Giovanni Volta

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MONSIGNOR ANTONIO POMA A MANTOVA

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l'incontro di due

stagioni ecclesiali

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Seminario di Pavia

30-XI-2010

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È tanto difficile fotografare una persona in corsa. Se poi si vuole descriverla in un tratto del suo cammino, della sua corsa nella vita, ciò risulta ancor più arduo.

Con questa chiara coscienza vi parlerò del Vescovo Poma a Mantova e in rapporto al Concilio Vaticano II, un avvenimento che incise profondamente nella vita della Chiesa e perciò in quella dei laici, dei sacerdoti e dei religiosi e in particolare dei vescovi.

Ve ne parlerò dal ristretto osservatorio della mia vita e solo con alcuni spezzoni.

Quando egli venne a Mantova io facevo l’ultimo anno di Seminario; quando andò a Bologna io ero ancora in Seminario insegnante di teologia e Assistente dell’Azione Cattolica della Diocesi. In tutti questi anni ebbi con Lui diversi rapporti e forme di collaborazione: dalla missione a studiare a Roma, all’insegnamento di filosofia e teologia in Seminario, di religione al ginnasio-liceo Virgilio, all’assistenza spirituale degli studenti, della FUCI, dell’Azione Cattolica.

All’inizio egli, giovane vescovo (era stato appena ordinato e aveva solo quarantun anni), si trovò a dover collaborare con l’anziano vescovo monsignor Domenico Menna dalla fine del 1951 al 1954, anno in cui divenne suo successore come vescovo ordinario. E’ importante questa precisazione per comprendere sia il suo impatto con la Diocesi di Mantova, sia il lavoro Pastorale che ne seguì.

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1. L’incontro di due vescovi e di due stagioni ecclesiali

Monsignor Poma veniva da una esperienza di studio e di insegnamento della teologia, di direzione del Seminario, di attività nella pastorale tra gli intellettuali in Diocesi e fuori diocesi, dalla vicinanza come segretario ad un vescovo, monsignor Giovanni Battista Girardi, che segnò fortemente la sua prima esperienza sacerdotale; ed era ancora giovane quando fu ordinato vescovo. Per queste condizioni si presentò più aperto al futuro che al passato; desideroso più di rinnovare che semplicemente conservare, pur sempre nella fedeltà alle tradizioni fondamentali della Chiesa locale.

A Mantova s’incontrò con un vescovo anziano, un tempo vicario generale della diocesi di Brescia e docente di diritto canonico, che da ventidue anni era vescovo della Diocesi mantovana, e che perciò aveva maturato una lunga esperienza pastorale nella assidua cura alla catechesi dei bambini e degli adulti, all’osservanza del precetto festivo, e soprattutto al Seminario, fino a disporre una sua proprietà in collina, Camandoli, per il Seminario minore; attento all’amministrazione ordinata delle parrocchie.

Nonostante tale sua cura, Menna si trovò in quegli anni ad affrontare alcune situazioni difficili. Persona riservata e per questo alle volte un po’ distaccata dal clero, aveva però gesti che ancor oggi possono sorprendere. Egli, per esempio, ospitava in episcopio insieme al segretario altri sacerdoti; con essi condivideva anche la mensa. I seminaristi dell’ultimo anno di teologia a turno andavano in Episcopio a servirgli la Messa e con lui facevano colazione. Qualcuno l’accusava di essere simpatizzante del Fascismo, eppure egli manteneva buoni rapporti con alcuni ben noti antifascisti, come don Primo Mazzolari, che aiutò attivamente quando questi fu arrestato a Mantova. Egli era uomo d’ordine: chi aveva il potere, pensava, doveva anche governare, ciascuno nel proprio ambito: chi nella Chiesa, chi nel mondo politico.

