ALLEGATI ALLE NOTE

del testo di mons. Volta su mons. Antonio Poma nei tempi del Concilio

                                

SOMMARIO

1. La lettera dell’arcivescovo di Milano

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2. Risposta di don Giovanni Volta alle domande di mons. Antonio Poma al Convegno dei vescovi lombardi e veneti il 18/08/ 1965

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3. Risposta di don Giovanni Volta alle domande di mons. Carlo Colombo sempre al Convegno dei vescovi a san Fidenzio

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4. Questionario sul culto

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5. Cronaca sulla Cittadella dell’intervento di don Giuseppe Dossetti sul tema: “I problemi posti nella recente sessione del Concilio Vaticano II”

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6. Cronaca della relazione di mons. Enrico Galbiati sul tema: “Il dialogo della Chiesa Cattolica con le altre Comunità Cristiane”.

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7. Cronaca dell’intervista al vescovo Poma nel salone di sant’Orsola

 

8. Cronaca dell’intervento del prof. Gabrio Lombardi sul tema: “I laici oggi nella Chiesa”

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9. Cronaca dell’intervento di mons. Alfred Ancel sul tema: “La Chiesa e il mondo operaio”

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10. Cronaca dell’intervento del prof. Giuseppe Lazzati:“La spiritualità dei laici dopo il Vaticano II”.

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11. Cronaca dell’intervento di P. Ernesto Balducci sul tema: “La Chiesa nel mondo”.

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12.Domande spedite a mons. Antonio Poma in vista dell’incontro con monsignor Wojtyla

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13. Cronaca della relazione dibattito di monsignor Karol Wojtyla

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14.Risposte al Questionario sulla famiglia

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15. Attività di formazione in Diocesi:

  • Tre giorni di studio dei sacerdoti mantovani: programma

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  • Tre giorni di studio sulla pastorale dei giovani: resoconto...

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1° ALLEGATO, NOTA 5

La lettera dell’arcivescovo di Milano

Dal Vaticano, 18 ottobre 1962

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Eminenza Reverendissima,

Con profonda umiltà, spinto da altri Vescovi, della cui saggezza non posso dubitare, tra i quali i miei venerati Confratelli dell’Episcopato Lombardo, mi permetto richiamare la Sua considerazione sul fatto, che a me e ad altri Padri del Concilio sembra molto grave, della mancata, o almeno della non annunciata esistenza di un disegno organico, ideale e logico, del Concilio, felicemente inaugurato e seguito dagli occhi di tutta la Chiesa e di quelli anche del mondo profano. L’annuncio del primo schema trattato sarà quello della sacra Liturgia, quando esso non è né anteposto agli altri nel volume distribuito, né reclamato da alcuna primaria necessità, mi sembra confermare il timore che il Concilio non abbia un piano di lavori prestabilito. Se così è, come pare,il suo svolgimento sarà dettato e forse compromesso da ragioni estrinseche agli argomenti, di cui il Concilio deve occuparsi; nessuna forma organica viene a rispecchiare le grandi finalità che il Santo Padre ha prefisse, quasi a sua giustificazione, alla celebrazione dello straordinario avvenimento. Questo è pericoloso per l’esito del Concilio; questo ne diminuisce il significato; questo gli fanno perdere dinanzi al mondo quella forza ideale e quella comprensibilità, da cui molto può dipendere della sua efficacia.

Il materiale preparato sembra non assumere architettura armonica ed unitaria e non assurgere al di faro sul tempo e sul mondo.

Perciò io, l’ultimo, mi permetto di ricordare a Vostra Eminenza Reverendissima come di questa necessità, che il Concilio costituisca non una mole di blocchi tra loro staccati e incoerenti, ma un monumento pensatamente costruito, già mesi or sono, e per invito dell’Eminenza Vostra stessa, s’era parlato con alcuni E.mi Cardinali, giungendo a certe conclusioni, che mi sembravano felici, e che sottoposte confidenzialmente al giudizio di altri saggi Ecclesiastici parvero ottime.

Così parimenti mi permetto di esporLe quale tuttora sembra dover essere il disegno, starei per dire, obbligato del Concilio inaugurato.

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1. Il Concilio Ecumenico Vaticano secondo deve essere polarizzato intorno ad un solo tema: la santa Chiesa. Così vuole la connessione con il Concilio Vaticano primo, interrotto durante la trattazione di tale argomento. Così si attende tutto l’Episcopato per sapere quali siano precisamente le sue potestà, dopo la definizione delle potestà pontificie, e quale il rapporto tra queste e quelle. Così sembra essere reclamato dalla maturità della dottrina sulla Chiesa, dopo l’Enciclica “Mystici Corporis”, e dalla straordinaria fecondità che tale dottrina offre non solo agli studiosi della teologia e del diritto canonico, ma altresì alla preghiera e alla vita odierna della Chiesa. Così sembrano desiderare gli uomini del nostro tempo, che della nostra religione soprattutto e spesso soltanto considerano il fatto ecclesiastico. La santa Chiesa dev’essere di quelle verità l’argomento unitario e comprensivo di questo Concilio; e tutto l’immenso materiale preparato dovrebbe compaginarsi intorno a questo ovvio e sublime suo centro.

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2. Allora il Concilio deve cominciare con un pensiero a Gesù Cristo, nostro Signore. Egli deve apparire come il principio della Chiesa, che ne è l’emanazione e la continuazione. L’immagine di Gesù Cristo, come il Pantocrator delle Basiliche antiche, deve dominare la sua Chiesa riunita d’intorno e dinanzi a Lui. Si è già emesso l’atto di fede; e sta bene. Ma l’inno a Cristo dovrebbe sospendere al suo Capo celeste e invisibile il suo corpo mistico e storico nell’atto in cui questo corpo vive un’ora di totale pienezza. Basterebbe forse una preghiera, un atto eucologico di tutto il Concilio a Cristo Signore, ma espresso, solenne, cosciente e determinante ogni successivo svolgimento del Concilio.

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3. Il quale dovrebbe, sempre al suo inizio, esprimere un atto unanime felice di omaggio, di fedeltà, di amore, di obbedienza al Vicario di Cristo. Dopo la definizione del primato e dell’infallibilità del Papa vi furono alcune defezioni, alcune incertezze e poi docili acquiescenze. Ora la Chiesa gode di riconoscere in Pietro, nel suo Successore, quella pienezza di poteri che sono il segreto della sua unità, della sua forza, della sua misteriosa capacità di sfidare il tempo e fare degli uomini una “Chiesa”. Perché non lo dice?Perché il Concilio non esprime questa acquisita certezza?Perché, dovendo poi discutere dei poteri episcopali, non allontana da sé ogni tentazione e dagli altri ogni dubbio, che si possa menomamente rimettere in questione la sovrana grandezza e solidità di quelle verità? Anche su questo punto basterebbe un atto semplice e breve, ma solenne e cordiale.

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4. Poi il Concilio si concentra sul “mistero della Chiesa”. Cioè ordina, elabora, esprime le dottrine su se stesso, su l’Episcopato, sui Sacerdoti, sui Religiosi, sui Laici, su le varie espressioni della vita ecclesiastica, le età della vita, la gioventù, le donne ecc. Se pure a tanto si vuol giungere. La Chiesa prende perfetta coscienza di se stessa, dimostra la sua fedele derivazione dal Vangelo, ricompone i suoi quadri, i suoi organi, le sue gerarchie; cioè definisce il suo diritto costituzionale, non solo sotto l’aspetto giuridico di società perfetta, ma anche sotto gli altri aspetti suoi propri di umanità vivente di fede e di carità, animata dallo Spirito Santo, amata come sposa da Cristo, una e cattolica, santa e santificante. Mi pare che questo fosse nel pensiero iniziale del Papa annunciante il Concilio. E su questo capitolo: "Che cosa è la Chiesa” dovrebbe concludersi la prima sessione generale del Concilio, raggruppando i molti schemi, che entrano in questa visuale.

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5. La seconda sessione dovrebbe invece considerare la missione della Chiesa: che cosa fa la Chiesa: operari sequitur esse. E sarebbe bello e facile, a parer mio, riassumere in diversi capitoli le molteplici attività della Chiesa: Ecclesia docens, Ecclesia orans, (qui doveva venire la trattazione sulla sacra Liturgia); Ecclesia regens (impegnata cioè a vari uffici della vita pastorale), Ecclesia patiens, etc. etc- Tutte le questioni morali, dogmatiche (in ordine ai bisogni del nostro tempo), caritative, missionarie, ecc. in questo secondo tempo del Concilio potrebbero trovare ordinata trattazione,

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6. Infine una terza sessione sarà necessaria, riguardante le relazioni della Chiesa col mondo ch’è intorno, fuori e lontano da lei. E cioè:

1) le relazioni con i fratelli separati (trattare di questa questione all’inizio del Concilio pare a me che sia comprometterne la soluzione);

2) le relazioni con la società civile (la pace, i rapporti con gli Stati, ecc.);

3) le relazioni col mondo della cultura, dell’arte, della scienza…;

4) le relazioni con il mondo del lavoro, dell’economia, ecc.; le relazioni con le altre religioni; le relazioni con i nemici della Chiesa, ecc.

