Bs 2012. mons. Giacomo Canobbio

Mons. Giacomo Canobbio

Presentazione dell’opera di mons. Giovanni Volta

Timore e speranza. La redenzione dalla morte in Agostino,

ed. Città Nuova, 2012

………

Brescia, Libreria dell’Università Cattolica,

31 maggio 2012 [1]

………

Il tema della morte è inquietante; lo è stato fin dall’inizio della storia umana, come ci è attestato da alcuni passaggi di carattere letterario che vale la pena – almeno allusivamente - ricordare. Ne ricordo due in forma particolare. Il primo perché trova eco in un passaggio delle Confessioni di Agostino al quale poi farò riferimento e il secondo perché è entrato come luogo comune nella diffusione del pensiero sulla morte.

Il primo rimanda all’epopea di Gilgamesh: è un’epopea mesopotamica che racconta il dramma che vive Gilgamesh quando vede morire l’amico. Non l’aveva messo in conto; a un certo punto si accorge che la morte diventa un urto violento nei confronti dell’esistenza della relazione che lui aveva vissuto e allora mette in movimento Gilgamesh alla ricerca dell’immortalità. Vedremo l’eco di questa inquietante ricerca nel passaggio delle Confessioni di Agostino che poi riprenderò dal libro di mons. Volta.

Il secondo riferimento letterario è a Epicuro che pure viene ricordando nella lunga introduzione al libro che mons. Volta ci presenta passando in rassegna diversi modelli di accostamento alla morte. Epicuro cerca di esorcizzare la morte dicendo: la morte non c’è perché quando ci sono io non c’è la morte e quando c’è la morte non ci sono io. E quindi è inutile stare a preoccuparsi perché io e la morte non staremo mai insieme. È un tentativo, dicevo, di esorcizzare la morte, coerente con la filosofia fondamentale di Epicuro che mira a far morire il desiderio per poter vivere una vita tranquilla.

Se la morte è sempre stata fonte di inquietudine, pare aversi in forma particolare del nostro contesto che vede - e lo notano molte volte i sociologi – vede una rimozione del tema della morte e la ragione la vede nel fatto che la morte evoca radicalmente la visione dell’uomo come faber sui ipsius: l’uomo come costruttore di se stesso. E si vede bene il paradosso caratteristico della nostra cultura: da una parte si pretende di dominare la realtà, e quando appare quella realtà che è la morte la si rimuove perché la si percepisce come più forte del proprio desiderio di dominio. E in questo la cultura rurale manifesta una notevole differenza, con la tradizione che ci viene dall’antichità cristiana che ha attraversato il Medio Evo ed è entrata fino all’età moderna. E cioè la preparazione alla morte. Una preparazione per poter vivere la morte e non semplicemente subirla.

Quando le persone umane si dispongono al morire vuol dire che sono capaci di affrontare anche quell’estremo passaggio.

Ma perché nella cultura attuale la morte è rimossa? Mi pare si possano cogliere due ragioni fondamentali.

La prima la si può trovare in un’opera monumentale di J. P. Sartre, questo filosofo francese che ha tentato a metà del secolo scorso fortissime masse giovanili, e non solo giovanili.

L’essere e il nulla: la morte è il non-senso, perché rende insensata l’esistenza. L’esistenza è tutta pensata come progetto e se la morte interrompe questo progetto, allora rende insensato il progetto stesso. E J. P. Sartre in quest’opera arriva a dire che è inutile anche la preparazione alla morte e utilizza un’immagine. Avviene quel che avviene al condannato a morte, che in carcere si prepara a fare bella figura quando arriverà sul patibolo. Ed è stroncato in carcere da un’epidemia di colera. Si era preparato a morire per fare bella figura e qui il progetto, e non riesce a realizzare quel progetto.