Si esprimeva tante volte con una sottile ironia, come quando lesse, ricordo, a noi seminaristi una lettera della Congregazione pontificia per i Seminari che raccomandava di trattenere i chierici il più possibile lontani dalle loro famiglie. In quell’occasione commentò sottovoce, parlando a se stesso, ma in modo che potessimo udirlo: “Però, quelli che oggi comandano nella Chiesa (e pensava a Papa Pacelli, all’amico monsignor Montini e anche a se stesso) ne hanno fatto ben poco del Seminario”.

La venuta di monsignor Poma a Mantova mise a confronto non solo due stili di vita, due esperienze di Chiesa, due personalità diverse, ma pose anche all’uno e all’altro - pur con prospettive diverse - il comune fardello di alcune situazioni pastorali sofferenti che dovevano essere risolte, e l’onere imposto dall’esterno di una soluzione da attuarsi con un cambiamento di persone.

Per monsignor Poma si trattava di interventi che potevano attribuirgli l’immagine di un “censore” e la conseguente difficoltà di rapportarsi da amico con il proprio predecessore. Per monsignor Menna, dopo tanti anni di lavoro pastorale, quella imposizione appariva un giudizio negativo sul suo operato, sul suo episcopato.

Al riguardo mi sono parse un esempio di autentica e profonda amicizia sacerdotale le lettere che in quel tempo il Sostituto della Segretaria di Stato - poi arcivescovo di Milano - Giovanni Battista Montini scrisse a monsignor Menna, con il quale era in relazione fin dalla sua giovinezza.

Menna il 15 maggio del 1953 aveva scritto all’amico Montini: “Eccellenza cara … ho passato un inverno discreto e coll’aiuto di Dio sopporto e mi vado adattando alla nuova condizione che mi venne fatta o si crede sia stata fatta … Se non vi fossero le suore ci sarebbe da pensare dove e come finirò. Ma anche su questo punto mi abbandono alla divina Provvidenza” [1]

In seguito, avvicinandosi il momento del distacco definitivo di monsignor Menna dalla sua Diocesi, il Sostituto della Segreteria di Stato – diventato nel frattempo Pro-Segretario di Stato - volle incontrare personalmente il cardinal Piazza, prefetto della Congregazione dei Vescovi (allora detta Concistoriale) e poi il 26 luglio 1954 scrisse a Menna: “Eccellenza Reverendissima e Carissima … Penso che la deliberazione non sarà mutata…; ma ho ragione di credere che ne saranno ancora ponderati i motivi in senso più benigno all’Eccellenza Vostra, di modo che la conclusione sia vagliata con alto spirito di rettitudine, di rispetto alla Sua persona e alla Sua opera di servizio alla Chiesa.

Ciò può servire, se bisogno ci fosse, alla pace dell’anima: ma certo non toglie l’amarezza di questo supremo distacco. Dio chiede a Vostra Eccellenza, anche in questa occasione, e pur nelle condizioni di spirito e di salute che avrebbero fatto auspicare ben altro epilogo al suo ministero episcopale, un atto di magnanimità e di umiltà, che solo nelle virtù più intime e più solide del Suo spirito troverà coerente radice. Ma non sarà Dio solo a conoscerlo e ad ammirarlo, se pur Lui solo potrà degnamente premiarlo”.[2]

E il 10 settembre 1954, giorno del distacco: Eccellenza carissima e veneratissima! Questa sera sono informato del termine posto al suo governo diocesano e ne provo viva commozione pensando al suo dolore e alla sua esemplare rassegnazione”.[3]

Il 12 dicembre dello stesso anno, consacrato vescovo per Milano, Montini trova il tempo per scrivere a Monsignor Menna per esprimergli tutta la sua stima e il suo ringraziamento:“Eccellenza Reverendissima e Carissima … vedo lei che mi ha onorato della sua benevolenza e della sua amicizia e mi ha insegnato tante cose, non ultima quella di amare e soffrire nel servizio della santa Chiesa …” [4]

