Pv 2013. don Giuseppe Grampa

Giuseppe Grampa

Presentazione di “Timore e Speranza”

di Giovanni Volta

Cattedrale di Pavia, Martedì 5 febbraio 2013

Sono molto grato al mio vecchio amico e vostro vescovo Giovanni per l’invito a ricordare un altro Giovanni, anche lui mio vecchio amico e già vostro vescovo.

Parlare del vescovo Giovanni Volta – ma poi nel seguito della conversazione dirò sempre don Giovanni, perché così lo chiamavo - e parlare del suo libro dedicato alla redenzione dalla morte in questa stupenda cattedrale dove don Giovanni riposa nell’attesa della risurrezione, questo mi riempie di emozione.

Quando alcune settimane fa ho avuto tra le mani il suo libro, che è il tema di questo nostro incontro, mi è tornata alla mente la sua casa natale di Gazoldo degli Ippoliti.

Ricordo che vi feci sosta una sera sotto l’acqua battente rientrando a Milano da Mantova.

Dopo la cena - i tortelli preparati dalla sua cara sorella - don Giovanni mi condusse nel suo studio e mi mostrò le carte su cui stava lavorando: proprio il testo su Agostino che abbiamo questa sera tra le mani. Mi raccontò che, concluso il suo episcopato qui a Pavia, aveva voluto riprendere i suoi studi giovanili agostiniani.

Nella prefazione di questo libro ho ritrovato l’eco di quella conversazione serale a Gazoldo. Fu l’ultima lunga chiacchierata con lui.

Dopo questo inizio nel segno dell’amicizia piena di gratitudine, devo subito dichiarare la mia incompetenza a trattare il tema oggetto della scrupolosa indagine di don Giovanni. Io non sono studioso di S: Agostino e non sono quindi in grado di apprezzare e valutare adeguatamente questo lavoro.

Ma i due temi oggetto di questo studio – la morte e la redenzione – non possono non interrogare ogni uomo e ogni credente.

Allora la mia non sarà una recensione rigorosa del testo come meriterebbe, ma il tentativo di trasmettervi alcune risonanze che sono scaturite da questa lettura, utilissima ma non facile, anche perché corredata da un apparato di note e di rimandi bibliografici imponenti.

Un libro impegnativo, ma particolarmente utile nei nostri giorni, segnati da una sorta di rimozione dell’evento del morire.

Seguendo lo stile caro a don Giovanni, vorrei introdurmi con qualche osservazione che ricavo dalla mentalità del nostro tempo nei confronti del morire.

Ho detto la progressiva emarginazione del tema della morte nella nostra società.

In particolare, la medicalizzazione della malattia, della vecchiaia, porta sempre più a separare i luoghi della vita quotidiana dai luoghi della malattia, della vecchiaia e della morte.

Le giuste preoccupazioni sanitarie finiscono per creare un vero e proprio cordone d’isolamento. Non si muore più nella propria casa. Questo è il segno di come tale evento sia sempre più distante dalla nostra quotidianità.

E poi non siamo in grado di esprimere l’imminenza della morte.

Sappiamo che con valide ragioni si sostiene l’opportunità di non dire l’imminenza della morte a colui che vi è prossimo; altri invece ritengono che si debba dire senza finzione - pur con la necessaria gradualità - la verità di una morte imminente.

Ai nostri figli, ai bambini, giustamente diciamo tutto sull’origine della vita, senza favole; siamo invece incapaci di far loro toccare con mano l’evento del morire e per lo più li allontaniamo dalla visione di chi si avvicina alla morte o di chi è già morto.

Forse, nel timore di dire ad altri la verità intorno alla morte imminente, c’è il timore di parlarne noi stessi.

Nel disagio verso la morte di altri c’è in realtà la difficoltà ad accogliere la nostra morte.

Se in sé è vero che della nostra morte noi non abbiamo esperienza, è altrettanto vero che la morte dell’altro è il segno, l’anticipo del nostro morire.

E qui ci aiuta proprio sant’Agostino in una pagina mirabile delle Confessioni, nel libro IV, a proposito della morte di un amico, una pagina ripresa da don Giovanni nel suo lavoro.

Scrive Agostino: L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Tutto ciò su cui posavo lo sguardo era morte. Era per me un tormento la mia città, la casa paterna, una infelicità straordinaria. Tutte le cose che avevo avuto in comune con lui, la sua assenza aveva trasformate in uno strazio immane. I miei occhi lo cercavano dovunque senza incontrarlo, odiavo il mondo intero perché non lo possedeva e non poteva più dirmi: "Ecco, verrà", come durante le sue assenze da vivo. Io stesso ero diventato per me un grande interrogativo.

