GIOVANNI VOLTA

 

Fondamenti teologici della presenza dei laici

nella Chiesa e nella società

in

I LAICI NELLA CHIESA LOCALE

E NELLA SOCIETÀ OGGI

 

DIOCESI DI VERONA

Seminario S. Massimo

3-8-settembre 1981

 

Atti del Convegno Pastorale Diocesano

Bollettino della Diocesi di Verona –

Anno LXVIII n. 9-10 pp. 481-503


 

SOMMARIO

1. Introduzione: riflettere sul mistero della Chiesa significa prendere coscienza del nostro essere ed operare nel cuore stesso del mondo

2. La fede e il rendersi conto

3. Alcune tensioni

4. L’ottica della nostra riflessione teologica

5. Le tappe di un cammino

6. Elementi per una teologia del laicato

6.1. Fondazione cristologica e pneumatologia

6.2. La secolarità

6.3. Nella “comunione” ecclesiale

6.4. “Storicità” e “simbolicità” della Chiesa nel mondo, e del laico in essa

7. La cultura e la famiglia: spazi privilegiati per la presenza e l’azione del laico

7.1 . La cultura

7.2. La famiglia

8. Unità e pluralità nella stessa vita dei laici

1. Introduzione: riflettere sul mistero della Chiesa significa prendere coscienza del nostro essere ed operare nel cuore stesso del mondo.

 

 

Vivere la Chiesa oggi: a prima vista questo impegno potrebbe sembrare un tentativo per sottrarci alle urgenze della vita quotidiana, a quelle del lavoro, della famiglia, alle preoccupazioni economiche e politiche che si fanno di giorno in giorno più gravi, per rifugiarci in una realtà che si colloca come un porto sicuro fuor della tempesta, sopra il mondo, al di là della storia.

Talora accade che così sia vista la Chiesa da parte dei non credenti: una diserzione dalla vita reale, quotidiana; ed anche da parte di alcuni credenti: un rifugio per sottrarsi ai guai dell’esistenza.

Ma la Chiesa non vive per se stessa, bensì per la salvezza del mondo, perché Lui, il Signore, venne tra i suoi, visse, morì, per la salvezza dei mondo (cf . Gv. 3,17).

Essa non si presenta quale alternativa al mondo, ad esso forestiera, ma solidale con esso, anche se in costante atteggiamento critico. Dichiara il Vaticano II: - Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano cha non trovi eco nel loro cuore... Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (Gaudium et Spes, 1).

Vivere dunque la Chiesa oggi non significa disertare il mondo, ma piuttosto vivere ed operare dentro il suo stesso cuore costituito dalla chiamata a salvezza da parte di Dio; chiamata che lo investe in tutte le sue dimensioni ed espressioni (cf . Ef. 1,4-23).

Vivere la Chiesa oggi non significa neppure accogliere a-criticamente il mondo, la cultura, nei quali ci troviamo a vivere, ma starvi dentro ed operarvi da adulti che sanno discernere, valutate, accogliere e rifiutare, trasformare, che soprattutto sanno prendere delle iniziative per fare migliore, più umano, più vivibile, secondo la sua vocazione originaria, il nostro tempo.

Il Vaticano II, riferendosi al rapporto tra la Chiesa e i beni temporali dei popoli, usa i verbi: favorisce, accoglie, purifica, consolida, eleva (cfr. Lumen Gentium, 13).

La costante presenza operante di Dio, in cui noi crediamo, lungi dallo svalutare il mondo, piuttosto lo impreziosisce, perché opera sua, perché per esso Gesù Cristo ha dato la sua vita.

La nostra attesa di una pienezza di vita futura, di una vita che va oltre la morte, non annulla, non svilisce il nostro presente, ma piuttosto gli dà più consistenza e speranza.

La nostra non è una vita effimera, chiusa nell’orizzonte di ciò che si tocca e si vede, e che si estingue con la morte. Essa ha una profondità, un valore che va oltre il misurabile; essa ha un futuro che sarà anzitutto dono di Dio, ma nello stesso tempo misterioso frutto del nostro presente.

 

2. La fede e il rendersi conto

Ma noi siamo coscienti di questa realtà, ce ne rendiamo conto? Oppure ci accontentiamo di vivere tra gli altri e con gli altri come uno che si abbandona alla corrente di un fiume?

Forse ci viene da dire, a scusa, a giustificazione della nostra ignoranza, della nostra pigrizia: ma io ho tante altre cose urgenti a cui pensare e da fare. É poi, la fede non è più pura se noi ci abbandoniamo ad essa senza cercare giustificazioni, senza troppo ragionare?

Qualcuno, appellandosi alla propria esperienza, forse dirà: l’importante è fare, e non tanto costruire dei bei ragionamenti; l’importante è vivere e non tanto pensare; l’importante è impegnarsi e non tanto discutere.

C’è un’anima di verità in tutte queste obiezioni. Non tutti possono fare i teologi; l’orizzonte della fede è più vasto di quello della nostra ragione, il Signore ci chiede di seguirlo e non semplicemente di pensarlo; ci domanda di deciderci e non semplicemente di riflettere e di discutere e di confrontarci.

Si può rischiare però di disinteressarsi del necessario perché presi soltanto da ciò che è più urgente; di impegnarsi nelle opere che scaturiscono dalla fede senza la chiara coscienza di questa e perciò senza la percezione delle ragioni e della misura del proprio impegno. Il cristiano è chiamato ad essere un adulto; e l’adulto si qualifica anzitutto per la presa di coscienza dei motivi della propria vita e delle proprie scelte.

Nel nostro caso - l’ho già ricordato – si tratta di renderci conto non di un particolare aspetto della vita, ma del suo stesso cuore, di ciò che dà senso pieno alla intera nostra esistenza e a tutte le sue espressioni.

E la fede, se è la condivisione e la sequela di Colui che è la luce vera, quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9) non può non stimolare la nostra intelligenza a rendersi conto; anzi ne è un potenziamento, per cui il cristiano, proprio perché credente, dev’essere attento a rendersi conto del senso della vita più del non credente, e per questa ricerca ha anche occhi più penetranti.

Già nei primi tempi della Chiesa Pietro, il capo degli apostoli, ricordava ai cristiani il loro dovere di essere pronti a rispondere a chiunque avesse chiesto ragione della speranza che era in loro (cf. Pt. 3, 14-15).

Un’esigenza, una capacità, che scaturiscono dall’interno stesso della fede, e che oggi si fanno particolarmente urgenti per le difficoltà in cui si trovano gli uomini del nostro tempo a motivo delle molte e contradditore interpretazioni dell’esistenza i e delle conseguenti proposte di vita che ci vengano fatte.

Basta pensare al bombardamento di interpretazioni e di proposte al quale siamo soggetti ogni giorno in forma esplicita e in forma occulta, con le parole, con le immagini, con i modelli concreti di vita che ci vengono presentati dai vari mezzi di comunicazione sociale e dallo stesso comportamento degli uomini.

Ora noi intendiamo renderci conto non della Chiesa nel mondo contemporaneo in modo generale, ma del laico nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, e perciò di un particolare protagonista di questa realtà complessa; ciò che per molti di voi rappresenta la vostra vocazione concreta.

Una vocazione, quella del laico nella Chiesa e nel mondo, che fu sempre importante e decisiva di fatto nella storia cristiana, ma che da un punto di vista teologico solo recentemente ha avuto un particolare approfondimento.

