1967 La Rivelazione di Dio nella Chiesa in "La Dei Verbum e la Catechesi"

La Rivelazione e la catechesi

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LA RIVELAZIONE DI DIO NELLA CHIESA

Orientamenti per una catechesi secondo le indicazioni del Concilio

Don Giovanni Volta

SOMMARIO

Contesto storico della Costituzione "Dei Verbum"

L'insegnamento del Concilio

Aspetto personale della Rivelazione di Dio

Dio si svela all'uomo progressivamente, mediante fatti e parole

Attualità del dialogo di Dio nella Chiesa

La risposta personale e libera dell’uomo a Dio che gli si rivela

Unità e pluralità nella Rivelazione

Le vie conoscitive del Concilio

Conclusione

                                

Il tema centrale del Concilio Vaticano II è stato la Chiesa, nel suo aspetto più largo e vivo, comunione esistenziale, diveniente, degli uomini con il Padre, il Figlio e lo Spirito.

Vi fu però tutto un discorso di sviluppo attorno a questo tema, a questa realtà; ed uno dei punti nevralgici, che sta come a monte del Mistero della Chiesa, si presenta la Rivelazione, che trovò la sua trattazione fondamentale nella Costituzione dogmatica “Dei Verbum”.

Un Documento che ebbe un suo iter molto difficile e travagliato, ma che alla fine uscì nitido nella composizione delle sue parti, accolto con molta simpatia anche dai cristiani non cattolici (l).

Alcuni suoi insegnamenti avevano già avuto degli anticipi nella “Lumen Gentium”; e si completarono poi come stile di discorso all'uomo d'oggi nella "Gaudium et spes".

La Rivelazione divina, intesa come dialogo tra Dio e l'uomo, è apparsa il fatto primordiale della salvezza e del mistero della Chiesa. Il modo d'intenderla, di esporla, significava perciò svelare la radice prima del cristianesimo, e quindi germinalmente intuirne e condizionarne tutti i suoi possibili sviluppi.

Per questo vi fu grossa battaglia in Concilio su questo argomento.

Non solo però la Rivelazione di Dio si presenta principio e fonte del cristianesimo, ma insieme si pone come contenuto primo e norma esemplare di ogni annuncio della dottrina, del fatto cristiano, e perciò di ogni catechesi.

È quindi determinante per questa, per rinnovarsi e ringiovanire, ritornare continuamente alla sostanza e ai modi di quel primo discorso.

Il Concilio però non si fa per noi maestro di catechesi solo nel contenuto dei suoi Documenti, ma anche nello stile assunto, nell'itinerario seguito. Come una persona viva egli ci ha parlato con tutto se stesso; in lui abbiamo riscoperto noi stessi, Chiesa viva, diveniente e dialogante nel mondo di oggi.

Ed è mettendoci non solo in ascolto di Lui, ma anche con Lui in profonda sintonia, che possiamo coglierne gli insegnamenti principali.

Ecco quello che ci proponiamo in questo articolo: cogliere i contenuti e i modi del discorso conciliare sulla divina Rivelazione, per trarne le premesse di un rinnovamento della nostra catechesi in tale settore.

                                            

Contesto storico della Costituzione "Dei Verbum"

È importante per ben capire e giudicare una realtà coglierla nel suo contesto storico, culturale, nel suo divenire. In questa prospettiva prende rilievo la continuità e la novità nella presentazione di una dottrina, il senso esatto delle sue varie espressioni, il loro rapporto di “osmosi” con gli uomini e la cultura del proprio tempo, rivelandoci le vie del dialogo e della possibile comunicazione del messaggio cristiano.

Il tema della Rivelazione, in seguito all'estendersi delle preoccupazioni apologetiche di fronte a un mondo che giungeva a negare la stessa possibilità di una manifestazione di Dio, finì con l'essere trattato nei manuali scolastici solo in chiave di prova, di difesa, e perciò come dall'esterno, dai margini, senza essere ripreso poi in sede di teologia dogmatica, dove avrebbe dovuto trovare il posto suo proprio (2).

Da questo fatto seguì una presentazione più astratta che concreta della Rivelazione (3), più tratta dalle categorie umane che da quelle divine, e una definizione del mistero più negativa, che positiva; più ostacolo che punto d'arrivo nell'esposizione teologica (4).

Tutto ciò si è riflettuto spesso anche nei catechismi, anzi qualche volta si è accentuato, per l'insistente preoccupazione di ridurre in tante formule chiare, distinte, la dottrina svolta nei manuali (5).

Il Magistero della Chiesa era intervenuto, specialmente nel Concilio Vaticano I, sul tema della Rivelazione, chiarendone vari aspetti nell'ambito della problematica sollevata, nella Chiesa ed attorno ad essa, nel secolo scorso.

L'interrogativo era: qual è l'ambito e il limite della ragione umana di fronte alla Rivelazione di Dio? (6).

Il Concilio dichiarò che Dio volle manifestarsi all’uomo anche per una via soprannaturale (7); che vi è una diversa necessita della Rivelazione per le verità naturali e per quelle soprannaturali (8); precisando quindi come la Rivelazione si trova nella Chiesa (9), la quale ne è non solo luogo di presenza, ma anche segno di credibilità (l0).

Al discorso sulla Rivelazione il Vaticano I unì ampiamento quello sulla fede (11), di cui ricorda la componente intellettuale di volontà e di grazia (12); il suo rapporto con la ragione (13), e la possibilità di avere una certa intellezione dei misteri di Dio (14).

Sul tema della Rivelazione tornò il seguito il Magistero in occasione della lotta antimodernista, riaffermandone l'aspetto obiettivo, trascendente e dottrinale (15).

Pio XI sottolineò poi il fatto storico della Rivelazione di Dio, il suo compimento in Cristo, e quindi l'unicità di fatto della religione per ogni uomo, quella rivelata, e il compito della Chiesa quale custode e banditrice della parola di Dio (16).

Pio XII si soffermò sui compiti della Chiesa in ordine alla verità rivelata, custodirla, difenderla, interpretarla (17); sul ruolo dello Spirito Santo nell'assistere la Chiesa, il suo Magistero, per la conservazione e la retta esplicitazione nei secoli delie verità rivelate (18).

Contemporaneamente a questo insegnamento del Magistero, che si soffermava su alcuni aspetti-guida del problema, entro la comunità cristiana si andavano sviluppando germi, fermenti, che tendevano a una sempre maggiore chiarificazione.