Questi temi interessantissimi per gli uomini del nostro tempo, sia credenti che profani, non potrebbero essere trattati con lo stesso stile dei precedenti, ma in forma di “messaggi” che la Chiesa lancia all’umanità che vive ed opera fuori dell’ambito suo; messaggi, nei quali risuonassero forte i principi propri della Chiesa e poi squillasse, con qualche afflato profetico, il richiamo di ogni singolo settore umano considerato a qualche nuovo e amico contatto con la luce e la salute, di cui solo la Chiesa cattolica è vera sorgente.

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7. Il Concilio dovrebbe terminare con la celebrazione della comunione dei Santi (con qualche canonizzazione, con qualche cerimonia propiziatoria) e si dovrebbe trovare qualche gesto di carità (o elemosina, o offerta per le Missioni, o perdono, o fondazione,ecc.) per concludere nelle opere buone le tante buone parole del Concilio. L’istituzione delle Commissioni post-conciliari dovrebbe avvenire celermente per dare concreta esecuzione ai decreti e ai buoni propositi risultanti dal grande fatto innovatore.

Forse questa è una fantasia, che si accompagna alle molte altre che pullulano in questa fervorosa stagione spirituale. Vostra Eminenza giudicherà. L’averla espressa a me risparmia il rimorso del silenzio, e mi offre occasione per confermare i miei sentimenti di devozione al Papa, alla Chiesa, al Concilio. E per baciarLe le mani e professarmi di Vostra Eminenza Rev.ma devotissimo servitore

+ G. B. Card. Montini Arciv.

G.B.M.

A Sua Eminenza Rev.ma

Il Sig. Card. Amleto Cicognani

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2° ALLEGATO, NOTA 9

Risposta di don Giovanni Volta alle domande di monsignor Antonio Poma al Convegno dei vescovi lombardi e veneti il 18 agosto 1965.

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“Alla domanda: - le discussioni dei teologi fatte fuori del Concilio sono entrate anche nell’aula conciliare, così da diventare il motivo del dissenso? - io posso rispondere solo per ciò che ho potuto leggere negli schemi, nelle relazioni di mons. Florit e di mons. Franic e nella stampa dei giornali e delle riviste.

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Come opinione personale di diversi Padri, il dissenso può essere stato analogo a quello espresso dai teologi, come invece materia del dibattito conciliare senz’altro la questione fu molto più ristretta; ciò chiaramente appare sia dalle note esplicative dei singoli capitoli dello schema, sia dalle relazioni generali fatte da mons. Florit e da mons. Franic.

Il problema dibattuto in sede conciliare è stato: affermiamo o non affermiamo l’insufficienza materiale della S. Scrittura? Il primo schema aveva preso posizione affermando l’insufficienza anche materiale della S. Scrittura; i successivi schemi invece si sono astenuti dal pronunciarsi sulla questione, che perciò rimane ancora aperta. Il Concilio dunque nel II, III, IV schema non ha optato per nessuna delle due correnti che affermavano o negavano l’insufficienza materiale della S. Scrittura.

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Quanto poi all’opportunità di una votazione plebiscitaria dello schema, condivido il parere del mio vescovo sulla sua importanza psicologica, anche se non tocca per sé quella teologica della unanimità. Un Concilio non ha solo un valore “dogmatico”, ma anche pastorale; anzi quest’ultimo ingloba l’altro, per cui deve tener conto di tutto ciò che può rendere più accoglibile dalla comunità cristiana l’annuncio della verità.

Fu fatta anche una osservazione circa l’impostazione della mia relazione, che si è astenuta da giudizi di valore sullo schema conciliare e sulle varie correnti, diffondendosi solo sull’enunciato dei problemi e sulla loro varia vicenda storica.

Ho creduto opportuno prima di tutto presentare il più obiettivamente possibile gli enunciati degli schemi conciliari e delle varie opinioni dei teologi e solo dopo esporre le mie osservazioni. Ma non mi rimase il tempo questa mattina. Mi ripromisi perciò di presentarle oggi.”

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3° ALLEGATO, NOTA 10

Risposta di don Giovanni Volta alle domande di monsignor Carlo Colombo sempre al Convegno dei vescovi a san Fidenzio.

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Molto più ampia fu poi la mia risposta agli interrogativi e alle proposte di monsignor Carlo Colombo. Per brevità riporto qui solo la conclusione del mio intervento perché riguarda anche le richieste di monsignor Poma che chiedeva la valutazione e non solo l’esposizione dello schema conciliare:

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“Mi pare che lo schema conciliare sia andato via via migliorando nei successivi suoi rifacimenti, passando da un atteggiamento polemico, con condanne, scolastico, a un atteggiamento più positivo, pastorale, nella ricerca di una interiore unità di discorso.

E’ molto importante che i documenti del Concilio vengano composti secondo le loro esigenze interiori, più che secondo un ordine imposto da ragioni esterne di confronto e di polemica. In quest’ultimo caso facilmente il risultato appare disarmonico e dopo breve tempo richiede una sollecita integrazione.

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L’attuale Concilio, invece, si è messo decisamente su questa strada positiva di lavoro; già abbiamo visto in proposito le Costituzioni “De Sacra Liturgia” e “De Ecclesia”. E’ anche una spiccata sensibilità del nostro tempo, mi sembra, preparare le scelte degli uomini presentandosi per quello che si è e misurare l’errore attraverso la proposta integrale della verità. Toccherà poi eventualmente al Magistero ordinario combattere più esplicitamente gli errori e richiamare chi devia. E lo schema “De Divina Revelatione” si pone nella linea dei documenti conciliari che l’hanno preceduto. Dalla Rivelazione divina vista in se stessa e nell’accettazione dell’uomo (atto di fede), passa al problema della trasmissione della Rivelazione, al concetto di Tradizione, al rapporto Tradizione-Scrittura, all’esame più dettagliato della S. Scrittura in rapporto alla sua origine, al suo valore, alla sua presenza nella Chiesa.

Il non aver risolto il problema della estensione materiale della Tradizione e della Scrittura ha impedito senz’altro ulteriori specificazioni. Ma questo limite era necessario perché immanente al processo di chiarificazione dottrinale in atto entro la Chiesa.

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Aldilà però dei punti non ancora ben accertati, è stato chiaramente affermato l’intimo rapporto tra S. Scrittura e Tradizione, tra S. Scrittura, Tradizione e vita della Chiesa.

Vi è una profonda unità nella Parola di Dio, che si integra nella comprensione vicendevole di tutte le sue parti. Al vertice per dignità sta la Parola di Dio ispirata, come al vertice dei Sacramenti sta la S. Messa, la più intensa presenza del Verbo incarnato. Da un’unica mensa viene distribuita la Parola di Dio (letta e commentata dalla Chiesa) e il Corpo di Cristo. La parola di Dio non è semplice ricordo nella Chiesa, ma chiamata attuale di Dio, sua manifestazione, a cui deve fare riscontro la risposta dell’uomo innanzitutto nella preghiera (cfr. al n. 25 la citazione del passo di sant’Ambrogio tolto dal “De Officiis”).

Un completamento, però, vorrei proporre, in continuità con la Costituzione dogmatica “Lumen Gentium”. Nel capitolo primo, quando si parla della risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, manca il richiamo alla dimensione ecclesiale dell’atto di fede. Credo che questo possa venire inserito senza bisogno di variare l’ordine dei numeri.

Come i Sacramenti (vedi il n.11 della Costituzione “De Ecclesia”), anche la fede ha nel cristiano una dimensione ecclesiale, e ciò sia perché tutta la Chiesa porta a quell’atto (sia come motivo di credibilità - cfr. Concilio Vaticano I Dz.1794- , sia con la sua preghiera e i suoi meriti), sia perché l’atto di fede esprime la Chiesa e la edifica.

Un suggerimento perché l’attuale schema sia più profondamente in sintonia con gli altri documenti già approvati dal Concilio.

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4° ALLEGATO, NOTA 11

Questionario sul culto.

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Questionario allegato alla lettera del vescovo, tutto dedicato alle varie espressioni di culto:

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CULTO DI CRISTO

1. Celebrazione delle grandi feste liturgiche (Natale – Pasqua – Pentecoste e altri misteri cristologici).

2. Quale ne sia la preparazione catechetica e spirituale, specialmente per l’Avvento e la Quaresima.

3. Culto Eucaristico, in particolare : quarantore, adorazione e visita eucaristica, comunione frequente, comunione agli ammalati e comunione dei fanciulli.

4. Quali pratiche di devozione in onore di Cristo (S. Cuore, Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, ecc.) anche non liturgiche (via crucis, ecc.).

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CULTO DI MARIA SS.MA

5. Se la devozione alla Madonna mantenga il suo fondamentale orientamento cristologico e liturgico.

6. Quali pratiche di devozione in onore della Madonna (anche non liturgiche, per es. il Rosario).

7. Quali siano eventuali inconvenienti di carattere popolare bisognosi di riforma.

8. Quali siano i santuari preferiti e quali i suggerimenti per i pellegrinaggi.

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CULTO DEI SANTI

9. Se esiste il culto ai santi Patroni e Titolari, sia diocesani che parrocchiali (S. Anselmo, S. Pio X, S. Luigi Gonzaga, ecc.)

10. Aspetti positivi e negativi delle sagre. Altre feste di pura devozione.

11. Quali proposte per la semplificazione nella quantità e nella qualità (materia, fattura) delle immagini sacre.

12. Altri rilievi e osservazioni.

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CULTO DEI MORTI   

13. Se sia diffuso il concetto di suffragio specialmente con la celebrazione della S. Messa.

14. Come riesce la celebrazione liturgica dei funerali (e ufficiature) e se sia conveniente e possibile la celebrazione della S. Messa (si potrà ottenere la binazione per Messe vespertine a qualunque ora).