 

3. Alcune tensioni

Una trentina d’anni fa uno dei nostri maggiori studiosi della teologia del laicato, Y. Congar, ricordava all’inizio di una sua fondamentale opera, Per una teologia del laicato,[1] questa definizione di laico: uno che si inginocchia per pregare, che si siede per ascoltare la predica, e che mette mano al borsellino per fare l’elemosina.

Evidentemente si trattava di introdurre un’immagine ben più ricca e rilevante del laico nella Chiesa in opposizione a quella citata, tanto riduttiva e spesso diffusa nelle nostre comunità cristiane.

Dopo però le importanti acquisizioni del Concilio Vaticano II, quei problemi paiono superati, almeno a livello teorico, dottrinale. Sono nate però nel frattempo altre difficoltà, altre tensioni riguardanti la vita in generale della Chiesa, ma che investono particolarmente la vita e il ruolo del laico poiché toccano settori e rapporti in cui egli è protagonista in prima persona.

Vi accenno solo.

  • Una prima serie di tensioni e di interrogativi si è fatta viva circa il modo d’intendere e di vivere il rapporto tra Chiesa e mondo, tra fede e cultura, fede e storia, fede e politica. Basti pensare a numerose pubblicazioni teologiche in proposito, al Sinodo dei vescovi sulla giustizia e sull’evangelizzazione, al convegno italiano su Evangelizzazione e promozione umana (1976), all’attuale disputa svolta sugli stessi giornali tra i sostenitori della presenza cristiana e quelli della mediazione cristiana;[2] basti pensare a scelte fatte da gruppi e da movimenti.
  • Una seconda serie di tensioni e di interrogativi si è manifestata nella vita della Chiesa: da una parte si rileva una forte istanza a vivere in comunione nella Chiesa, anzi ad esprimere questa esigenza in forme nuove, più personalizzate, più responsabili, così che certe parole sono sulla bocca di tutti; e dall’altra una grande difficoltà a fare comunione, a comporre in un unico concerto le varie voci che esprimono la Chiesa, a collaborare insieme.[3]
  • Una prima tappa,[4] che potremmo situare grosso modo fino al termine dell’ultima guerra mondiale, si caratterizza per una forte accentuazione, nello studio teologico, della dimensione gerarchica della Chiesa, con una conseguente messa in ombra del ruolo dei laici, nonostante notevoli stimoli in proposito da parte del Magistero, con per esempio l’enciclica Mystici Corporis (1943) e la Mediator Dei (1945), e le riflessioni innovatrici di teologi come H. De Lubac, M. Chenu, Y. Congar, ecc. ecc.
  • In questo cammino di sviluppo, di comprensione rappresentò una tappa fondamentale il concilio Vaticano II nella sua approfondita ri-espressione del mistero della Rivelazione di Dio e della Chiesa, e quindi della natura e del ruolo del laico nella Chiesa e nel mondo.[5] Ancora una volta prende risalto l’importanza decisiva che ha nella comprensione di una realtà il modo con cui ci si pone di fronte e la si guarda.
  • Nel periodo di tempo che seguì al Concilio (terza tappa) [6] dopo gli svariati commenti scritti ai documenti del Vaticano II, vi fu come una sosta nella riflessione teologica sul nostro tema, mentre si è sviluppata una problematica che indirettamente tocca la figura del laico, quale quella riguardate il rapporto Chiesa e mondo, fede e cultura, fede e politica; quella della “partecipazione” all’interno della Chiesa e delle sue modalità (vedi per esempio l’istituzione dei consigli pastorali); e infine quella della “storicità”, per cui ci si è chiesto con particolare interesse che cosa è permanente e che cosa transitorio nel mistero della Chiesa, e perciò quali possono essere i ruoli ipotizzabili del laico.

Tensioni e difficoltà che a loro volta hanno provocato in alcuni due tentazioni divergenti per superarle: quella di chi tende ad attribuire alle novità introdotte dal Vaticano II la ragione di tutti questi disagi, e perciò prone nascostamente o esplicitamente un ritorno alla dottrina e alla prassi di prima del Concilio; e quella di chi, andando oltre il Vaticano II, propone un suo superamento mediante una fuga in avanti, ritenendo che solo così si possano superare le presenti antinomie che si manifestano, a loro avviso, nella vita della Chiesa, perché questa si sarebbe fermata a metà strada nel suo cammino di rinnovamento.

Nell’un caso come nell’altro vi è di fatto un rifiuto del Concilio Vaticano II.

 

4. L’ottica della nostra riflessione teologica

È importante renderci conto della presenza del laico nella Chiesa e nella società; questo renderci conto avviene in un contesto di tensioni e di interrogativi. Ma qual è il punto di vista, l’ottica, per poter guardare adeguatamente a questa realtà?

Sappiamo tutti come è determinante il punto di vista scelto, l’interesse che ci muove in ordine alla comprensione di una determinata realtà. Vedi per esempio il diverso modo con cui può guardare e comprendere un albero da frutto un bambino, il contadino che l’ha coltivato, uno studioso di agraria; o il modo diverso di guardare e di comprendere una partita di pallone da parte di uno sportivo e di uno non appassionato di sport.

Sulla strada di Cesarea di Filippi, ci testimoniano i vangeli (cf. Mt. 16,13-16; Mr. 8,27-30; Lc. 9,18-21), Gesù chiese ai suoi discepoli: chi dice la gente che io sia? E voi, chi dite che io sia?

Molto vari risultarono i modi di vedere e di giudicare chi era Gesù Cristo.

Un’analoga domanda la potremmo rivolgere oggi all’uomo della strada, ai diversi giornali, a noi stessi: chi é il laico secondo voi?

E ci accorgeremmo come ogni risposta sia profondamente condizionata dal modo con cui ciascuno guarda al problema, dall’orizzonte conoscitivo in cui ciascuno si muove, dagli interessi che muovono la vita dell’uno o dell’altro.

Perfino le cose meccaniche sono soggette a questa legge. Se volete ascoltare alla radio una determinata trasmissione dovete sintonizzare il vostro apparecchio sulla lunghezza d’onda della radio trasmittente, altrimenti non potete cogliere il suo messaggio. Un processo analogo avviene anche nella conoscenza umana e nel nostro stesso rapporto con Dio (cf. Gv. 16,12-13; 1 Cor. 2,10-12).

Vi è così una risposta dello psicologo, del sociologo, del politico; vi è una risposta del curioso, dell’estraneo, dell’interessato, del credente e del non credente.

Il nostro punto di vista sarà quello di chi cerca di capire non da estraneo, non da risentito, o da competitore, o da semplice curioso, ma da credente, e perciò di chi si muove nell’orizzonte della rivelazione di Dio, in profonda comunione con la Chiesa, sotto l’azione dello Spirito; da credente che su questa strada non guarda semplicemente agli altri, ma gioca la propria vita.

Per questo ci rifaremo anzitutto alla nostra storia. Essa fissa in modo previo il punto di vista dal quale guardiamo, nel nostro caso alla teologia del laicato.

 

5. Le tappe di un cammino

Il nostro oggi nella sua comprensione e nel suo stesso essere si radica nel nostro passato. Così pure la vita e la teologia del laicato. Un passato che ebbe tappe successive che hanno inciso sulla nostra storia e alle quali non può non rifarsi come alimento e come confronto il vivere e il pensare di ciascuno di noi. Un passato che ha estensione diversa in ciascuno di noi, e che perciò variamente ci configura da un punto di vista culturale. Vedi per esempio il caso di chi visse la propria giovinezza al tempo della grande affermazione dell’Azione Cattolica, o del dibattito conciliare, o della crisi dell’associazionismo o del sessantotto, ecc. ecc.; e tutti noi non possiamo non sentire particolarmente viva la nostra propria esperienza fino a restarne segnati profondamente.