Già nel secolo scorso incontriamo alcune persone particolarmente rappresentative in questa azione di stimolo, di illuminazione, come J. A. Móhler, che nel suo celebre trattato sull'unità nella Chiesa insistette sul ruolo dello Spirito nella vita della comunità cristiana, e nella “Simbolica” sulla visibilità della Chiesa, e perciò l'esteriorità, la storicità della Rivelazione (19).

Il Card. Franzelin poi, in un'opera che rimane tuttora fondamentale negli studi teologici, “Tractatus de divina Traditione et Scriptura”, apparso nel 1870, analizza il modo con cui Dio si manifesta all'uomo, usando espressioni che poi saranno riprese con insistenza nel Vaticano II, molto meno nei manuali scolastici. Dio si rivelò, egli scrive, mediante parole e fatti (20); e ancora mediante parole e fatti continua a far presente il suo mistero nella Chiesa (21). Tutto questo però non è sufficiente senza l'aiuto della grazia, la quale aiuta l'uomo a riconoscere il valore dei fatti che dimostrano l'esistenza della Rivelazione e la sua credibilità, lo dispone a credere; illumina e muove il suo animo verso l'adesione piena a Dio nell'atto della fede (22).

Altre riflessioni interessanti sul tema della Rivelazione sono state proposte tra gli altri, sempre nel secolo scorso, da J. H. Newman e da V. M. J. Scheeben. Il primo, scrive R. Latourelle, si sofferma sul carattere religioso, profondo e perciò oscuro, progressivo, salvifico, dottrinale e imperativo della Rivelazione; il secondo sul suo aspetto storico e progressivo, che raggiunse il suo apice in Cristo (23).

Nel nostro secolo lo studio della Rivelazione si mosse in gran parte nell'ambito dell'insegnamento del Vaticano I e della polemica antimodernista, accentuando del primo gli aspetti apologetici (24).

La deficienza maggiore di questi studi, che pure ebbero notevoli meriti, si rivelò in una certa angustia del loro orizzonte nell'affrontare l'argomento della Rivelazione, nella loro insufficiente fondazione biblica, e di conseguenza nella loro elaborazione di un concetto di Rivelazione non specifico, cioè di quella che di fatto avvenne da parte di Dio, ma generico, più attenta alle varie verità che Dio ha potuto rivelare che al Dio che volle rivelarsi.

Scrive in proposito R. Aubert: “La rivelazione è stata troppo spesso concepita come la comunicazione da parte di Dio di un certo numero di sconcertanti affermazioni che gli uomini dovrebbero considerare come vere senza comprenderle. In realtà, la rivelazione si presenta nella Bibbia in una maniera molto meno nozionale e molto più personale: essa è soprattutto la manifestazione di Dio stesso, il quale, attraverso una storia sacra, culminante nella morte e risurrezione di Cristo, ci fa intravedere il mistero del suo amore” (25).

Fuori però dell'ambito degli studi riguardanti in modo particolare il tema della Rivelazione nuovi fermenti si andavano sviluppando, preparando approfondimenti e sintesi nuove. Il rinnovamento degli studi biblici e patristici (26), la nuova sensibilità liturgica (27), lo studio della teologia della predicazione (28), sono stati degli stimoli vivi all'interno della Chiesa Cattolica, che portarono ad un approfondimento del concetto di Rivelazione.

Uno stimolo in questo settore venne anche dal mondo cristiano protestante, che tanto s'interessò della manifestazione di Dio all'uomo come dialogo personale, decisivo, che continuamente si ripropone nella storia (29).

Non solo però dai cristiani fuori della Chiesa Cattolica venne tale sollecitazione per un maggiore approfondimento dei rapporti tra Dio e l'uomo; ma anche dal mondo non cristiano, dalla cultura del nostro tempo, con la loro notevole sensibilità per i problemi riguardanti la persona e i rapporti interpersonali. Ne scaturì un modo di vedere più concreto, più dinamico, più profondo del dialogo tra Dio e l'uomo nella Rivelazione e nella risposta ad essa nell'atto di fede (30).

Comprendiamo così come nel Concilio si sia sentita la eco di questo lungo travaglio in atto nella Chiesa verso una sempre maggiore luce, e come esso abbia fatto un passo avanti nella maggiore esplicitazione dell'alto mistero di Dio manifestatosi nell'angustia delle nostre parole, nei limiti dei nostri gesti, e insieme come i Padri conciliari ci abbiano dato un saggio di catechesi in parole e in gesti verso gli uomini d’oggi.

                                                

L'insegnamento del Concilio

Tenendo presente questo sviluppo di vita, di presa di coscienza, di linguaggio della Chiesa, il contesto in cui si è svolto il Concilio, il mondo nel quale vive e a cui si è rivolto, vediamo ora i contenuti e i modi del discorso che il Vaticano II fa sulla Rivelazione di Dio.

                                            

Aspetto personale della Rivelazione di Dio

In coerenza con l'insegnamento aperto e svolto dalla Costituzione dogmatica “Lumen Gentium”, la “Dei Verbum” insiste molto sull'aspetto personale della manifestazione di Dio.

Come là (nn. 2-4), anche qui il dialogo di Dio è visto nella sua sorgente, nel suo dinamismo, nel suo termine Trinitario. “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef. 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef. 2,18; 2 Pietr. 1,4). Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr. Col. l,16; 1 Tim. 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es. 33,11; Gv. 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar. 3,18). per invitarli ed ammetterli alla comunione con Sé” (n. 2).

Più volte l'oggetto della Rivelazione viene in seguito ripresentato nel suo primario aspetto personale: Dio “fin dal principio manifestò Se stesso ai progenitori” (n. 3); “Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare Se stesso” (n. 6); “(Cristo) col fatto stesso della sua presenza... compie e completa la rivelazione.” (n. 4); “Cristo... manifestò con opere e parole il Padre suo e Se stesso.” (n. 17).

La motivazione di tale scelta da parte di Dio è la sua bontà e sapienza: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare Se stesso " (n. 2) (31); il termine: la comunione-personale con gli uomini “per invitarli ed ammetterli alla comunione con Sé” (n. 2), il dono di Sé: “Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare Se stesso” (n. 6); l'ampiezza: l’orizzonte di tutto il genere umano: “Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, (Dio) li risollevò nella speranza della salvezza (cfr. Gen. 3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro, i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene” (n. 3), “Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni n (n.7).