15. Visita al cimitero: carattere religioso o naturalismo?

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RILIEVI DI CARATTERE GENERALE

16. Se nel concetto e nella pratica dei fedeli le varie devozioni sono orientate alla Liturgia e alla S. Messa. Eventuali consuetudini o tendenze alla superstizione.

17. Difficoltà sperimentate nella partecipazione cosciente e attiva dei fedeli alla vita liturgica.

18. Se nel complesso si nota da parte dei fedeli il gusto di tale partecipazione e in quali forme. Suggerimenti pratici.

19. Se si nota da parte dei fedeli un desiderio della Parola di Dio. Quali siano le forme preferite.

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N.B. Si prega di indicare ogni singola risposta con il numero della relativa domanda.

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5° ALLEGATO, NOTA 12

Cronaca dell’intervento di don Giuseppe Dossetti;

“I problemi posti nella recente sessione del Concilio Vaticano II”

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Nel quadro delle iniziative promosse dalla Giunta Diocesana di Azione Cattolica per dare una informazione qualificata ai cattolici sui problemi proposti dalla recente sessione del Concilio Ecumenico, il prof. don Giuseppe Dossetti ha parlato nella sala di S. Orsola mercoledì 25 novembre, di fronte ad un folto pubblico.

L’oratore, già Deputato alla Costituente e al Parlamento e ordinario di diritto Ecclesiastico e Canonico, ha trattato
l’argomento con particolare competenza e con conoscenza diretta, avendo presenziato ai lavori del Concilio in qualità di esperto.

Non ha voluto fare né un riassunto dei lavori conciliari, né una cronaca, ma piuttosto fornire una chiave per la giusta interpretazione del Concilio. Dopo aver sottolineato la grandissima importanza di questo evento, da qualunque punto lo si veda, sia per chi crede, sia per chi non crede, si è chiesto cosa sia in sostanza, in una visione globale, questo Concilio. La risposta è questa: esso è la Chiesa che prende sempre più chiara coscienza della sua natura, della sua missione religiosa.

Se noi prendiamo in mano una delle ultime e fondamentali Costituzioni approvate dal Concilio, quella sulla Chiesa, vi troviamo un clima che non ha riscontro nei trattati scolastici “De Ecclesia”. Questi hanno in genere un’impostazione prevalentemente giuridica. Nella Costituzione Conciliare sulla Chiesa non manca tale aspetto, la discussione giuridica viene però al secondo posto. L’impostazione data è eminentemente biblica, rimette cioè in piena luce il filone delle origini che si rifà al Vangelo, alle Lettere e agli Atti degli Apostoli.

E questo evidenziare un’impostazione originaria coincide con la massima attualità storica della Chiesa.

La Chiesa sa dare una risposta adeguata al mondo di oggi quanto più si presenta fedele al suo disegno originario che le viene da Cristo.

Il secondo fatto caratteristico che Dossetti ha voluto sottolineare è questo: secondo una mentalità diffusa, e che ha ragioni storiche, quando si dice Chiesa si intende solo la Gerarchia. Da molti secoli infatti la Ecclesiologia è stata soprattutto e principalmente Gerarcologia. Si era sottolineato il momento gerarchico più che il momento totale. Nella Costituzione “De Ecclesia” appare subito come la Chiesa mostri se stessa nella sua globalità, nella sua totalità. Infatti subito dopo il capitolo “Il mistero della Chiesa” è stato messo, e non a caso, ma intenzionalmente, il capitolo “Il popolo di Dio”: la Chiesa è essenzialmente il popolo fedele nella sua totalità, guidato, servito dalla Gerarchia.

 

Dossetti ha poi toccato il tema che riguarda la collegialità episcopale. E’ questo un problema complementare a quello del primato papale già enunciato nel Concilio Vaticano primo. Sono due elementi che agiscono in sinergia secondo i compiti che a ciascuno competono.

Avviandosi alla conclusione, l’oratore ha voluto ribadire come qualunque sia il punto in cui ci si mette, non si può se non chiedere alla Chiesa di essere sempre più una realtà religiosa: in questo modo essa diventa sempre più capace di dare una risposta adeguata, penetrante, incisiva ai bisogni del nostro tempo.

La conclusione della interessante relazione, condotta con particolare competenza e con precisione e vivacità di linguaggio, è stata sottolineata da un lungo caloroso applauso.

 

Dossetti ha voluto poi stabilire un dialogo con i presenti rispondendo ad alcuni quesiti. Ha avuto così modo di illustrare alcuni aspetti particolari che, per evidenti ragioni, erano stati solo sfiorati dalla sua conferenza.

Da “La Cittadella”, 7 dicembre 1964.

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6° ALLEGATO, NOTA13

Cronaca della relazione di monsignor Enrico Galbiati:

“Il dialogo della Chiesa Cattolica con le altre Comunità Cristiane”.

 

Mercoledì 20 Gennaio, nella sala di S. Orsola, mons. Enrico Galbiati, esperto al Concilio, ha parlato del decreto sull’Ecumenismo.

Era stato invitato dalla Giunta Diocesana di Azione Cattolica - in continuazione del ciclo iniziato con l’intervento del prof. don Giuseppe Dossetti - per far meglio conoscere alla cittadinanza i recenti decreti del Concilio.

Il salone in S. Orsola era zeppo di gente; diverse persone furono costrette a rimanere in piedi. Numerosi gli studenti e i professionisti.

L’oratore, uno specialista sui problemi ecumenici, precisò subito all’inizio del suo discorso che il dialogo della Chiesa Cattolica con le altre Comunità Cristiane non è una novità di oggi; il Concilio però ha incoraggiato questo dialogo, con un suo solenne documento ne ha proposto lo spirito e i modi: qui sta la prima novità del decreto emanato nella recente sessione conciliare.

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Movimento ecumenico

È passato quindi mons. Galbiati a svolgere il primo punto della sua conferenza: «Il giudizio del Concilio sul movimento ecumenico».

Dopo aver tracciato per somme linee la storia delle varie rotture dell’unità nella Chiesa e del movimento ecumenico, ricerca dell’unità perduta, legge alcune affermazioni del decreto sull’Ecumenismo: «… il Signore dei secoli… in questi ultimi tempi ha incominciato ad effondere con maggiore abbondanza nei Cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione… A questo movimento per l’unità chiamato ecumenico, partecipano quelli che invocano la Trinità e professano la fede in Gesù Signore e Salvatore, e non solo singole persone, ma anche riunite in comunità, nelle quali hanno ascoltato il Vangelo e che i singoli dicono essere la Chiesa loro e di Dio; quasi tutti però, anche se in modo diverso, aspirano alla Chiesa di Dio una e visibile…» (n. 1).

Come si vede, l’ecumenismo non è un movimento di persone ma di Chiese, ed è questo movimento che il Concilio incoraggia: «Perché questo Sacro Concilio considerando tutto ciò con animo lieto… intende ora proporre a tutti i Cattolici gli aiuti, i metodi e i modi, con i quali possano essi stessi rispondere a questa vocazione e grazia divina»; (n. 1).

Incoraggiamento però non significa indifferentismo religioso. Le Chiese Ortodosse, Protestanti, Anglicane, aderendo allo spirito ecumenico non vogliono diventare la Chiesa Cattolica, vogliono tuttavia compiere quello che Gesù Cristo ha voluto. Su questa matrice comune, fare quello che Gesù Cristo vuole, il Concilio sente vicini i fratelli separati e con essi si allieta.

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Fratelli separati

Nella seconda parte della conferenza: «elementi positivi presso i fratelli separati», l’oratore ha osservato come il Concilio riconosca ampiamente tutti i beni spirituali che posseggono le comunità cristiane separate, anche se ancora non hanno tutta la pienezza di beni della Chiesa Cattolica.

Parlando delle varie separazioni dalla Chiesa Cattolica avvenute nella storia il decreto conciliare osserva che esse accaddero «talora non senza colpa di uomini d’entrambe le parti» (n. 3); e che «quelli che ora nascono e sono istruiti nella fede di Cristo in tali Comunità, non possono essere accusati di peccato di separazione, e la Chiesa Cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore».

Diversi beni possediamo in comune con le Comunità separate, come per es. il Battesimo, che li incorpora in Cristo, la Parola di Dio scritta, la vita di Grazia, la fede, la speranza, la carità, ecc., così che il Concilio arriva a riconoscere che le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque abbiano delle carenze, tuttavia sono veri strumenti di salvezza.

Da tutto ciò segue una chiara condanna di ogni forma di proselitismo che - senza una crisi personale - tenta di sradicare i singoli fratelli separati dal contesto della loro comunità ecclesiale. È cercando di far vivere tutto ciò che c’è di autentico nelle Chiese separate, che si prepara l’unità completa voluta da Cristo.

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Unità e varietà nella Chiesa

Infine, nella terza parte della conferenza: «unità e varietà nella Chiesa», mons. Enrico Galbiati ha ricordato come già la Costituzione Liturgica, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa, così anche il decreto sull’Ecumenismo riconoscono la ricchezza delle tradizioni locali. Contro una mentalità diffusa, ma sbagliata, che l’uniformità meglio salvaguardi l’unità, il Concilio mette in guardia contro un certo colonialismo spirituale, che vorrebbe imporre a tutti il medesimo rito. Il decreto sulle Chiese Orientali Cattoliche afferma che: «la varietà nella Chiesa non solo non nuoce alla sua unità, ma anzi la manifesta» (n. 2).

