I LAICI NELLA CHIESA

A QUARANT’ANNI DAL CONCILIO VATICANO II

…………..oreientamenti 2005

(Varese, Collegio De Filippi, lunedì 6 dicembre 2004 ore 21)

per iniziativa dell’Associazione Giuseppe Lazzati

pubblicato in Orientamenti 2005 - 1 - pp. 55-68

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SOMMARIO

1. Novità della Costituzione dogmatica sulla Chiesa

2. Da una Chiesa istituzione a una Chiesa mistero

3. Una visione che ha improntato di sé tutto il Concilio

4. In questo quadro ha preso rilievo la dottrina sul laico nella Chiesa e nel mondo

5. Alcuni punti salienti

6. Distinzione e complementarietà dei ruoli per fini comuni

7. Dal Concilio ai nostri giorni

7.1. Il Magistero

7.2. La Teologia

7.3. La Prassi

8. Conclusione


                    

Collegio De Filippi2  Varese, Collegio De Filippi

                   

Due tempi: oggi e quarant’anni fa. Due climi ecclesiali e culturali diversi. E tuttavia collegati intimamente tra di loro in forza dell’identità del soggetto che li ha vissuti, che li vive: la Chiesa.

Un conto però è “ricordare” la primavera e un conto è “viverla”, sentirne i profumi, contemplarne i colori. Questo avviene per i nostri campi, per i nostri giardini, ma anche per gli eventi della nostra vita e per quelli della Chiesa.

Il tempo tante volte smorza gli entusiasmi, rallenta l’impegno, spegne le attese per cui, come quando si smorza il fuoco, si rende necessario rinfocolare la fiamma. Vedo bene perciò questo vostro impegno di memoria.

Il tempo, però, non solo attenua o cancella, ma può anche aiutare a crescere, verificare l’autenticità di un cammino, mostrare delle realizzazioni. Anche questo deve documentare la memoria.

Con tale animo vorrei questa sera “ricordare”, avendo presente anche lo spirito del tempo, per guardare avanti arricchiti dal sapere, dall’esperienza e anche dalle difficoltà incontrate nel passato.

E poiché la concezione del laicato è intimamente condizionata da quella della Chiesa, per questo mi rifarò anzitutto alla visione di Chiesa che è scaturita dal Concilio Vaticano secondo. Tra l’altro proprio quest’anno si ricordano i quarant’anni della pubblicazione della Costituzione dogmatica “Lumen Gentium”: 21 novembre 1964.

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1. Novità della Costituzione dogmatica sulla Chiesa

Diversi dei presenti hanno trovato già edita da anni la costituzione conciliare “Lumen Gentium”, quelli invece della mia età l’hanno attesa anche, ne hanno intravisto il percorso leggendo i giornali, la “Civiltà Cattolica”, fino a poter averla tra le mani e leggerla, soffermandosi sui suoi punti nodali.

Io, per esempio, nel 1964 da nove anni ormai insegnavo nel mio Seminario Ecclesiologia, e perciò ero molto curioso delle scelte che avrebbe fatto il Concilio.

Essendo stato poi incaricato proprio in quell’anno dell’assistenza spirituale dell’Azione Cattolica diocesana, con i responsabili laici dell’Associazione avevamo deciso di tenere informata la cittadinanza del cammino del concilio chiamandone alcuni suoi autorevoli testimoni.

Per la “Lumen Gentium” chiamammo don Giuseppe Dossetti. Era il primo ad essere invitato e, poiché si trattava del nostro primo incontro del genere, avevamo una certa preoccupazione: verrà, non verrà la gente?.

Don Dossetti partecipava al Concilio come esperto del cardinal Lercaro, uno dei moderatori dell’Assemblea.

Siamo andati a prenderlo alla stazione di Nogara. (Era già prete, e ci disse che della sua vita di deputato conservava ancora solo una cosa: la tessera per viaggiare in treno a gratis).

Quando alla sera entrammo nel salone di sant’Orsola, in città a Mantova, vidi che tutti i posti erano occupati (diversi dei presenti ricordavano ancora i comizi che Dossetti aveva tenuto nel Basso mantovano), in prima fila poi c’era un ebreo, il professor Colorni, che era stato collega di Dossetti nell’insegnamento universitario.

Nella prima parte del suo intervento don Dossetti, pur volendo parlare a tutti i presenti, si rivolse costantemente al professor Colorni, senza mai nominarlo, per spiegare che cosa si erano proposti di dire i padri conciliari scrivendo un documento sulla Chiesa.