Per ragioni di brevità ricorderò, semplificando, tre tappe della teologia del laicato in questi ultimi tempi.

L’impegno di gruppi di laici nel campo dell’apostolato (vedi l’ importante ruolo dell’Azione Cattolica), le successive riforme liturgiche, l’accostamento diretto della Bibbia e dei Padri e la conseguente sistematica riflessione teologica, portarono negli anni cinquanta alla formulazione articolata e fondata di una teologia del laicato.

Si trattava di un cammino che s’accompagnava a quello più vasto e comprensivo della teologia della Chiesa. Progressivamente era cambiata l’ottica di visuale e conseguentemente il modo di vedere e di intendere la natura della Chiesa.

È interessante notare la varietà dei fattori che hanno determinato questo cammino, poiché essi hanno valore ancor oggi: lo studio della Bibbia e dei Padri, cioè dell’esperienza prima, fondante, della Chiesa; la maggiore evidenziazione dei segni liturgici e della partecipazione ad essi, in cui i fedeli fanno l’esperienza viva del loro essere popolo sacerdotale e profetico; l’assunzione concreta di responsabilità di apostolato, che mostrò in pratica che cosa potevano essere i laici nella Chiesa e nel mondo; la riflessione critica, alla luce della fede, dentro la Chiesa e con essa, sull’intera vicenda cristiana.

Vi è, potremmo dire, nel Concilio una prima grande architettura, quella costituita dalle quattro Costituzioni la Parola ai Dio, il suo intervento nella nostra storia, fa la Chiesa (Dei Verbum); la Chiesa, suscitata dal donarsi di Dio a noi dentro la storia, è Corpo di cristo, è Popolo di Dio, in cammino, è sacramento, vale a dire segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (Lumen Gentium); essa è fatta da Cristo e dal suo Spirito orante e santificante (Sacrosanctum Concilium); vivente in intima unione con l’intera famiglia umana, per la sua salvezza (Gaudium et Spes).

Dentro questa architettura generale s’inserisce il discorso che il Concilio fa sul laico, e perciò il rapporto alla parola di Dio, alla sua azione, dentro la comunità organica della Chiesa, nello stesso tempo orante e immerso, come fermento, nelle varie espressioni della vita del mondo.

A sua volta il Vaticano II specifica meglio il suo insegnamento sul laico dentro l’architettura particolare della Chiesa, quale articolazione del suo mistero (Lumen Gentium cap. IV), e infine in un documento apposito, il Decreto sull’apostolato dei laici. (Apostolicam Actuositatem).

 

6. Elementi per una teologia del laicato

Qualche anno fa il vicepresidente del Consiglio pontificio dei laici giustamente ha scritto che la nozione di laico, e tutto ciò che ne deriva, è di natura teologica ed appartiene al mistero della Chiesa [7].

Dal modo perciò con cui noi guardiamo a questa e formuliamo il nostro discorso teologico deriverà anche una particolare comprensione del laico.

La Chiesa, l’abbiamo accennato facendo riferimento alle recenti tappe della teologia del laicato, può essere guardata da punti di vista diversi anche da parte dei credenti, e non solo secondo la divisione generalissima tra i credenti e non credenti. Per esempio mettendo in primo piano la Gerarchia, che fa parte della struttura essenziale della Chiesa; oppure partendo dagli interrogativi e dalle attese del mondo per la cui salvezza essa è mandata; oppure ancora prendendo il via da qualche suo compito specifico (come la sua missione sacerdotale, o la sua missione profetica), o da qualche suo segno (vedi per esempio i vari sacramenti) o immagine (come il suo essere campo di Dio, Corpo di Cristo, sposa dell’agnello, tempio-santo, famiglia di Dio; o della sua struttura societaria (cf . “Lumen Gentium”, 6-8).

Nessuno di questi punti di vista ne può esaurire tutta la ricchezza. Solo il punto di vista di Dio ne è esaustivo. I1 nostro resta sempre parziale, e perciò deve integrarsi con tutti gli altri.

Va detto però anche che non tutti danno la stessa ampiezza di visuale. [8] Ora, con questa chiara coscienza di possibilità e di limiti e di necessaria integrazione, propongo qui un punto di vista teologico per meglio intendere il laico nella Chiesa e nella società.

 

6.1. Fondazione cristologica e pneumatologia

La Chiesa ha una sua struttura complessa, variamente articolata, ha una sua storia con un proprio momento di fondazione; essa però non è una realtà a se stante, come una giocattolo a molla che una volta caricato si muove autonomamente per un certo tempo. Essa è costantemente da Cristo, inviato dal Padre, e dal suo Spirito. Nella loro presenza operante sta il suo costante momento sorgivo. Se per ipotesi assurda cessasse la presenza operante di Cristo e del suo Spirito, la Chiesa cesserebbe immediatamente di essere, anche se continuasse a ripetere gesti e parole come prima. Sarebbe come un uomo in cui si fosse fermato il cuore.

I1 Nuovo Testamento ci garantisce che Gesù Cristo sarà sempre con i suoi (cf. Mt. 28,20); Egli li manda (cf. Mt. 28,19; Mr. 16,15; Gv.20,21), Egli viene da loro annunciato (cf. Atti, 2,22-26; 3,12-26; 4,12;... 1 Cor. 2,2), Egli è l’atteso (cf. Atti l,11; 1 Cor. 11,26; Apoc. 22,l7.20; Mt. 25,1-12), Egli è il termine dell’amore dell’uomo (Mt. 25,31-45), Egli è la sua norma, la sua misura (cf . Gv 13, 14-15,34).

Immergendosi nella sua morte e risurrezione mediante il battesimo l’uomo rinasce a vita nuova, conforme a Cristo (cf. Rom. 6,3-11). Perché l’uomo possa penetrare fino in fondo il mistero di Cristo, ne abbia viva memoria e lo possa testimoniare, per questo gli viene dato il dono dello Spirito (cf. Gv. 16,13; 14,26; 15,26-27).

Facendosi eco di questo insegnamento il Vaticano II ripetutamente ricorda la priorità della presenza e dell’azione di Cristo e del suo Spirito nella Chiesa, parlando della Liturgia (cf. Sacrosanctum Concilium, 7), del Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium, 9), del suo compito sacerdotale (cf. Lumen Gentium, 10) e profetico (cf. Lumen Gentium, 12, dove viene sottolineato particolarmente il ruolo attivo dello Spirito Santo), dei sacramenti (per i sette sacramenti cf. Lumen Gentium, 11; in particolare per il sacramento dell’episcopato cf. Lumen Gentium, 21) della sacra Scrittura (cf. Dei Verbum, cap. VI, 2l-.25), per cui, secondo il detto di S. Girolamo, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. Si tratta di una presenza e di un’azione che continuamente “fa” la Chiesa.

Questa prospettiva pone in primo piano non o la gerarchia, o i laici, o i religiosi, ma Gesù Cristo e il suo Spirito, ragione e misura e forza della loro vita e del loro servizio di credenti.

Ricorda espressamente questo il Vaticano II sia nell’impianto generale della Costituzione sulla Chiesa - quando passa dalla presentazione globale del mistero della Chiesa (cap. I) e del Popolo di Dio (cap. II), all’articolazione dei due servizi in essa e nel mondo, quello della gerarchia (cap. III) e quello del laicato (cap. IV) - sia quando parla del fondamento dell’apostolato dei laici, ai quale essi sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione (Lumen Gentium 33), e non dal padre o dalla madre, dal parroco o dal vescovo o dal responsabile dell’associazione, del gruppo.