Agostino afferma: la morte dell’altro, del mio amico, trasforma la mia certezza di vita in un grande interrogativo; è come se improvvisamente mi mancasse la terra sotto i piedi.

Scrive don Giovanni: La morte dell’altro, dell’amico, aveva rivelato esistenzialmente ad Agostino la caducità di tutte le cose e della sua stessa vita, così che il suo pianto era certamente per l’amico perduto, ma ancor più per la paura della propria morte. Ancora Agostino: per vincere quella infelicità avrei dovuto sollevarla verso Dio perché Dio solo è il bene stabile che regge ogni altro bene. Ma Agostino a quell’epoca ignorava ancora il vero Dio.

A questa pagina delle Confessioni don Giovanni accosta un’altra pagina dello stesso libro, dove Agostino racconta l’esperienza della morte della madre, Monica. E qui abbiamo la morte di una credente vista con gli occhi di un figlio già ormai approdato alla fede.

Come guardare la morte con gli occhi della fede? È questo il secondo tema della nostra riflessione.

Lasciamo ancora la parola ad Agostino che così si rivolge a Dio il giorno della morte di sua madre: Per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta; ti pregai di guarire il mio dolore.

E ancora continua: Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita,una fede non finta, e ragioni sicure.

L’esperienza della morte d’altri - l’amico, la madre - è singolarmente istruttiva per Agostino, al punto di affermare che – come abbiamo visto – tale esperienza trasforma la nostra certezza di esiste in un gigantesco punto di domanda.

E vorrei chiedermi: perché la morte d’altri è in qualche misura il mio morire?

La sofferenza, il pianto che ognuno di noi ha vissuto per la perdita di una persona cara non è solo umanissima reazione psicologica, è molto di più: è la scoperta di un legame, di un’appartenenza, di una relazione che ci costituisce e che viene meno. Abbiamo costruito con il morente un “noi” ed ora questo “noi” vien meno per la morte dell’altro. La morte dell’altro rivela spezzandola la comunione di vita che ora non è più possibile. La morte dell’altro è già in parte il nostro morire.

Chi tra noi non ha fatto l’esperienza del silenzio che scende dentro di noi con la morte d’altri, soprattutto di una persona cara, l’esperienza di un dialogo ormai impossibile, una persona con cui non potremo parlare più?

Così la morte dell’altro penetra dentro di me e spezza un legame d’appartenenza costruito qualche volta nell’intera vita. Ma così la morte d’altri svela il senso profondo della vita che appunto la morte interrompe.

Allontanare la morte d’altri, diventare indifferenti, estranei ad essa, vuol dire negare quest’appartenenza, negare che il senso della vita consiste nella reciprocità e non nella distanza.

Don Giovanni – lo sappiamo - era attento alle voci della cultura: avrebbe certamente cercato la conferma di questa esperienza che credo tutti noi abbiamo vissuto e viviamo. L’avrebbe cercata in qualche voce della nostra cultura. Ebbene, io ho trovato una conferma suggestiva in un testo di un grande non credente: Cesare Pavese. Siamo negli anni della guerra, della lotta antifascista. Quest’uomo torna nel suo villaggio e scrive così:

Ho ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno destato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso … al posto del morto potremmo essere noi … Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione... Pensai che era sangue come il mio, ch’erano uomini e ragazzi cresciuti a quell’aria, a quel sole, dal dialetto e dagli occhi caparbi come i miei. Era incredibile che gente come quella, che mi vivevano nel sangue e nel ricordo, avessero anche loro subito la guerra … il terrore del mondo.

La morte d’altri dunque è in qualche misura il mio, il nostro morire.

Un secondo tema percorre il libro.

Agostino – e con lui l’Autore don Giovanni e ognuno di noi - si domanda: perché Dio ha lasciato nell’uomo redento la morte? La morte è conseguenza del peccato: non dovrebbe scomparire con la redenzione dal peccato?

Risponde Agostino: la morte fu lasciata per l’aumento della fede. Se subito dopo la giustificazione ci fosse stata donata l’immortalità, noi avremmo aderito a Cristo non per amore, ma per interesse e la nostra fede sarebbe rimasta ben povera cosa. Poteva anche Cristo con la redenzione concedere ai credenti di non essere soggetti alla morte del corpo, ma se avesse fatto ciò si sarebbe aggiunta una gioia alla carne, ma diminuita la forza della fede.