E poi lo andrà a trovare più volte nel suo romitaggio a Camaldoli, segno di una amicizia riconoscente e fedele con la delicatezza non di farsi ringraziare, ma di ringraziarlo per l’ accoglienza, per la compagnia riservatagli. Siamo al 2 agosto 1955: “Eccellenza Carissima e Veneratissima, sì, se Ella mi accoglie verrò a Camaldoli alcuni giorni dalla sera del 15 agosto a quello del 20. Mi arride il pensiero di una sosta accanto a Vostra eccellenza, per trovare nella sua bontà e nella sua esperienza un alimento spirituale, per rinnovare nel ricordo di anni e di persone lontane il conforto che allora ce ne venne, per ritrovare nel riposo dell’aria nativa qualche nuova energia al non facile cammino. Grazie di cuore. Una volta di più la Sua ospitalità sarà associata a momenti di pace e di ristoro interiore. Non c’è bisogno di nulla, in particolare, per me: un po’ di conversazione e molto silenzio mi bastano” [5]

In questa situazione monsignor Poma si trovò ad agire per affrontare alcuni casi dolorosi e urgenti e per mantenere rapporti fraterni con il suo predecessore tanto ferito per quel distacco. Operò per la formazione del clero, per il rinnovo strutturale del Seminario, per dare impulso all’Azione Cattolica; ebbe cura delle ACLI, della FUCI, dei Laureati Cattolici, della Pontificia Opera di Assistenza, della formazione all’impegno sociale dei giovani con la scuola sociale “Toniolo”.

Il dopo-guerra si era presentato ricco di stimoli, di domande, di progetti e anche di contrasti sociali.

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2. La personalità di Poma

Nessuno si muove come se non avesse un proprio temperamento, una propria storia, una personale cultura. Gli eventi ci condizionano e ci stimolano, ma noi a nostra volta li guardiamo e li affrontiamo e li viviamo con la nostra personalità e sensibilità.

Rileggendo nei giorni scorsi il discorso che il cardinal Poma tenne a Pavia nel 1980 per celebrare il centesimo anniversario della nascita di mons. Giovanni Battista Girardi, sono stato colpito da tre interrogativi che l’oratore si poneva sulla figura del vescovo del quale era stato per otto anni fedele e affezionato segretario. Mi è sembrato che si fosse messo davanti a Girardi come ad uno specchio. Si chiede: “Era più contemplativo che attivo? ... Era più intellettuale che pastorale? ... Era più equilibrato che emotivo, più riservato che espansivo?” [6]

Poma, a somiglianza del Vescovo che gli fu maestro, s’impegnò sempre a fondo in tutte le cose che doveva trattare. Gli riusciva difficile rilassarsi. Un giorno la sorella Mina, che ben lo conosceva, mostrandomi alcune sue fotografie mi disse: “vede, egli era sempre teso, anche nei giorni di festa”.

A me egli disse un giorno: “Io sono contento solo quando le feste sono finite” . Era a commento di una solenne funzione svolta in sant’Andrea (30 maggio 19659) per la celebrazione della prima Messa in lingua italiana alla quale aveva invitato il cardinal Giacomo Lercaro. Per questa ragione egli non lasciava mai nulla all’improvvisazione e anche negli altri esigeva la stessa diligenza.

L’ultimo anno che rimase a Mantova, dopo un delicato intervento chirurgico l’andai a trovare nel reparto di rianimazione dell’ospedale ed egli subito mi chiese: “hai spedito le note sulla riforma dei Seminari alla Segreteria della CEI?” (Egli era allora membro della Commissione dell’episcopato italiano per i Seminari e si stava lavorando per il progetto di una nuova ratio dei Seminari dopo le indicazioni del Concilio).

Un giorno salii da lui per fargli firmare la nomina dei presidenti dell’Azione Cattolica delle parrocchie: egli mi fece subito notare che i decreti non erano tutti scritti con cura. Io gli risposi allora: “Eccellenza, i problemi dell’Azione Cattolica sono ben altri che quelli di rispettare le righe dei moduli!”. Mi guardò e continuò a firmare.

Qualcuno si stupirà, ma Poma era capace anche di autoironia. Mi confidò, per esempio un giorno: “mi meraviglio che don Claudio abbia accettato di rimanere con me per tanti anni!”

