• Stampa

ATTl DEL CONVEGNO SACERDOTALE SU LA CHlESA LOCALE

Brescia, 15-17 settembre 1970

INDICE

La teologia della Chiesa locale, del professor Giuseppe Colombo

La pastorale della Chiesa locale, del professor padre Andrea Tessarolo.

L’aspetto missionario della Chiesa locale, del professor Giovanni Volta

 

*   *   *   *

 

L’ASPETTO MlSSlONARlO DELLA CHlESA LOCALE

Prof. Giovanni Volta, giovedì 17 settembre

 

 

SOMMARIO

1. Perché ci poniamo questo problema

2. Prospettive inadeguate o erronee della dimensione missionaria della Chiesa

3. Aspetti fondamentali della ‘missionarietà’ della Chiesa locale

4. Spirito e metodo nell’espressione missionaria della Chiesa locale

 

 

 

Vi confesso che mi prende una certa trepidazione a parlarvi perché non si tratta tanto di prendere in considerazione un’idea, ma la nostra stessa vita di credenti, di preti; quindi qualcosa che ci tocca, che ci tocca profondamente e nella quale particolarmente mi sento un perenne scolaro.

Per questo incomincerò la mia relazione riflettendo sul come e sul perché ci poniamo il problema dell’aspetto missionario della Chiesa locale.

 

 

1. Perché ci poniamo questo problema

Per comprendere un fatto, un problema è importante che ci rendiamo conto anzitutto del “perché” e del “come” noi guardiamo ad esso, lo interroghiamo, e quindi del “perché” e del “come” esso ci si presenta.

Noi vogliamo capire la Chiesa, che intendiamo come realtà viva alla quale apparteniamo; per cui capire essa significa capire noi stessi, la nostra vita.

Ma una realtà non si comprende guardando semplicemente alle sue componenti; occorre scoprire la sua “dinamicità”, soprattutto se questa realtà è viva. Ora la dimensione missionaria ci mostra una, anzi “la” dinamicità fondamentale della Chiesa, che contemporaneamente la costituisce e la apre al mondo e al futuro.

Noi vogliamo però non solo capire la Chiesa, ma viverla, essendo non semplicemente dei suoi spettatori, ma dei suoi attori, per cui interrogarci sulla dimensione missionaria della Chiesa significa interrogarci sul nostro compito missionario, sulla sua realizzazione quotidiana che andiamo vivendo.

In questo caso non è tanto una Chiesa in astratto che diventa per noi interrogativo, ma quella concreta, storica, nella quale viviamo, anzi quella “locale” in cui noi operiamo e attraverso la quale noi comprendiamo quella universale, con essa operiamo in misteriosa osmosi.

Una Chiesa che, perché concreta, vive nel mondo di oggi fatto dai mezzi di comunicazione più piccolo, e perciò più vicino a ciascun uomo nelle sue pene, nelle sue gioie, nelle sue attese, nel quale le responsabilità e i confronti con i popoli non cristiani si è fatto più urgente, più immediato. Un mondo in rapida evoluzione ideologicamente pluralistico, nel quale il problema della distinzione tra cristiani e non cristiani, dell’annuncio del Vangelo, si pone all’interno delle stesse comunità ufficialmente cattoliche; anzi al nostro stesso interno personale.

In un mondo così vario, in rapida evoluzione, dentro una storia di attese, di ritardi, di vari tipi di testimonianza, l’azione missionaria della Chiesa locale, intesa come annuncio di Cristo agli uomini di oggi, si presenta spesso come problema grave e appassionante, non materia semplicemente di un docente, ma nel contributo di tutti, sia per la sua comprensione come per la sua realizzazione.

Sono state autorevole e drammatica denuncia di questa difficoltà anche le parole che Paolo VI ha rivolto nel Natale del 1968 agli operai di Taranto: “Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà di farci capire da voi. O noi forse non vi comprendiamo abbastanza?