Questo dato fondamentale della vita cristiana toglie alle radici ogni forma di clericalismo, e tante tentazioni di rimando delle proprie responsabilità.

La vita del sacerdote non è normativa per il laico; quella del laico non è normativa per i1 sacerdote e per il religioso; quella del religioso, a sua volta, non è normativa per gli altri, come si è stati tentati di pensare in certi tempi della Chiesa [9], poiché Cristo è norma per il laico, per il religioso a per il sacerdote. Le loro vocazioni si integrano reciprocamente in ordine all’unico mistero di Cristo, si potenziano reciprocamente, non si doppiano però tra di loro.

Se poi è Cristo che chiama ciascuno di noi, e nello stesso tempo si pone misura della nostra risposta, allora non può mai costituire motivo sufficiente di disimpegno nessuna eventuale indegnità o infedeltà o pigrizia dei sacerdoti, o dei religiosi o dei laici.

È liberante questo fatto, poiché ci toglie da ogni remora a seguire Lui. Richiamandosi ad esso il Vaticano II ha scritto che comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di figli, comune la vocazione alla perfezione, una sola salvezza, una sola speranza e indivisa carità. (Lumen Gentium, 32)

Ma è anche estremamente impegnativo. Esso esige come primo atteggiamento corrispettivo costante ascolto, disponibilità, obbedienza alla chiamata di Cristo.

Una chiamata che non è mai generica, poiché porta in sé la concretezza e il peso della vita, della morte e della risurrezione di Cristo. Una vita, una morte, una risurrezione che non sono semplicemente “accaduti”, per cui giungendo a conoscerli io mi ispiro a essi. Essi avvennero per me, per ciascuno di noi. Scrive Paolo: (il Padre) lo ha dato per tutti noi (Rom. 8,32).

Una chiamata che assume varie sembianze, che si fa “segno” nella storia: vedi l’annuncio della Parola di Dio, vedi la celebrazione dei Sacramenti.

Una chiamata che non si ferma al segno, ma in esso si comunica a noi per assimilarci a Lui, al Signore Gesù. Il suo termine perciò non è ll rito, ma l’incontro, la condivisione della vita.

Un ascolto, una interpretazione, una condivisione, una testimonianza, fatti possibili nell’uomo dal dono del suo Spirito, che si partecipa non solo attraverso i sacramenti e i ministeri, ma anche aldilà di questi, pur sempre nell’edificazione del medesimo Corpo del Signore, che è la Chiesa (cf . Lumen Gentium, 12).

Una chiamata che, perché dal Signore, che ha dato se stesso per la salvezza di tutti gli uomini, e dal suo Spirito, che è Spirito di amore, apre l’uomo agli altri uomini, secondo lo stesso atteggiamento di Gesù Cristo (cf. Gv. 13,14-15,34) nei loro riguardi.

Una chiamata che coinvolge l’uomo nella sua concretezza di essere che vive, che opera, che si esprime, che si rapporta agli altri nel mondo, per cui nulla è “estraneo” al cristiano.

Una chiamata carica di memoria, perché sostanziata della vita, della morte e della risurrezione del Signore, e nello stesso tempo aperta al futuro, un futuro che è incontro, compimento, pienezza, non solitaria conquista non “cosa”, non fuga o alternativa all’oggi. [10]

 

6.2. La secolarità

Ciò che abbiamo detto finora accade per tutti i credenti: per i religiosi, per i sacerdoti, per i vescovi, per il papa, per i laici.

Questa chiamata comune che porta il volto di Cristo e il soffio del suo Spirito si specifica però in una condizione d’esistenza, in un ruolo, in un accento specifico di “grazia” e di “segno”, dando origine a modalità diverse del vivere, del servire, del testimoniare in concreto la vocazione cristiana, com’è di molti strumenti musicali che con i loro vari timbri, con le loro particolarità sonore, con la loro diversa collocazione, concorrono a realizzare lo stesso concerto, ad esprimere musicalmente lo stesso spartito.

Fuori metafora, lo spartito è Gesù Cristo, e chi anima l’orchestra è il suo Spirito, poiché senza di Lui Cristo resta un enigma per l’uomo, e il seguirlo un’impresa impossibile. Ora, ogni credente è chiamato ad ascoltare, a seguire, a testimoniare il Signore, però con accenti e ruoli diversi.

I sacerdoti, per esempio, sono chiamati anzitutto ad annunciare con i vescovi autorevolmente la Parola di Dio, a celebrare i Sacramenti della “comunione” ecclesiale, della riconciliazione, ad essere “segni” di comunione nella Chiesa; e perciò a servire ciò che potremmo dire costituisce il momento sorgivo nella vita della Chiesa. I religiosi con la professione dei loro voti e con lo stile della loro vita sono chiamati ad attestare nella Chiesa e nel mondo particolarmente il primato di Dio nella vita e quindi il momento terminale della vita cristiana e l’attesa del regno futuro. I laici si specificano per la loro condizione “secolare”, in quanto sono chiamati a cercare e a manifestare il regno di Dio vivendo a loro fede, speranza e carità cristiana dentro il tessuto della quotidiana realtà mondana, e perciò del cristianesimo mostrano particolarmente la sua capacità concreta di “lievitazione”, a modo di fermento, della vita, dei rapporti, dell’attività, della cultura dell’uomo.

Non si tratta di una dimensione esclusiva, o unica, ma piuttosto di una dimensione “dominante”.

Una dimensione che non va vista semplicemente come un’aggiunta al precedente discorso di fondazione cristologica e pneumatologia della vita del cristiano nella Chiesa e nel mondo, ma quale sua specificazione concreta, com’è - se vogliamo rimanere nell’esempio citato pur coscienti della sua inadeguatezza - del rapporto tra la pagina musicale e lo strumento che la suona.

Nel concreto la musica che viene ascoltata è quella effettivamente suonata da quei determinati strumenti.

Ora è in questo concreto coniugarsi della chiamata di Dio con la sua condizione di vita implicata nella realtà mondana che il laico vive lo specifico del suo ruolo nella Chiesa e nella società, come credente.

Dopo aver detto che i fedeli sono incorporati a Cristo col battesimo e perciò costituiti Popolo di Dio, partecipi quindi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, il Vaticano II aggiunge: l’indole secolare è propria e peculiare dei laici. Infatti, í membri dell’ordine sacro, sebbene talora possano attendere a cose secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini.

Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta.

Ivi sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’ interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico (Lumen Gentium, 31).

Una condizione, un ruolo specifico, che esprimono una dimensione fondamentale del mistero di Cristo, e di conseguenza della sua Chiesa, e che perciò vanno vissuti nella dinamica di questa appartenenza: non in dissociazione dalla propria fede, e quindi non in dissociazione da questi riferimenti essenziali.

Una condizione, un ruolo specifico, che comportano una conoscenza, un uso, una trasformazione delle realtà secolari secondo la loro struttura, le loro possibilità, e che perciò richiedono nel laico - proprio perché è suo compito specifico operare da cristiano in queste realtà – sia “competenza” nella fede e nelle realtà mondane, sia abilità “professionale” in ciò che va facendo. La fede non sostituisce la “competenza” nelle realtà mondane, e questa a sua volta non è sufficiente perché si operi nel mondo secondo Dio.

