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DOSSETTI: INTERPRETE DI SPERANZA

         

Introduzione di

GIOVANNI VOLTA

Ostiglia, sabato e domenica 24-25 febbraio 2007

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Il parroco, don Bruno Ghiroldi, mi ha invitato ad introdurre il Convegno sul tema: “Dossetti: interprete di speranza”. Cercherò per questo di formulare più delle ipotesi interpretative che delle soluzioni adeguate intorno al tema proposto, richiamandomi alle intenzioni di un tale incontro di studio, ad alcuni significativi interventi di don Giuseppe Dossetti nell’arco della sua vita e anche alla conoscenza diretta che ebbi di lui. L’incontro con una persona è molto importante per la comprensione della sua vita e dei suoi scritti.

   Proiettati tanto rapidamente verso il futuro da riuscire con grande fatica a decifrarlo, si è voluto con questo Convegno “ricordare”. Ricordare un pensiero, una vita, una persona e con essi una stagione della nostra storia politica ed ecclesiale. Ma non è un paradosso voler disporsi al futuro, diagnosticarlo, rivolgendo il nostro sguardo al passato? Sappiamo bene però che chi non si fa scolaro, difficilmente diventa maestro. Lo prova l’esperienza di ogni uomo.

Nel nostro caso non si tratta semplicemente di rispondere ad una curiosità o di fare della cronaca, ma di ricordare e comprendere la testimonianza concreta di un uomo che si cimentò in due campi tanto impegnativi: quello della politica e quello della vita ecclesiale, unendo costantemente in tutte le fasi della sua vita la dedizione a Dio e quella all’uomo.

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Importanza di maestri che siano anche testimoni.

Sento dire tante volte: mancano oggi i maestri del ben pensare, del buon operare. Il Papa Paolo VI, parlando della evangelizzazione nel mondo contemporaneo, aveva sottolineato l’importanza nel nostro tempo dei testimoni, prima ancora che dei maestri.  Ora io mi chiedo: è vero che non ci sono più maestri e testimoni, oppure accade che noi non li sappiamo vedere? Questo Convegno vuol essere un esempio di come anche a livello parrocchiale vanno riscoperti i testimoni e i maestri presenti nel nostro tempo.

Si è poi voluto mettere nel titolo del Convegno la parola “speranza”. Quest’anno essa è stata ripetuta in mille modi. Non vorrei che dilatandosi a tutto finisca con il perdere la propria consistenza e specificità che sta nel poter guardare al futuro con fiducia avendo luce per saperlo vedere con verità e forze adeguate per affrontarlo.

Ma di quale luce e di quali forze si tratta?

   C’è chi punta sul lavoro, sulla industrializzazione. Un fattore molto importante nella nostra vita, non però sufficiente. Basta guardare alle insufficienze nella vita di molte nazioni industrializzate.

   C’è chi punta sulla scienza e la tecnologia, queste meravigliose forze che ci permettono di scrutare sempre più profondamente la natura e darci i mezzi per trasformarla a servizio dell’uomo. Ma anche queste forze non risultano sufficienti. La scienza e la tecnica non sono una strada unidirezionale. Esse possono venire usate contro l’uomo, come ci mostrano tanti fatti che la cronaca di ogni giorno ci riporta.

C’è chi punta sulla comunicazione. Un grande mezzo che permette all’uomo d’incontrare gli altri uomini e di crescere con loro, di condividere con essi le proprie ricchezze. Ma è sufficiente comunicare senza la cura di ciò che si comunica e del modo con cui lo si compie? L’uso dei mezzi di comunicazione potrebbe equivalere ad usarli per dominare sugli altri e non contribuire alla loro libertà, alla loro intelligenza, alla loro autentica felicità.

L’industria, la scienza, la tecnologia, i mezzi di comunicazione sociale sono usati dall’uomo. L’uomo per questo rimane il protagonista. Da lui occorre perciò sempre ricominciare. Di qui la ricerca di maestri e di testimoni che hanno saputo guardare lontano, senza lasciarsi incantare dal fascino dell’immediatezza; che hanno esplorato le istanze più profonde dell’uomo, così da rispondere ad esse in modo adeguato e non secondo un sua immagine fittizia che ci possiamo creare. Accanto ai maestri della scienza e dell’industria abbiamo dunque un particolare bisogno di maestri della vita.