In questa prospettiva si comprende quale può essere il contributo specifico dei fratelli separati al mistero della Chiesa, e quale il limite che deriva dal loro distacco «… le divisioni dei Cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli, che le sono bensì uniti col battesimo, ma sono disgiunti dalla piena comunione con lei. Anzi, alla Chiesa stessa diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità nella realtà della vita» (n. 4).

La conclusione fu sottolineata da un caloroso applauso.

Per molti dei presenti la conferenza fu occasione di una riscoperta della libertà, della larghezza del dialogo cristiano.

Qualcuno, vedendo l’oratore con tanto di barba, con un fare trasandato, quasi stupito, dalla pronuncia esotica, s’è chiesto se per caso fosse uno straniero, magari orientale; no, è un milanese, dottore della Biblioteca Ambrosiana, insegnante di S. Scrittura; ha chiesto però di usare del rito orientale per essere più sensibilmente fratello dei fratelli separati.

Da “La Cittadella”, 31 gennaio 1965.

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7° ALLEGATO, NOTA 14

Cronaca dell’intervista al vescovo Poma.

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Mercoledì sera, 27 gennaio, nel salone di S. Orsola,si è svolta la preannunciata intervista a monsignor Vescovo sulla recente Costituzione conciliare “De Ecclesia”.

Al qualificato e attento pubblico che gremiva la sala, il presidente diocesano dell’Azione Cattolica promotrice della manifestazione, dott. Giuseppe Ruffini, illustrava brevemente l’iniziativa. Prendeva successivamente la parola il delegato vescovile per l’Azione Cattolica, don Giovanni Volta, in funzione di coordinatore dell’intervista, introducendo l’argomento e invitando senz’altro i presenti a porre delle domande a mons. Vescovo.

I primi interventi si sono polarizzati sui problemi di fondo suscitati dalla Costituzione conciliare “De Ecclesia”: – Rappresenta la Costituzione un progresso rispetto ai precedenti documenti sulla Chiesa ? Qual è il valore che si dà della definizione che si dà alla Chiesa come sacramento? Vi è un nesso, una continuità di discorso, pur nella pluralità di problemi contenuti nella Costituzione? Qual è il valore dottrinale della Costituzione, cioè quale deve essere il consenso del cristiano ad essa?-

L’attenzione dei presenti, trasformatisi in improvvisati intervistatori, si è spostata sui singoli problemi con particolare insistenza sul tema centrale e nuovo della Costituzione: la dottrina sull’episcopato.

In quale senso si può parlare di una infallibilità collegiale dei vescovi? – Rappresenta ciò una novità? – Qual è il potere del Concilio ecumenico e del Papa? – Qual è il valore dell’autorità giuridica del collegio episcopale sparso nel mondo?

A tutta questa lunga serie di quesiti monsignor Vescovo rispondeva diffusamente anche se certe domande avrebbero meritato un approfondimento impossibile in quella sede.

La Costituzione – egli ha detto – rappresenta una novità, un progresso, nella esplicitazione della verità, anche se non un progresso della verità sostanziale. Vi è una visione più marcatamente soprannaturale del mistero della Chiesa e la definizione di questo mistero mediante un linguaggio biblico, in particolare paolino. Vi è tutta un’ampiezza di visione quale in precedenza non era stato possibile riscontrare data dal fatto che nella Costituzione “De Ecclesia” vi è una visione della teologia in un’ottica ecclesiologica. In tutta la Costituzione vi è una unità di ispirazione e una organicità di contenuti: prima di tutto la Chiesa viene definita in forma riassuntiva, in seguito il tema viene specificato nelle sue componenti: gerarchia – laicato. Poi è presentato l’aspetto della Chiesa: il cammino verso la santità e l’attesa escatologica. Infine la Madonna viene presentata come esempio di tutta la Chiesa. L’organicità della Costituzione può essere bene rappresentata dalla organicità di un albero in sviluppo, più che da una organicità di un testo giuridico.

L’intonazione che il Concilio ha voluto dare alla Costituzione “De Ecclesia” è tipicamente pastorale. Ciò è espresso chiaramente nelle –Notificazioni- fatte dal Segretario generale del Concilio.

 

Il Concilio attraverso il “De Ecclesia” ha voluto insegnare autoritativamente, ma non definire alcuna nuova dottrina. Gli insegnamenti contenuti nella Costituzione relativi alla collegialità episcopale riguardano l’infallibilità dottrinale e l’autorità giuridica sulla Chiesa della collegialità episcopale anche sparsa nel mondo. La novità del Concilio sta nell’aver affermato essere la collegialità episcopale di origine divina. Non è sempre facile cogliere a fondo il senso di queste affermazioni, legati come siamo, per evidenti motivi, a categorie giuridiche umane mutuate dal mondo sociologico e politico.

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Infine le domande dei presenti si sono orientate soprattutto sul ruolo dei laici nella Chiesa, sul loro contributo specifico, sulle loro responsabilità.

La Costituzione ne tratta non solo nel capitolo specifico sui laici, ma anche in altri punti del testo.

Essa valorizza il matrimonio come segno di partecipazione dell’unità e dell’amore di Cristo per la Chiesa. Anche il laico, come fedele, partecipa del sacerdozio chiamato “comune” distinto da quello “gerarchico” che abilita a partecipare attivamente all’azione eucaristica: il compito del laico è di essere testimone della verità ricevuta e della fede.

La santità infine è considerata come vocazione di ogni uomo, non essendoci nella Chiesa chi è di Dio e chi è del mondo. La Costituzione stessa ha voluto far precedere la trattazione sul “popolo di Dio” alla trattazione più specifica della gerarchia e del laicato: prima di essere uno che amministra il Regno, uno è membro del Regno; donde la nuova terminologia che uscirà dal Concilio circa il fedele: tutti siamo dei fedeli, così che entro il mistero della Chiesa il laico significherà una specificazione di ruolo, come il Papa e il vescovo, ma tutti si trovano nell’appellativo di fedeli sia pure con compiti diversi.

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Dopo quasi due ore di intervista don Volta riassumeva le domande e le risposte in una breve sintesi per lasciare poi nuovamente la parola a mons. vescovo per la conclusione dell’incontro.

Da “La Cittadella”, 7 febbraio 1965.

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8° ALLEGATO, NOTA 15

Cronaca dell’intervento del prof. Gabrio Lombardi:

“I laici oggi nella Chiesa”.

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Mercoledì 3 febbraio, nel salone di S. Orsola, con l’intervento del prof. Gabrio Lombardi, docente all’Università di Pavia e Presidente Nazionale dei Laureati Cattolici, ha avuto luogo il preannunciato incontro dei Cattolici mantovani sul tema “I laici nella Chiesa, oggi”.

L’oratore - dopo aver premesso che le affermazioni conciliari sul laicato contenute nella Costituzione “De Ecclesia” non rappresentano che un approfondimento ed un acquisto circa alcune verità già ampiamente affermate nel Vangelo e vissute nella Chiesa primitiva - ha invitato i presenti a riflettere su che cosa sia la Chiesa. Essa continua nella storia la presenza di Cristo, venuto ad insegnare la Verità e ad offrire la Grazia quale strumento necessario per vivere coerentemente quelle verità in termini di libertà.

Ora, tutti i battezzati possono e debbono cooperare all’opera della Chiesa, tutti sono chiamati ad essere membra attive del Corpo di Cristo, ma secondo attribuzioni e compiti diversi. In questo senso si può parlare di distinzione tra la gerarchia e il laicato, riconoscendosi alla prima solo una più diretta partecipazione alla conservazione e trasmissione della Verità. Non si può quindi correttamente parlare di una contrapposizione, come frequentemente è accaduto. Cercando le cause storiche di ciò, l’oratore ha creduto di individuarle nella influenza reciprocamente esercitatasi tra strutture statuali ed ordinamento interno della Chiesa. Quando infatti lo Stato si basava su un principio personalistico, fu più facile individuare anche nella Chiesa un gruppo di governanti contrapposto ai governati. Una più chiara coscienza del mistero interiore della Chiesa che si è andata maturando nel secolo scorso, unita alla democratizzazione del potere spirituale, ha facilitato la riscoperta della posizione di ogni fedele nella comunità ecclesiale. Anche al laico, dunque, spetta di concorrere alla funzione salvifica di Cristo, sentendosi investito della responsabilità stessa della Chiesa.

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Da ciò il dovere primo di salvare se stessi, santificandosi. Infatti, tendendo a santificare noi stessi secondo la nostra vocazione personale, lo stato di vita scelto e la professione esercitata, concorriamo a fare la Chiesa più santa. Poi un compito specifico, quello di capire il mondo, vivendo in mezzo ad esso senza lasciarvisi assorbire; di farlo poi conoscere alla gerarchia, usufruendo delle specifiche competenze personali dei laici, operando come ‘ponte’ (discorso di Paolo VI del 4-1-1964 ai laureati cattolici); infine aiutare il mondo che vive “lo smarrimento o l’impazzimento dei valori” a riscoprirne la gerarchia. Il laico quindi in ogni sua manifestazione esterna deve sentirsi investito di uno specifico impegno di “testimonianza” nei confronti dei fratelli.