Insegna il Vaticano II: “Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma che è anche conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza e arte. (Gaudium et Spes, 36).

D’altra parte unico è il disegno definitivo della storia umana (cf. Ef. 1,9-10; Col. 1,1.-20), ed ogni attività umana viene dall’uomo ed è a lui ordinata (cf. Gaudium et Spes, 35).

Si esige perciò nell’uomo un costante sforzo per riconoscere e comporre in unità soggettiva e oggettiva la molteplicità delle strutture, delle leggi, dei valori, senza percorrere scorciatoie riduttive nella varia articolazione della realtà, e nello stesso tempo senza separare la realtà per giungere ad una unità di pura somma.

Facendo riferimento a questa problematica dichiara ancora il Vaticano II: Imparino i fedeli a distinguere accuratamente tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra 1oro, ricordandosi che in ogni cosa temporale qualsiasi devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio... Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, a ragione dedita alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata la funesta dottrina, che pretendendo di costruire la società senza tenere alcun conto della religione, e impugna e sopprime la libertà religiosa dei cittadini (Lumen Gentium, 36).

La ragione profonda di questa unità nella distinzione sta nello stesso fatto della Rivelazione cristiana, nel mistero di Cristo, che è il suo compimento e la sua pienezza.

Dio rivelandosi all’uomo, autodonandosi a lui, nulla ha sottratto o sostituito alla sua realtà mondana; non si è detto e donato a noi in altre parole, in altri gesti, in un’altra carne, in una storia diversa dalla nostra. Ma ha “assunto” le nostre parole, i nostri gesti, la nostra carne, la nostra storia, per dirsi, per donarsi a noi, per stare con noi. Una assunzione che, nel pieno rispetto della realtà assunta, fino a “confermarla” nelle sue possibilità, nello stesso tempo le ha dato nuove dimensioni.

È ciò che noi affermiamo quando professando la nostra fede cristiana diciamo che il Verbo si è fatto carne, vale a dire vero uomo, figlio di Maria Vergine, della stirpe di Davide; che patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, e il terzo giorno risuscitò dai morti; e riteniamo che in quella morte, vera morte umana, si è manifestato a noi l’amore di Dio (cf. 1 Gv. 4,9), e nello stesso tempo, secondo l’insegnamento dei Concili di Efeso (431) e di Calcedonia (451), riteniamo che la Persona del Verbo, e non la natura divina, si è fatta carne, e perciò l’umanità di Cristo è veramente carne della nostra carne, soggetta alle nostre gioie e alle nostre angosce (vedi per esempio Gesù nell’orto degli ulivi), pur essendo dell’umanità assunta dal Figlio di Dio.

Accennando a questa problematica, il Vaticano II afferma: La Chiesa o Popolo di Dio ... (proprio perché in servizio del regno di Cristo che non è di questo mondo) nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le risorse, le ricchezze, le consuetudini dei popoli, nella misura in cui sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida, le eleva (Lumen Gentium, 13).

Prende così rilievo l’inseparabilità del discorso sulla fondazione cristologica e pneumatologica della vita e dell’azione del laico nella Chiesa e nel mondo, e la sua emergente espressione nella secolarità.

 

6.3. Nella “comunione” ecclesiale

La Chiesa nasce dalla “comunione” di Dio con gli uomini (cf. 6,1); una comunione che non si esaurisce in nessun dono, in nessun ruolo, anche se è anzitutto comunione personale di Dio con l’uomo (cf. 1 Cor 12,4-11,27-30; Ef. 4,7-13). La “comunione” di Dio con gli uomini incarnandosi, prendendo forma, a sua volta si rifrange in una pluralità di “segni”, di “situazioni”, che vengono da essa assunte nel suo movimento partecipativo.

La stessa radice della pluralità della Chiesa risulta così anche il principio, la ragione della sua unità. Poiché la partecipazione del mistero di Dio non si esaurisce in nessuna persona, in nessun dono o ministero, in nessun segno, per questo ognuno di essi, in fedeltà alla sua origine, va vissuto in profonda comunione con gli altri.

Una comunione di servizio e una comunione di segno.

Una comunione di servizio in quanto un dono, un ministero, una vita, aiuta gli altri a crescere secondo la propria identità cristiana. Vedi per esempio come l’annuncio della Parola di Dio da parte del sacerdote (compito emergente del ministero o servizio presbiterale) aiuta il laico ad animare cristianamente la realtà temporale nella quale si trova a vivere (suo compito emergente), e come a sua volta la conoscenza che ha il laico della realtà mondana e della fede vissuta dentro la realtà mondana può a sua volta illuminare, aiutare ad essere più tempestivo e pertinente il magistero della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 37; Presbyterorum Ordinis, 9; Apostolicam Actuositatem, 24-25),

Una comunione di segno in quanto un compito, una testimonianza si completano l’un l’altro reciprocamente per presentare agli occhi dei credenti e dei non credenti, dentro il concreto della storia, l’unico mistero di Cristo nella varietà dei suoi aspetti: silente ed annunciatore del regno di Dio, gioioso e sofferente, acclamato e vilipeso, seguito e abbandonato, accusatore e accusato (cf. enciclica Mystici Corporis n. 44). Vedi per esempio la varia e complementare testimonianza resa dal religioso, dal sacerdote e dal laico nella Chiesa e nel mondo.

Così se la “comunione”, quella di Dio con gli uomini, costituisce la matrice della vita della Chiesa, essa, per ciò stesso, rappresenta anche la legge fondamentale della vita del Popolo di Dio, del suo “essere”, del suo “crescere”, del suo “testimoniare”, del suo “operare”, della sua stessa “credibilità” (cf. Gv 13,35).

In questa circolarità della comunione ecclesiale, che trova il suo baricentro fuori di sé, in Dio che le si dona, il ruolo dei laici si colloca nel momento, potremmo dire, “terminativo” di questo movimento, là dove la Parola di Dio prende carne nel mondo e si fa segno tangibile, quotidiano, alla portata di tutti; e nello stesso tempo nel momento primo di quel movimento, quello della domanda, là dove il mondo attende, e del quale il laico, poiché vi vive coinvolto, può farsi immediato interprete e testimone.

Potremmo dire che i laici nella Chiesa rappresentano il suo luogo d’ascolto del mondo in cammino e in attesa, le sue mani operose all’interno della realtà secolare, la traduzione nel concreto quotidiano del Vangelo annunciato e celebrato nella Liturgia, il posto privilegiato del farsi del rapporto concreto tra Chiesa e mondo.

Se in una comunità cristiana venisse meno l’annuncio della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucarestia, verrebbe meno il suo cuore; altrettanto, se venisse meno la presenza dei laici, la comunità cristiana sarebbe senza orecchi, senza mani, senza comunicazione, il mondo resterebbe senz’anima, se, come scrive l’autore dello scritto antico “a Diogneto”: ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani: il fermento, per usare un’immagine evangelica, non agirebbe se non fosse immerso nella pasta che deve lievitare.

 

6.4. “Storicità” e “simbolicità” della Chiesa nel mondo, e del laico in essa

Se per un verso la Chiesa è stata costituita da Cristo una volta per sempre, per un altro verso essa continuamente è “ricreata” da Cristo e dal suo Spirito, così che viene costantemente suscitata dal libero intervento di Dio e dalla libera risposta dell’uomo. Da ciò deriva la prima ragione della sua intrinseca storicità, radicantesi nella libertà di Dio e nella libertà dell’uomo. Una libertà che ha già avuto in Cristo la sua espressione più acuta e comprensiva, sia come chiamata, intervento di Dio (il Figlio donato a noi dal Padre nella nostra carne), sia come risposta a Lui da parte dell’uomo in Cristo dentro la vicenda umana (vedi la costante obbedienza di Cristo al Padre).