Per questo incominciò dicendo che era desiderio di ogni cristiano che il Concilio presentasse la Chiesa per ciò che le è più proprio. Corrispondeva questo ad una esigenza naturale del credente, ma questo desiderio, continuò, doveva essere anche dei non cristiani. Chi non desidera che ogni realtà sia se stessa, si chiese. La mancanza d’identità avrebbe reso insignificante la Chiesa sia per i cristiani che per i non cristiani. Come nella società, egli continuava, se al titolo per esempio di medico, farmacista, muratore, non corrispondesse la realtà espressa dal nome, nascerebbe una grande confusione, non si riuscirebbe ad intendersi, così accadrebbe anche in rapporto alle comunità cristiane, ebraiche, mussulmane se queste non si definissero per quello che in realtà sono.

Partendo da questo premessa don Dossetti passò poi a documentare come la “Lumen Gentium” era stata redatta nella sua architettura, nel suo linguaggio, nella sottolineatura dei punti nevralgici nell’ottica sua propria, religiosa, e non sociale o politica.

Del resto l’arcivescovo allora di Milano, il cardinal Montini, in una sua lettera personale al Segretario di Stato (e quindi al Papa), alla vigilia del Concilio, dopo aver preso visione degli schemi preparatori, aveva richiamato l’esigenza di proporre l’anima della Chiesa nel suo rapporto fondante con Gesù Cristo e di servizio al mondo, senza perdersi in mille raccomandazioni secondarie, che non mettevano in risalto il significato suo più proprio.

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2. Da una Chiesa istituzione a una Chiesa mistero

Se vogliamo sintetizzare la ventata nuova apportata dal Concilio in questo suo documento, che segnò anche la prospettiva di quelli che lo seguirono, fu il passaggio da un prevalere della visione istituzionale ad una visione misterica della Chiesa (vedi la tesi di don Antonio Acerbi sulle due concezioni della Chiesa al Concilio Vaticano II, discussa alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale).

Essendo la rivelazione del mistero cristiano visibile e invisibile, come si è manifestato nella sua pienezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, è comprensibile che storicamente si siano potuti dare accenti diversi nell’esprimerlo, fino alle eresie che hanno affermato un aspetto senza l’altro, ritenendo per esempio Gesù Cristo solo Dio oppure solo uomo.

Lo stesso rischio ha corso nel tempo anche la visione della Chiesa.

Ora la “Lumen Gentium”, rispetto ad una ecclesiologia che aveva privilegiato il discorso sull’autorità visibile nella Chiesa, senza naturalmente negare quello invisibile, ha invece privilegiato il discorso che passa dall’invisibile al visibile, rifacendosi perciò dalla sua origine dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, dalla presenza attuale e operosa di Dio che fa la Chiesa (vedi il primo capitolo della Lumen Gentium), suscitando così un popolo, il suo popolo, reso partecipe della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo (vedi il capitolo secondo che parla del Popolo di Dio e del ruolo dei Sacramenti e della Parola).

Dopo il discorso su ciò che è comune, costitutivo, nella Chiesa, il Concilio è passato alla distinzione dei ruoli (vedi il capitolo terzo sulla gerarchia, e il capitolo quarto su laicato).

Un discorso che parrebbe allontanare, fino a separare la Chiesa dal mondo. E invece, proprio in forza di questa visione della Chiesa che viene da Dio, prende risalto il suo legame con il mondo. Un legame non di dominio, ma di servizio. Paradossalmente perché viene da Dio e non dagli uomini, essa non è in competizione con il mondo, ma in servizio ad esso.

Non vi è dunque un mondo per la Chiesa (pensate come nella storia una tale visione ha potuto creare tanti equivoci), e neppure semplicemente una Chiesa accanto al mondo, ma una Chiesa per il mondo, per la sua salvezza, in fedeltà all’espressione di Gesù: io non son venuto per essere servito, ma per servire (cf. Lc.22,27; Gv.13,13-16), e l’altra nell’incontro di Gesù con Nicodemo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Dio infatti non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv.3,16-17).

Di qui la struttura della “Lumen Gentium”: da Dio all’uomo, da ciò che è comune a ciò che ci distingue nel servizio e nella chiamata alla santità, in uno stretto rapporto con il mondo concentrato nei cinque verbi: “fovet, assumit, purificat, roborat, elevat”.