La Rivelazione, nella sua natura personale e interloquente, si presenta così non solo come manifestazione del mistero di Dio, ma anche di quello dell'uomo, e trova il suo momento più alto e riassuntivo in Cristo, Dio e uomo: “La profonda verità. poi, sia di Dio sia della salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione” (n.2).

In seguito, parlando dell'Antico Testamento, ancora la “Dei Verbum” afferma: “I libri poi del Vecchio Testamento, secondo la condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti la conoscenza di Dio e dell’uomo” (n. l5).

Nella Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” il Concilio torna ancora sul tema di questa bipolarità della rivelazione, legata al suo essere incarnata e interpersonale: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo Amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (n. 22).

Impostare la visione della rivelazione di Dio primariamente sulle Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in dialogo con l'uomo, porta il discorso immediatamente al cuore dell' ordine soprannaturale, e insieme trae luce dall'esperienza umana più alta, il dialogo tra persona e persona nell'amicizia, senza per questo umiliare l'esplicitazione umana del Rivelato con il ricorso ad immagini deformanti, quali alle volte si sono usate nei manuali di scuola, come quando la rivelazione viene spiegata semplicemente quale manifestazione di un oggetto nascosto od oscuro da parte di Dio, e non innanzitutto come manifestazione della sua Persona, della sua ricchezza interiore.

Da ciò è nata la mentalità di chi spesso guarda alla Rivelazione più come a una somma di enunciati, che a una manifestazione personale di Dio.

Questo modo di considerare la Rivelazione, proposto dal Concilio, non solo è più aderente alla realtà, ma anche meglio si presta alla comprensione sia dei dotti che degli umili; dà ragione della profonda unità e insieme della molteplicità dell'oggetto dell’atto di fede; mostra l'intimo legame che intercorre tra la parola di Dio e la Sua presenza, e perciò il valore esistenziale dilla Rivelazione. Non accantona il problema del mistero, quasi fosse un bagaglio ingombrante di cui si cerca quasi di disfarsene in qualche scolion; ma lo colloca al centro della trattazione teologica, poiché coincide con il cuore stesso di Dio. Esso rappresenta il momento più personale, più profondo, segno e dono insieme dell'immensa fiducia di Dio verso l'uomo.

                                              

Dio si svela all'uomo progressivamente, mediante fatti e parole

La presentazione della Rivelazione divina incentrata sulle tre Persone della Santissima Trinità che si manifestano si collega intimamente con l'altro aspetto messo in rilievo dal Concilio: la sua storicità, la sua concretezza, il suo aspetto dinamico.

Già la Costituzione “Lumen Gentium”, parlando dell’avvento del regno di Dio, aveva chiaramente affermato come tutta l’opera, anzi la stessa presenza di Cristo, è manifestazione di Dio: “Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo... Anche i miracoli di provano che il regno è arrivato sulla terra... Ma innanzitutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo” (n. 5).

Più avanti, nello stesso Documento, i padri conciliari ricordano come Dio si sia manifestato entro e mediante la storia del Popolo d'Israele: "Si scelse (Dio) quindi per Sé il popolo Israelita, stabilì con lui un'alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua storia Se stesso e i suoi disegni e santificandolo per Sé" (n. 9).

La Costituzione dogmatica “Dei Verbum” riprende questo discorso e lo svolge ulteriormente, mettendo in risalto l’intimo rapporto che c'è tra parole e fatti nella storia della salvezza: “Questa economia della Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto” (n. 2).

I1 legame inscindibile nella Rivelazione tra “parole” e “fatti” ci manifesta la completezza della proposta di Dio, il suo valore esistenziale. Essa però ha insieme un'altra dimensione, quella storica: dimensione legata al divenire, da parte della Rivelazione di Dio, “nostro fatto”, mantenendo insieme tutta la ricchezza, la grandezza propria della sua origine trascendente.

Per questo tutta la Rivelazione e insieme tutta la storia camminano verso Cristo; ed Egli, nell'intero arco della sua vita, è rivelatore di Dio, riassumendo, per così dire, in Sé, tutte le tappe dell'uomo e insieme tutte le tappe, tutte le vie della manifestazione di Dio all'uomo. “Perciò Egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv. 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di Sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito Santo, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina” (n. 4).

Più avanti la “Dei Verbum” torna ancora a ricordare come le parole e i gesti furono due aspetti complementari della Rivelazione divina: “...mediante l'alleanza stretta con Abramo (cfr. Gen. 15,18), e col popolo d'Israele per mezza di Mosè (cfr. Es. 24,8), Egli (Dio) si rivelò con gesti e con parole al popolo che così s'era acquistato come l'unico Dio vivo e vero” (n. 14) (32).

La manifestazione di Dio, compiuta nella storia mediante “parole e gesti” e sviluppatasi progressivamente fino alla pienezza di Cristo, viene conservata e testimoniata nella Chiesa pure mediante “parole e gesti”, in analogia alla manifestazione di Dio che serve e di cui e segno: “Ciò venne (cioè l'ordine di Cristo agli Apostoli di predicare il Vangelo) fedelmente eseguito, tanto dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalle labbra, dalle opere di Cristo e dal loro vivere insieme con Lui, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo, quanto da quegli Apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della Salvezza” (n. 7).

In questo senso “esistenziale” viene quindi definita la Tradizione divina entro la Chiesa: “Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo di Dio e all'incremento della fede, e così la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (n. 8).

E come la Rivelazione di Dio si è sviluppata progressivamente fino al suo compimento in Cristo, così, analogamente, nella Chiesa vi è una progressiva comprensione del Mistero divino, delle sue parole, dei suoi gesti: “Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali la meditano in cuor loro (cfr. Lc.2, 19 e 5l), sia con l'esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un crisma sicuro di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengono a compimento le parole di Dio” (n. 8).

E' attraverso questo schermo vivo della storia, composto di fatti e di parole, sempre in sviluppo, che Dio uno e Trino si è rivelato all'uomo, ed ha modellato la Chiesa, suo segno vivo tra le genti, sul proprio stile, sui propri atti.

A questi fatti, a queste parole, a questa storia, a questo stile deve perciò continuamente-rifarsi la catechesi, ripresentazione agli uomini d'oggi della manifestazione di Dio (33).