Così la Chiesa vive ogni giorno della prevista - imprevista donazione di Dio; della prevista - imprevista risposta dell’uomo.

Per esempio Gesù Cristo ci ha garantito la permanenza della Chiesa fino al termine dei tempi: Andate, dunque, istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo ... Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt. 28,19-20). Il che significa che rimarranno la presenza operante della sua Parola, i gesti santificatori dei suoi sacramenti, i ministeri essenziali da Lui istituiti, Lui tra noi. D’altra parte però ci potranno essere per esempio più o meno sacerdoti, più o meno varietà e abbondanza di doni del suo Spirito, e quindi proporzioni diverse di “segni” e di “servizi” all’interno della Chiesa nelle varie epoche.

A loro volta gli uomini possono rispondere con più o meno generosità alla chiamata di Dio. L’iniziativa di Dio nel divenire della nostra salvezza non disgiunge l’uomo dalle sue personali e comunitarie responsabilità, anzi le mobilita, le ingigantisce. A chi vien dato molto, ci ricorda il Vangelo, sarà chiesto anche molto.

La chiamata di Dio e la risposta dell’uomo si situa poi in un determinato contesto linguistico, sociale, culturale, nel quale prende carne e forma, e perciò si modula con stili e timbri e proporzioni diverse a seconda dei tempi.

Vedi per esempio l’evoluzione della Liturgia nella storia, il senso del costituirsi lungo l’arco dei secoli di diversi ordini e congregazioni religiose, il prevalere ora del momento evangelizzatore della Chiesa, ora di quello sacramentale (che è anche evangelizzatore), il vario organizzassi pratico delle comunità cristiane, i momenti di supplenza da parte dei cristiani di gruppi, di confraternite, di associazioni, per aiutare l’espressione e la crescita della propria fede e carità dentro rinnovati contesti storici.

In questo quadro generale si comprende come abbiano avuto un loro sviluppo, una loro evoluzione, non solo il rapporto tra Chiesa e mondo, tra Chiesa e cultura del tempo, i rapporti tra le sue forze interne, il suo linguaggio, le sue espressioni, la sua cultura, ma anche all’interno di essa i rapporti e i ruoli del laicato.

Vedi per esempio i diversi rapporti che si possono instaurare all’interno della Chiesa tra sacerdoti e laici quando questi sono teologicamente preparati o no, più o meno coerenti nella loro vita di fede, e viceversa; vedi per esempio i diversi ruoli dei laici che possono prendere spicco a seconda delle necessità della comunità in cui si vive, per esempio per la prevalenza o di ammalati, o di poveri, o di ragazzi da istruire religiosamente, o di famiglie da sostenere, o di cultura da gestire ed animare, o di amministrazione da assumere, ecc. ecc.

Si può dire che la vocazione concreta di ciascuno è la risultanza dei propri doni di natura e di grazia (determinati sia dai Sacramenti, sia dai liberi carismi dello Spirito), vissuti dentro il contesto concreto della Chiesa e del mondo del proprio tempo, e perciò in rapporto ai doni e alle necessità degli altri.

Un rapporto che non si esprime solo in azioni individuali, ma anche collettive, e che per questo può dare origine ad istituzioni, come gruppi, associazioni, movimenti, che trovano la loro motivazione e misura nell’aiuto alla crescita nella fede dei suoi membri, nel servizio al bene comune della Chiesa e della società, e non semplicemente nell’affermazione di se stesse.

Ci ricorda Paolo: Ciascuno di voi cerchi di piacere al prossimo in vista del bene e per edificare. Il Cristo non cercò di piacere a se stesso. (Rom. 15,2-3). E parlando dei suoi connazionali, gli Israeliti, giunge a dire: Sì, mi augurerei d’essere io stesso maledetto... per i miei fratelli (Rom. 9,3).

Così la chiamata di Dio, dentro la secolarità, in permanente comunione ecclesiale, che definisce la vocazione del laico, non solo si compie nella storia, ma ha un suo divenire storico, dentro i costanti parametri della fedeltà a Lui, Gesù Cristo, e ai doni e ai ministeri che da Lui vengono, come quello del suo Spirito, della sua Parola e dei suoi gesti santificatori (i sacramenti), del servizio al discernimento e alla comunione propri del vescovo e del presbitero.

La Chiesa, ci ricorda ancora il Vaticano II, vive nel mondo come un “sacramento”, ovvero come “segno e strumento” della comunione di Dio con gli uomini e di questi tra di loro (cf. Lumen Gentium, 1). Essa vale non tanto per ciò che è, quanto per ciò di cui è “segno”, di cui è “simbolo” vale a dire segno pieno, pregnante, poiché Cristo resta sempre più grande della sua Chiesa!

Ciò non è solo della Chiesa nella sua complessità, ma anche del laico, oltre che degli altri suoi membri (il Vaticano II parla del valore di “segno” anche del vescovo, del presbitero, del religioso). Con una espressione ardita il Concilio afferma che: “Ogni laico deve essere davanti al mondo il testimone della risurrezione e della vita del Signore Gesù e il segno del Dio vivo (Lumen Gentium, 38).

E poco prima, mettendo in intimo rapporto di significanza i sacramenti e la vita del laico, esclama: “Come i sacramenti della nuova legge... prefigurano il cielo nuovo e la nuova terra (cf. Ap. 21,l), così i laici sono araldi efficaci della fede nelle realtà che speriamo (Lumen Gentium, 55).

Come i sacramenti perciò sono “segni” del mistero di Cristo che si dona a noi, analogamente la vita di fede del laico, implicato nelle diverse realtà temporali, si fa “segno” di quello stesso mistero nelle condizioni ordinarie della vita, quasi prolungamento e sviluppo dei gesti sacramentali, toccabile, visibile, dai credenti e dai non credenti.

Ciò comporta che la misura prima del proprio comportamento cristiano non sia la constatata efficacia, quanto l’autenticità, la fedeltà del “segno”: mostrare Lui.

Ricordiamo nella storia gesti, vite, che si compiono nel nascondimento, senza particolare risonanza, alle volte tra l’ostilità, e che tuttavia divennero poi punto di riferimento per molti.

Del resto la stessa morte in croce di Cristo ne è l’esemplare più alto.

Questo, penso, va particolarmente ricordato tra noi oggi, perché in un tempo in cui l’efficienza e il quantitativo paiono dominare sovrani, noi credenti non ne restiamo incantati e soggiogati, così da scordare il primato del “qualitativo” e della “esemplarità” nella vita cristiana.

 

7. La cultura e la famiglia: spazi privilegiati per la presenza e l’azione del laico

Nulla vi è nella Chiesa che riguardi solo qualcuno, anche se non nell’identico modo avviene la partecipazione a tutto. Vedi per esempio la partecipazione all’annuncio della Parola di Dio, alla celebrazione dei sacramenti, della Liturgia, alla guida e alla comunione della Chiesa (cf . Lumen Gentium, 10. 13.25-27.34-36).

Si danno però degli spazi, dei luoghi, dove emerge il contributo proprio di una qualche componente della Chiesa. Ora a me pare che due di essi emergano tra gli altri per il contributo dei laici: la cultura e la famiglia.