Afferma la “Lumen Gentium”: “Ma poiché il regno di Dio non è di questo mondo (cf. Gv.18,36), la Chiesa, o popolo di Dio, che prepara la venuta di questo regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce ed accoglie tutte le risorse, le ricchezze, le consuetudini dei popoli, nella misura in cui sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva” (“Lumen Gentium” n.13).

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3. Una visione che ha improntato di sé tutto il Concilio

E’ interessante notare come questa impostazione del discorso sulla Chiesa abbia finito con l’improntare di sé tutto il Concilio, pur con tutta la disomogeneità di stile e di proporzioni di documenti scritti a più mani, per argomenti specifici diversi.

Se noi, ripensando il Concilio Vaticano II, lo vogliamo leggere in una rapida sintesi, lo possiamo fare ordinandolo in questo modo: La Parola di Dio fa la Chiesa (“Dei Verbum”), e questa nasce perciò dalla comunione di Dio con l’uomo formando un unico popolo con ruoli diversi, in tensione verso un comune compimento che sta fuori della storia (“Lumen Gentium”), popolo impegnato a rendere lode a Dio (“Sacrosanctum Concilium”) e a vivere nel mondo servendolo per la sua salvezza (“Gaudium et Spes”).

Ciò significa che l’insegnamento del Concilio noi lo possiamo cogliere adeguatamente solo nell’intero dei suoi documenti, tenendo presente nello stesso tempo ciò che scrive Paolo nella lettera agli Efesini (cf. Ef. 3,14-19 ) sul mistero cristiano che supera ogni nostra adeguata comprensione,

così che immagini, schemi, classificazioni possono essere utili, ma restano inadeguati ad esprimerlo compiutamente. Lo stesso Concilio ne dà un saggio quando per esempio
elenca alcune immagini bibliche che esprimono qualcosa del mistero della Chiesa, ma non della sua interezza, come: ovile, campo, edificio, famiglia, tempio, sposa, corpo (cf.
Lumen Gentium“ n.6).

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4. In questo quadro ha preso rilievo la dottrina sul laico nella Chiesa e nel mondo

Dentro questo quadro globale ha preso rilievo la figura del laico nella Chiesa e nel mondo perché esso è legato intimamente alla concezione della Chiesa, al suo operare, al suo essere.

A conferma di questo stretto rapporto va ricordato che già prima del Concilio la concezione e la prassi della Chiesa camminò insieme con la riflessione sul laicato.

Lo ricorda anche Yves M.-J. Congar quando scrive che il movimento liturgico è stato il primo impulso di una presa di coscienza rinnovata del mistero della Chiesa e del carattere ecclesiale del laicato (“Jalons pour une théologie du laïcat” ed. du Cerf, Paris, 1954, 2° ed. p.8).

Io vorrei aggiungere anche la prassi della Chiesa, come l’impegno del laicato nella vita della Chiesa, la riscoperta della Bibbia e la presa di coscienza della spiritualità del matrimonio (che anche Congar ricorda).

Non dobbiamo mai dimenticare che varie sono le vie di sviluppo della presa di coscienza del mistero cristiano, come ci ha insegnato il Concilio, come la contemplazione, lo studio, l’insegnamento del Magistero e l’intelligenza della prassi cristiana.

Ne ha parlato espressamente il Concilio Vaticano II quando nella Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, parlando del progresso nella conoscenza del mistero cristiano, così si esprime: “Haec quae est ab Apostolis Traditio sub assistentia Spiritus Sancti in Ecclesia proficit: crescit enim tam rerum quam verborum traditorum perceptio, tum ex contemplatione et studio credentium, qui ea conferunt in corde suo (cf. Lc.2,19 e 51), tum ex intima spiritualium rerum quam experiuntur intelligentia, tum ex praeconio eorum qui cum episcopatus successione charisma veritatis certum acceperunt.” (Dei Verbum n.8). (“Questa tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo; cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, che le meditano in cuor loro (cf. Lc.2,19 e 51), sia con l’intelligenza attinta dall’esperienza profonda delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma certo di verità”).