Ciò però non corrisponde solo alle vie di Dio, ma anche a quelle dell'uomo, che vede con gli occhi del tempo; che dalla scoperta dei fatti, delle cose, passa alle parole che li esprimono, dal visibile all'invisibile, dal concreto all'astratto; che ogni giorno dialoga con gli altri uomini con parole e con gesti.

                                            

Attualità del dialogo di Dio nella Chiesa

L'aspetto “esistenziale” della Rivelazione di Dio non è presentato dal Concilio solo nel suo momento storico passato, ma nel suo valore attuale di oggi. Qui sta la novità propria della parola di Dio ispirata, del gesto liturgico: in essi non vi è solo una rievocazione, ma insieme una attualizzazione.

Insegna la “Dei Verbum”: “È la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l'intero canone dei Libri Sacri, e in essa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse Sacre Lettere; così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr. Col. 3,16)” (n. 8).

È nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura che si attua la Rivelazione di Dio, in attesa dell'incontro svelato con Lui: “Questa Sacra Tradizione, dunque, e la Scrittura Sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'Egli è (cfr. 1 Gv. 3,2)”, (n. 7).

Nella Sacra Scrittura il Padre parla oggi ai suoi figli: “Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi” (n.21).

Pregando, parliamo con Dio, leggendo la Bibbia, Lo ascoltiamo: “Si ricordino (i fedeli)... che la lettura della Sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo; poiché - quando preghiamo, parliamo con Lui; Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini - ” (n. 25) (34).

L'aspetto personale, storico, attuale della Rivelazione acquistano in queste parole del Concilio, che ripete S. Ambrogio, la loro pienezza di rilievo. Il cristianesimo non è una ideologia, né un fatto semplicemente ricordato. Il suo nascere dall'incarnazione del Verbo lo colloca ben radicato nella storia; il suo essere da Dio lo fa capace di presenza in ogni momento.

Qui sta la fondamentale attualità del cristianesimo, che, prima di essere una dottrina in grado di spiegare il mistero di Dio, dell'uomo, della sua storia, è una presenza viva, operante: è una Persona che oggi agisce, che continuamente interpella l'uomo, per avviare un dialogo che si compirà pienamente solo al termine.

In questo fatto si compongono la fedeltà di “tradizione” della Chiesa, e insieme la sua apertura, la sua novità, poiché la chiamata fatta da una persona verso un'altra persona rappresenta sempre un fatto nuovo, specialmente se chi chiama è Dio stesso, e porta con sé la decisività, il rischio della salvezza eterna.

Perde qui il cristianesimo ogni parvenza d'essere come disinnestato dall'esistenza; il suo insegnamento vi appare intimamente unito al suo “vivere”.

È questo il legame più difficile e più cercato in ogni azione educativa, in particolare nella catechesi.

                                    

La risposta personale e libera dell’uomo a Dio che gli si rivela

I vari aspetti della Rivelazione che abbiamo considerato già per se stessi ci suggeriscono quale dovrà essere la corrispondente risposta dell'uomo.

Il Concilio, in verità, non dedica molto spazio al problema della fede. Tuttavia, gli accenni che vi fa sono sufficientemente indicativi di un orientamento, di un modo di vedere il problema, e perciò di proporlo.

Già in alcuni passi i Padri conciliari ricordano come la rivelazione che Dio fa di sé all'uomo non vada disgiunta da quella che Dio fa dell'uomo all'uomo. Cristo porta in sé non solo il segreto di Dio ma anche quello dell'uomo. scrive la “Dei Verbum”: “La profonda verità, poi, sia di Dio sia della salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Cristo” (n. 2). E con più ampiezza sullo stesso tema torna poi la Costituzione “Gaudium et Spes”: “In realtà nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro, e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela a noi pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua ultimissima vocazione... Tale e così grande è il mistero dell'uomo, che chiaro si rivela agli occhi dei credenti, attraverso la Rivelazione cristiana” (n.22).

L'uomo aderendo a Cristo scopre così il segreto di Dio e il proprio segreto. Un'adesione che impegna l'intelligenza, la volontà, la libertà, che, necessita della grazia di Dio. E qui il Concilio ripete i Concili Arausicano, Tridentino, Vaticano I (35).

Quale nota nuova però, specifica, aggiunge: “con tutto se stesso” (“Homo se totum libere Deo committit”), evidenziando in tal modo l'aspetto personale della fede (36),in corrispondenza al primato del momento personale della Rivelazione divina: “Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare Se stesso” (“Dei Verbum n. 6).

E per la storicità in cui si colloca l'uomo, la sua fede non solo è un'adesione decisiva a Dio, ma importa anche un suo sviluppo: “Affinché poi l'intelligenza della rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni” (n. 5).

Sviluppo e penetrazione sempre maggiore che la “Dei Verbum” riprende ancora più avanti parlando del progresso della Sacra Tradizione, quando afferma: “cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e con lo studio dei credenti, i quali la meditano in cuor loro (cfr. Lc. 21,19 e 51), sia con l'esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali.” (n. 8).

Alla proposta personale, libera, storica, in sviluppo, di Dio, corrisponde dunque nell'uomo una risposta pure personale, libera, storica, in sviluppo. Un dialogo che, pur nello svolgimento continuo dei suoi vari contenuti, mai si stacca dalla sua fondazione “personale”, ponendo a propria sintesi non tanto delle idee, ma primariamente delle persone esistenti: Dio e l'uomo.

E il fedele viene avviato alla sua piena comprensione, vivendolo nell'ascolto della parola di Dio, nella preghiera, nell'azione liturgica; cioè vi viene avviato facendone fare l'esperienza. Già l'abbiamo ricordato: “Si ricordino (i fedeli)... che la lettura della Sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo; poiché - quando preghiamo, parliamo con Lui; Lo ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini - ” (n. 25).

Nella Costituzione sulla Sacra Liturgia aveva detto il Concilio: “Per realizzare un'opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, Lui che ha promesso: - Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro (Mtt. 18,20)” (n. 7).

Così il discorso su Dio non è mai svincolato dal discorso sull'uomo; l'uno rimanda all'altro.

Costatazioni, queste, che ci presentano l'originalità della catechesi cristiana, la quale si radica nel gesto e nella parola, si fa ricordo e insieme presenza, esperienza, contempla Dio e contemporaneamente manifesta e impegna l'uomo. Chi l'ascolta, da spettatore diventa attore, ottenendo quella profonda integrazione di tempi e di valori che ogni uomo cerca quando sente discorrere della verità, e si mette in ascolto.