Sta il fatto che il discorso per noi è assai difficile. Ci sembra che fra voi e noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo”.

 

 

2. Prospettive inadeguate o erronee della dimensione missionaria della Chiesa

Per capire un problema di vita non dobbiamo però solo tener presente come noi ci presentiamo di fronte ad esso, con quale intenzione, con quale spirito noi lo interroghiamo, ma anche come noi siamo stati educati a vederlo; o per lo meno quali idee sono circolate in proposito nel nostro ambiente.

Faccio accenno solo ad alcune:

- la concezione della missione della Chiesa in forma spaziale, così da circoscriverla a regioni lontane nelle quali non è stato ancora predicato il Vangelo;

- la concezione della missione della Chiesa come puro fatto “elettivo” da parte di alcuni credenti, di quelli che volevano;

- la concezione della missione della Chiesa come dovere della Chiesa universale, o del papa, e non della Chiesa locale;

- infine una concezione della missione della Chiesa che cesserebbe dopo il primo annuncio del Vangelo, così che le comunità già cristianizzate almeno ufficialmente non risultavano più terra di .missione, dove cioè l’annuncio del Vangelo va rinnovato non solo per i credenti ma anche per i non credenti che vivono accanto a quelli.

Oggi questo problema, in una certa riflessione della teologia attuale, si è come rovesciato, in quanto ci si è fatto il problema di come Dio opera la salvezza nella storia, e perciò come può essere presente la fede nei così detti “non credenti”, e magari assopita nei “credenti” (problema del “cristianesimo anonimo”).

Ma un atteggiamento, più che un insegnamento, ancor più radicale sul nostro tema dobbiamo tener presente: il modo d’intendere i rapporti della Chiesa con il mondo.

Questi erano più intonati all’opposizione che al loro incontro, alla diffidenza che alla simpatia. La concezione poi della Chiesa, più come società perfetta che come “sacramento” di Cristo, mostrava questa più accanto al mondo, che aperta alla sua salvezza. Concezione che ebbe le sue conseguenze anche nel modo d’impostare la evangelizzazione, la quale spesso portò con sé, per esempio, un tentativo di “occidentalizzazione” insieme all’annuncio della buona novella.

 

 

3. Aspetti fondamentali della ‘missionarietà’ della Chiesa locale

Ora per comprendere la “missionarietà” della Chiesa cerchiamo di rifarci alle sue stesse sorgenti.

Troppe volte ragioni di praticità, d’immediatezza, hanno portato la riflessione dei credenti fuori strada, per cui certe vie all’apparenza più brevi sono risultate molto più lunghe, se non addirittura fuorvianti.

La Chiesa nel suo momento radicale è costituita dalla missione del Figlio da parte del Padre e di quella dello Spirito Santo, così che nella sua essenza permanente è “comunione” del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con gli uomini e di questi tra di loro.

Una “comunione” aperta ad ogni uomo (nel dialogo con Nicodemo Cristo dichiara che è venuto per la salvezza del mondo).

Una “comunione” personale e incarnata, dove perciò le persone valgono per stesse, sono fine; dove l’incontro, la conoscenza reciproca sono fondamentali; dove ha incidenza e rilievo ciò che s’incarna; una incarnazione che è “assunzione”, non distruzione, non sostituzione. Scrive il Vaticano II: “La Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutta la dovizia di capacità e consuetudine dei popoli, in quanto sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida, le eleva” (Lumen Gentium, 13).

Una “comunione” che tende verso una sua pienezza, in sviluppo, continuamente rifatta dall’azione di Dio, e mai quaggiù definitivamente compiuta.

La Chiesa però non è solo “comunione” di Dio con gli uomini e di questi tra di loro, ma anche “sacramento” di tale comunione, nella misura in cui l’azione di Dio s’incarna, e come tale è gesto e linguaggio che devono modellarsi dinamicamente sulla realtà che manifestano e partecipano, e insieme sulla realtà alla quale si rivolgono per assumerla in un misterioso prolungamento dell’incarnazione nella sua apertura universale.

