integrale dell'uomo che, a sua volta, illumina e completa l’immagine che la filosofia e le scoperte delle altre scienze umane si fanno dell'essere umano e della sua realtà storica". (“Contenuto dell'evangelizzazione", Puebla, p. 137).

Nell'uomo, dunque, noi ci confrontiamo con gli altri uomini nella costruzione e nella valutazione della società e della città; dall'uomo traiamo motivo e misura per questo impegno; nell'uomo Dio s'incontra con noi in Cristo, ci illumina e ci motiva nel nostro impegno per la città e nel nostro giudizio su di essa, e ci fa creature nuove, che a pieno titolo appartengono alla costruzione e all'animazione della società e della città, pur trascendendo, nella loro prospettiva, la società e la città di oggi.

Già nell'antichità cristiana veniva ricordata dal famoso autore dello scritto "A Diogneto" questa particolare presenza del cristiano nella società, per cui da nessuna realtà egli è assente, e nello stesso tempo ovunque egli è presente con una sua prospettiva nuova.

                                    

Difficoltà mosse ai fondamenti teologici dell'impegno del cristiano

Questi i fondamenti teologici di un impegno del cristiano nella società e nella città degli uomini.

Contro essi però solitamente due difficoltà vengono mosse: il cristiano in quanto accoglie Cristo come misura e progetto della sua vita, non prende sul serio lo studio, la ricerca della storica realtà umana, non si apre al nuovo perché non ci crede, perché per lui tutto è già stato detto, tutto è scontato; egli procede in forma deduttiva non in forma induttiva; il cristiano, in secondo luogo, poiché è chiamato ad amare Dio sopra tutte le cose, poiché attende il compimento solo nel momento escatologico, non prende sul serio l’amore per la società di oggi, per la sua città terrena, per l'uomo.

Il riferimento a Cristo, se per un verso dà come già scontata la "misura", per un altro verso non dà come scontata la realtà da misurare.

E qui si apre tutto l’impegno di ricerca e di dialogo del cristiano con ogni persona per sempre meglio capire la concreta realtà dell'uomo entro la quale si trova ad agire, per operare a che la società e la città, secondo le loro varie possibilità storiche, realizzino più pienamente se stesse.

Così l’amore di Dio sopra tutte le cose, il primato di Cristo, l’attesa di un compimento che va oltre la nostra storia, non esenta il cristiano dall'impegno serio per la costruzione della città terrena, dall'amore all'uomo; anzi lo potenzia, perché il volto di ogni uomo ai suoi occhi riflette lo stesso mistero di Dio, apparso a noi in Cristo; perché il suo futuro escatologico è sì dono di Dio, ma insieme compimento di tutto un cammino che l’ha preparato. Un compimento che perciò non svaluta, ma piuttosto impreziosisce il nostro presente. È significativo che il risorto sia apparso ai suoi con i segni della croce, vale a dire di tutto il suo cammino storico compiuto prima della sua glorificazione.

                            

Il fondamento interiore dell'impegno sociale del cristiano: l'azione dello Spirito di Cristo in ogni uomo

Un'ultima difficoltà, di carattere contingente, ma che forse ha un notevole peso nell'impegno di molti cristiani: oggi è un’impresa impossibile pensare di poter dare volto cristiano alle nostre città. Le loro preoccupazioni, i loro progetti, la loro vita, paiono tanto lontane da questa possibilità di progetto.

Un giorno, eravamo ancora agli albori della Chiesa, un apostolo si trovò in una grande città della Grecia colma di gente corrotta, e ne ebbe come un senso di scoramento: era Paolo a Corinto. Ma di notte in visione Dio gli disse: "Non aver paura, ma continua a parlare e a non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città" (Atti, 18, 9-10).

A fondamento dell'impegno del cristiano per la costruzione della società e della città non sta solo l’uomo illuminato dalla figura e dal progetto di Cristo, ma anche la potente azione del suo Spirito, capace di cambiare il cuore degli uomini, la loro comprensione, e per essi i rapporti tra gli uomini, e quindi le loro strutture, per tornare con esse a sorreggere il cammino stesso dell'uomo.

Con questa evangelica parola di speranza vorrei che anche noi guardassimo alle nostre città, in questo orizzonte ci muovessimo in tutto il nostro dibattito.

Non si tratta di abdicare né alla nostra intelligenza, né al nostro concreto impegno umano, ma piuttosto di viverli nel loro pieno contesto esistenziale. Lo Spirito di Cristo ci fu dato non per sopprimere ma per potenziare l’intelligenza e l’azione dell'uomo.

                              

In I cattolici e la città, Atti del secondo convegno promosso dai comitati di collegamento di cattolici, pp. 35-42.