                                              

Unità e pluralità. nella Rivelazione

Una nota caratteristica della Costituzione “Lumen Gentium” è stata l'affermazione dell'unità nella pluralità entro la Chiesa (37).

Unità nella pluralità dei vari compiti in servizio di Dio e dell'uomo, delle varie tradizioni spirituali, delle diverse vie alla santità. Unità e pluralità che si ripropone anche nella Rivelazione.

Questa cala a noi da Dio e si manifesta, unica in una pluralità di parole e di fatti, e in una successione storica che trova il suo vertice in Cristo.

Entro la Chiesa la Rivelazione divina si fa presente nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, “strettamente tra loro congiunte e comunicanti” (“Dei Verbum” n. 9), facce diverse e complementari della stessa realtà: “poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in un certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine” (idem n. 9).

Come da parte di Dio, così anche da parte della Chiesa la unica Rivelazione divina si trasmette ed è testimoniata mediante fatti e parole (cfr. n. 7); più persone, con compiti e modi diversi, collaborano alla sua più profonda comprensione (cfr. 8)

Anche il Magistero è distinto e insieme profondamente unito con la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione, in servizio di testimonianza ad esse: “È chiaro, dunque, che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” (n. 10).

Dalla stessa mensa la Chiesa ininterrottamente si nutre della Parola di Dio e del suo Corpo, e li porge ai fedeli: “La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come anche il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella Sacra Liturgia di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli” (n.21).

È l'unico Signore che, attraverso varie vie, segni, gesti, parole, si fa presente, opera, si svela e si dona all'uomo entro la storia (38).

Questa unità nella pluralità dei gesti, dei modi, delle parole, delle persone in cui si realizzò e si perpetua la Rivelazione di Dio, denuncia ogni forma settoriale di catechesi che si presentasse in forma esclusiva, oppure solo giustapposta alle altre.

In analogia con il mistero di Cristo, pienezza della Rivelazione di Dio, anche la catechesi deve riflettere il comporsi in unità della sua molteplicità. Problema che tocca la stesura dei testi, il criterio di sviluppo delle varie parti, la necessaria integrazione nel rapporto educativo, istruttivo, tra le parole, i gesti, la pratica cristiana e la testimonianza viva dei fedeli, come avviene per esempio in una forma tanto eminente nella celebrazione eucaristica, cuore della Liturgia, la quale “è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (39), e in cui abbiamo la manifestazione più alta e più centrale della Chiesa, Corpo di Cristo e Suo Sacramento, Popolo di Dio, luogo e strumento della divina Rivelazione.

In essa Dio si manifesta nella sua presenza più intensa, quella fisica di Cristo; in essa Dio si svela nella sua parola più forte, più propria, quella ispirata; in essa la Chiesa, nel Sacerdote che predica e che consacra, si mostra strumento del Dio che si manifesta e si dona; nel Sacerdote e nei fedeli che adorano e con Cristo pregano, si rivela amorosamente dialogante con il Padre.

In essa, dunque, il Popolo di Dio ascolta il suo Signore e risponde, conosce e vive, guarda e dà testimonianza della propria fede.

                            

Le vie conoscitive del Concilio

Il Concilio, parlando della Rivelazione, insegna le vie e insieme un modo di atteggiarsi di fronte ad essa, un modo di scoprirla, di conoscerla.

Il primo atteggiamento di tutta la Chiesa, Gerarchia e Laici, è l'ascolto della parola di Dio, un religioso ascolto. Così inizia la Costituzione “Dei Verbum”: “In religioso ascolto della parola di Dio” (n. 1). E più avanti: “I1... Magistero però non è superiore alla parola di Dio, ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola...” (n. 10).

Ciò è vissuto dal Concilio nel suo continuo ricorso, nei vari Documenti, alla parola di Dio ispirata. La parola di Dio però è insieme testimoniata dai gesti della Chiesa, dalla sua vita, dal suo insegnamento, cioè dalla Sacra Tradizione.

E il Concilio ricorda il contributo illuminante che può venire da ogni fedele, oltre che dalla Gerarchia: “cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali la meditano in cuor loro (cfr. Lc.2,19 e 51), sia con l'esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro che con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità” (n. 8,).

Da notare per es. il contributo venuto alla Chiesa e quindi ai Padri conciliari dal movimento liturgico degli ultimi tempi, dalla vita delle associazioni cattoliche del laicato (40) , dallo studio dei teologi (41) ; per cui il Concilio non solo ha interpellato la Sacra Scrittura, ma la stessa vita della Chiesa, “tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (n. 8).

Parlando al Congresso Internazionale di Teologia - che si è svolto nell'autunno dell’anno scorso a Roma, Paolo VI ha detto: “Essa (la teologia) è, in certa misura, mediatrice tra la fede della Chiesa e il Magistero. Attenta a cogliere la fede vissuta della comunità cristiana, le sue verità, i suoi accenti, i suoi problemi, gli orientamenti che lo spirito Santo suscita nel Popolo di Dio (... - quid Spiritus dicat Ecclesiis - Apoc.2,7), essa deve vagliare con il metodo ed i criteri propri di un buon metodo teologico questa fede vissuta e le sue intenzioni, per confrontarle con h parola di Dio e con tutta la tradizione fedele della Chiesa, per proporre le soluzioni dei problemi che essa suscita nel suo confronto con l'esperienza, la storia e la riflessione umana, ed aiutare così il Magistero ad essere sempre luce e guida della Chiesa pienamente all'altezza del compito, naturalmente non al di sopra della parola di Dio, ma al suo servizio” (42).

E più avanti: “La verità divina viene dallo Spirito Santo conservata nella comunità cristiana intera, e perciò ivi la troverete tanto più facilmente, quanto più vivrete in comunione profonda con l'intera comunità del popolo fedele” (idem).

La scoperta, la comprensione, l'approfondimento della manifestazione di Dio all'uomo viene così dalla meditazione della Sacra Scrittura, dalla partecipazione al mistero della Chiesa con una presa di coscienza esplicita delle verità che essa porta, che essa vive; e infine dallo scrutare, dall’interrogare la storia, i suoi avvenimenti, i segni dei tempi, e scorgervi la presenza, l'orma del disegno di Dio.

“Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo spirito dal Signore, che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio” (“Gaudium et Spes” n. 11).

La stessa storia dell'uomo diventa così, in qualche modo, “luogo teologico” (43), e mi suggerisce una via per capire non solo il mondo, ma lo stesso cristianesimo: scoprire i valori che il tempo successivamente manifesta nella loro grandezza, e insieme nella loro debolezza, a causa della corruzione del cuore umano, per cui hanno bisogno di essere purificati (44).

La catechesi in tal modo si alimenta non solo dalla considerazione diretta del dialogo tra Dio e l'uomo, ma insieme dal dialogo immediato con l'uomo, con la sua storia, in una considerazione unitaria. Non per nulla il Concilio, seguendo la Sacra Scrittura, dichiara Cristo non solo vertice della Rivelazione ma anche “la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (“Gaudium et Spes” n. 10).

L'accusa tante volte mossa alla Chiesa di estraniarsi dal mondo, in gelosa custodia di una verità trascendente, cade.

Anche il mondo le è di luce, di stimolo; meglio ancora, Iddio, che agisce nel mondo secondo un suo misterioso progetto unitario, d'amore, le può essere di grande aiuto.

Scrive su questo tema M. D. Chenu: “Auguriamoci che il cristiano, i cristiani nella Chiesa, con intelligenza, con passione, sotto lo choc della prorompente novità della prorompente novità dell’ “evento” siano capaci di leggere i “segni” del tempo di Dio, inscritti nelle realtà profane. Avranno allora la sorpresa – felice sorpresa se sono saldi nella loro fede - di trovarsi in dialogo con il mondo; un mondo che è pervenuto, nella conoscenza delle sue leggi, alla autonomia della propria coscienza e della propria gestione.

Avranno allora la sorpresa - gioiosa sorpresa, se sono animati dall'amore fraterno - di riconoscere la grazia che opera tra i non-cristiani. Perché l'attualità del Vangelo passa attraverso i problemi degli uomini” (45).

                                      

Conclusione

il dialogo di Dio con l'uomo ha la sua radice e il suo termine nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo; il suo alveo, il suo schermo, nella storia; il suo vertice in Cristo; il suo prolungamento nella Chiesa, continuamente ricreata dalla parola, dalla presenza, dai gesti di Dio.

Sulla proposta di Dio si modella la risposta dell'uomo: personale, libera, totale, storica, diveniente.

Incentrata su questa situazione di dialogo personale, che si fa vivo e attuale soprattutto nella lettura della Sacra Scrittura e nell'azione Liturgica, deve svolgersi la catechesi sulla Rivelazione divina oggi nella Chiesa.

Un discorso, un modo, alla portata di tutti, indotti e colti, che non si disancora mai dalla vita concreta, eppure tocca i misteri più alti dove l'uomo è chiamato a divenire da spettatore attore; dove ogni fedele ha un suo ruolo di servizio e di testimonianza.

In dipendenza di questa alta ed umile pedagogia di Dio dovrà poi svolgersi lo studio delle tecniche e dei modi pratici di traduzione della Rivelazione nel mondo di oggi.

                                                                  

 

                                                                    

(1)Vedi per es. Roger Schutz, prieur de Taizé, Fr. Max Thurian, “ La parole vivante au Concil”, Les Press de Taizé 1966.

(2) Vedi per es. il Testo della B.A.C., uno dei più completi usciti recentemente, e che tuttavia tratta il problema della Rivelazione di Dio solo in sede di Teologia fondamentale, con tutti i limiti che ne seguono.

Tra i manuali del nostro secolo, che fanno eccezione, vi sono quello di R. Garrigou-Lagrange, “De Revelatione per Ecclesiam catholicam proposita” (2 vol. con varie edizioni, di cui la prima è del 1919; quella che abbiamo sottocchio è: Roma 1945, 4^ ed.), e quello di H. Dieckmann, “De Revelatione christiana” (Freiburg 1930). Tutti e due però questi manuali fanno un discorso prevalentemente speculativo sul concetto di Rivelazione, solo con succinti riferimenti alla Sacra Scrittura, tenendo poco in conto la sua dimensione storica.

(3) Da qui per es. l'insistenza sulla definizione della Rivelazione come “locutio Dei attestans”, e quindi l'esplicitazione del senso di “locutio” come “actio qua ens intelligens immediate et directe mentem suam alteri manifestat” (cfr. M. Nicolau, “De Revelatione Christiana” in “Sacrae Theologiae Summa”, Madrid 1955, vol. 1, pag. 91, nn.52-53; vedi pure Dieckemann, op. cit. pag. 138). Questa definizione senz'altro è esatta, però non traduce tutta la ricchezza dell'espressione della Lettera agli Ebrei: “Dopo avere Iddio, a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per il tramite dei profeti, ora, alla fine dei giorni, ha parlato a noi per il tramite di un Figlio...” (I, l-2); il primato della persona che si manifesta, il suo essere.

(4) Cfr. ad es. M. Nicolau, op. cit. pp. 120-133, nn. 90-114; S. Tromp, “De Revelatione christiana,, Roma 1945, ed. 5, pp. 69-75. Trovandoci in sede apologetica è naturale che la principale preoccupazione sia quella di dimostrare la non ripugnanza della possibilità della rivelazione di misteri da parte di Dio. Solo che poi il discorso sul mistero non viene più ripreso. Notevole eccezione in proposito è per esempio la monumentale opera di M. J. Sceeben, “I Misteri del cristianesimo”.

(5) Vedi per es. “Il Catechismo della dottrina cristiana, pubblicato da S, Pio X, che ebbe il merito di raccogliere in tante brevi risposte tutto l'insegnamento cristiano, in modo che ciascun fedele, con facilità, potesse impararlo. In esso il mistero è così definito: “Mistero è una verità del tutto superiore ma non contraria alla ragione, che crediamo perché Dio l'ha rivelata, (n. 30). Appare evidente la eco dei manuali scolastici allora correnti.

Una trattazione poi della Rivelazione divina in esso manca; vi si fa accenno nella risposta n. 27 (“Per vivere secondo Dio, dobbiamo credere le verità rivelate da Lui... “, nella risposta n. 80, per una verità (“Gesto Cristo fu conosciuto per Figliuolo di Dio, perché tale lo proclamò Dio Padre nel Battesimo e nella Trasfigurazione...”), nella risposta n. 86 (“Gesù Cristo, nella sua vita terrena, c'insegnò con l'esempio e con la parola a vivere secondo Dio, e confermò coi miracoli la sua dottrina...”).