Quando parlo di maestri e di testimoni non intendo certo che essi siano a “fondamento” della società e perciò sottratti ad un eventuale giudizio critico. Ciò negherebbe il loro stesso titolo, perché essi non sono sostituti della verità, ma servi di essa, e validi in quanto ce la mostrano, la vivono, e non in quanto la presumono, o addirittura pensano di poterla sostituire.

Don Dossetti era profondamente convinto di tutto questo così da mettere in gioco la propria vita non per raggiungere posti di rilievo nella società e nella Chiesa, ma per essere “vero” in tutto ciò che andava scoprendo nella sua esistenza, così che passò da giovane studioso, estraneo alla politica, a presidente del Comitato di Liberazione provinciale di Reggio Emilia, a costituente, a vice-segretario della Democrazia cristiana, a prete, ad attivo esperto con il cardinale Lercaro nei lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, a monaco, sempre in cerca della verità della sua vita, di ciò che Dio gli chiedeva, la sua vocazione, che variamente l’ha sollecitato nel suo cammino nel tempo.

Nel suo discorso tenuto a Bologna il 22 febbraio 1986 in occasione della consegna dell’Archiginnasio d’oro da parte del sindaco Renzo Imbeni, così Dossetti ha parlato delle scelte della sua vita, anzi della vita di ogni uomo Ricordando un episodio riportato da Martin Buber nel suo libro “Racconti di Chassidim”, ha affermato: “Ognuno deve guardare attentamente su quale via lo spinge il suo cuore, e poi quella scegliere con tutte le sue forze…escludo ogni pretesa che la via da me seguita…sia l’unica forma di servizio divino e di interpretazione del cristianesimo. Anzi, mi piace proporla solo come una delle tante possibili…mi sembra precluso…il concepire la vita come una raccolta di esperienza…A un certo punto bisogna porre fine alle esperienze, scegliere e sposarsi, con una decisione forte e definitiva”[1].

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L’ambito politico e quello ecclesiale

In questa “memoria” di don Dossetti gli organizzatori del Convegno hanno voluto privilegiare due ambiti: quello politico e quello ecclesiale. Sì, perché egli, come ho accennato, in due tempi successivi s’impegnò a fondo nella politica, partecipando alla Costituente e alle lotte politiche del suo tempo con ruoli di rilievo, e poi operò con intelligenza e creatività nella Chiesa nella diocesi di Bologna, nei lavori del Concilio Vaticano II, con la fondazione della Famiglia dell’Annunziata.

Due interessi espressi emblematicamente due anni prima di morire con due appassionati interventi: l’uno in difesa della Costituzione italiana, ricordando l’amico Lazzati, con il suggestivo titolo tratto dal profeta Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?” (18 maggio 1994)[2], e l’altro sul Concilio Ecumenico Vaticano II a Oliveto di Monteveglio (28-10-1994) e a prolusione per l’anno accademico della Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia, la sua città (29-10-1994)[3].

Devo però subito aggiungere che mi ha colpito un’affermazione di don Dossetti, che pare negare un suo impegno fondamentale: quello politico. Intervistato con Lazzati da Pietro Scoppola e da Leopoldo Elia, il 19 novembre 1984, a Milano, in casa del fratello di Lazzati, Gaetano[4], egli negò il suo interesse per la politica.

Scoppola gli aveva rivolto questa domanda: “Lei parla più volentieri degli aspetti religiosi che degli aspetti più culturali e politici della sua formazione…però anche gli aspetti culturali e politici nella sua vita hanno avuto un peso”[5]. Risposta secca di don Dossetti: “Sono stati episodi senza radici”[6].

E più avanti, ad una sollecitazione di Leopoldo Elia, con ancor più chiarezza ha ribadito: “io in fondo non sono mai stato un politico…”[7] . Aggiungendo: Vi assicuro, i miei interessi sono solo religiosi”[8]. Eppure si batté per vari anni in politica. Ma lasciamo la risposta a questo interrogativo ai relatori di questa mattina.