La seconda ragione è che la morte appare come un fine ineluttabile. Nel novembre dello scorso anno è apparso un libro di Franco Garelli intitolato Religione all’italiana. In questo libro c’è un dato sintomatico: l’86% degli Italiani si dichiara cattolico, ma solo il 30% ritiene che ci sia una vita oltre la morte. Se non c’è nulla oltre la morte, allora vale la pena rimuoverla, la morte, perché questa effettivamente appare come il Moloch che tutto inghiotte e rende insensata appunto l’esistenza. Ebbene, in questo solco mi pare si collochi molto bene il libro di mons. Volta. Porta come titolo Timore e speranza: la redenzione dalla morte in Agostino.

Ma perché rivolgersi ad Agostino a distanza di 1600 anni? La ragione – mi pare – sia almeno di tre ordini.

Il primo: Agostino resta uno dei maestri della cultura occidentale. Un ponte tra la cultura antica e il cristianesimo e un ponte dal quale non si può prescindere. Potremmo vedere in Agostino come ripresa la cultura antica, e rimodellata dentro l’orizzonte della visione cristiana.

Nell’opera di mons. Volta più volte si fa riferimento al De doctrina cristiana di Agostino, che è il progetto culturale che Agostino lascia in eredità al Medio Evo. Ebbene, in quest’opera Agostino fa vedere come si possa riprendere tutto il portato della cultura antica per poter arrivare a capire il libro della rivelazione di Dio: la Bibbia.

Ma, di più, Agostino proprio in questa sintesi che riesce ad operare si presenta come un indagatore attentissimo e profondissimo della psiche umana. Prima che arrivasse la psicanalisi, Agostino si era mostrato capace di cogliere le dinamiche dello spirito umano in una maniera profondissima.

La seconda ragione: Agostino è un pastore – lo ricorda più volte mons. Volta nel libro -: Agostino è preoccupato di offrire ai suoi fedeli – una volta diventato prete e soprattutto diventato vescovo – degli elementi per rispondere agli interrogativi fondamentali dell’esistenza e tra gli interrogativi fondamentali sta sicuramente quello della morte.

Una terza ragione: Agostino è un polemista ed è un accanito difensore della dottrina cristiana. Moltissime delle sue opere sono di carattere apologetico, prima nei confronti dei Manichei, poi nei confronti dei Donatisti, poi nei confronti dei Pelagiani. Ed è soprattutto nei confronti dei Pelagiani che Agostino affronta il tema della morte.

E queste tre ragioni ci portano a cogliere un carattere particolare dell’opera di Agostino, che mons. Volta rileva più di una volta. Un grande non-sistematico. E qui mi pare si presenti un primo pregio dell’opera di mons. Giovanni Volta: l’aver cercato di dare una figura organica a pensieri che Agostino aveva sviluppato in molteplici circostanze con finalità diverse. Dal Commento ai Salmi, alle Confessioni, all’Opus imperfectum contra Julianum, sono circostanze diverse che mons. Volta è andato quasi come a scoprire, dentro queste diverse opere che sono molteplici per ciò che si poteva cogliere intorno al tema scelto e dargli un’organizzazione.

E vengo al libro.

Mi pare che si possa organizzare una lettura dello stesso attorno a due registri. Un primo, quello più breve, che permette di cogliere l’atteggiamento di Agostino in rapporto alla morte e - potremmo dire con linguaggio più abituale - il vissuto di Agostino in rapporto alla morte; e il secondo quello della visione che Agostino costruisce relativamente alla morte. Potremmo dire: il primo aspetto è il vissuto e il secondo è la teologia di Agostino.

Per quanto riguarda il primo aspetto, nel par. 6 del cap. IV, dove si sta descrivendo la morte del cristiano, mons. Volta fa riferimento a due momenti di Agostino di fronte alla morte prendendo dalle Confessioni: quello che Agostino ha vissuto in occasione della morte dell’amico e il secondo momento in occasione della morte della mamma.

E mons. Volta attraverso questi due riferimenti vuol far capire come sia cambiato l’atteggiamento di Agostino.