Si torna a far cenno alla Rivelazione quando si parla del Magistero infallibile della Chiesa: nn. 115-116. Manca pure, potrebbe sembrare incredibile, una presentazione della Sacra Scrittura (materia, d'altra parte, allora tanto negletta nei Corsi di teologia dei Seminari).

(6) Cfr. R. Aubert, “Le problème de l'acte de foi”, Lovanio 1950, ed. 2^, pp - 102-222.

(7) Vedi Dz. 1785.

(8) Vedi Dz. 1786.

(9) Vedi Dz.- 1787; 1800.

(10) Vedi Dz. 1794.

(11) La costituzione dogmatica “Dei Filius” del Concilio Vaticano I da cui abbiamo tratto i passi su citati, propriamente è sulla fede cattolica (“De fide catholica”), anche se tratta pure il tema della Rivelazione; mentre la Costituzione dogmatica “Dei Verbum” del Vaticano II tratta di proposito la Rivelazione di Dio (“De Divina Revelatione”).

(12) Vedi Dz. 1789-1792; 1812-1814.

(13) Vedi Dz. 1?99i 18161818.

(14) Vedi Dz. 1796.

(15) Vedi il decreto “Lamentabili” (3 Luglio 1907) del S. Officio, e l’enciclica “Pascendi”, (8 Settembre 1907) di S Pio X. Cfr. R. Latourelle, “Theologie de la Révélation” Desclée de B. Bruges 1963, pp.285-312.

(16) Vedi le encicliche “Mortalium animos” (6 Giugno 1928) e “Mit brennender Sorge” (14 Marzo 1937). Cfr. Latourelle, op. cit. pp.313-320.

(17) Vedi le encicliche “Humani Generis” (12 Agosto 1950); “Ad Sinarum Gentem”, (7 Ottobre 1954). Cfr. Latourelle, op cit. pp. 320-323.

(18) Vedi la Bolla “Munificentissimus Deus” (1° novembre 1950).

(19) Cfr. R. Latourelle, op. cit. p. 201; J. R. Geiselmann, “Il mutamento della coscienza della Chiesa e dell'ecclesialità nella teologia di Giovanni Adamo Mòhler, in “Sentire Ecclesiam”, (a cura di J. Daniélou e H. Vorgrilmer), trad. ital, Roma 1964, vol. II, pp. 221- 459.

(20) “Ut paulo distinctius concipiatur, quod dicimus de characteribus conspicuis locutionis divinae, et quomodo divina revelatio existens manifestetur ex se ipsa, animadvertendum est, locutionem divinam esse complexam ex verbis enuntiantibus veritatem et ex factis, quibus verba exhibentur ut locutio divina... Si consideretur fastigium divinae revelationis in Christo, imprimis tota vita Iesu Christi, miracula, mors, et prae ceteris resurrectio, electio paucorum rudium hominum ad conversionem generis humani, missio Spiritus Sancti spectata in evidentibus effectis; tum tota historia humani generis et maxime historia populi Israel cum omnibus suis manifestationibus supernaturalibus ut praeparatio et paedagogia ad Christum, atque tota historia christiana subsequens ut effectus promanans ab ipso Christo... haec inquam omnia simul spectata sunt totidem radii, quibus verbum propositum ut divinum resplendet et suam originem divinam manifestat” (“Tractatus de Divina Traditione et Scriptura”, Roma 1882, ed.3^, pp. 671- 472),

(21) Praedicatio et prima promulgatio revelationis... peracta a Christo et ab Apostolis componebatur verbis et rebus.. Pari ergo modo revelatio, quae nunc ab Ecclesia proponitur tamquam revelatio derivata inde a Christo et ab Apostolis, non tantum verbis constat sed etiam tota serie rerum et factorum, quibus Ecclesia exhibetur ut divinitus instituta et pro Christo legatione fungens ad conservationem et praedicationem doctriniae. Ergo non solum in personali praedicatione Christi et Apostolorum, sed etiam in perpetuo in Ecclesia res illae et facta, connexio inquam Ecclesiae cum Christo et Apostolis, mirabilis propagatio et conservatio, consensio, supernaturalia charismata sese manifestantia, constantia in fide accepta, martyria, tota spirituatis vita Ecclesiae manifestata, omnia scilicet illa quae diximus Ecclesiam spectatam secundum res et facta, componunt ipsam divinam locutionem, quatenus constat duplici elemento verborum el rerum” (ibidem p. 696).

È interessante notare come il Card. Franzelin unisca intimamente le parole e i fatti nella Rivelazione di Dio e nella vita della Chiesa non solo come manifestazione complementare dello stesso mistero di Cristo, ma anche come motivo di credibilità: “Ex connexione cum Apostolis et cum Christo ipso res illae et facta Christi et Apostolorum pertinent ad totam Ecclesiam subsequentem, quae et ipsa insuper novis rebus et factis quavis aetate insignitur tamquam sigillis demonstrantibus eius institutionem divinam et connexionem cum Christo et Apostolis " (Ibidem p. 695).

(22) Ibidem pp. 700-705.

(23) Op. cit. pp. 207-214.

(24) Cfr. R. Latourelle, op, cit., pp. 215-222.

(25) “Questioni attuali intorno all’atto di fede” in “Problemi e Orientamenti di teologia dommatica,” Milano 1957, vol. II, p. 671.

(26) Per una rapida, sommaria informazione cfr. R. Latourelle, op. cit. pp. 226-229.

(27) Cfr. O. Rousseau, “Storia del movimento liturgico”, (trad. it.), Roma 196l; H. Schmeidt, “Introductio in liturgiam occidentalem”, Romae 1960 e diversi articoli apparsi sulla rivista “Maison Dieu”.

(28) Vedi C. Fabbro, “Una nuova teologia: la Teologia della predicazione” in “Divus Thomas” (Piac) 1942, pp. 202-2015; G. Battista Guzzetti, “La controversia sulla teologia della predicazione” in “La Scuola Cattolica” 1950, pp. 260-2066: H. Rahner, “Eine Theologie der Verkündigung”, Freiburg in Br. 1939 (di questo libro è stata fatta una traduzione italiana presso la Morcelliana, Brescia); R. Latourelle, op. cit. pp. 235-243; D. Grasso, “Nuovi apporti alla teologia della predicazione” in “Gregorianum” 1963, pp. 88-118; Idem “L’annuario della salvezza”, Napoli l965.