L’esperienza del morire è quindi il decisivo banco di prova della nostra fede.

Ed ora permettetemi di ricordare una conversazione che ho avuto con il card. Martini proprio sul tema della morte.

Perché la morte? si domandava il cardinale. Perché Dio vuole che tutti gli uomini muoiano? E anche lui riporta l’obiezione di Agostino: con la morte di suo Figlio avrebbe potuto risparmiare la morte agli altri uomini. Ed ecco la risposta che in quella conversazione ci dava il cardinale: Senza la morte – sono le sue testuali parole - non saremmo in grado di dedicarci completamente a Dio. Di “buttarci lì” (ricordo che faceva l’esempio di una grande cascata d’acqua che si butta in un lago sottostante); senza la morte terremmo aperte delle uscite di sicurezza. Non sarebbe la nostra ‘vera dedizione’. Nella morte invece siamo chiamati a riporre tutta la nostra speranza in Dio e a credere il Lui.

Nella morte spero di riuscire a dire questo sì a Dio.

Il pensiero della morte dunque si congiunge intimamente con quello della fede.

Continua il cardinale: spero che la mia fede in Dio sia abbastanza salda da vincere l’infelicità della malattia e la solitudine della morte. Infatti un buon cristiano si distingue perché crede in Dio, perché ha fiducia in Lui. E continua: Spero che in punto di morte possa dire a Dio: Tu mi sostieni, mi proteggi, mi accogli.

E ancora continua in uno dei passaggi più emozionanti di questa conversazione che poi ho ritrovato in un suo libro:

Chiedo che angeli, santi e amici mi tengano la mano e mi aiutino a superare la paura. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare. Pregare mi fa sentire di essere al sicuro vicino a Dio. La morte non può privare di questa situazione di sicurezza.

Anche questo tema umanissimo della paura che la morte suscita è presente nel lavoro del nostro don Giovanni, il quale scrive: Gesù Cristo vuol essere accanto ad ogni uomo anche nella sua esperienza di tristezza e di paura della quale tante volte ci vergogniamo, così che nessuno possa dire che Dio, il Signore, non mi è accanto. Non è passato per la mia strada.

Il timore della morte, provato da Gesù nell’Orto degli Ulivi, non fu dunque una debolezza, ma una sua scelta per essere eco della voce degli uomini, conforto della loro debolezza, della loro trepidazione nell’imminenza della morte.

E questo lo fece perché le sue membra più deboli non disperassero della loro sorte, perché all’avvicinarsi della morte si sarebbero turbati, avrebbero pensato di non appartenere a Dio. Per questo Gesù Cristo prima di noi disse: “l’anima mia è turbata fino alla morte.”

Così fu di Gesù, che patì trasfigurando in se stesso le membra del suo corpo, rendendoci partecipi della sua vicenda.

Il terzo tema è presente in tutte le pagine di questo nostro libro, ed è una delle intuizioni più preziose di Agostino: il principio dell’interiorità, l’uomo è ciò che è il suo cuore, la sua interiorità. È lì che troviamo il sacrario dell’uomo.

Agostino ha avuto il merito di esprimere in termini filosofici il dato ampiamente presente nelle Scritture Sacre: il tema del cuore, non in termini sentimentali, ma come il centro decisivo delle scelte dell’uomo.

Dal cuore, dalla coscienza, dall’interiorità escono le scelte cattive come quelle buone. La scoperta dell’interiorità è per Agostino il termine di un lungo cammino verso la verità.

In una delle sue prime opere, il De Vera Religione, Agostino si chiede: dove sta la verità? E risponde: nell’intimo dell’uomo abita la verità. E ancora nelle Confessioni, in forma di preghiera a Dio: Dove ti trovai per conoscerti, dove ti trovai, se non in me? Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercai: eri con me, ma io non ero con te.

Non ripercorreremo l’itinerario che ha condotto Agostino a scoprire il primato dell’interiorità. Lui stesso ce lo ricorda. Ammonito da quegli scritti a tornare in me stesso, entrai nell’intimo del mio cuore, sotto la tua guida, o eterna Verità, o vera Carità e cara Eternità. Quando ti conobbi la prima volta mi sollevasti verso di te, per farmi vedere come vi fosse qualcosa da vedere, mentre io non potevo ancora vedere. Mi scoprii lontano da te, ove mi pareva di udire la tua voce dall’alto.

