Giovanni Volta

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A QUARANT’ANNI DALLA CONCLUSIONE DEL CONCILIO VATICANO II.

Ricordi di un testimone “esterno” all’aula conciliare

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(scritto per la rivista Il Segno nel novembre 2005)

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SOMMARIO

Il rischio di una dimenticanza

L’attesa

L’informazione

Una intervista fatta all’arcivescovo di Cracovia, mons. Karol Wojtyla

La ricezione del Concilio

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Sono passati quarant’anni dalla conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Molti per una persona; pochi per un Concilio, se pensiamo per esempio agli anni trascorsi tra il Concilio di Trento e il Vaticano I e il Vaticano II.

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Il rischio di una dimenticanza

Gli eventi della vita si susseguono rapidamente ed è facile dimenticare quelli già trascorsi. Se poi non li abbiamo vissuti in prima persona li ricordiamo insieme a tanti altri senza una particolare rilevanza per noi. Un rischio che corre anche il Concilio Vaticano II. Esso fu tenuto per tutti i cristiani, ma c’è il pericolo che sia ricordato solo da chi studia la storia della Chiesa. In più di un caso ho verificato tra i credenti l’ignoranza del suo insegnamento.

Ho sperimentato questo per esempio frequentando gli studenti di teologia dei nostri Seminari. Molti studenti ho trovato che conoscevano il Vaticano II come a bocconi, ma non nella sua interezza. Nella scuola di teologia vengono solitamente citati diversi paragrafi dei documenti del Concilio, trattando temi particolari come la Rivelazione, la Tradizione, la Chiesa, la Liturgia, ma non i testi interi e tanto meno il loro sviluppo all’interno della storia del Concilio. Soprattutto sono caduti nelle nuove generazioni la curiosità e l’entusiasmo di quei giorni, tanto che nel Seminario di Pavia ho voluto istituire un Corso sul Concilio Vaticano II, che io stesso svolsi per tenere viva quella memoria.

Senza la conoscenza del Concilio Vaticano II non si comprende la Chiesa di oggi e anche i futuri passi che essa compirà.

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L’attesa

Quando si diffuse in un baleno la notizia dell’indizione del Concilio, fummo tutti sorpresi. Non ci aspettavamo che un Papa, eletto ormai vecchio, di transizione si diceva, potesse pensare a un Concilio Ecumenico. Alla sorpresa si accompagnò subito anche una grande aspettativa, specialmente in noi giovani preti, più propensi alle novità che alla conservazione. Si è saputo poi che invece diverse persone di Chiesa in quei primi giorni rimasero sconcertate da quell’inaspettata notizia. Dicevano: dopo solo cento giorni di Pontificato un anziano Papa osava indire una Assemblea ecclesiale così impegnativa e complessa. Si racconta che un prete abbia risposto in quei giorni ad un amico cardinale: “Non si preoccupi, lo Spirito Santo è ancora sveglio nella Chiesa”

Io allora da pochi anni insegnavo nella scuola di teologia del Seminario di Mantova il trattato sulla Rivelazione e sulla Chiesa, argomenti soggetti in quel tempo a un profondo ripensamento, pur essendo già in atto tante innovazioni.

All’Università Gregoriana avevo frequentato le lezioni sulla Rivelazione di un gesuita olandese, S. Tromp, che sarà poi nominato segretario della Commissione teologica alla guida della preparazione degli schemi conciliari, e di un gesuita spagnolo sulla Chiesa, T. Zapelena. Due persone molto colte, ma più testimoni eruditi di un passato, che sollecitatori di un avvenire. Nello stesso tempo però leggevamo autori che guardavano più all’avvenire, paradossalmente rivisitando il passato, come Y. Congar, H. De Lubac, J. Daniélou, K. Rahner, i quali stimolavano modi più ricchi e positivi d’intendere la Rivelazione, la Chiesa, il ruolo dei laici in essa.

La stessa vita della Chiesa, come l’esperienza fatta in essa dall’Azione Cattolica, dai gruppi biblici, da gruppi cultori della liturgia, dai missionari in terre di cultura diversa, portava dentro di sé fermenti che spingevano verso un rinnovamento, come quando un ragazzo cresce e sente il bisogno di un vestito nuovo per sentirsi a proprio agio. Fermenti non sempre messi per iscritto, ma che serpeggiavano nelle nostre comunità cristiane, per cui se la notizia del Concilio aveva sorpreso, il bisogno di un rinnovamento era sentito.