Prima del concilio Vaticano II prevaleva un’ottica della Chiesa che poneva in primo piano la Gerarchia, per cui partendo da essa si passava a delineare le altre figure della Chiesa. In tal modo i laici si trovavano all’ultimo posto, così che per esempio nei manuali di teologia la figura del laico non appariva neppure (insieme con loro, però, anche quella del prete e del Vescovo). E se si parlava dell’impegno dei laici nella Chiesa, si usava il termine di partecipazione o di collaborazione con la pastorale della gerarchia, non con la missione salvifica della Chiesa, come se questo compito appartenesse in esclusiva al clero e non in forma “nativa”, in forza del Battesimo, anche ai laici.

Sempre, in dipendenza da questo prospettiva, si parlava di una chiamata alla santità dei religiosi e del clero, ma non dei laici. Ricordo che negli anni cinquanta del secolo scorso alla scuola di “Teologia spirituale” ci veniva ricordato che diversi teologi ritenevano che non tutti gli uomini erano chiamati alla santità.

Ora, partendo non dalla Gerarchia, ma da Cristo che nello Spirito chiama gli uomini alla condivisione della sua vita per rendere lode al Padre e santificare il mondo, ha preso risalto la comune vocazione a servire la Chiesa e a tendere alla santità, senza nessuna distinzione di santità di serie A e di serie B.

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5. Alcuni punti salienti

In forza del Battesimo l’uomo entra a far parte del Popolo di Dio (n.31), che è uno solo e perciò i suoi membri hanno tutti una comune dignità (n.32), partecipa alla funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo ( n.31), è chiamato a compiere nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano (n.31), e deve tendere alla santità, pur non camminando tutti per la stessa via (n.32).

Per questo l’apostolato dei laici è “partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa” (e non a quella della gerarchia, anche se possono venire assunti da essa per questa partecipazione: cf. n.33); a questa missione essi sono chiamati da Cristo stesso: “a questo apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione” (n.33).

Su questa base comune di partecipazione al mistero Cristo re, profeta e sacerdote, e quindi ad un unico popolo, quello di Dio e alla sua missione, s’innesta la specificità dei compiti dei pastori e dei fedeli.

Mentre “i membri dell’ordine sacro...per loro speciale vocazione sono ordinati principalmente e propriamente al sacro ministero...

Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinarle secondo Dio” (L.G. n.31).

Di qui la qualifica dei laici: “Il carattere secolare è proprio e particolare dei laici...Essi vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta”(n.31), e quindi la forma particolare del loro contributo: “Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico” (n.31).

Da questa loro condizione deriva un particolare dovere:

“I fedeli perciò devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio e aiutarsi a vicenda a una vita più santa anche con le opere secolari, così che il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo...Nel compiere nella sua universalità questo dovere i laici hanno il posto di primo piano (“praecipuum locum obtinent”)” (n.36).

Su questo impegno di “competenza” e di “fede” da parte del laico per operare adeguatamente nel mondo tornerà il Vaticano II nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo, per cui la fede non esenta dalla competenza, come la competenza non è sufficiente da sola ad ordinare cristianamente il mondo:

“Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non sol è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla loro stessa condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza e arte” (“Gaudium et Spes” n.36).

Il Concilio, dopo aver sottolineato la comune partecipazione e missione al mistero della Chiesa, ha voluto indicare il “proprium” degli appartenenti all’ordine sacro e al laicato.

Per i primi è il sacro ministero, per i secondi l’esercizio della loro funzione propria.

I fedeli laici per questo sono in grado di testimoniare il Vangelo in ambienti che i “ministri sacri” non raggiungerebbero: “I laici sono particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può diventare sale della terra e non per loro mezzo” (n.33).

Non solo i fedeli laici sono in grado di raggiungere ambienti altrimenti non accessibili alla Chiesa, ma esercitano una particolare modalità di evangelizzazione, quella di chi si trova, vive e parla nella vita quotidiana:

“Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo, fatto con la testimonianza della vita e con la parola, acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo” (n.35).

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6. Distinzione e complementarietà dei ruoli per fini comuni

Il Concilio Vaticano II insieme al discorso della distinzione dei ruoli e dei piani ha sviluppato anche quello dell’unità. E questo, parlando dei laici, lo svolge sia in rapporto all’ordine sacro, ai pastori, sia con la società civile.

In rapporto alla società e al potere politico che la governa così parla il Concilio delle distinzioni e dell’unità nell’impegno dei fedeli laici: “A causa dell’economia stessa della salvezza imparino i fedeli a distinguere accuratamente fra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra loro...guidati dalla coscienza cristiana...Nell’epoca nostra è sommamente necessario che questa distinzione e nello stesso tempo questa armonia risplendano...Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, a ragione dedita alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata la funesta dottrina, che pretende di costruire la società senza tenere alcun conto della religione e impugna e sopprime la libertà religiosa dei cittadini” (n.36).