Ho evocato questo principio agostiniano dell’interiorità perché ci permette di rileggere un tema fondamentale del libro di don Giovanni: il tema del rapporto anima-corpo; il rapporto decisivo per comprendere la nostra mortalità e la nostra chiamata alla vita eterna.

Scrive Agostino: Dal momento in cui ciascuno ha incominciato ad esistere, in questo corpo mortale, non avviene nulla in lui che non lo prepari alla venuta della morte. Il tempo di questa vita non è che una corsa alla morte, e questo in ragione del legame tra l’anima e il corpo.

Qui Agostino – e il lavoro di don Giovanni lo illustra con ampia documentazione - è fortemente condizionato dall’eredità del pensiero platonico: anima e corpo. Questo dualismo ha – oserei dire - sedotto il pensiero cristiano perché offriva l’opportunità di esprimere il carattere immortale dell’anima e quindi la vita eterna, ma a scapito del valore del corpo, realtà creata.

Quasi facendo eco ad un testo platonico, Agostino scrive: L’uomo da quando nasce incomincia ad essere un ammalato; quando sarà morto, allora finirà anche la malattia. Dal momento in cui ciascuno ha incominciato ad esistere in questo corpo mortale, non avviene nulla in lui che non prepari la venuta della morte. Ognuno è per la morte da quando comincia ad essere in questo corpo. Sia mangiando, sia digiunando, sia camminando, sia riposando, andiamo sempre verso la morte.

Agostino si domanda: forse è che meno prodigioso che anime spirituali e nobili si uniscano ai corpi terreni e non è possibile che corpi terreni siano trasformati e portati in cielo dalle loro anime?

Se si ammette il primo principio che l’anima si unisca ai corpi terreni, perché non ammettere la possibilità del secondo: che l’anima vivifichi il corpo e porti anche il corpo in una vita senza fine?

Agostino è persuaso che dall’anima verrà al corpo una tale vita da togliere ogni bisogno di cibo, ogni difetto, ogni pesantezza; che il corpo animale diventi spirituale.

Questo modo d’intendere il corpo dopo la morte non è però annullamento della corporeità, quasi una smaterializzazione. Per Agostino c’è una novità e una continuità nella carne del risorto e nei nostri corpi risorti.

Il corpo animale, il nostro corpo, quando risorge diventa spirituale perché unito inseparabilmente allo spirito. E a questo proposito mi sembra suggestiva una riflessione che Agostino fa circa la natura dei nostri corpi risorti, spirituali.

A questi corpi non servirà mangiare, camminare, riposare, e si domanda: ma allora perché non restituire la corporeità se non ce ne serviremo?

Agostino risponde con grande finezza che il corpo con i suoi organi non è solo un insieme di funzioni, per soddisfare il bisogno - la fame il sonno, la stanchezza - ma il corpo è anche e soprattutto bellezza.

La restituzione integrale del corpo umano nella risurrezione non avrà un valore funzionale, sarà piuttosto per il nostro splendore. Non sorprende questa risposta. Agostino non si era forse rivolto a Dio invocandolo come bellezza?

E concludo: il sottotitolo del volume del nostro don Giovanni dice la redenzione dalla morte.

E questo è possibile solo perché incorporati in colui che è il vivente, il vincitore della morte, Cristo. Credere vuol dire essere incorporati nella sua vittoria.

Se la fede è in noi - scrive Agostino - Cristo è in noi. La tua fede in Cristo è Cristo nel tuo cuore. Nella fede è Cristo che agisce, è Lui che ci fa gustare quella gioia, anticipo della futura, completa vittoria. Il nostro soffrire diventa il suo soffrire, la sua vittoria diventa la nostra vittoria, anzi, è Lui che vince in noi.

Don Giovanni amava la poesia di Ungaretti dedicata a Gesù, e composta l’indomani del bombardamento di Roma durante la seconda guerra mondiale. Con queste parole, una sorta di preghiera rivolta a Cristo, vorrei concludere.

Cristo, pensoso palpito,
astro incarnato nell'umane tenebre,
fratello che t'immoli
perennemente per riedificare
umanamente l'uomo,
Santo, Santo che soffri,
maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
per liberare dalla morte i morti
e sorreggere noi infelici vivi;
d'un pianto solo mio non piango più.
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.