Così la “missionarietà” trinitaria costituisce la Chiesa, facendo questa a sua volta missionaria, cioè segno efficace della missione del Figlio e dello Spirito Santo per la perfetta comunione con il Padre di tutti gli uomini della terra.

Ma dove si fa questa “comunione” tra Dio e l’uomo, dove questo incontro si fa a sua volta “sacramento”? Dove il Padre, il Figlio e lo Spirito agiscono, ivi si fa la Chiesa come “comunione, la Chiesa come “sacramento”, e perciò missionaria; dove il Padre mediante la sua parola chiama i suoi figli e s’intrattiene con essi; dove lo Spirito Santo muove i cuori e li apre alla comprensione della Parola del Padre; dove Cristo si fa presente, specialmente nella celebrazione eucaristica; dove gli uomini incarnano nella loro vita la parola di Dio ascoltata, la mozione dello Spirito Santo accolta nei loro cuori.

E tutto ciò avviene nel cuore della Chiesa locale, nel momento stesso in cui essa si anima e si rinnova.

Insegna il Concilio: “Questa Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime comunità locali di fedeli, le quali, in quanto aderenti ai loro pastori, sono anche esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento.

Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio con la virtù dello Spirito Santo e con grande abbondanza di doni. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra la cena del Signore (…) In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. (Lumen Gentium, 26).

La “missionarietà” nasce dunque dal cuore stesso della Chiesa locale, pur tendendo, per natura sua, ad entrare in comunione con la missionarietà della Chiesa universale, ad integrarsi in essa.

Ma la “missionarietà” della Chiesa, immanente alla sua vita, alla verità che essa proclama, al suo essere da Dio, si realizza nella misura in cui l’azione di Dio s’incarna, e perciò nella misura in cui la Chiesa è “sacramento” di comunione di Dio con gli uomini e di questi tra di loro, e quindi più vive e prende risalto dove ci si vede, ci si incontra, ci si conosce, dove c’è un comune linguaggio e una comune tradizione, dove ci sono uguali aspirazioni; è cioè nella Chiesa locale che i cristiani più tangibilmente possono divenire segno intelligibile ed efficace della chiamata salvifica di Dio.

Qui la Chiesa si può fare più visibile e credibile, le sue parole più si integrano con i suoi gesti, ed ha la massima possibilità di dialogo Qui la Chiesa corre meno il rischio di fermarsi a forme e modi inautentici, sorpassati, che la possono oscurare, poiché più facilmente può mantenere il contatto diretto con le situazioni e con le reazioni degli uomini. Ed è ancora nella Chiesa locale dove le persone possono meglio dominare le strutture. Qui la Chiesa più tangibilmente può realizzare e manifestare la comunione tra 1e persone, primo segno di credibilità della Chiesa, e perciò prima via del suo annuncio evangelico. Qui più facilmente possono essere accolti tutti i carismi, anche i più umili, ed essere messi in servizio degli altri uomini e della Chiesa universale.

Dalla Chiesa locale, o meglio, dall’azione di Dio nella Chiesa locale, nasce la dinamicità missionaria del cristianesimo. Questa si espande e si integra nelle altre chiese locali in quella universale, si apre ad ogni uomo, tanto che questa apertura è uno dei segni della vitalità spirituale di una comunità credente, e a sua volta rifluisce su di essa quale spinta di crescita cristiana.

Nel cristianesimo, come del resto in tutti i valori dello spirito, il dare è sempre una fondamentale condizione di crescita.

 

 

4. Spirito e metodo nell’espressione missionaria della Chiesa locale

L’azione missionaria della Chiesa è dunque da Dio, e per questo si commisura al suo stile, ai suoi metodi, all’ampiezza della sua chiamata alla salvezza, ai suoi tempi, alle sue scelte; essa dipende da Lui, trascende perciò i nostri progetti, i nostri mezzi, le nostre verifiche; va umilmente invocata come un dono.