Quando erano in gioco gli interessi della Chiesa egli diventava irremovibile. Ricordo una questione durata anni con l’amministrazione pubblica per un sopruso fatto da questa ad una parrocchia. Un atteggiamento che lo portava a momenti di severità anche con i preti, che non sempre comprendevano come ciò scaturisse dal suo amore alla Chiesa. Non gli era facile manifestare i suoi sentimenti più profondi.

Abituato allo studio, ci teneva alla progettualità nell’impostazione della pastorale. Ne darà un saggio significativo anche nelle proposte e nei riferimenti circa il Concilio Vaticano II.

Egli univa però ad essa anche spiccate attitudini organizzative fino al controllo dei dettagli. Vedi per esempio il suo diretto interessamento nella ristrutturazione dell’edilizia del Vescovado e ancor più del Seminario. Vedi il suo minuzioso controllo delle bozze della Rivista Diocesana e del latino degli schemi conciliari.

E quando c’erano incontri, giornate di studio, soggiorni dei sacerdoti sempre era presente. Nelle riunioni sia per problemi pastorali come per quelli economici non lasciava mai la presidenza.

Non era solo però intraprendente, ma sapeva anche accogliere proposte, iniziative. Voleva tuttavia essere sempre preavvertito.

Dominante era in lui il giudizio oggettivo sui fatti e sulle scelte da fare, sul bene comune della Diocesi. Questo atteggiamento non oscurava però in lui l’attenzione alle singole persone. Ricordo per esempio quando, in preoccupanti condizioni di salute, mentre veniva portato in sala operatoria vide un prete che aveva il proprio fratello gravemente ammalato, anche lui ricoverato in quell’ospedale; gli chiese: “come sta tuo fratello?” Furono le uniche parole pronunciate in quel momento grave della sua vita.

E quando si fermava in una parrocchia non si dimenticava mai di andare a salutare le inservienti e durante la visita pastorale di visitare gli ammalati. Era già a Bologna e scrisse una lunga lettera per il cinquantesimo di matrimonio dei sagristi della chiesa palatina di santa Barbara.

Dalla gente era molto stimato per la sua presenza, per la sua cortesia. Tra i preti c’era invece chi lo riteneva un po’ distaccato, esigente, mentre altri lo stimavano per la sua presenza attiva e per la sua attenzione ai vari settori della pastorale. Egli lavorava molto, ma dava anche responsabilità e accoglieva proposte. Ci teneva molto all’armonia delle diverse attività pastorali.

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3. Settori del suo impegno pastorale

Nella sua azione pastorale monsignor Poma ebbe particolare cura anzitutto per l’organizzazione, incominciando dalla Curia e dal Seminario e scegliendo alcuni collaboratori in sintonia con i suoi progetti. Per questo intervenne per l’edilizia sia in Episcopio come in Seminario, sempre però con una amministrazione oculata.

La razionalità dell’organizzazione era per lui una via obbligata per ottenere anche l’unità nell’azione pastorale

Fondò alcune parrocchie, fece costruire chiese nuove, favorì opere di assistenza, concorse con edifici alla cura di ragazzi gravemente handicappati, diede una dignitosa sede alle ACLI, accolse in Vescovado la FUCI e l’associazione dei Laureati Cattolici, promosse una scuola di formazione sociale.

Soprattutto si prese cura della formazione dei sacerdoti e dei Seminaristi, convinto che la formazione del clero è condizione determinante per la formazione dei cristiani. Era il convincimento che già sant’Alessandro Sauli aveva espresso nella sua lettera pastorale ai sacerdoti quando dalla Corsica venne vescovo a Pavia.

In quegli anni di mobilitazione dei laici, l’Azione Cattolica fu oggetto di una speciale attenzione pastorale. Già il vescovo pensava ai nuovi organismi proposti dal Concilio per i sacerdoti e per laici (i consigli presbiterale e pastorale). Aveva poi vestito di rosso i parroci di città (ci teneva all’immagine) e nominato alcuni vicari episcopali (che però rimasero solo sulla carta). Ma l’imprevisto suo trasferimento a Bologna gli impedì di realizzare le nuove strutture pastorali.