 

7.1 . La cultura

Intendiamo qui per cultura non semplicemente quella che è costituita dalla riflessione critica, variamente elaborata, degli uomini su se stessi, sul mondo e sulle cose, ma ogni espressione che viene dall’uomo o come opera, o come linguaggio, o come costume, o come rete di rapporti, come modo di vivere, come pensiero. In questo senso fa parte della cultura il lavoro dell’uomo, il suo modo di organizzarlo, la costruzione delle case e delle città, le tradizioni familiari, cittadine, regionali; le grandi come le umili espressioni artistiche; perfino il modo di mangiare. Tutte le volte che l’uomo pensa, opera, organizza, dice qualcosa, esprime sé, e diventa; non solo cresce nell’avere (le cose che si costruisce), ma anche nell’essere, perché diventa più sapiente, più abile, più esperto, più libero.

Ora, proprio perché i laici vivono implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale (Lumen Gentium, 3l), per questo la “cultura dell’uomo” è 1o spazio privilegiato della loro presenza ed azione; suscitarla, orientarla, coltivarla, è loro compito proprio, poiché il credente non vive, non opera, non comunica nel vuoto oppure dissociato, o fuori del mondo.

La cultura che parte dall’uomo a sua volta torna all’uomo plasmandolo, orientandolo, condizionandolo, così che essa risulta come il tessuto del vivere umano, attraverso il quale viene filtrato ogni ulteriore messaggio, con il quale a sua volta entra in reazione o di accoglimento, o di rigetto, o di subordinazione.

Tutto ciò può far intravedere quanto sia importante operare all’interno della cultura umana da parte dei credenti per la loro fede: per il suo accoglimento o per il suo rifiuto, per la sua comprensione, per la sua trasmissione, per la sua testimonianza. Basti pensare alle matrici di certi rifiuti manifestati anche recentemente in Italia di determinati valori.

 

7.2. La famiglia

Un altro spazio in cui ha un ruolo determinante il laico è la famiglia. In essa si manifestano secondo la sua tipicità alcune caratteristiche della grande Chiesa, come la “comunione” (“koinonia”), il “servizio” (“diaconia”), la “testimonianza” (“martyria”), la “storicità” e la “simbolicità”, in fedeltà al mistero di Cristo e in contestazione di una ricorrente tentazione di appiattimento della vita, di una sua riduttività.

Secondo la sua vocazione in Cristo, la famiglia suscitata dalla “comunione” di Dio con l’ uomo espressa nel sacramento del matrimonio, è chiamata a sua volta a vivere questa comunione nell’alterità delle persone nella stessa carne (nei coniugi) e nello stesso sangue (nel rapporto tra genitori e figli), quale “segno” del mistero di Dio.

In essa l’ultimo, il più debole, come il bambino o l’ammalato, se la famiglia è autentica, è servito dal più forte, da chi è primo, secondo l’insegnamento che Gesù diede ai suoi nell’ultima cena (cf. Gv. 13, 12-15; Lc. 22,24-27).

La comunicazione reciproca, l’educazione, avviene soprattutto attraverso la via della “testimonianza” della vita.

In essa quotidianamente si vive la “storicità” della Chiesa, in quanto passaggio da una generazione all’altra dell’identica fede, pur nella varietà delle sue espressioni, con le tensioni che questo fatto comporta. In essa prende spicco, pur nella limitatezza della sua condizione, il quotidiano rapporto tra Chiesa e mondo. La famiglia è un soggetto globale che non sopporta le separazioni, in analogia con l’istanza unificante della persona. Ad essa fanno riferimento, come ad un unico soggetto, le questioni economiche, scolastiche, del lavoro, affettive, religiose, cercando in essa una loro composizione.

Infine nella famiglia vengono educate tutte le vocazioni: quella del religioso come quella del laico, quella del sacerdote, del vescovo, dello stesso papa, come quella del laico consacrato. Forse nessuna istituzione ha tanto peso nella vita di ogni uomo come questa. In essa il laico vive una delle sue grandi responsabilità, quella di avviare i primi passi della Chiesa e della società del domani.

 

8. Unità e pluralità nella stessa vita dei laici

Non si dà nella Chiesa una pluralità di doni e di compiti soltanto tra le grandi distinzioni di ruolo dei religiosi, della gerarchia e dei laici, ma anche tra gli stessi laici, e ciò sia per i doni di natura e di grazia ricevuti, sia per la realtà in cui si impegnano. Abbiamo così chi ha più attitudini per la catechesi, e chi per la carità, per l’assistenza ai poveri e agli ammalati. Chi si impegna in opere squisitamente ecclesiali come l’evangelizzazione, la liturgia, e chi s’impegna in settori più strettamente temporali, come l’organizzazione del lavoro, l’amministrazione pubblica, l’attività politica. Sotto la spinta di questi diversi interessi i laici possono anche organizzarsi in gruppi, in associazioni, in movimenti, in partiti, in sindacati.

In tutti questi casi più la realtà in questione appartiene alla sfera ecclesiale e più è stretto il rapporto di comunione dei laici con la Chiesa e con chi ha responsabilità eminenti in quel settore; più la realtà in questione appartiene alla sfera strettamente mondana e più i laici si muoveranno con una loro autonomia, sempre fermo restando il dovere di operare guidati dalla coscienza cristiana (cf. Lumen Gentium, 56).

In questo contesto si spiega il diverso vincolo che hanno con la Chiesa le varie forme associative, il diverso loro valore di rappresentanza, il significato di una loro eventuale approvazione o raccomandazione da parte di chi ha il compito tra l’altro di essere visibile autorevole segno e servitore della comunione ecclesiale.

È una pluralità di cammini e di compiti che si fonda non solo nella varietà della realtà umana e cristiana che va servita, ma anche nella ricchezza di aspetti e di possibilità che porta in sé la vacazione del laico, e che nessun singolo potrà mai da solo vivere in tutta la sua estensione.

Ciò comporta che nessun laico, e nessun gruppo di laici, può presumere di esaurire in sé l’intero arco della vocazione laicale nella storia, e perciò ciascun laico, e ciascun gruppo di laici, in coerenza a questo fatto, dovrà riconoscere il valore e il ruolo della vita degli altri laici, degli altri gruppi, approvati dalla Chiesa, e vivere in comunione e non in antagonismo con essi. E poiché l’istituzione di gruppi e di associazionî fa parte della storicità della Chiesa, che variamente si esprime nel tempo, sempre in fedeltà alla sua struttura originaria, queste associazioni e questi gruppi risultano legittimi e validi nella misura in cui manifestano e servono la “comunione” ecclesiale. In caso contrario essi negano il loro fondamento, la loro prioritaria finalità, e perciò il loro senso.

Non vi è però soltanto una pluralità nell’unità nell’ambito dei laici, ma anche in quello del singolo laico.

Doni diversi di grazia nella successione del tempo, rapporti diversi con gli altri (basti pensare al divenire della vita della famiglia: i due sposi, sposi con figli piccoli, sposi di nuovo da soli perché i figli hanno lasciato la casa, eventuale vedovanza di uno dei coniugi), situazioni storiche, ambientali diverse, comportano spesso notevoli variazioni negli impegni di ciascun laico. Si dà così una pluralità successiva di impegni e di ruoli nella vita del singolo laico che vanno accettate, se non si vuole rimanere prigionieri della nostalgia di qualcosa che non è più e che perciò ci alienerebbe dalla nostra vita reale, e quindi dall’adempimento della concreta chiamata di Dio.