In rapporto ai sacri pastori quali sono diritti dei laici? “I laici...hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti...” (n.37).

In base alla loro scienza e competenza: “(I laici) hanno il diritto, anzi anche il dovere di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa” (n.37).

Doveri dei laici: “I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente accettino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri e capi della Chiesa...” (n.37).

Doveri dei pastori: “D’altra parte i sacri pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli incarichi per il servizio della Chiesa e lascino loro libertà e campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa” (n.37).

Queste riflessioni sono state riprese in seguito dal Concilio nel decreto sull’apostolato dei laici (“Apostolicam Actuositatem”), nel quale, scendendo ad ulteriori esemplificazione, si parla di apostolato individuale ed associato, nella Chiesa e nel mondo, del rapporto dei laici con la gerarchia e della loro formazione, senza però aggiungere significativi rilievi teologici.

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7. Dal Concilio ai nostri giorni

Dopo il Concilio Vaticano secondo possiamo distinguere tre linee di sviluppo del tema del laicato: quello dell’insegnamento della Chiesa, quello della riflessione teologica e quello della prassi in ordine al ruolo gestito dai laici nella Chiesa.

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7.1. Il Magistero

Per il primo percorso, quello dell’insegnamento del Magistero sul laicato, vi sono stati diversi documenti. Ne ricordiamo alcuni.

Motu Proprio di Paolo VI: “Ministeria quaedam” (15-8-1972): i ministeri del lettorato e dell’accolitato, destituiti dalla loro condizione di “ordini”, non sono più riservati ai chierici, ma conferibili anche ai laici. (Un imput non nella direzione della secolarità. Ma il laico non si riduce a secolarità).

Esortazione Apostolica di Paolo VI: “Evangelii Nuntiandi” (8-12-1975). In questo documento viene ripreso il discorso conciliare sui laici che operano all’interno del mondo: “Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione, quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale,la sofferenza” (n.70).

L’episcopato francese fa un proprio intervento sui laici: Lourdes 1973: “Tutti responsabili nella Chiesa?” per una chiesa tutta ministeriale con una molteplicità di carismi e ministeri.

L’episcopato italiano nel 1977 scrive: “Evangelizzazione e ministeri” (per richiamare all’impegno dei laici anche nella Chiesa e non solo nel mondo). Come si può notare, a partire dal documento pontificio il tema dei “ministeri” è visto come una via per definire l’impegno di tutti i membri della Chiesa, sacerdoti, laici e religiosi. Rimane però aperta la modalità propria di ciascuno.

Nel 1983 viene promulgato il nuovo Codice di diritto Canonico. Esso segue l’ordine del Vaticano II che mette prima ciò che è comune e poi ciò che è proprio di ciascuno: libro II “Il Popolo di Dio” (can. 204-746), obblighi e diritti dei fedeli laici (can. 224-231). Torna il discorso che il laico è impegnato in forza del Battesimo, mentre la sua attività da cristiano si specifica per la sua condizione secolare.

Sulla figura del cristiano laico verrà celebrato anche un Sinodo dei Vescovi su “Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo” 1987. Nei Lineamenti in preparazione del Sinodo viene espressamente detto che la secolarità del laico ha un valore teologico e non solo sociologico (n.22). Affermazione che viene poi ripresa nelle conclusioni dei padri sinodali nella quara proposizione: “La Chiesa intera, che vive nel mondo ma non è del mondo, ha una dimensione secolare e, tuttavia, questa dimensione appartiene in modo speciale alla missione dei laici...L’indole secolare del fedele laico non è quindi da definirsi soltanto in senso sociologico, ma soprattutto in senso teologico” (proposizione n.4 delle 154 presentate al Papa).

Seguirà al Sinodo l’ampia esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Christifideles laici” (30-12-1988) nella quale si ribadisce che l’identità del laico scaturisce dal suo rapporto immediato con Cristo in forza del Battesimo e dal suo vivere “implicato” in tutti gli impieghi e affari del mondo.

Il discorso del testo pontificio lo potremmo così schematizzare nella sua linea teologica che parte da Gesù Cristo, per poi scendere a definire la Chiesa e quindi il fedele laico.