A conferma della costante ottica religiosa con cui Dossetti guardava i vari problemi vorrei ricordare l’introduzione che egli ha scritto (42 pagine di testo e con ben 10 pagine di note) al libro di Luciano Gherardi [9] : pare una pagina biblica dal come la storia viene vista alla luce della Parola di Dio.

Non deve però trarre in inganno l’espressione: “ottica religiosa”. Solitamente essa viene intesa come un vedere “riduttivo”; per Dossetti invece essa era un vedere più “profondo”, più “comprensivo”.

Basta osservare in quale quadro storico e culturale egli ha valutato per esempio la strage di Monte Sole o la crisi della nostra società, parlando della messa in rischio della Costituzione, e anche le amicizie che egli coltivò nella sua vita, fin dalla sua infanzia nel paese natale di Cavriago, dove, egli ha scritto, imparò da sua madre la religione e dai compagni (che ritrovò poi nella lotta di liberazione) la convivenza con chi non condivideva la sua fede.

La stessa scelta di vita monastica, se per un verso comportava un distacco dal mondo, per un altro, scrive Dossetti, ben lungi dall’essere una fuga per stare al riparo dagli altri, l’ha messo in comunione con tutta la storia:

“La vita monastica – proprio perché distaccata da ogni ‘curiosità’ verso il transeunte, verso la ‘cronaca’, verso gli ‘avvenimenti quotidiani’- è per eccellenza sempre comunione non solo con l’Eterno, ma con tutta la storia, quella vera, non curiosa, non frantumata nella pura quotidianità, non cronachistica, la storia della salvezza: di tutti gli uomini e soprattutto la storia degli umili, dei poveri, dei piccoli, di coloro che non hanno ‘creatività’ o sono impediti dall’esplicarla (e sono certo la maggior parte degli uomini) che sono dei ‘senza storia’…che sono al di là di ogni qualifica (come i morti di Monte Sole)”[10].

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I miei incontri don Dossetti

Di don Dossetti, oltre a vari suoi scritti, ho vivo nella memoria in particolare tre incontri con lui: durante il Concilio, nel 1964, quando lo invitai a Mantova a presentare la costituzione conciliare “Lumen Gentium”; quando mons. Poma fece il suo ingresso nella Diocesi di Bologna e don Dossetti gli presentò la spiritualità della Diocesi di Bologna e quando venne in Cattolica a Milano per la morte dell’amico Lazzati.

Tre momenti significativi perché nel primo disse come il Concilio Vaticano II aveva pensato ed espresso la Chiesa nel nostro tempo. Ricordo ancora la sua insistenza nel sottolineare la dimensione religiosa della Chiesa, ciò che le è proprio. In quella occasione aveva davanti a sé un suo antico collega d’insegnamento all’Università di Modena, l’ebreo professor Coen, e perciò insistette su ciò che secondo lui un cristiano e anche un non cristiano dovevano aspettarsi dai pronunciamenti del Concilio: una presentazione della Chiesa per ciò che è nella sua natura profonda e non nei suoi eventuali risvolti mondani.

Nel secondo incontro, avvenuto sui confini della sua diocesi, diede un saggio di lettura della spiritualità di una chiesa particolare, quella bolognese, per presentare al nuovo vescovo il “proprium” di quella comunità cristiana e non primariamente i suoi contorni culturali, sociologici e giuridici.