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Al termine il prof. Gabrio Lombardi ha invitato i presenti ad un colloquio che portasse ad un reciproco arricchimento. Numerosi ed interessanti gli interventi che hanno mostrato come i laici stessi avvertano le nuove affermazioni conciliari non come un dono loro elargito, ma come un esplicito richiamo ad un impegno più serio e concreto.

Da “La Cittadella” 11 febbraio 1965

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9° ALLEGATO, NOTA 16

Cronaca dell’intervento di monsignor Alfred Ancel:

“La Chiesa e il mondo operaio”.

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Mercoledì sera, 19 gennaio, il salone di sant’Orsola era affollatissimo. Operai, studenti, professionisti si sono incontrati per ascoltare la testimonianza di un uomo che veniva dal loro mondo di studio e di lavoro e insieme dal Concilio Vaticano II al quale aveva partecipato non solo come Padre, ma anche come specialista nella Commissione dottrinale. La giunta di Azione Cattolica aveva voluto creare un’occasione per i mantovani con questo incontro di rimeditare un problema della Chiesa nello spirito del Vaticano II: “La Chiesa e il mondo operaio”.

Dopo una breve introduzione del nostro vescovo, prendeva la parola mons. Ancel che subito dichiarò di non voler fare un’esposizione teorica sul tema propostogli, ma piuttosto offrire ai presenti una testimonianza ricavata dalla sua vita tra gli operai.

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Come si fece prete operaio.

La situazione religiosa del mondo operaio in Francia, egli disse, è molto dolorosa. Solo il tre per cento degli operai va in Chiesa; molti di essi ha perduto la fede. Questa constatazione ci ha fatto profondamente pensare, poiché noi vescovi, continuava, siamo responsabili dell’annuncio del Vangelo ad ogni uomo.

Così è nata l’ardita esperienza dei preti operai. I lavoratori li accolsero con molta simpatia, li sentivano dei loro. Ma la simpatia non basta. Nessun operaio andava a Messa, chiedeva di ascoltare la parola di Dio. Che cosa si doveva fare? La generosità, la competenza dei preti operai, la stima di cui godevano spinse gli operai a chiedere ad essi di diventare i loro leader nelle rivendicazioni sindacali. Ma era questa la strada giusta? Fu allora, disse monsignor Ancel, che da vescovo pensai e chiesi di condividere la vita dei preti operai di Lione per capire con loro, con loro vedere e trovare la via giusta.

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Alcuni rilievi sociologici scoperti vivendo con gli operai.

Appena giunsi a vivere tra gli operai, proseguì il vescovo ausiliare di Lione, mi sentii tra loro straniero, nonostante avessi studiato molto il loro mondo, testi marxisti, libri di sociologia. Alcune difficoltà in particolare incontrai nel loro ambiente. Una prima di queste fu il linguaggio. Mi accorsi, diceva l’oratore, che quando per esempio si parlava di “coscienza professionale”, di “carità” s’intendeva tutt’altra cosa di quella che s’intende nel linguaggio cristiano. Coscienza professionale significava per gli operai lavorare in favore del capitale, del profitto; carità un soccorso offerto ad una indigenza per tacitare una ingiustizia.

Un’altra difficoltà incontrò mons. Ancel nel modo di intendere il pensiero da parte degli operai. Questi, egli diceva, mi accusavano di essere astratto, mentre il loro pensiero si fondava primariamente su dei fatti.

Un’altra caratteristica poi del modo d’intendere il pensiero nel mondo dei lavoratori era la sua corrispondenza nella vita di chi lo affermava e la sua capacità di spingere all’azione.

Oltre a queste prime difficoltà, mons. Ancel scoprì poi soprattutto le aspirazioni e le speranze più profonde del mondo operaio. L’operaio, proseguiva l’oratore, conosce il valore del lavoro manuale e vuole che anche la società lo riconosca. Non a caso il Figlio di Dio incarnandosi scelse il lavoro manuale come condizione della sua vita a Nazaret: fu per rivelare tutto il suo valore.

L’operaio vuole la giustizia, una giustizia che prima di essere di cose, riguarda le persone, la loro dignità. I lavoratori, però, non sono così ingenui da ritenere che si possa stabilire una uguaglianza perfetta tra tutti. Vi sono delle differenze nelle cose, nelle doti delle persone ed essi le accettano. Condannano però come offesa della fondamentale uguaglianza tra gli uomini il lusso di alcuni contro la miseria di altri, la mancanza di una possibilità reale di istruzione da parte di tutti.

Poi ho scoperto, disse ancora l’oratore, la speranza umana che c’è nel mondo operaio: che un giorno la società sarà più giusta. Questa speranza crea una profonda solidarietà tra tutti gli operai.

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La risposta della Chiesa, del cristiano al mondo operaio.

A questa inquietudine, a questa attesa e speranza del mondo operaio, proseguiva mons. Ancel, la Chiesa ha risposto con la sua dottrina sociale espressa dal magistero degli ultimi Pontefici. Un insegnamento che risponde anche alle aspettative psicologiche degli operai, quando per esempio afferma che la società deve creare le condizioni perché tutti possano giungere - a livello economico, direttivo, politico - ad essere corresponsabili secondo le proprie capacità. Spetta però ai laici trovare i modi e le tecniche per questa traduzione nell’ordine concreto, temporale di questi principi.

Ma come portare il Vangelo al mondo operaio? Non sono andato tra gli operai, continuava il vescovo ausiliare di Lione, solo per conoscerli, ma come vescovo, successore degli apostoli. Come possiamo rinnovarci per incontrare e salvare il loro mondo che si è staccato dalla Chiesa? Niente nella Chiesa, riprendeva l’oratore, può essere profondamente rinnovato se non è tradizionale, cioè se non si radica nella parola di Dio. Dalla sacra Scrittura, dalla parola di Dio dobbiamo imparare la semplicità del linguaggio, il farsi tutto a tutti.

Ho visto, diceva Ancel, che bisogna imparare a capire e a comprendere; bisogna poi vivere in modo che gli uomini vedano nella nostra vita il Vangelo; bisogna amare. L’amicizia toglie dall’isolamento, apre alla fiducia. È testimone di Dio.

Infine, poiché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi, ho visto che bisogna imparare ad attendere e a contemplare la misteriosa azione di Dio nel cuore di ogni uomo. Aiutiamo chi ci è accanto a scoprire e a vivere il seme di vita che si nasconde nel suo animo depostovi da Cristo: è il germe del mistero pasquale.

Un caloroso applauso di consenso e di simpatia accolse la conclusione della conferenza di mons. Ancel, che rispose poi con molta chiarezza e documentazione ad alcune domande rivoltegli dal pubblico rimasto fin oltre le ore 23 numerosissimo a gremire la sala.

Da "La Cittadella" 23 gennaio 1966

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10° ALLEGATO, NOTA 17

Cronaca dell’intervento del prof. Giuseppe Lazzati: 

“La spiritualità dei laici dopo il Vaticano II”.

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Nel quadro delle iniziative promosse dalla Giunta diocesana di Azione Cattolica per un aggiornamento sui temi conciliari, sabato 5 febbraio a Mantova nel salone di S. Orsola, alla presenza di sua eccellenza mons. vescovo e di un folto pubblico, il prof. Giuseppe Lazzati ha parlato sul tema: “La spiritualità dei laici”.

Tutto il Concilio Vaticano II, ha sottolineato l’illustre oratore, è stato dominato dal problema del rapporto Chiesa - mondo, in ordine alla salvezza che la Chiesa – sale e lievito fermentante – deve portare al mondo.

In questa prospettiva si comprende meglio come il Concilio si sia soffermato sul tema dei laici: l’inserzione della Chiesa nel mondo si attua attraverso i fedeli laici.

Se è infatti funzione specifica della gerarchia che il popolo di Dio risponda alla sua vocazione di popolo di Dio, è compito particolare dei laici rimanere nel mondo e assumere la responsabilità della trattazione delle realtà terrene.

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Trattare delle cose temporali ordinandole a Dio

La spiritualità del laicato consiste nel trovare le vie per cui il laicato fedele possa essere nella Chiesa quello che deve essere, cioè perché possa - secondo i documenti - “trattare le cose temporali ordinandole a Dio”.

La sintesi di questi due aspetti esige una fedeltà totale a Dio nell’atto in cui il fedele laico si dedica alle cose terrene, e una ricerca costante del loro buon andamento tramite uno studio attento delle realtà create come Dio ce le lascia intendere.

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Tre impegni: meditazione della parola di dio, grazia e carità

“Non è possibile ordinare le cose a Dio se non si è in sintonia con Lui attraverso la meditazione della sua Parola, la potenza della sua Grazia e la Carità.” E, d’altra parte, “non si ordina il mondo a Dio senza una competenza nelle cose del mondo”.

Così la spiritualità del laicato risulta alla fine frutto di due elementi: la Grazia per cui siamo uniti a Dio, sottratti al peccato, inseriti in una visione giusta della realtà e radicati nell’unità vera, e la competenza che nasce dal fatto di dover rispondere alle esigenze naturali delle cose stesse nel momento in cui le ordiniamo a Dio.

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L’impegno dei cattolici nella società temporale

Successivamente, domenica 5 febbraio, al Collegio Redentore, in un incontro di persone impegnate nella vita pubblica mantovana, dopo la S. messa celebrata da sua eccellenza mons. vescovo, il prof. Giuseppe Lazzati ha ripreso il tema parlando su “L’impegno dei cattolici nella società temporale.”