Gesù Cristo, perché Figlio di Dio fattosi figlio dell’uomo, appartiene a pieno titolo alla vicenda umana, alla sua storia, all’impegno per il suo sviluppo, pur trascendendo la vicenda umana.

La Chiesa, che nasce dalla partecipazione al mistero di Cristo, come Lui è profondamente coinvolta nella vicenda umana, e per questo ha una “autentica dimensione secolare”.

I fedeli laici, che fanno parte della Chiesa e in essa del mistero di Cristo, realizzano questa dimensione secolare della Chiesa in un modo loro proprio.

Non si tratta perciò di una qualità “aggiunta”, quando si parla della secolarità della Chiesa e di quella particolare del laico, ma di una dimensione teologica perché fondata nella stessa costituzione di Gesù Cristo.

Ecco le espressioni del documento pontificio dal quale ho ricavato la prospettata sequenza:

Secolarità della Chiesa in dipendenza dalla secolarità di Cristo: “Come diceva Paolo VI, la Chiesa «ha un’autentica dimensione secolare, inerente alla sua intima natura e missione, la cui radice affonda nel mistero del Verbo incarnato, e che è realizzata in forme diverse per i suoi membri». La chiesa infatti vive nel mondo anche se non è del mondo (cf. Gv.17,16) ed è mandata a continuare l’opera redentrice di Gesù Cristo, la quale «mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure la restaurazione di tutto l’ordine temporale».(n.15).

Tutti i fedeli sono chiamati a questo impegno, ma i fedeli laici in una maniera loro propria: “Conseguentemente tutti i membri della Chiesa sono partecipi della sua dimensione secolare, ma loro sono in forme diverse. In particolare la partecipazione dei fedeli laici ha una sua modalità di attuazione e di funzione che, secondo il Concilio, è loro .propria e peculiare-: tale modalità viene designata con l’espressione –indole secolare-“ (n.15).

Non si tratta semplicemente di un dato –esteriore-, ma di una connotazione teologica: “Il Concilio considera la loro condizione non semplicemente come un dato esteriore e ambientale, bensì come una realtà destinata a trovare in Gesù Cristo la pienezza del suo significato. Anzi «afferma che lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della convivenza umana...Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali traggono origine i rapporti sociali, volontariamente sottomettendosi alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un lavoratore del suo tempo e della sua regione»” (n.15).

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7.2. La Teologia

A livello teologico la discussione si concentrò sulla domanda se la condizione secolare qualificava il laico nella Chiesa oppure no e quindi se il laico doveva essere detto semplicemente “cristiano,” poiché dal Battesimo e non dalla sua collocazione nel mondo poteva essere definito teologicamente (vedi il Convegno tenuto presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale alla vigilia del Sinodo dei Vescovi sui laici) oppure se la secolarità aveva anch’essa una rilevanza teologica.

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7.3. La Prassi

A livello di prassi va detto che il Concilio, dopo il primo entusiasmo, è stato in parte trascurato: forse perché è più impegnativo fare che dire, forse perché in un mondo in continuo cambiamento tutto ciò che sa di passato tende ad essere abbandonato per puntare gli occhi solo sul nuovo che sta per venire, forse perché altri interrogativi stanno nascendo, forse perché nel nostro caso specifico sia i pastori che i laici devono intraprendere stili di vita nuovi per mettere in pratica gli orientamenti del Concilio.

Va detto però che sono stati fatti anche dei passi avanti. Per esempio nella formazione teologica di diversi laici, nella costituzione dei Consigli pastorali, nella celebrazione di molti Sinodi diocesani e in mille passi nascosti proprio perché è del laico in particolare operare nel mondo dal di dentro. come ha detto il Concilio.

Credo che occorra riprendere fiducia nei preti e nei laici, evitando il facile rimpallo di fermarsi alle accuse reciproche per giustificare le proprie inerzie. Per questo vorrei concludere dicendo come vedo il futuro.