Mi sembra che la nota che lo spingeva in tutte le sue iniziative fosse la formazione delle persone in vista del futuro, cosciente del forte cambiamento in atto nella società e nella Chiesa. Non sempre però gli riuscì di manifestare questa passione che lo animava.

Come nella sua grafia, così nella sua vita in quel tempo non gli fu sempre facile la comunicazione di ciò che gli stava di dentro e che riusciva ad esprimere più direttamente solo a chi l’incontrava da vicino.

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4. Il tempo del Concilio

La notizia del Concilio lanciata da Papa Giovanni XXIII nella basilica di san Paolo fuori le mura fu accolta da Poma subito con grande entusiasmo. Egli parlò nei tempi seguenti di “Epifania”, di “primavera”, di “Pentecoste” della Chiesa. Un entusiasmo non di semplici parole, non rituale per il proprio ruolo di vescovo, ma sentito profondamente e manifestato anche dal suo comportamento.

Mi ha confidato il suo segretario, monsignor Righi, che mentre diversi vescovi dopo non molti giorni che erano convenuti a Roma avevano visitato nel frattempo mezza Italia, Poma non si era mai mosso da Roma per attendere ai lavori del Concilio, per studiare i documenti, per partecipare alle diverse commissioni, per essere presente ai numerosi incontri organizzati dai vescovi.

Con periodica costanza nelle sue lettere dal Concilio e nelle lettere pastorali egli con ricchezza di dettagli informò i fedeli della sua diocesi sui problemi e i dibattiti che si svolgevano nell’aula conciliare. Si avverte in questi suoi scritti non solo il suo lasciarsi coinvolgere dalle questioni trattate in assemblea e nelle commissioni, ma anche la sua preparazione teologica (vedi la storiella che circolava allora in periferia dei tre vescovi milanesi: c’era chi partecipava senza capire, chi capiva solo dopo aver letto il resoconto sull’Osservatore Romano, e chi capiva e interveniva in Assemblea con competenza).

Prima dell’apertura dei lavori conciliari tutti i vescovi erano stati interpellati sugli argomenti da trattare e monsignore, secondo la sua abituale diligenza, aveva risposto con sollecitudine il 28 agosto 1959 [7].

Un intervento interessante, perché mostra sia i problemi che egli rilevava presenti nella Chiesa prima ancora di confrontarsi con gli altri padri conciliari, sia il metodo e il linguaggio che auspicava.

Il suo scritto (in latino) era scandito secondo la tradizionale divisione dei tre “compiti” (“Munus”): il magistero (quello di insegnare, l’annuncio del Vangelo), il ministero (il compito sacerdotale), e il governo (il compito di guidare la comunità cristiana).

Attorno a questi tre compiti aveva elencato alcuni richiami ai principi che li reggono, per poi passare alle conseguenze comportamentali. Così, per esempio, sul compito di insegnare del Concilio auspicava che fosse seguita una forma positiva, non polemica; completa, non parziale; armonica, non dispersiva. Sul compito ministeriale chiedeva che fosse messa in adeguato rilievo la centralità della celebrazione eucaristica; per il governo nella Chiesa poneva in primo piano la formazione dei sacerdoti, l’armonizzazione dell’attività dei religiosi con la pastorale diocesana sotto la guida dei vescovi, un atteggiamento più missionario nella Chiesa e una maggiore internazionalizzazione nella composizione delle Congregazioni romane.

In seguito, nella lettera pastorale dell’11 febbraio 1961, come un buon professore di teologia, spiegherà ai fedeli che cos’è il Concilio ecumenico, chi lo compone, quali i problemi che avrebbe affrontato [8]. Probabilmente come tanti altri vescovi pensava che il Concilio terminasse presto. Invece le cose andarono per le lunghe. Quella visione unitaria che egli aveva immaginato nel 1959 si era allargata, acquisendo nuove dimensioni. Lo stesso incontro e confronto con gli altri vescovi, i dibattiti in assemblea, avevano allargato gli orizzonti e messo in risalto diversi problemi.