Approfondendo quanto aveva affermato nella conferenza precedente, l’eminente studioso ha messo in evidenza la particolare responsabilità che i cristiani portano nella costruzione della “polis” terrena: in quanto uomini essi devono collaborare con gli altri uomini nell’ordine temporale, ma in quanto cristiani essi devono portare la responsabilità che esso sia ordinato secondo Dio.

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Sono necessarie capacità e competenza

Questa responsabilità ‘cristiana’ non si aggiunge alla prima, ma la specifica; non si sostituisce a ciò che dobbiamo avere come uomini: la capacità e la competenza.

Capacità e competenza derivano da uno studio continuo, delle realtà temporali; sono frutto di uno sforzo umano, si pongono nell’economia della nostra attività come momento necessario, perché non è possibile ordinare il mondo secondo Dio senza una conoscenza autentica delle leggi della creazione.

Capacità e competenza non possono prescindere dalla considerazione delle realtà nella loro dimensione storica. Bisogna cogliere in esse ciò che muta secondo la legge naturale ed è positivo, e ciò che non muta secondo la legge naturale ed è negativo.

Ma questo comporta sacrificio, dialogo aperto, vigile attenzione “a tutte le voci del mondo per raccogliere i frammenti di verità che esse contengono”, per liberarli da semi di morte e legarli a Cristo.

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Animare le realtà terrene secondo il messaggio divino

Nella costruzione del mondo il cristiano deve essere liberato da certi pregiudizi (il principio dell’interesse personale e di gruppo, la concezione economista ecc.) in forza dei quali impone al mondo leggi non rispondenti all’intima essenza delle cose, ma dettate dalla sua natura corrotta. Solo la Chiesa gli può garantire questa libertà interiore: essa in Cristo lo affranca dalla schiavitù della concupiscenza attraverso la povertà, che è capacità di usare delle cose il quanto servono all’uomo e non in quanto lo rendono schiavo. Così la competenza del cattolico è aiutata proprio dal suo essere cristiano.

L’impegno del fedele laico nella società temporale è dunque un impegno di animazione delle realtà terrene secondo il messaggio divino. Animazione – si badi – che non consiste in un semplice annuncio della parola salvifica, ma in una incarnazione del Cristo nelle cose del mondo attraverso l’azione in quanto essa è ordinata secondo Dio.

In questa e per questa animazione interiore della società temporale si fa più grave la responsabilità dei laici, l’impegno della loro maturità: la loro posizione non è autonoma rispetto alla Chiesa, ma è strettamente collegata al suo mistero per far presente al mondo la salvezza non come annuncio, ma come azione concreta.

Da “La Cittadella” 13 febbraio 1966

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11° ALLEGATO, NOTA 19

Cronaca dell’intervento di P. Ernesto Balducci:

“La Chiesa nel mondo”.

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Il salone mantegnesco del convento di san Francesco giovedì 17 febbraio era gremito.

Fu una chiara testimonianza dell’interesse che i mantovani hanno per i problemi religiosi; interesse che si dimostrò vivo anche negli incontri precedenti promossi dalla Giunta diocesana dell’Azione Cattolica sui temi del Concilio. La venuta di P. Balducci a Mantova, sollecitata da alcuni, era attesa da molti. I suoi scritti, la sua rivista “Testimonianze”, le sue frequenti apparizioni in televisione, l’hanno fatto conoscere a numerose persone.

Il tema della conferenza era: “La Chiesa nel mondo”. Problema che fu costantemente presente nello spirito e nei dibattiti del Concilio Vaticano II e che lasciò tante profonde tracce nei suoi documenti.

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Gli interlocutori del dialogo e l’impostazione della conferenza.

Iniziando il suo discorso P. Balducci chiarì subito che intendeva rivolgersi innanzitutto a quei cattolici che ancora non hanno preso coscienza della novità del Vaticano II e insieme a quei laicisti che ritengono che la Chiesa ormai non abbia più nulla da dire alla gente di oggi.

Questa prospettiva di fondo ci pare molto importante per comprendere il metodo dell’esposizione, i problemi sollevati, la documentazione storica ricordata, le vivaci battute di schietto sapore fiorentino inserite in un discorso denso di pensiero.

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Il tema poi svolto dall’oratore non fu tanto un documento particolare del Concilio - come poteva essere per esempio la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo - ma piuttosto l’idea madre di tutta la dottrina del Vaticano II sul rapporto Chiesa e mondo e che fu sintetizzata in un suo discorso al termine del Concilio da Paolo VI, a cui direttamente si è rifatto all’inizio del suo discorso il conferenziere.

L’attuale Pontefice, facendo eco al Concilio, ha dichiarato che la Chiesa è in servizio dell’uomo, aperta al mondo con simpatia, con fiducia. Non è contro il progresso temporale, ma lo riconosce come bene, l’incoraggia, l’accoglie. Il rapporto tra Chiesa e mondo, affermava all’inizio l’oratore, non è dunque come poté avvenire nel passato, di scontro, ma di accoglimento.

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Mentre la Chiesa prima era vista più come pietra immobile, resistente contro le forze avverse, ora viene prospettata più come nave che viaggia in un mondo a sua volta in movimento. E perché questa dottrina non facesse pensare a un semplice atto provvisorio e disperato del Concilio per far uscire la cristianità dal proprio isolamento, P. Balducci si propose di esporre la fondazione teologica del rapporto tra Chiesa e mondo, Chiesa e storia, attraverso un approfondimento dottrinale e una breve rassegna di alcuni fatti avvenuti nella storia della Chiesa, i quali però per la brevità del tempo disponibile e per la necessità di evidenziare maggiormente la novità del Vaticano II, non sono stati sempre presentati nella loro luce completa, così da poter indurre qualcuno sprovvisto culturalmente a non intendere bene il pensiero dell’oratore (vedi per esempio il rapporto tra legge nuova e legge antica al Concilio di Gerusalemme, i rapporti tra Chiesa e scienza nella storia, il rapporto tra Chiesa e liberalismo nel secolo scorso).

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La Chiesa e il mondo: comunione e distinzione

La Chiesa, spiegò il conferenziere, ha il proprio centro di gravità non dentro di sé, ma fuori di sé, nel mondo. Mediante essa Cristo intende ricapitolare tutte le cose per portarle alla salvezza. Per questo la Chiesa è continuamente come proiettata fuori di sé in modo d’essere non un tesoro gelosamente custodito, ma un fermento donato al mondo.

Fu il problema posto all’inizio della storia della cristianità quando si trattò di decidere nel Concilio di Gerusalemme se si dovesse imporre ai pagani convertiti la legislazione e i costumi ebraici, oppure non fosse necessario farsi per così dire ebreo per poter divenire cristiano.

Questo atteggiamento però di apertura, di comunione verso il mondo nella sua realtà storica esige come premessa l’ottimismo. E’ il primo atteggiamento del cristiano, che accetta le cose quali creature di Dio e perciò dichiara il progresso umano, trasformazione della realtà creata, fondamentalmente buono. Tale ottimismo, continuava l’oratore, circola in tutti i documenti conciliari, implicita condanna di un certo pessimismo spesso diffuso, che tende a vedere tutto il male possibile nel mondo moderno.

 

L’ottimismo cristiano però non è ingenuo, non crede che cambiando le strutture sociali il problema della felicità dell’uomo sarà risolto. Ogni creatura insieme al bene porta dentro di sé la malattia mortale del male. Un male di diritto, quello che deriva dalla nostra condizione di creature, e perciò limitate, e un male di fatto, quello che ci viene dal peccato.

Sia l’ottimismo messianico di certe dottrine moderne, come il marxismo, sia il pessimismo radicale di certe correnti del pensiero esistenzialista sono alla fine una semplificazione della realtà. Tutta la creazione è attraversata da questo profondo contrasto, che diventa nell’animo del cristiano motivo continuo di tentazione per una scelta unidirezionale.

Questo essere della Chiesa per il mondo, in un atteggiamento di ottimismo realista, la deve portare a dialogare, ad adattarsi con le varie epoche storiche, senza però per questo identificarsi con esse. Ed è in questo dialogo, in questa comunione che si pone il grave problema dell’incontro e della distinzione tra Chiesa e mondo, della necessità della tempestiva lettura dei segni dei tempi.

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Lettura dei segni dei tempi.

Ogni epoca ha una propria struttura, delle particolari sensibilità, un proprio progresso, e la Chiesa se deve salvare il mondo dovrà accoglierlo in tutto ciò che ha di naturalmente buono, non inimicarselo, non respingerlo. Per questo la Chiesa nel Medioevo si fa per così dire medievale e nell’epoca nostra si fa moderna, ad imitazione di san Paolo che aveva dichiarato di farsi giudeo con i Giudei, gentile con i Gentili per guadagnare tutti a Cristo.

Abbiamo avuto così lo splendido secolo XIII, il secolo di san Francesco, di Dante, di Giotto, di san Tommaso, esempio di una grande incarnazione storica della Chiesa.

Da tutto ciò scaturisce l’importanza di saper leggere i segni dei tempi, per non perdere i contatti con il mondo e diventare ad esso forestieri. La grettezza dei cristiani, la loro pigrizia, il loro attaccamento a forme e modi temporali già sorpassati, possono provocare delle gravi responsabilità storiche. Lo Spirito Santo garantisce nella Chiesa l’indefettibilità della presenza e della interpretazione della parola di Dio, non la tempestività del suo annuncio e della sua traduzione concreta nell’ordine temporale. Ne sono prova quotidiana i nostri peccati, le nostre ottusità, i nostri ritardi. Sarebbe però un grave errore far coincidere la forma ideale della Chiesa con una determinata epoca storica, fosse anche quella grande del secolo XIII.