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8. Conclusione

Il ruolo del cristiano laico nella Chiesa e nel mondo non è un optional. E ciò anzitutto perché Gesù ha voluto così la sua Chiesa, anzi Gesù Cristo stesso, membro di una famiglia umana, si sottopose alle leggi del suo tempo e visse molti anni implicato nella realizzazione delle realtà temporali. Possiamo però aggiungere che l’attuale condizione del mondo e della Chiesa che vive in esso, richiede con particolare urgenza il contributo proprio dei fedeli laici. Penso per esempio alla rapidità di sviluppo del genere umano, ai problemi sollevati dalla scienza e dalla tecnologia, agli squilibri che si vanno determinando tra le varie regioni. Non si tratta di aiutare il mondo dall’esterno, ma dall’interno, da protagonisti della sua storia. Ora chi può aiutare dall’interno la crescita della società se non anzitutto chi opera direttamente in essa?

Il contributo della Chiesa, come ha ricordato anche il Vaticano II, non è solo l’instaurazione dell’ordine temporale, ma anzitutto la salvezza degli uomini che ci viene dal Vangelo.

Ora chi è nelle condizioni migliori di cogliere gli interrogativi degli uomini sul loro nascere nell’ambiente dell’economia, della biologia, della medicina, della scienze...se non chi vi è direttamente implicato. E chi ancora può partecipare ad ogni uomo, anche al più lontano dal Vangelo, l’annuncio cristiano con la vita e la parola se non chi quotidianamente condivide con gli altri uomini, credenti e non credenti, i viaggi, la ricerca, il lavoro, la residenza, perfino la convivenza famigliare?

I cristiani laici costituiscono gran parte dei portatori del fermento evangelico nella pasta del mondo, mentre noi preti ne raggiungiamo direttamente una minima parte.

L’evangelizzazione, come ci ha mostrato la sacra Scrittura e ci ha ricordato il Concilio, si compie mediante gesti e parole e anche con la sola presenza. Il laico mostra il Vangelo anzitutto con la propria vita, e con il suo impegno testimonia che l’interesse per la città dell’uomo non è in competizione con quella di Dio, ma anzi la favorisce, e trasmette agli altri uomini i suoi convincimenti all’interno di un tessuto di condivisione e di amicizia che facilita la comunicazione e la comprensione concreta della figura concreta del credente cristiano.

Il cristiano laico, potremmo dire, rappresenta nella Chiesa l’udito e la vista verso l’uomo del proprio tempo, delle sue attese, delle sue difficoltà e nello stesso tempo è la mano, la voce, la presenza della Chiesa che soccorre.  

Lo sviluppo della cultura nel laicato può facilitare oggi molti interventi, prevenire tante supplenze, arricchire l’espressività dalla Chiesa.

Parlando dei rapporti tra laici e gerarchia il Concilio Vaticano II ha scritto: “Da questi familiari rapporti tra laici e pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa” (L.G. n.37).

Quando leggo certe pagine di Paolo VI mi chiedo: quanti sono stati debitori di bene verso di Lui, ma anche quanto Egli, penso, deve ai molti laici che ha incontrato nella sua vita.

Giovanni XXIII, giunto agli ottant’anni, ha scritto una lettera al fratello Saverio per ricordare il molto avuto dai suoi genitori, dai suoi famigliari

Anch’io, nella mia piccola esperienza, mi sento molto debitore nella mia vita cristiana verso tanti laici, incominciando da mio padre e da mia madre. Perfino la passione per la Bibbia non mi venne primariamente dai miei professori di Teologia, ma da mio padre, un contadino che s’era appassionato ancora ragazzo alla sacra Scrittura alla scuola catechistica del suo vicario parrocchiale.

Credo che una condizione fondamentale per servire in modo vero la Chiesa e risultare credibili ai credenti e ai non credenti sia quella di non guardarci come competitori, ma come figli della stessa Madre, debitori verso lo stesso Signore e gli uni verso gli altri, secondo i doni ricevuti e non la propria presunzione. San Paolo alla conclusione della sua grande lettera ai romani, così sottolinea il modo di guardare i doni di Dio: “Noi, i forti (“oί δυνατοί”), dobbiamo portare la fragilità dei deboli (“των άδυνάτων”) e non piacere a noi stessi. Ciascuno di noi piaccia al prossimo nel bene, per l’edificazione. Cristo infatti non piacque a se stesso...Il Dio della costanza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti secondo Cristo Gesù” (Rom.15,1-3.5).

Non si tratta dunque né di azzerare i doni di ciascuno, né di livellarli, e tanto meno di viverli per la compiacenza di se stessi, ma per l’edificazione, condividendoli con gli altri e per gli altri.

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N.B. Per una prima sommaria rassegna: Giacomo Cannobio, “Laici o cristiani?” ed. Morcelliana, Brescia 1997.