Quando muore l’amico, Agostino non è ancora arrivato al cristianesimo. Quando muore la mamma, Agostino è ormai diventato cristiano e si trova ad Ostia con la mamma, in attesa di imbarcarsi per la sua residenza definitiva che sarà Ippona. Ebbene, di fronte alla morte del’amico Agostino esce con questa espressione – ovviamente lo fa rileggendo l’esperienza vissuta quando scrive le Confessioni - : “L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore e tutto quello su cui posavo lo sguardo era morte … Tutte le cose che avevo avuto in comune con lui erano state trasformate dalla sua assenza in uno strazio immane. I miei occhi lo cercavano dovunque senza incontrarlo, odiavo il mondo intero perché non lo possedeva e non poteva più dirmi: - Ecco, verrà -. E aggiunge: Se dicevo alla mia anima: - Spera in Dio -, a ragione non mi ubbidiva, poiché l’uomo carissimo che avevo perduto era più reale e buono del fantasma in cui ero sollecitato a sperare.

Dio è un fantasma, a confronto della realtà dell’amico con il quale poteva condividere l’esistenza. La sua assenzapoteva essere colmata soltanto dalle lacrime.

Secondo momento: la morte della mamma. Siamo a distanza di cinque libri nelle Confessioni: nel quarto libro c’è il ricordo della morte dell’amico; nel libro 9 il ricordo della morte della mamma. Agostino racconta che si trovava ad Ostia, aveva avuto la possibilità di parlare con la mamma della vita nell’aldilà e quindi presenta l’atteggiamento della mamma in libertà in rapporto alla morte. E questo non vuol dire che lui non senta la sofferenza per la morte. Piuttosto, impara dalla mamma che ormai le cose del mondo non possono riempirlo. E c’è citata una bellissima espressione della mamma: nulla è lontano da Dio e non c’è da temere che alla fine del mondo Egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi. Nulla è lontano da Dio. È con questo spirito che nel secondo momento raccontato da Agostino egli affronta la morte. Il suo vissuto subisce una trasformazione potremmo dire radicale. Ma questa trasformazione si appoggia sulla sua dottrina, sulla dottrina che naturalmente aderendo al cristianesimo senza rinnegare nulla della cultura di ispirazione platonica che l’aveva pervaso, egli raggiunge. Si presenta in questa dottrina la sua visione di credente e di pastore.

Sono due i poli che segnano – potremmo dire – l’ambito entro il quale egli pensa la morte: Adamo e Cristo, ed è ovvio che egli riprende questa bipolarità da S. Paolo. Agostino è un grande conoscitore di S. Paolo. In Adamo vede l’origine dalla morte; in Cristo vede la vittoria sulla morte. E cerca di sviluppare dentro la sua visione antropologica generale anzitutto il perché le persone umane devono morire. La risposta che Agostino dà – ripresa sicuramente da S. Paolo – e più in generale dal messaggio biblico più vicino al Nuovo Testamento è: la morte viene dal peccato. Il punto di partenza di questa affermazione deriva però non direttamente dalla Scrittura, è piuttosto l’osservazione del fenomeno.

Mons. Volta fa vedere bene come Agostino abbia uno sguardo particolarmente attento alla realtà, cioè non costruisce sistemi astratti, cerca di capire la realtà così come si presenta. Ebbene, la prima cosa che si presenta ad Agostino è: tutti muoiono. E bisogna capire: ma perché muoiono? E la storia dell’umanità ci dice che la morte fin dall’inizio ha segnato l’esistenza umana. E allora bisognerà trovare la ragione, e questa ragione non può essere Dio. La prima esclusione. E perché non può essere Dio? Perché Dio è la fonte della vita ed è la vita verso la quale il nostro desiderio tende continuamente. Entra in questo ragionamento – la morte viene dal peccato, non può venire da Dio, è responsabilità degli umani - in particolare nella polemica anti-pelagiana. Quindi l’ambito entro il quale egli pensa l’origine della morte è il fatto del peccato originale che – notiamo bene – non è costruito a partire da chissà quali teorie, ma dall’osservazione dell’esistenza umana. Gli umani – è inutile che ci illudiamo – portano dentro di sé la radice del male. E questa da dove viene? Non può che venire dal progenitore: viene da Adamo.