La Chiesa s’incarna in un tempo determinato, ma non si confonde con quel tempo fino a rimanerne prigioniera. Qui sta il suo mistero: s’incarna in ogni terra, in ogni tempo per salvare l’uomo, ma insieme rimane sempre trascendente. Anzi, perché trascendente può continuamente rinnovare la sua incarnazione in tutte le civiltà. Essa è da Dio; e qui sta il segreto della sua perenne libertà e insieme la sua capacità di comunione con tutti gli uomini.

Tutte le volte che i cristiani non hanno saputo leggere i segni dei tempi hanno ritardato l’incontro della Chiesa con il mondo in cui vivevano. Tutte le volte che come cristiani si sono legati a ciò che era solo un fatto contingente di un’epoca, hanno impedito il manifestarsi pieno della libertà della Chiesa.

Alla fine P. Balducci passò in rassegna alcuni segni del nostro tempo (la democrazia e la laicità delle strutture sociali), i cui primi lettori dovrebbero essere i laici, essendo più del clero immersi nel mondo temporale. Rispose poi anche a varie domande, per esempio: sul problema della pace e della guerra, sull’obiezione di coscienza, sull’ambito e l’autonomia dei laici, sul marxismo se si può dire sia un segno dei tempi. Dopo le ore 23,30 lasciammo il salone del convento di san Francesco.

Da “La Cittadella” 27 febbraio 1966

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12° ALLEGATO, NOTA 20

Domande spedite a monsignor Poma in vista dell’incontro con monsignor Wojtyla.…………

 

1. Lei, eccellenza, il 21 ottobre 1964 in un suo intervento fatto al Concilio sullo “Schema XIII” ha affermato: “Non si dà dialogo se la Chiesa si assegna un posto sopra il mondo e non nel mondo. La Chiesa non deve presentarsi al mondo come docente, chiedendo solo obbedienza, parlando autoritariamente, ma deve cercare con il mondo come il mondo può trovare la verità, altrimenti il suo sarà un soliloquio” (“Fedeltà del Concilio” p.328).

Di quale dialogo si tratta e quali ritiene, Eccellenza, siano oggi i principali ostacoli nella Chiesa e nel mondo a questo dialogo?

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2. Mons. Kominek a nome di 62 vescovi della Polonia ha proposto che l’argomento dell’ateismo sia approfondito nello “Schema XIII” nello spirito dell’Enciclica “Ecclesiam Suam” (“Avvenire d’Italia” 24-IX-1965); in questo fu poi seguito da molti altri Padri conciliari, tra i quali il card. Seper, arcivescovo di Zagabria (“Avvenire d’Italia” 25-IX-1965).

Quali ritiene, Eccellenza, siano oggi le motivazioni più diffuse, quali quelle più profonde dell’ateismo?

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3. Rapporti Chiesa - cultura. Nella sessione III del Concilio il card. Lercaro aveva parlato di una Chiesa che deve riconoscersi “culturalmente povera” (“Fedeltà del Concilio” pp.437-445); d’altra parte lo”Schema XIII” riconosce tutto il valore della cultura umana (“Avvenire d’Italia” 2-X-1965).

Qual è il senso esatto del rapporto cultura e Chiesa?

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4. Rapporto Chiesa e mondo economico. L’arcivescovo di Madrid mons. Morbillo e mons. Kominek (a nome di 62 vescovi polacchi) hanno espresso il parere che l’enciclica “Pacem in terris” sia più avanzata nella considerazione della vita economico-sociale della dottrina espressa nello “Schema XIII” (“L’Avvenire d’Italia” 24-IX-1965). In quale senso? Fin dove il mondo economico-sociale dev’essere condizionato dalle valutazioni etico - religiose, e fin dove può avere una sua pluralità di manifestazioni?

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5. La Chiesa e la guerra. Vi è stata un’evoluzione della dottrina della Chiesa in proposito? I vescovi polacchi hanno posto un interrogativo: si può parlare ancora di guerra giusta? Quale concezione della pace presenta lo “Schema XIII”?

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6. La Chiesa e la fame nel mondo. Qual è l’atteggiamento della Chiesa di fronte a questo fenomeno gravissimo del nostro tempo?

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7. La Chiesa e la famiglia. Quali sono gli aspetti nuovi sul valore del matrimonio, della famiglia, che sono stati messi in risalto dallo “Schema XIII”?

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8. Si è parlato di eccessivo ottimismo dello “Schema XIII”. Qual è il significato di questo problema?

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10. La Chiesa propugna nel mondo la libertà religiosa di ogni uomo. Quali sono le ragioni, il significato, l’ambito di questa libertà?

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11. Fin dove la Chiesa rimane condizionata dall’ambiente sociologico, culturale, economico in cui vive? fin dove l’influenza?

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12. Quale ritiene sia l’apporto che lo “Schema XIII” darà alla vita della Chiesa?

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13° ALLEGATO, NOTA 21

Cronaca della relazione dibattito di monsignor Karol Wojtyla.

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“Uno dei concetti fondamentali dello “Schema XIII”, disse l’arcivescovo di Cracovia, è la dottrina riguardante la dignità e i diritti della persona umana. Da essa scaturiscono le ragioni e il senso della libertà religiosa propugnata dal Concilio; libertà che non è sinonimo di soggettivismo, ma che si fonda sulla priorità del rapporto tra l’uomo e Dio, sul rapporto dell’uomo con la società.

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Partendo dal primato della persona umana si comprende la novità di accento che si trova nello Schema conciliare sul tema del matrimonio, nel quale viene messo in maggior rilievo l’aspetto personalistico, accanto a quello più tradizionale di istituzione naturale per la trasmissione della vita.

In conseguenza del riconoscimento dei valori della persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri, va impostato il problema della convivenza sociale (e su questo punto mons. Wojtyla affermò che difficilmente il Concilio potrà darci una dottrina più completa di quella già offertaci da Papa Giovanni XXIII nelle due encicliche “Mater et Magistra” e “Pacem in terris”). Lo stesso problema del diritto alla difesa, continuava l’arcivescovo, non è altro che una conseguenza del diritto della persona umana alla propria libertà.

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Sempre rispondendo ai vari interventi del numeroso pubblico, l’arcivescovo di Cracovia non parlò solo di come il Concilio nello “Schema XIII” intenda la persona umana, la sua convivenza familiare e sociale, ma anche del dialogo che la Chiesa intende condurre con il mondo di oggi e del giudizio che dà sui suoi problemi più gravi come l’ateismo e la guerra.

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Monsignor Wojtyla - riprendendo l’espressione di un interlocutore che gli ricordava un suo intervento fatto nella Sessione III del Concilio - ammetteva di aver propugnato un metodo più “euristico”da parte della Chiesa nel suo modo d’insegnare, cioè un “cercare insieme”; metodo che non significa abdicazione all’autorità che Cristo stesso Le ha dato, ma vuole solo rispondere a una condizione psicologica umana per cui l’uomo si apre ad una risposta di verità solo se prima ne ha sentito l’interrogativo, il problema.

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Quanto poi all’esigenza di questo incontro tra la Chiesa e il mondo, continuava l’arcivescovo polacco, esso si fonda sull’essere della Chiesa nel mondo, in modo analogo all’essere dell’anima nel corpo. Condizione che non significa confusione di compiti, ma neppure estraneità di vita. In questa prospettiva va collocato, continuava l’arcivescovo di Cracovia, tutto il problema del rapporto con il progresso tecnico ed economico, con la cultura, con le varie forze sociologiche. Il Concilio afferma delle autonomie, non però delle estraneità.

Rimane tuttavia difficile dare il giudizio sui vari rapporti concreti che s’instaurano nei singoli casi. Così la Chiesa accoglie con simpatia il progresso tecnico ed economico, le varie culture, ma di nessuna di queste realtà rimane prigioniera, poiché le lievita, non nasce da esse. In questo consiste la sua interiore esigenza di povertà, data dalla sua ricchezza di Dio.

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E a proposito di una certo esagerato ottimismo di cui fu accusato lo “Schema XIII”, mons. Wojtyla ha ricordato come la condizione in cui vive attualmente la Chiesa è di “redenzione”, e perciò di travaglio, di sofferenza, in analogia con la vita di Cristo qui in terra. Solo lo stato ultimo delle cose si manifesterà senza ombre.

Questo dialogo religioso della Chiesa può divenire estremamente difficile quando s’incontra con gli atei. Perché vi sia un dialogo occorre che vi sia un terreno comune. Ma quale può essere in questo caso? In una tale analisi rimane traccia indicativa l’enciclica di Paolo VI “Ecclesiam suam”.

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Soffermandosi quindi sul problema dell’ateismo nel mondo di oggi, l’arcivescovo di Cracovia ha distinto un ateismo pratico, che sarebbe quello più diffuso, e un ateismo meno esteso, ma con radici più profonde, che poggia su diverse motivazioni teoretiche, quali quelle di carattere “umanista”, potremmo dire, per cui si arriva a negare Dio al fine di non sminuire la completa affermazione dell’uomo; quella di ispirazione “idealista”, secondo la quale non si può arrivare con la sola ragione ad ammettere Dio; e infine quella di carattere “scientista” o “positivista”, per cui si ritiene che l’universo debba spiegarsi da se stesso.