L’azione missionaria della Chiesa è però anche compiuta da uomini per gli uomini posti in un luogo e in un tempo ben determinati, con delle costanti e delle varianti nelle sue attese, nelle sue espressioni di vita. Per questo essa è continuamente da reinventare e insieme è tradizionale; è soggetta all’usura de1 tempo; ha un’ispirazione fissa che va continuamente reincarnata, si nutre del contributo di tutti; spesso è fedele solo se si rinnova.

La Chiesa locale è principio e termine di questo confronto dell’azione di Dio nell’azione dell’uomo; di questo rinnovamento (vedi per es. il Concilio Ecumenico come eco della vita delle diverse Chiese locali, e insieme loro centro propulsore); della ricerca del linguaggio per il dialogo salvifico.

Qui vanno letti i segni dei tempi, che si esprimono sia nelle proposte come nelle attese degli uomini; anche i segni più umili che si possono manifestare pure nelle piccole comunità.

Oggi, penso che, tra i segni dei tempi misteriosamente sollecitati dallo Spirito entro la storia degli uomini, ci siano il desiderio di “autenticità”, di “libertà” e di “comunità”, emergenti da altrettante contraffazioni di questi tre segni stessi.

Noi però non dobbiamo semplicemente conoscere la storia, rivestircene, ma saperla leggere nell’intenzionalità dello Spirito, assumerla nella Sua potenza. E qui sta il rischio missionario che possiamo facilmente correre nelle nostre parrocchie, nelle nostre diocesi: rifiutare d’incarnarci (non tradurre, non farci intelligibili), o tradurci fino a perderci come credenti.

Bisogna che conduciamo a fondo, insieme, l’esperienza di Dio e l’esperienza dell’uomo. Il papa, nel suo discorso all’O.N.U., presentò la Chiesa cattolica come “esperta di umanità”.

È nella comunione reciproca che ci integriamo nei doni che Iddio ci ha offerto; ed è sempre nella comunione reciproca che possiamo aver occhi sufficienti per capire i tempi, per aprirci tempestivamente verso il futuro.

È adempiendo ciò che predichiamo, che facciamo più comprensibile la nostra parola anche ai più lontani. I fatti sono il primo linguaggio della vita, aperto all’intellezione di ogni uomo.

Ed è ancora adempiendo ciò che annunciamo che noi evangelizziamo noi stessi, e facciamo credibile il Vangelo agli uomini che ci vivono accanto (il Vangelo è come uno spartito musicale...).

L’azione missionaria non è per un’istruzione, ma per un incontro personale; per questo essa si svela anzitutto nella vita dei cristiani prima che nelle loro parole; una vita che manifesti oggi il loro incontro con Dio e con gli uomini. Proprio in questo tempo di crisi del linguaggio, è importante ricordare questa condizione fondamentale dell’annuncio cristiano e della sua comprensione: l’esperienza delle realtà annunciate, l’esperienza di Dio. È quella che costa di più, ma è anche quella che viene prima di ogni tentativo di riforma dei modi e delle tecniche dell’azione missionaria.

Ce 1o testimonia lo stesso san Giovanni quando scrive: “Quel che era fin da principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato della Parola della vita... quel che abbiamo visto e udito, lo annunziamo anche a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi. Ma la nostra comunione è col Padre, e col suo Figlio, Gesù Cristo. E noi vi scriviamo queste cose) affinché il nostro gaudio sia perfetto” (1Giov. 1,1-4).

È su questo paradigma, mi pare, che dobbiamo rivedere, confrontare, cercare di capire la dimensione missionaria delle nostre Chiese locali.

Alla fine scopriamo che l’antica testimonianza di Giovanni non è poi così lontana dai problemi e dalle istanze di oggi.