A livello culturale le domande poste all’inizio del secolo e raccolte in parte dal movimento modernista attendevano un’adeguata risposta che non fosse semplicemente una condanna degli errori.

In un mondo in profondo cambiamento si avvertiva il bisogno di un “aggiornamento” (questa fu la parola usata da Papa Giovanni) della Chiesa che attingesse alle proprie sorgenti storiche (Bibbia e Padri) e riuscisse a meglio parlare al mondo contemporaneo.

Ancora alla fine degli anni quaranta Parigi era stata dichiarata “terra di missione”, tanto che l’arcivescovo di quella città, il cardinal Suhard, aveva scritto una lettera pastorale che portava il significativo titolo: “Essor ou decline de l’Eglise?” (“Rinascita o declino della Chiesa?”).

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L’informazione

Del Concilio, però, noi rimasti fuori dalla porta avevamo notizie frammentarie dato lo stretto segreto che teneva nascosti all’opinione pubblica i dibattiti che si svolgevano in aula. Ci sembrava di guardarlo come attraverso delle piccole feritoie. I giornali, quali “L’Osservatore Romano”, “Avvenire” di Bologna, “L’Italia” di Milano, la rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”, davano sì delle informazioni, ma molto sintetiche, per cui quando uscivano i documenti conciliari, questi ci apparivano come delle novità delle quali avevamo solo intravisto qualcosa attraverso la stampa. L’andamento reale dei lavori conciliari ci sfuggiva. Credo che anche diversi padri conciliari si siano trovati in difficoltà a capire l’andamento del Concilio: una esperienza nuova e complessa, dove erano in gioco problemi importanti della Chiesa, che esigevano studio e confronto. Per questo i lavori conciliari furono anche una scuola intensiva per i vescovi.

Personalmente potei vedere alcuni documenti in preparazione perché me li passava per un parere il mio vescovo, monsignor Antonio Poma, che faceva parte della Commissione teologica del Concilio.

Verso la fine dei lavori conciliari, nell’agosto del 1965, partecipai anche ad un Convegno dei Vescovi della Lombardia, del Piemonte e del Veneto a S. Fidenzio, in provincia di Verona, per studiare gli ultimi emendamenti da proporre ai documenti conciliari che dovevano venire approvati nei seguenti mesi di ottobre, novembre e dicembre.

Constatai in quell’occasione la passione con cui i vescovi seguivano i lavori del Concilio e come la valutazione tecnica, per così dire, del linguaggio, era solo di alcuni, il consenso però, che coinvolgeva anche i non esperti, era legato alla corrispondenza delle proposte fatte con il loro senso della fede. Mi ricordai allora di ciò che era avvenuto anche nel primo Concilio ecumenico, quello di Gerusalemme, del quale parlano gli Atti degli Apostoli (cf. Att.15, 5-29). Si discusse in quei primi tempi della Chiesa con vivacità della caduta o meno di alcune prescrizioni della legge giudaica, della circoncisione, quale condizione per diventare cristiani. Anche allora c’erano opinioni diverse, e alla fine fu stabilita una linea comune con la coscienza di obbedire tutti allo Spirito Santo, tanto che si concluse il primo Concilio ecumenico della storia cristiana con queste significative parole: “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso” (Atti 15,28).

Ma e l’altra gente, qualcuno si chiederà, oltre ai giornali, non aveva altre fonti informative? In genere i Vescovi delle singole Diocesi scrivevano periodicamente delle lettere ai loro fedeli per informarli sui lavori del Concilio, ma con tutte le precauzioni che richiedeva il segreto.