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Parlando infine di un’altra grave interruzione del dialogo tra gli uomini, la guerra, mons. Wojtyla ha sottolineato i diversi modi con i quali questa può essere condotta e ha mostrato la varia problematica che questi possono sollevare, dal caso gravissimo della guerra fatta con armi atomiche - che costituirebbe non più una lotta per la difesa, ma per soppressione di un popolo o addirittura del genere umano - alla guerra di difesa condotta con armi convenzionali.

Certo la Chiesa, proseguiva, è contro la guerra, perché è contro ogni male. La realtà però ci mette di fronte a degli uomini che spesso tentano di sopraffare gli altri. Si può in questi casi negare il diritto di difendersi e perciò di salvare la propria libertà, quando questo atto non equivale, come nell’uso di certe armi, all’annientamento di popoli o del genere umano? (E ha citato, come esempio, la ribellione di Varsavia, quando i tedeschi hanno tentato di distruggerla prima che fosse “liberata” dai Russi).

Tutte le nazioni dovrebbero procedere insieme verso un completo disarmo, per impedire che un giorno vi siano aggressori e aggrediti.

 

Spesso Wojtyla sostava in interrogativi che davano spazio e dimensione ai problemi sollevati. La sua stessa figura asciutta, leggermente curva, misurata nelle espressioni, con rapide schiarite tra il benevolo e l’ironico, sottolineava i momenti più acuti dell’intervista.

C’erano nell’animo dei presenti tante domande inespresse, che volevano andare oltre lo “Schema XIII”, per sentir parlare non tanto dei “principi di un dialogo”, ma del dialogo vissuto nella sua terra da chi in quel momento parlava loro.

La “comunione” però della Chiesa non è legata solo alle parole. E sabato sera molti hanno sentito questo. Così gli applausi che hanno accolto mons. Wojtyla e alla fine hanno chiuso l’incontro furono testimonianza di adesione non solo a un discorso, ma anche a una vita, alla Chiesa che vive in Cracovia, in Polonia, la stessa che vive a Mantova e nel mondo.

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Il giorno dopo in sant’Andrea la concelebrazione di sette vescovi rappresentanti di cinque continenti alla presenza attiva, orante, di moltissimi fedeli, manifestò nella sua forma più alta questa profonda “comunione” della Chiesa.

Da “La Cittadella” 31 ottobre 1965

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14° ALLEGATO, NOTA 22.

Risposta al Questionario sulla famiglia

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1.1. I giovani nella grande maggioranza ritengono la Famiglia come un ideale umanamente bello e che li completa. In generale si concepisce la propria famiglia come una sistemazione definitiva nella fedeltà reciproca. I più formati delle nostre Associazioni giovanili (a livello dirigenti) sono giunti a concepire la famiglia come attuazione di vocazione. Una minima parte la concepisce come sistemazione di interessi soltanto.

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1.2. In generale ci si prepara sul piano morale con le virtù umane: galantomismo, interesse al lavoro, risparmio. Una certa preparazione intellettuale è discretamente diffusa tra gli studenti e gli impiegati. Una preparazione spirituale è praticamente limitata alla categoria dei Dirigenti delle nostre associazioni.

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1.3. Di solito la prima attrattiva tra i due nubendi è fondata nella simpatia reciproca e persiste come elemento fondamentale per tutto il periodo del fidanzamento. Tuttavia di fronte alle prospettive concrete del matrimonio prendono forte consistenza anche le voci: ricchezza emoralità; ricchezza almeno nella misura dell’autosufficienza, moralità nel piano naturale.

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1.4. Inizialmente l’amore, specie nell’elemento femminile, viene vagheggiato come comprensione ed affetto; ma per la scarsa educazione della volontà nel fidanzamento degenera molto spesso in passione producendo una miserevole decadenza morale e di affetto. Il difetto più profondo anche nei fidanzamenti normali è la ricerca del piacere fino all’estremo limite della liceità, con la conseguente occasionalità di peccati impuri dapprima stigmatizzati, ma in seguito ripetuti a catena.

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2. Nell’elemento fede vige un certo tradizionalismo religioso positivo, mentre manca la dimensione apostolica. In morale il borghesismo procura spesso come conseguenza logica: l’onanismo, la sfiducia nella Provvidenza e, in misura minore specialmente nelle campagne, l’infedeltà coniugale occasionale. Una mentalità da molto tempo materialista ha reso accettati e logici l’edonismo come unico scopo del lavoro e del denaro e il dinamismo come mezzo indispensabile per procurare benessere anche a scapito di valori famigliari morali (l’unità, la comprensione).

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3. Tra i figli e i genitori il rapporto non è né di confidenza, né di disagio, né di contrasto, semplicemente non esiste in funzione educativa, ma solo in termini sbrigativi e organizzativi.

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3.1. I giovani fanno la loro esperienza fuori famiglia, perché, in campo educativo, la famiglia tace o al massimo interviene solo in forma negativa di proibizione. I consigli dati di solito hanno forma autoritaria e non giustificata.

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3.2. I giovani trovano nella famiglia una protezione tradizionale in campo morale e un intervento medio in campo materiale.

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3.3. Se per adeguamento alla società moderna si intende: il facile guadagno, il divismo, la disonestà aperta, rispondiamo di no. C’è invece una certa indulgenza per scorrettezze morali e finanziarie e quindi un intervento spesso inefficace e facilone di fronte alle lacune della società.

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La lettera richiesta con le domande del vescovo porta la data del 18 gennaio 1962; la lettera di sintesi delle risposte sopra riportata la data del 9 febbraio 1962 ed è firmata da: don Umberto Campana, don Luigi Bolzani, don Augusto Sanfelici, don Sergio Ferrari.

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15° ALLEGATO, NOTA 23.

Tre giorni di studio dei sacerdoti mantovani: programma.

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Anche quest’anno tutti i sacerdoti mantovani sono invitati a partecipare alla «Tre giorni» di studio che si svolgerà a S. Fidenzio di Verona il 26, 27 e 28 settembre. Il tema del convegno sarà la «Pastorale della Gioventù», attualmente il settore più delicato del ministero sacerdotale.

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PROGRAMMA

Martedì 26 settembre:

ore 9,15: Presentazione della «Tre giorni». Rel. mons. Ettore Scarduelli.

ore 10,30: «Criteri e orientamenti per una pastorale della gioventù». Rel. don Sergio Ferrari.

ore 14.45: «Il metodo della Catechesi ai giovani». Relat. prof. don Enzo Giammancheri (Incaricato di Pedagogia presso la Facoltà di Magistero dell’Università Cattolica).

ore 16,30: Continuazione della conferenza sul metodo della Catechesi.

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Mercoledì 27 settembre:

ore 9,15: Breve meditazione in chiesa.

ore 9,45: «Valore teologico della catechesi nella pastorale della gioventù». Relat. mons. Osvaldo Mantovani.

ore 11,15: «Resoconto delle inchieste fatte dai parroci». Rel. don Giovanni Volta.

ore 14,45: Gruppi di studio sulla catechesi alla gioventù.

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Giovedì 28 settembre:

ore 9,15: Breve meditazione in chiesa.

ore 9,45: Resoconto dei risultati dei gruppi di studio del giorno precedente.

ore 10,30: Gruppi di studio divisi per vicariati.

ore 14,45: Resoconto dei gruppi di studio del mattino. Discussione in riunione plenaria. Conclusione.

Da “La Cittadella”, 24 settembre 1967

 

 

TRE GIORNI DI STUDIO SULLA PASTORALE DEI GIOVANI: CRONACA.

A S. Fidenzio di Verona, martedì, mercoledì e giovedì scorsi sono convenuti i Sacerdoti Mantovani per un corso di orientamento pastorale. Tema: La catechesi ai giovani.

Il corso è stato aperto dalla prolusione di Monsignor Scarduelli che, documentandosi sui decreti conciliari, ha invitati i Sacerdoti a vedere nella gioventù e nelle sue istanze i «segni dei tempi» e ad occupare il ruolo che la Chiesa ha affidato ai dispensatori della parola di Dio.

Monsignor Vicario Capitolare ha letto anche ai presenti il testo dei due telegrammi inviati a S.S. Paolo VI per il suo settantesimo compleanno e a mons. arcivescovo Antonio Poma.

Le lezioni hanno poi aperto la panoramica del mondo giovanile. Don Enzo Giammancheri, Professore di Pedagogia alla Facoltà di Magistero della Cattolica, ha esposto la Metodologia della Catechesi ai giovani di oggi, illustrando il soggetto, l’oggetto e il metodo della predicazione.

Una indagine sociologica compiuta nelle Parrocchie ha «tastato il polso» alle varie Comunità, fornendo statistiche, indici di ascolto, difficoltà dei sacerdoti e dei giovani circa la predicazione, suggerimenti di collaborazione sacerdotale sul piano pastorale.

Da “La Cittadella” 1 ottobre 1967

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Il fascicolo ciclostilato (53 pagine) in preparazione del Convegno portava il titolo: “Per una pastorale della gioventù: La Catechesi”, e nella introduzione così si giustificava: “Ogni azione pastorale si alimenta della conoscenza dell’uomo e della conoscenza di Dio e si esprime nella Chiesa con la collaborazione di tutti, con la chiara coscienza che dietro le cifre stanno delle persone e che il disegno di Dio certamente non può essere chiuso entro i nostri conteggi.”

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Venivamo tutti, sacerdoti, vescovi e laici, dalla recente grande scuola del Concilio.