Monsignor Poma per questo incominciò allora a scrivere ai fedeli sulle singole questioni che i padri conciliari andavano via via affrontando e discutendo.

E’ interessante notare come lo svolgimento del Concilio non camminò solo nella successione dei temi, ma anzitutto nella comprensione del mistero cristiano. (Vedi per esempio quando, nella ripresa del futuro documento “Dei Verbum”, Poma annoterà: “dalla Parola di Dio nasce la Chiesa”: una affermazione che fa guardare la Chiesa in una ottica particolare che viene prima della divisione dei tre munus sopra ricordati).

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5. Una domanda: la diocesi era coinvolta?

Una domanda a questo punto si pone: la diocesi come visse l’evento del Concilio?

Il Concilio rappresentava un fatto nuovissimo sia per i laici come per il Vescovo e i sacerdoti. L’impegno di monsignor Poma fu anzitutto quello di spiegarlo alla sua gente, di spiegarlo non solo da vescovo, ma anche da professore. Basta leggere per esempio la sua lettera pastorale del 1961 per rendersene conto. Il suo interesse però andava oltre. Egli voleva che la gente si rendesse conto dell’importanza e della complessità dei problemi trattati, della loro incidenza nella vita della Chiesa. Per questo accettò anche un dialogo pubblico in città aperto a tutti – proprio lui, così poco propenso alle improvvisazioni - sui temi e i metodi del Concilio.

Sempre per questa prospettiva - dottrinale e pastorale insieme - sono stati invitati a Mantova negli anni 1964, 1965 e 1966 autorevoli e rappresentative persone (don Giuseppe Dossetti, il professor Giuseppe Lazzati, monsignor Alfred Ancel, padre Ernesto Balducci, il professore Gabrio Lombardi, monsignor Enrico Galbiati) perché parlassero alla cittadinanza dei temi trattati in Concilio.

Nell’ottobre del 1965 mons. Poma ottenne che venisse a Mantova anche il vescovo di Cracovia mons. Karol Wojtyla, perché presentasse gli argomenti del così detto Schema XIII, che dopo un mese sarebbe stato approvato dal Concilio.[9]

Su suggerimento di alcuni collaboratori, il vescovo chiese ad associazioni laicali cattoliche e a singole persone di formulare proposte e consigli in vista del decreto conciliare sui cristiani laici, ma ebbe solo poche risposte. Molta nostra gente era entusiasta del Concilio, ma quando poi si trattava di precisare argomenti e modalità si trovava impari al compito sia perché non aveva tra le mani gli schemi predisposti (che rimanevano secretati), sia per la loro impreparazione dottrinale.

Per quanto invece riguarda la domanda di parere sui alcuni testi in possesso dei padri conciliari, io posso testimoniare solo per ciò che mi riguarda personalmente. Da quando monsignor Poma fu nominato membro della Commissione teologica nel 1963, mi interpellò più volte: dapprima sulla globalità degli schemi preparati e poi su temi specifici quali il matrimonio, la libertà religiosa, i rapporti tra la Chiesa e il mondo.

Sull’argomento spinoso del rapporto tra Scrittura e Tradizione ebbi modo di confrontarmi con monsignor Poma in un Convegno dei vescovi lombardi e del triveneto che si svolse a san Fidenzio (VR) nell’agosto del 1965. In quell’occasione notai la preoccupazione del mio vescovo di ottenere un largo consenso dei Padri conciliari sui documenti che sarebbero stati votati definitivamente dopo pochi mesi. (Dei documenti e delle richieste di Poma conservo solo la mie risposte scritte [10]).