Nel terzo caso, davanti alla bara dell’amico Lazzati, riconobbe il primato della Parola di Dio rispetto ai sentimenti di affetto (iniziò l’omelia dicendo: se l’amico Giuseppe potesse parlare, mi direbbe tu fa il tuo “mestiere”), per cui non parlò di lui, ma commentò solo il testo della lettera di san Giacomo, che presentava la Liturgia del giorno, quello che parla della sapienza che viene dall’alto (cf. Gc.3,17) e quella invece che viene dalla terra (cf. Gc.3,15). E’ vero, in quell’occasione commentò solo il testo biblico, perché ministro della Parola in quel momento, ma era evidente che mentre parlava della sapienza che viene dall’alto, definita dall’apostolo Giacomo pacifica, benevola, docile, ricolma di misericordia e di buoni frutti, egli pensava alla vita del suo amico Giuseppe. Un’amicizia che si era andata intensificando nel tempo, pur con incontri non frequenti[11], tanto che lo volle vicino nel giorno del conferimento dell’Archiginnasio d’oro da parte del sindaco di Bologna, e che varrebbe la pena approfondire per meglio comprendere la strada della vita e del pensiero dell’uno e dell’altro.

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Impegno politico e impegno ecclesiale: quale comunicazione tra loro?

Una espressione ricorrente nelle conversazioni e negli scritti dell’amico Lazzati era: “Unità dei distinti”, quando per esempio si trattava dell’impegno politico e di quello ecclesiale. Non ho trovato questa formula negli scritti di Dossetti, mi pare però che essa ugualmente stia sullo sfondo del suo pensiero quando parla della vita cristiana e dell’impegno del cristiano in politica. Una provocazione che vorrei presentare ai relatori del nostro Convegno.

   Per questo tipo di problematica, che riguarda il tema del Convegno, mi richiamerò a un discorso che Dossetti tenne nel 1995 all’Università di Venezia su “La libertà del cristiano nel Nuovo Testamento e in alcuni autori della tradizione orientale”, l’ultimo che fece in pubblico, due mesi prima della infermità che lo portò alla morte[12] e alla prefazione che scrisse nel 1992 ad una raccolta di scritti di un altro suo grande amico, Giorgio La Pira[13]

Nel primo caso Dossetti esamina il concetto di libertà nel mondo Greco per concludere, anche sulla scorta del professore Giovanni Reale, specialista della filosofia greca, che: “L’uomo occidentale capirà che cosa siano la volontà e il libero arbitrio solo attraverso il cristianesimo”[14].

Ma la libertà sta al cuore dell’impegno politico, e il cristianesimo ci aiuta a scoprirne le radici più profonde, anche se questo apporto non è sufficiente per realizzare un progetto politico che esige di essere “perseguito praticamente in modo totalmente distinto dalla comunità di fede…abbia una validità storica…e sia interpretato non solo con scienza (cioè con intelligenza), ma anche con sapienza (cioè con l’intuizione…e nasca da un senso di giustizia disinteressata e soprattutto di carità genuina verso i compartecipi sociali”[15].

Detto questo, Dossetti trae una conseguenza molto severa: “Se non fosse così, i gruppi cristiani dovrebbero piuttosto astenersi da un proprio progetto e riconoscere di non avere nessun titolo che li abiliti più degli altri a costruire dottrine o a tentare di realizzare un qualunque progetto sociale”[16].

A questo punto si potrebbe pensare che le esigenze sono così complesse e ardue che nessuno in pratica potrebbe realizzarle. E invece no, Dossetti le indica realizzate nelle parole e nel comportamento politico di un altro suo grande amico, Giorgio La Pira. Di lui egli riporta queste parole, condividendole:

“Il mondo moderno è un mondo in crisi e cerca un principio di unificazione e di gerarchia dei suoi valori, un ordine che non può negare le sue lontane origini cristiane, ma che certamente si è distaccato da queste origini e che ha tentato strade nuove e orientazioni nuove”[17]. Ma perché ciò avvenga è necessario che i cristiani, scrive Dossetti, citando La Pira, “conoscano profondamente e profondamente vivano il loro cristianesimo interiore”[18]

Per non essere però frainteso da una lettura frettolosa di queste pagine, Dossetti si affretta a precisare: “Da molte altre pagine di La Pira risulta inequivocabilmente come tutta questa sua speranza di un raccostamento del mondo moderno al cristianesimo fosse in lui tutt’altra cosa di quel presenzialismo efficientistico di molti sedicenti cristiani e anche di qualche gerarca, che incita alla presenza nel sociale, senza valutare seriamente se ci siano le condizioni previe di un coerente ‘cristianesimo interiore’; e quindi si rende corresponsabile di una presenza che è solo di ‘spettacolo’ o addirittura ‘da scandalo’ e che finisce per realizzare una enorme evasione cristiana all’interno stesso della Chiesa”[19].