Ma allora, se tutti gli umani muoiono perché la morte viene dal peccato, Adamo prima di essere peccatore era mortale o immortale? È un interrogativo inquietante per Agostino, e mons. Volta segue Agostino in queste continue riflessioni di Agostino. Adamo nel Paradiso Terrestre non sarebbe morto, ma questo non vuol dire che allora Adamo non era mortale: aveva però come dono particolare, in forza della vicinanza con Dio, quello di non morire. Nel momento nel quale ha peccato si è staccato da Dio che è la fonte della vita e allora la mortalità sua nativa ha preso il sopravvento sulla immortalità che Dio gli aveva regalato.

Il pensiero di Agostino – e mons. Volta cerca di illustrarlo con chiarezza – è piuttosto articolato a questo riguardo. Non è sempre facile seguirlo anche perché – come accennavo prima – gli scritti di Agostino sono per lo più di carattere occasionale: a volte bisogna rincorrerlo per vedere che cosa effettivamente voglia dire. La mortalità appartiene agli umani in quanto sono composti di anima e corpo, ma l’anima, in quanto è unita a Dio, può far vivere il corpo. Questa è un’idea interessante che Agostino riprende quando parla delle risurrezione e che S. Tommaso riprenderà proprio da Agostino. E mons. Volta non mancherà di farlo notare. C’è un passaggio di Tommaso che viene attribuito ad Agostino e invece è di Tommaso. Un errore che probabilmente è scappato ai correttori di bozze.

In questa umanità si è inserito Gesù Cristo, il quale, non essendo peccatore, non avrebbe dovuto morire. Eppure Cristo è morto e Agostino ipotizza addirittura che anche se non fosse stato ucciso, in vecchiaia Gesù Cristo sarebbe morto. Ma allora, come si mette insieme la morte deriva dal peccato con Cristo che non è peccatore e non dovrebbe subire la pena del peccato? E qui Agostino, mediato dalla rilettura che ne fa mons. Volta, fa capire che Gesù Cristo ha voluto condividere in tutto e per tutto la condizione umana, quindi la fragilità, quella fragilità legata alla morte, e nello stesso tempo ha voluto essere esemplare, cioè indicare agli umani come nella sofferenza e nella morte si possa vivere. È un duplice registro: potremmo dire un registro teologico-dogmatico e un registro etico. Gesù Cristo è l’esemplare.

Ma Gesù Cristo non è rimasto nella morte. La vittoria sulla morte indica quale sia il destino anche degli umani. Perché, se Gesù Cristo è entrato nella nostra umanità mortale, lo ha fatto, si è abbassato, per poter poi innalzare questa medesima umanità alla pienezza della vita. La risurrezione di Gesù è l’esemplare, il modello ma anche la causa. Ci sono alcune pagine di mons. Volta che discute con alcuni autori: le note sono per gli studiosi! Alcuni autori discutevano circa l’interpretazione del pensiero di Agostino, se la risurrezione di Gesù sia soltanto esemplare o se sia anche causa, ed egli arriva a dire che è anche causa. E questo verrà ripreso da Tommaso.

E allora, se la vittoria sulla morte è già avvenuta, noi siamo stati battezzati, siamo stati liberati dal peccato originale, dall’eredità, perché dobbiamo continuare a morire? La risposta di Agostino è perché la morte è prova. È prova della fede. Ci sono alcune pagine del libro nelle quali mons. Volta va a recuperare, quasi una specie di digressione, il concetto agostiniano di fede che prepara alla visione.

Ma se il nostro destino è quello della pienezza della vita, come saremo da risorti? Ci sono delle belle pagine nelle quali Agostino cerca di descrivere la condizione finale ed è interessante vedere come risponda a un’obiezione: ma se noi risorgiamo, avremo lo stomaco, la bocca? Però là non avremo più bisogno di cibo, perché il cibo a che cosa ci serve qui? Ci serve per poter vivere, e la vita che avremo nella risurrezione non avrà più bisogno di cibo. Ed egli dice: no, quello che ora serve come funzione, nella nostra condizione di risorti servirà come armonia.