Terminato il Concilio, monsignor Poma organizzò subito per i sacerdoti e per i fedeli laici una estesa catechesi rivolta a tutta la diocesi - al centro e alla periferia - sui documenti conciliari. Il primo documento affrontato fu la Costituzione sulla Chiesa.

Ormai però eravamo al termine del suo ministero pastorale a Mantova. Nel 1967 monsignor Poma s’ammalò gravemente; poi, ristabilitosi, nel settembre dello stesso anno fu trasferito a Bologna.

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6. Anche i Vescovi vanno a scuola

Dopo questa rapida carrellata vorrei rilevare tre fattori che, a mio parere, hanno contribuito alla maturazione umana e cristiana di monsignor Poma a Mantova.

Esigente, determinato, ricco di progetti, nella sua esperienza pastorale a Mantova Poma comprese progressivamente più a fondo la varietà della Chiesa nelle sue diverse espressioni e luoghi e tradizioni. Senza venir meno al suo costante impegno, si aprì maggiormente alla pazienza e all’accoglienza.

Venuto a Mantova giovane e pieno di energia, sperimentò la debolezza della malattia (nota ricorrente nella sua vita, come annotò nei suoi ricordi il suo fedele segretario, don Claudio Righi) e in essa mostrò che il suo costante riferimento all’oggettività dei fatti e del suo dovere non era semplice struttura di temperamento, ma virtù cristiana. Non pianse mai su se stesso. E questo lo mostrò poi anche negli ultimi anni della sua vita, accettando con sofferta serenità anche la propria debolezza fisica.

Partito dallo studio della scuola si trovò da vescovo ad affrontare quello dell’annuncio, più libero fuori di casa che in casa, e in particolare visse il tempo del Concilio come esperienza sia della varietà e della ricchezza della Chiesa, sia della consapevolezza che la sua comprensione non era mai finita.

Ecco quelli che mi sono sembrati i suoi tre fondamentali maestri nel tempo in cui fu vescovo a Mantova:

- l’esperienza dell’animazione e della guida di una Diocesi con mille questioni piccole e grandi ogni giorno, con un clero vivace;

- la malattia, la sofferenza, una maestra muta, ma tanto esigente;

- la partecipazione al Concilio come scuola di vita che l’obbligò a coniugare la visione diocesana a quella della Chiesa universale e a confrontarsi con prospettive teologiche e pastorali diverse, pur nella stessa passione cristiana.

Temperamento di una certa timidezza (era a suo agio solo con le persone amiche), si sosteneva con una volontà forte che poggiava sui suoi convincimenti di ragione e di fede.

Non lo dava a vedere, ma gradiva però di essere ricordato, come del resto anche lui sapeva ricordare: il suo paese, Villanterio, Pavia, il Seminario, le persone incontrate, i suoi collaboratori.

Aveva messo nel suo stemma la dizione paolina “Dei agricultura”. Con la costanza di un contadino si era impegnato a seminare nei giorni di sole come in quelli di pioggia: non sempre vide i frutti, ma non si arrestò per questo.

Così imparò e insegnò nella sua permanenza a Mantova.

Seminario di Pavia, 30-11-2010


[1]Stefano Siliberti, Il vescovo Menna e Papa Paolo VI amici in Cristo, ed. Sometti, Mantova 2010, p.83.

[2]Ivi, p. 84.

[3]Ivi, p. 85.

[4] Ivi, p. 86 .

[5]Ivi, p.87.

[6]Commemorazione di mons. Giovanni Battista Girardi in Antonio Poma. Gli anni della formazione e del ministero presbiterale a Pavia (a cura di Adriano Migliavacca), Quaderni del Seminario di Pavia, 24, 1997 p. 91 (81-92).

[7]Vedi il testo riportato nel libro a cura di Stefano Siliberti, Monsignor Antonio Poma a Mantova e in Concilio, Mantova 2010.

[8] Vedi il testo nel libro su mons. Poma curato da Stefano Siliberti, op. cit.

 [9]Per il resoconto di questi incontri vedi il mio contributo all’ op. cit.

[10]Ivi.