Mn 2012. don Stefano Siliberti

 

            Il 15 marzo. u.s. L’Osservatore Romano notificava la presentazione a Roma, presso l’Ambasciata di Germania, della tesi dottorale discussa da Joseph Ratzinger nel 1950: Popolo e casa di Dio in sant’Agostino. Nello stesso giorno veniva omaggiato al sottoscritto la recentissima pubblicazione della tesi altrettanto dottorale di Mons. Giovanni Volta: Timore e speranza. La redenzione dalla morte in Agostino.

 

         La felice coincidenza rende quanto mai vero il titolo che il quotidiano di Roma suggeriva: Quel continuo dialogo con il maestro Agostino. È singolare infatti che il Papa faccia dialogare la Chiesa attuale con l’antico – giammai ‘vecchio’ – Agostino. Altrettanto singolare è che mons. Volta introduca la ripresa della propria tesi con parole significative: “È vero che dall’aurora si valuta il giorno, ma è anche vero che dal tramonto, dal compimento, meglio s’intendono i passi di una giornata, di una vita, la fatica di un lavoro che si era intrapreso”.

         La Chiesa, ‘casa del popolo di Dio’, accende l’aurora di ogni vita credente e la riaccende di speranza al suo tramonto.

 

         Don Volta, nel pieno delle sue energie, non pensava di certo che proprio la sua tesi lo avrebbe preparato al tramonto aurorale in Dio. Ma le parole da lui versate in una fioritura di citazioni non solo agostiniane, ma derivanti anche da altre matrici culturali e filosofiche, lo hanno accompagnato nell’ultima dolente fase dei suoi giorni terreni.

         La chiosa del volume rimanda all’aureo aforisma di Agostino: siamo “mendicanti dell’amore di Dio”. In questa luce il timore struggente della morte in agguato si illumina di speranza, perché solo l’Amore di Dio totalmente versato nella redenzione di Cristo assicura che da mortali ‘mendicanti della vita’, si sarà avvolti dall’abbraccio di Chi ama solo la Vita, perché da sempre e per sempre è il Vivente.

 

         Benedetto XVI in una delle udienze generali del 2008 tracciava ai pellegrini il profilo di Agostino, mettendone in evidenza la capacità di coniugare ‘fede e ragione’: “rimangono giustamente celebri le due formule agostiniane (Sermones, 43, 9) che esprimono una coerente sintesi tra fede e ragione: crede ut intelligas (credi per comprendere) — il credere apre la strada per varcare la porta della verità — ma anche, e inseparabilmente, intellige ut credas (comprendi per credere), scruta la verità per poter trovare Dio e credere”.

         Medesima istanza si riscontra nel filo conduttore della tematica affrontata da Mons. Volta. Egli presenta sin dalle prime battute i frutti che la ragione ha cercato di esplorare lungo la corrente del tempo. E giustamente scrisse, confermandole, parole inequivocabili: “E’ un problema fondamentale quello della morte, angustiante, particolarmente avvertito dai pensatori moderni, e tuttavia è un problema davanti al quale la parola degli uomini risulta più un trepido balbettio che una risposta, fino a porsi tutta aldiquà del fossato e affermare insieme l’assurdo e la rivolta, oppure la memoria struggente di un bene perduto”.

 

Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione”: l’invito di Agostino è quello che don Volta riprende, sviluppa e propone con la chiarezza che tutti gli abbiamo riconosciuto, quando interveniva con la sua preparazione teologica e pastorale.

E “la luce piena della ragione” è il Cristo della Croce e della Pasqua. Agostino, aderendo a Lui, ha potuto risalire dalla morte dell’anima, cui si stava condannando, alla risurrezione interiore, profezia e garanzia per sperare, oltre ogni timore, in una Vita compiutamente ridonata.

 

Potremmo riprendere l’autorevole pensiero del Papa: “l’uomo è ‘un grande enigma’ (magna quaestio) e ‘un grande abisso’ (grande profundum)”; enigma e abisso: Cristo solo ne è luce e salvezza. Questo è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità. Stesse parole si dovrebbero riscrivere per la grande questione del morire e della morte: ‘grande enigma’, ‘grande abisso’ che solo Cristo illumina, perché è il solo che ha superato definitivamente la morte dando consapevolmente la sua vita per noi.

In fondo anche don Volta traccia questo itinerario di ‘balbettio’ umano, il solo che da spiraglio diventi in Cristo speranza e fiducia per l’aldilà.

 

Rinaldo Fabris, esegeta noto, commentando gli Atti degli Apostoli, fornisce una chiave di lettura che - se primariamente va utilizzata per rileggere in modo adeguato questo libro della Chiesa, casa e popolo di Dio, luogo di speranza radiosamente pasquale - è anche chiave per leggere il volume-tesi di don Volta: i credenti nel Signore Risorto sono “i liberati dalla paura della morte”. Gesù, spendendo tutta la sua vita di Uomo-Dio per redimere gli uomini, risorge perché il donarsi vince il morire. E gli Apostoli, proprio nel momento in cui ricevono la forza dinamica del Risorto, escono dal Cenacolo, dove erano rinchiusi per paura dei Giudei, e in libertà coraggiosa annunciano il Risorto, convocando tutti a liberarsi dalla paura di morire.

 

Nella parte centrale della sua antica e attualissima dissertazione mons. Volta ci affida ad Agostino: “Poiché gli uomini si affannavano ad evitare ciò che non potevano evitare, la morte del corpo più che la morte dello spirito, […] il Mediatore della vita, insegnandoci a non temere la morte, inevitabile nell’attuale condizione umana, ma piuttosto l’empietà da cui ci si può guardare con la fede, ci è venuto incontro verso il fine cui tendiamo, ma non per la strada per cui camminavamo. Noi infatti siamo giunti alla morte per il peccato, lui per la giustizia. Perciò mentre la nostra morte è pena del peccato, la sua morte diviene ostia per il peccato”.

 

Il confronto è chiaro: la morte come offerta sacrificale in Cristo; la morte come ripiegamento egoistico su di sé nell’uomo. I credenti – ed è il tema del capito “la morte del cristiano” – allora devono seguire da discepoli il Maestro: diventando ostia nello spendere la propria vita senza imprigionarla nel proprio egoismo, essi possono sfidare l’ineluttabile transitorietà della morte.

Ed ecco la sintetica citazione agostiniana con cui mons. Volta riassume il pensiero del suo Maestro: “Come la morte secondo lo spirito ha preceduto la risurrezione secondo lo spirito, così la morte secondo la carne precederà la futura risurrezione secondo la carne”.

Non si deve pensare alla morte solo come il ‘là dove accade’ l’attimo del morire. Antichi direttori dello spirito affermavano: “Bisogna morire ogni giorno, per morire bene l’ultimo giorno”, nel senso agostiniano appunto: bisogna far morire quotidianamente ciò che appartiene al sé, per far risorgere già fin d’ora quella ‘identità’ che paolinamente matura secondo l’ampiezza, l’altezza ecc., della misura di Cristo.

 

A sigillo di tale breve excursus, possiamo ancora risalire al Magistero di Benedetto XVI: “L’essere umano – sottolinea poi Agostino nel De civitate Dei (XII, 27) – è sociale per natura, ma antisociale per vizio, ed è salvato da Cristo, unico mediatore tra Dio e l’umanità”.

La redenzione di Cristo rende i credenti ‘oblativi’, e perciò risurrezionali.

Stefano Siliberti