(29) R, Latourelle, op. ci7. pp. 224-226.

(30) Vedi per es. A. Liégé O.P., “La fede” in a Iniziazione teologica”, (trad. it.) Brescia 1955, 3° vol., pp. 393-440; R. Aubert, “Questioni attuali intorno all'atto di fede” in “Problemi e Orientamenti di teologia dommatica,” Milano 1957, vol. II, pp. 655-708; AA.VV., “La parole de Dieu en Jésus Christ”, Tournal 196l; J. Moroux, “Io credo in te” (trad. it.), Brescia 196l; N. Dunas, “Connaissance de la foi”, Parigi, ed. du Cerf, 1963.

Per una più ampia bibliografia in proposito vedi a cura di A. M, Javierre in AA.VV. “La Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione”, Torino, Elle Di Ci, 1966 pp. 151-154.

(31) ... “attamen placuisse eius sapientiae et bonitati, alia eaque supernatulali via se ipsum ac aeterna voluntatis suae decreta humano generi revelare” (Dz. 1785).

(32) Nella traduzione del testo conciliare apparsa sull'Osservatore Romano le parole “verbis ac gestis ) sono state saltate. Così sta scritto nel testo originale: “Foedere enim cum Abraham (cfr. Gen. 15,18) et cum plebe Israel per Moysen (cfr. Ex. 24,8) inito, populo sibi acquisito ita Se tamquam unicum Deum verum et vivum verbis ac gestis revelavit”.

(33) Come del resto scrive espressamente la stessa “Dei Verbum”: “Anche il ministero della parola (e non solo la Sacra Teologia), cioè la predicazione pastorale, la catechesi e ogni tipo di istruzione cristiana, nella quale l'omelia liturgica deve avere un posto privilegiato, si nutre con profitto e santamente vigoreggia con la parola della Scrittura” (n. 24). E nel Decreto “Presbyterorum ordinis”, parlando delle varie forme del ministero della parola, insegna il Concilio: “e questo vale soprattutto nel caso della Liturgia della parola stessa nella celebrazione della Messa, in cui si realizza un'unità inscindibile fra l'annuncio della morte e resurrezione del Signore, la risposta del popolo che ascolta e l'oblazione stessa con la quale Cristo ha confermato nel suo Sangue la Nuova Alleanza; oblazione cui si uniscono i fedeli sia con i loro voti e preghiere sia con la ricezione del Sacramento” (n. 4). E più avanti: “Per questo l'Eucarestia si presenta come fonte e culmine di tutta la evangelizzazione” (n. 5).

(34) Questa presenza attuale e molteplice di Dio nella sua Chiesa già era stata ricordata con chiarezza nella Costituzione sulla Sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium” al n. 7.

(35) Cfr. R. Aubert, “Le problème de l'acte de foi”, Lovanio 1950, ed. 2^.

(36) Problema studiato particolarmente in questi ultimi tempi, come abbiamo accennato nella nota n. 30.

(37) Caratteristica messa in risalto dalla stessa struttura definitiva della Costituzione. Vedi per es. E. Zoghy, “Unità e diversità della Chiesa”, in “La Chiesa del Vaticano II”, (AA.VV.), Vallecchi, Firenze 1965, pp. 522-540.

(38) Cfr. “Sacrosanctum Concilium” n. 7.

(39) “Sacrosanctum Concilium” n. 10.

(40) Il 20 marzo 1966, Paolo VI, parlando in S. Pietro ai partecipanti al Convegno unitario dell'A.C.I., così ha detto in proposito:

“L'animazione spirituale, morale, sociale e civile senza posa alimentata da tali movimenti, che adesso comprendiamo sotto il nome generico di Azione Cattolica, ha davvero preparato, sotto certi aspetti, il Concilio ecumenico, specialmente per quelle sue espressioni che il mondo contemporaneo ha meglio apprezzato, perché più prossime ai suoi gusti ed ai suoi interessi” “L'Italia”, 22marzo 1966).

(41) Così ha scritto Paolo VI nell'Enciclica “Ecclesiam suam” durante il Concilio a proposito del lavoro dei teologi: “Noi vogliamo tributare un vivo elogio a quegli uomini studiosi, che, specialmente in questi ultimi anni, hanno dedicato, con perfetta docilità al magistero e con geniale capacità di ricerca e di espressione, allo studio ecclesiologico laboriose, copiose e fruttuose fatiche, e che tanto nelle scuole teologiche, quanto nella discussione scientifica e letteraria, quanto ancora nell'apologia e nella divulgazione, come pure nell'assistenza spirituale alle anime dei fedeli e nella conversazione con i fratelli separati, hanno offerto molteplici illustrazioni della dottrina della Chiesa, alcune delle quali di alto valore e di grande utilità.” (Encicliche e Discorsi di Paolo VI, ed. Paoline, Roma l964 vol. III p. 284).

Vedi inoltre il discorso fatto da Paolo VI nell'autunno del 1966 al Congresso Mondiale di Teologia a Roma, quando parla dei rapporti Teologia-Magistero.

(42) “Osservatore Romano” 2 ottobre 1966.

(43) Cfr. M. D. Chenu, “I segni dei tempi” in AA.VV, “La Chiesa nel mondo contemporaneo”, ed. Queriniana, Brescia 1966, pp. 85-102.

(44) “In questa luce, il Concilio si propone innanzitutto di esprimere un giudizio su quei valori che oggi sono in grandissima stima e di ricondurli alla loro divina sorgente. Questi valori, infatti, in quanto procedono dall'ingegno umano che all'uomo è stato dato da Dio, sono in sé ottimi, ma per effetto della corruzione del cuore umano non raramente vengono distorti dalla loro debita ordinazione, per cui hanno bisogno di essere purificati” (“Gaudium et Spes” n. 11).

(45) “I segni dei tempi” in AA.VV., “La Chiesa nel mondo contemporaneo”, ed. Queriniana, Brescia 1966, p. 102.

                                            

DA “ASSISTENTI DI GIOVENTù, supplemento al n. 6 de l’Assistente Ecclesiastico 1967, pp. 35-54