A Mantova, per esempio, per tornare a fatti dei quali sono testimone, sono state chiamate persone che partecipavano ai lavori del Concilio, oppure esperti degli argomenti trattati, come il prof. Giuseppe Lazzati sui laici, monsignor Enrico Galbiati sull’ecumenismo, don Giuseppe Dossetti, esperto del card. G. Lercaro (uno dei quattro moderatori dell’Assemblea conciliare), sulla costituzione dogmatica della Chiesa. Dei partecipanti come padri conciliari parteciparono a questa iniziativa d’informazione della gente monsignor Alfred Ancel, vescovo ausiliare di Lione (per 5 anni vescovo-operaio) sul rapporto Chiesa e mondo operaio, il nostro vescovo, monsignor Antonio Poma, sulla Chiesa e l’allora arcivescovo di Cracovia, monsignor Karol Wojtyla sul così detto Schema XIII ( detto poi “Gaudium et Spes”).

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Una intervista fatta all’arcivescovo di Cracovia, mons. Karol Wojtyla

Di questo incontro, che avvenne alla fine dell’ottobre 1965, conservo ancora le domande scritte che furono preparate perché il relatore aveva chiesto di rispondere ai nostri interrogativi, dopo una sua breve introduzione al documento in preparazione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

Credo che il loro elenco possa dare un’idea del tipo di interesse che circolava tra i cristiani in quei giorni:

1. Lei, eccellenza, il 21 ottobre 1964, in un suo intervento fatto al Concilio sullo Schema XIII ha affermato: “Non si dà dialogo se la Chiesa si assegna un posto sopra il mondo e non nel mondo. La Chiesa non deve presentarsi al mondo come docente, chiedendo solo obbedienza, parlando autoritariamente, ma deve cercare con il mondo come il mondo può trovare la verità; altrimenti il suo sarà un soliloquio. Di quale dialogo si tratta, e quali ritiene, eccellenza, siano oggi i principali ostacoli nella Chiesa e nel mondo a questo dialogo?

2. Mons. Kominek a nome di 62 vescovi della Polonia ha proposto che l’argomento dell’ateismo sia approfondito nello Schema XIII nello spirito dell’enciclica “Ecclesiam Suam”; in questo fu poi seguito da molti altri padri conciliari, tra i quali il cardinal Seper, arcivescovo di Zagabria. Quali ritiene, eccellenza, siano oggi le motivazioni più diffuse, quali quelle più profonde dell’ateismo?

3. Rapporti Chiesa e cultura. Nella sessione III del Concilio il cardinal Lercaro aveva parlato di una Chiesa che doveva riconoscersi “culturalmente povera”; d’altra parte lo Schema XIII riconosce tutto il valore della cultura umana. Qual è allora il senso esatto del rapporto cultura e Chiesa?

4. Rapporto Chiesa e mondo economico. L’arcivescovo di Madrid monsignor Morcillo e monsignor Kominek (a nome di 62 Vescovi polacchi) hanno espresso il parere che l’enciclica “Pacem in terris” sia più avanzata nella considerazione della vita economico – sociale della dottrina espressa nello Schema XIII. In quale senso? Fin dove il mondo economico-sociale dev’essere condizionato dalle valutazioni etico-religiose e fin dove può avere una sua pluralità di manifestazioni?

5. La Chiesa e la guerra. Vi è stata una evoluzione nella dottrina della Chiesa in proposito? I vescovi polacchi hanno posto un interrogativo: si può parlare ancora di guerra giusta? Quale concezione della pace presenta lo Schema XIII?

6. La Chiesa e la fame nel mondo. Qual è l’atteggiamento della Chiesa di front a questo fenomeno gravissimo del nostro tempo?

7. La Chiesa e la famiglia. Quali sono gli aspetti nuovi sul valore del matrimonio, della famiglia, che sono stati messi in risalto dallo Schema XIII?

8. Si è parlato di eccessivo ottimismo dello Schema XIII. Qual è il significato di questo problema?

9. La Chiesa propugna nel mondo la libertà religiosa di ogni uomo. Quali sono le ragioni, il significato e l’ambito di questa libertà?

10. Fin dove la Chiesa rimane condizionata dall’ambiente sociologico, culturale, economico in cui vive, fin dove essa l’influenza?

11. Quale ritiene sia l’apporto che lo Schema XIII darà alla vita della Chiesa?

Annotavo allora nel resoconto della serata fatto a un giornale: “Mons. Wojtyla rispondeva ad ogni domanda lento, con un timbro di voce grave, quasi aristocratico, saggiando le parole come per garantirsi della loro precisione, cercando di cogliere di ogni problema il nucleo fondamentale. Al Concilio, nella Sessione terza, in un suo intervento, egli aveva detto che la Chiesa per farsi intendere deve mettersi nel mondo e con il mondo cercare, per portarlo alla verità. Sabato sera egli si mise in qualche modo su quella strada”.