Si tratta, commenta sempre Dossetti, di stabilire una storiografia del profondo e non di una visione superficiale della storia. E cita ad avvallo le seguenti parole di La Pira: “Alla superficie le acque ci appaiono agitate, ci suggeriscono l’immagine del caos, di un divenire caotico, in balia di forze incontrollabili, ma nel profondo vi sono potenti e misteriose correnti che governano il moto delle acque…Il politico che tiene gli occhi fissi solo alla superficie non vede che cosa avviene nel profondo, non vede o trova irragionevole quello che ha affermato Paolo VI nel suo ultimo discorso sulla pace: come cioè l’utopia sia destinata a divenire storia e come la storia, alla fine, debba arrendersi all’utopia”[20].

Conclude per questo Dossetti con il definire La Pira non semplicemente un cristiano, ma un “cittadino della città terrestre: a tutti i titoli, fino a essere, a pieno diritto, cittadino del mondo”[21].

Implicitamente egli pensava che anche lui, monaco, non era per questo forestiero alla città dell’uomo.

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Vi è un centro in questa lunga storia personale e nell’espressione del suo pensiero?

Dopo una rapida rivisitazione delle tappe fondamentali della vita di Giuseppe Dossetti, suor Agnese Magistretti, riandando all’ultimo intervento pubblico di don Giuseppe, già citato: “La libertà del cristiano nel Nuovo Testamento…”, così ha indicato il punto di partenza da cui tutto prende sviluppo nella vita e nella riflessione di Dossetti: “Tutta l’antropologia del Evangelo e del Nuovo Testamento può essere considerata in due termini: libertà e amore. Si potrebbe anche dire che al cristiano viene data (anzi ridata) la libertà di amare”[22].

Oserei dire che tutta l’esistenza don Dossetti, che pure attraversò tante tappe diverse sia nel campo politico che in quello ecclesiale, andò sempre più verso questa concentrazione vista non come somma, ma come matrice di ogni momento e manifestazione della sua vita.

Commenta sempre suor Agnese: “Don Giuseppe si mette di fronte a quella ricerca della libertà che in qualche modo sottende tutte le realtà del nostro mondo e della nostra storia, per sondare fino nel profondo la sua realtà autentica”[23].

Ascoltiamo però ora le analisi più approfondite di queste ipotesi interpretative. Io mi sono proposto di offrire a voi e ai relatori solo una sollecitazione per delle risposte e per degli approfondimenti.


[1] Giuseppe Dossetti “La parola e il silenzio” ed. il Mulino, Bologna 1997 p.35., che in seguito citerò con la sigla PeS.

[2] PeS. pp.299-311.

[3] PeS. pp. 327-348.

[4] “A colloquio con Dossetti e Lazzati” intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola ed. il Mulino, Bologna 2003.

[5] Ivi p.38.

[6] Ivi.

[7] Ivi p.52

[8] Ivi.

[9] L. Gherardi “Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno 1898-1944” ed. il Mulino, Bologna 1986.

[10] PeS. p.40 (dal “Discorso dell’Archiginnasio”).

[11] Cf. Vincenza Sesti “L’amicizia con Dossetti. Uniti nella diversità” in “Orientamenti” nn.5-6, 2001, pp.27-34 (numero monografico dedicato a Giuseppe Lazzati.

[12] Cf. PeS. pp.349-373.

[13] Giorgio La Pira “Il fondamento e il progetto di ogni speranza” ed. AVE, Roma 1992 pp.VII-XXXIII.

[14] PeS. p.352.

[15] Ivi pp.155-156.

[16] Ivi p.156.

[17] Giorgio La Pira “Il fondamento…” cit. pp.XV-XVI.

[18] Ivi p XVI..

[19] Ivi.

[20] Ivi p.XVIII.

[21] Ivi p.XXII.

[22] PeS. p27.

[23] PeS. p.27.