Ho molto insistito sul fatto che non vi è risposta a Dio se non dentro il contesto concreto della vita, come concreta è la nostra radicale chiamata in Gesù Cristo vissuto e morto per noi. Il filo conduttore però, l’anima di questo impegno non resta prigioniero di nessuna situazione, di nessun gesto, pur animandoli tutti come la chiamata di Dio si è espressa in tutta la vicenda di Cristo, senza mai chiudersi in nessuna di esse. Lui è rimasto la perenne misura dei suoi atti, l’anima del loro valore.

Torna qui il discorso sul fondamento, sulla misura, della vocazione della Chiesa e di ciascun cristiano, sulla ragione della sua varietà e unità: Gesù Cristo, il suo amore per noi, il nostro amore per Lui.

Qui sta il principio unificante non solo della Chiesa, ma anche della vita di ciascuno di noi, di ogni suo membro.

Un giorno una ragazza sentì dentro di sé il dramma di dover scegliere una sola via tra le mille a cui aspirava dentro di sé. “Mi sento la vocazione di guerriero, di sacerdote, di apostolo, di dottore, di martire...”. E si tormentava perché non poteva percorrerle tutte. Alla fine scoprì quella che era l’anima di tutte; quella che abbiamo ricordato sopra.[11] Era l’eco, scoperto nella propria vita, di una grande pagina teologica che Paolo aveva scritto per quelli di Corinto, ricchi di doni, di carismi, ma anche di divisioni e di contrasti. Dopo aver elencato varie vocazioni nella Chiesa, Paolo indica ai fedeli di Corinto l’anima di esse, il carisma dei carismi, il cuore di ogni ministero (cf. 1 Cor. 12-13): la carità.

Il Vaticano II indica questa come legge fondamentale non solo della perfezione personale dell’uomo, ma anche della trasformazione del mondo (cf. Gaudium et Spes, 38). Si tratta del principio esistenziale unificante non solo tutte le vocazioni cristiane, ma anche la pluralità di espressioni, di vocazioni nella vita di una stessa persona, ciò che stabilisce la più profonda continuità pur in una possibile notevole varietà di condizioni d’esistenza.

È importante che in una riflessione sulla teologia del laicato abbiamo a tener davanti agli occhi tutta la sua varietà espressiva, in modo da non farcene un’idea troppo riduttiva, nella quale molte autentiche forme di vita cristiana si potrebbero sentire escluse. E ciò non per offrire un facile conforto a qualcuno, ma per essere fedeli alla verità cristiana.

Paolo ci ricorda che non solo la vita, l’attività, ma perfino la morte rientrano nel nostro cammino vocazionale: Nessuno di noi – egli scrive - ... vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore (Rom. 14,7-8).

L’amore di Dio, manifestatosi a noi in Gesù Cristo, e diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo, dà senso a tutto ciò che ci accade.

Scrive ancora Paolo ai Romani: Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rom. 8,28).

 


[1] L'opera originale è Jalons pour une théologie du laïcat , Parigi 1953, pubblicata in Italia con il titolo citato nel testo dall'editrice Morcelliana, Brescia, nel 1966.

[2] Vedi per esempio quale eco di queste dispute: G. Grampa, Contro la gnosi, ovvero quale “mediazione culturale”, Vita e Pensiero n.3 Milano (1981) pp. 5-10; F. Pizzolato, La polemica sulla cosiddetta “mediazione”, in: ibid. n. 4, pp. 48-49; F. Botturi, Quale mediazione? in: ibid. n. 6, pp. 56-60.

[3] Vedi per esempio alcuni interventi fatti al Convegno di Bologna (1980) sull’ecclesiologia del Vaticano II: A. Acerbi, L'ecclesiologia sottesa alle istituzioni ecclesiali post-conciliari; G, Alberigo, Istituzioni per la comunione tra l'episcopato universale e il vescovo di Roma; J. Grootaers, I sinodi dei vescovi del 1969 e del 1974: funzionamento insoddisfacente e risultati significativi; J. Meyendorf, Il regionalismo ecclesiastico: struttura per la comunione o pretesto per il separatismo? in: AA.VV. , L'ecclesiologia del Vaticano II: dinamismi e prospettive, ed Dehoniane, Bologna 1981, rispettivamente pp. 213-234, 235-262, 271-294, 295-310.

[4] Per un quadro storico della ecclesiologia grosso modo degli ultimi cent'anni nei quali prende ombra o risalto la teologia del laicato vedi; St. Jaki, Les Tendances nouvelles de l’Ecclesiologie, Roma 1957; E. Stirnimann, La Chiesa nella problematica presente, in AA.VV., Problemi e orientamenti di teologia dogmatica, ed. Marzorati, Milano 1957, vol. I, pp. 143-169; J. Frisque, L’ecclesiologia del XX secolo, in AA.VV., Bilancio della teologia del XX secolo, ed. Città Nuova, Roma 1972, vol. 3, pp. 211-262.

[5] È interessante notare come i principali studi teologici sui laici in questi ultimi cento anni siano usciti nel decennio 1950-1960. J. Frisque nel suo studio sopra citato, scritto nell’anno 1970, a pp.258-259, nella bibliografia cita 25 studi sulla teologia del laicato e di questi due sono degli anni 1947 e 1949 e due degli anni 1961 e 1962; tutti gli altri sono usciti nel decennio 1950-1960. L’insegnamento del Concilio Vaticano II sui laici va compreso nel contesto di questi studi.

[6] 6 Cf. D. Tettamanzi, Laici, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, ed. Paoline, Roma 1973, pp. 444-460; A. Baruffo, La teologia del laicato, in: AA.VV., Correnti teologiche postconciliari, ed. Città Nuova, Roma 1974, pp. 55-78; A. Beni, Laico, in: Nuovo dizionario di teologia, ed. Paoline, Roma 1977, pp. 691-701; B. Forte, Laicato, in: Dizionario teologico interdisciplinare, ed. Marietti, Torino 1977, vol. 2, pp. 333-345. AA.VV., La laicità nella Chiesa, ed. Vita e Pensiero, Milano 1977; Rose-Mary Goldie, Laics, laícat et laicité. Un sondage bibliographique à travers trois décennies, in: AA.VV., Elements pour une théologie du laïcat , numero speciale del bollettino del Pontificium Consilium pro Laicis, Città del Vaticano, 26-1979 pp. 109-147 (una rassegna molto accurata, che sarà edita in lingua italiana sulla rivista Rassegna di teologia, n.4, 1981, pp.295 ss.)

Per una problematica che tocca indirettamente la teologia del laicato vedi A. Acerbi, La Chiesa nel tempo, ed. Vita e Pensiero, Milano 1979.

[7] L. Moreira Neves, Reflexion sur le róle des laics à patir des documents conciliaires, in Elements..., op. cit. p. 59.

[8] Risulta interessante in proposito la critica che Y. Congar fa della impostazione teologica della sua fondamentale opera: Jalons … op. cit., nel senso che ritiene che le distinzioni troppo nette proposte allora l’hanno portato a non evidenziare a sufficienza determinati aspetti della teologia del laicato: Y. Congar, Ministères et communion ecclésiale, ed. du Cerf, Parigi t971, pp. 9-30.

[9] Cf. Y. Congar, Jalons pour une théologie du laïcat , Parigi, 2^ ed, 1954, pp. 19-45. Traduzione italiana Per una teologia del laicato, Brescia, Morcelliana, 1967, pp. 19-44.

[10] “Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo” (Gaudium et Spes, 39).

[11] Cf. S. Teresa di G.B., Storia di un’anima, ed. Ancora, Milano 1964, pp. 236-239.