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La ricezione del Concilio

Alla celebrazione seguì il grande impegno della ricezione del Concilio. Il primo problema fu quello di leggerlo e rileggerlo per comprenderlo. Per alcuni anni vi furono molti incontri nelle parrocchie, nei vicariati, nelle Diocesi sui documenti conciliari per spiegarli alla gente. La difficoltà stava nel dire in breve cose così importanti e complesse, mostrando insieme la loro coerenza.

I documenti durante il Concilio erano usciti via via che venivano a maturazione nel dibattito. Ma l’ordine storico non fu quello logico. Pensate per esempio come la Costituzione sulla “Parola di Dio” avrebbe dovuto precedere logicamente gli altri documenti del Concilio e orientarli. Invece fu l’undicesima dei sedici testi conciliari, perché promulgata il 18 novembre 1965.

La comprensione del Concilio deve perciò seguire sia l’ordine storico che quello logico, tenendo presente l’intero discorso conciliare. Il rischio che si è corso fu quello di una sua lettura frammentaria. Come nell’ascolto di una sinfonia per comprenderla e gustarla occorre sentirla tutta, nella sua successione musicale, così in un certo senso avviene anche per la comprensione del Vaticano II. Di qui il difficile impegno nel continuare a presentarlo in tutte le sue note fondamentali. Dopo qualche anno la presentazione dei vari testi conciliari si allentò molto.

In concreto la percezione delle novità del Concilio si è avuta nella grande maggioranza della gente anzitutto attraverso la riforma liturgica. Questa nella sua continuità quotidiana e nella sua visibilità ha raggiunto in maniera accessibile tutti i cristiani e li ha coinvolti: laici, religiosi e sacerdoti. Il problema però che si poneva allora (e anche oggi) era quello della “comprensione”, così che la riforma non fosse vista come un semplice cambiamento di vestito.

La liturgia riformata, arricchita abbondantemente di testi biblici, a sua volta ha messo la gente in contatto quotidiano con la sacra Scrittura, favorendo ciò che il Concilio aveva affermato nella Costituzione “Dei Verbum”, in particolare nel suo ultimo capitolo “La sacra Scrittura nella vita della Chiesa”.

Un cammino fondamentale per la vita della Chiesa, che richiede però costanza e tempi lunghi. Favorito dalla Liturgia, questo accostamento della Scrittura a sua volta ha reso più intelligibile e significativa la Liturgia stessa.

Della Costituzione sulla Chiesa un aspetto è stato diffusamente percepito, quello della “comunione”, che ha dato origine anche a iniziative pratiche come i “Consigli pastorali” e i “Consigli Presbiterali”, i “Sinodi diocesani” a livello locale e i “Sinodi dei Vescovi” a livello di Chiesa universale. Non sempre però è cresciuto lo spirito di comunione che viene prima degli strumenti e permette loro di funzionare.

Un documento infine che anticipò diversi argomenti ripresi e sviluppati nel post -Concilio è stato quello che tratta della condizione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Basta pensare al tema della dignità dell’uomo, del matrimonio, della cultura, dell’economia, della politica, della pace, del rapporto Chiesa - mondo. Una espressione di questa Costituzione: “Cristo…nuovo Adamo…svela pienamente il mistero del Padre e…anche pienamente l’uomo all’uomo” (Gaudium et Spes n.22) costituì una nota fondamentale e costante del magistero di Giovanni Paolo II.

Il Concilio Vaticano II nella Chiesa fu come una grande “seminata”, o il fiore di una primavera, come lo chiamò un giorno Papa Giovanni, che però richiede il lavoro di molti anni per portare tutti i suoi frutti. E’ il grave impegno dell’attuale post-Concilio.

    Gazoldo degli Ippoliti, 17-11-2005

       + Giovanni Volta

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NB. Può essere tolta l’intervista di Wojtyla. Foto interessanti inedite si trovano nel volume pubblicato dalla Curia di Bologna per il XX° anniversario della morte del card. Poma.