E in questo c’è un recupero della valenza del corpo e qui Agostino si distanzia dalla sua matrice platonica e si inserisce nel filone biblico per cui il corpo non è qualche cosa da disprezzare, perché il corpo è creazione di Dio. Noi adesso sperimentiamo come una specie di contrasto tra l’anima e il corpo, ma nella risurrezione il corpo sarà perfetta trasparenza dell’anima, nella pienezza della vita e della bellezza raggiunta. C’è una consolazione per tutti noi: saremo tutti più belli di quanto ci troviamo adesso. Ma se questo è vero, allora l’esistenza cristiana è una graduale configurazione a Cristo nella fede.

Alcune volte – non le ho contate - mons. Volta cita un’espressione di Agostino: si diventa ciò che si ama. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Lui lo traduce in maniera un po’ più incisiva: si diventa ciò che si ama. E allora l’esistenza cristiana è tutta una tensione verso Colui che si ama.

Non l’ho trovato citato, ma c’è un passo in S. Agostino nel commento al cap. 3 della prima lettera di S. Giovanni, dove l’autore della lettera dice: non è ancora detto come noi saremo; Agostino dice: la nostra vita è tutta una ginnastica del desiderio. E questo è un dato particolare che Agostino ci lascia in eredità. L’esistenza cristiananon è quella di far morire il desiderio. In questo si distanzia notevolmente dall’epicureismo e dallo stoicismo. Il desiderio va alimentato, perché il desiderio più profondo che c’è nella persona umana è quello della pienezza della vita.

Qual è il valore di questo libro? Lo elenco in sei passaggi.

Il primo: mostra una profonda conoscenza delle opere di S. Agostino, che è una conoscenza accumulata nel corso degli anni, dall’inizio della sua giovinezza. Lo ricorda anche lui all’inizio del libro: l’inizio sta nei suoi studi giovanili. Quando studiava teologia il primo suo lavoro era stato su S. Agostino. E nella prosecuzione degli anni probabilmente ha continuato a ruminare dei testi agostiniani, una riflessione che è confluita nella stesura di questo libro, che è il segno di una conoscenza matura del pensiero di Agostino.

Il secondo aspetto di valore è la sistematizzazione di un pensiero che si è espresso in occasioni polemiche e pastorali. Cos’ha fatto mons. Volta? Ha letto tutta l’opera di Agostino e l’ha messa in ordine a servizio dei lettori, quelli che non possono mettersi a leggere tutte le opere di Agostino relativamente a questo tema.

Terzo aspetto di valore è la lucidità espositiva, didattica. Si vede che ha fatto il professore, perché conduce il lettore alla comprensione delle questioni. Pone il problema e poi gradualmente lo porta a trovare la soluzione.

Quarto aspetto di valore è l’offerta dei testi di Agostino: non lascia nulla da cercare, per cui il lettore è messo direttamente a contatto con i testi, e se poi è un lettore diligente che sa un po’ di latino si legge le note e trova anche il latino del testo che è stato citato in italiano nel testo così da poter verificare se ha tradotto in maniera corretta.

Quinto aspetto di valore è l’abbondante bibliografia, che non è stata pubblicata ma che dalle note si riesce a trovare. E si vede che nell’estensione del tempo i suoi studi su Agostino non si sono mai interrotti perché guardando la data delle opere che cita si vede che vanno dagli anni 40 fino ai tempi più recenti. Ha citato anche me pur sbagliando il cognome. Non importa. È facilissimo sbagliare il mio cognome.

E l’ultimo aspetto è un libro che dà a pensare, perché res nostra agitur. L’argomento che viene trattato non può essere messo da parte, perché la morte è la vera questione della vita.

 


……….

[1] Trascrizione dalla registrazione audio a cura di Anna Orlandi Pincella. Testo poi rivisto e pubblicato dall’autore su Teologia, la Rivista della Facoltà Teologica Interregionale di Minano del ……