Pv 1995 Il cristiano di fronte al creato, Atti del Convegno: "Cristianesimo natura epistemologia del cuore"
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- Categoria: Ambiente
- Pubblicato Venerdì, 15 Maggio 2020 15:13
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CRISTIANESIMO
NATURA
EPISTEMOLOGIA
DEL CUORE
a cura di Luciano Valle
Il libro raccoglie gli Atti del Convegno
organizzato a Pavia il 20 maggio 1995 dall'Istituto G. Bateson
col patrocinio e contributo
degli Assessorati ai Servizi Sociali, Educativi e Culturali,
all'Agricoltura e Riserve naturali,
alla Tutela e Valorizzazione Ambientale
della Provincia di Pavia.
Questo volume è stato pubblicato grazie al contributo
dell'Assessore all'Agricoltura e Riserve naturali della Provincia di Pavia Giovanni Desigis.
PRESENTAZIONE: Giovanni Desigis
Riflessioni su ecologia e progresso. Lo sviluppo sostenibile: Danila Moll
L'educazione ambientale. Percorsi e strategie: Pier Achille Lanfranchi
Il cristiano di fronte al creato: Mons. Giovanni Volta
La riflessione sulla natura nel cristianesimo medievale: Alessandro Ghisalberti
Ebraismo e natura: Paolo De Benedetti
Salvezza, natura, storia: Fulvio Papi
L' "epistemologia del cuore" ad ispirazione cristiana: Luciano Valle
Il Volontariato Ambientale della Regione Lombardia: Franco Grassi
Il cristiano di fronte al creato
mons. Giovanni Volta
1. TEMPO STRINGE
Nel 1986 uno scienziato tedesco, Carl Friedrich von Weizsäcker, quale studioso, cristiano, uomo cosciente delle responsabilità dei popoli del nostro tempo, aveva lanciato un grido: "Il tempo stringe" in vista di un'assise mondiale per la giustizia e la pace nel mondo, per la salvaguardia del creato. [1]
Il modo di rapportarsi dell'uomo con il creato si è fatto sempre più urgente nel nostro tempo per la pace e la giustizia tra gli uomini, anzi per la stessa sopravvivenza dell'umanità. Quest'assise auspicata da von Weizsäcker di fatto si tenne dal 15 al 21 maggio del 1989 a Basilea, organizzata dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE) per parte cattolica, e dalla Conferenza delle Chiese Europee (KEK) per parte non cattolica, ed affrontò l'impegnativo tema: "Pace e giustizia per la creazione intera". [2]
Nel documento finale di quella solenne assemblea ecumenica, così venne presentato l'atteggiamento del cristiano di fronte al creato: "Noi affermiamo che il Dio creatore sostiene e ama tutte le creature. Esse, quindi, hanno tutte un fondamentale diritto alla vita. Il Dio creatore ha dato all'umanità un posto speciale all'interno della creazione (“Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”, Gen. 2,15). Noi dobbiamo essere gli amministratori del mondo di Dio. Amministrazione non significa possesso. Il Dio creatore rimane l'unico proprietario, nel senso pieno del termine, dell'intera creazione. Come dice il salmista: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti; è lui che l'ha fondata sui mari, e sui fiumi l'ha stabilita” (Sal. 24, 1-2).
Per comprendere esattamente il ruolo speciale dell'essere umano in quanto creatura privilegiata fra tutte, è importante ricordare che l'intera creazione è ordinata alla gloria di Dio (...). Non l'umanità, ma Dio è l'inizio, il centro e il culmine di tutta la creazione (“Io sono l'Alfa e l'Omega”, dice il Signore Dio, colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente', Ap. 1,8)". [3]
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2. PROBLEMATICA DI UN RAPPORTO
Ma qual è la problematica del rapporto dell'uomo con il creato, con il cosmo, come il cristiano lo vede e di conseguenza deve viverlo?
È nel rapporto con le cose e con gli altri che l'uomo conosce il reale se stesso, in questo rapporto egli gioca il senso e le possibilità della sua esistenza e svela ciò che vuole essere. Si veda per esempio come lo stimolo di un'alterità dia inizio ai nostri processi conoscitivi, come nella scelta di qualcosa o di qualcuno noi diventiamo, ci diamo un volto, per cui Sant'Agostino ha scritto che noi diventiamo ciò che amiamo. Il rapporto dell'uomo con il creato costituisce un luogo privilegiato di questa ricerca di senso e del proprio diventare, e nello stesso tempo condiziona profondamente l'utilizzo della tecnica, l'organizzazione della società e della vita degli uomini, le relazioni tra i popoli.
Non si tratta di un problema solo di oggi. Da sempre l'uomo ha trovato nel cosmo il primo libro della sua vita e si è cimentato con esso per poter vivere. Lo sviluppo della scienza e della tecnica, l'espansione demografica, hanno però portato questo rapporto in primo piano.
Paradossalmente la crescita del potere dell'uomo ne ha rivelato anche i limiti e la debolezza, l'intensificarsi di un certo progresso rischia di diventare ragione prima del suo regresso, della messa in pericolo della sua vita.
E non si tratta di un problema che riguarda soltanto i singoli uomini, ma anche le nazioni, i continenti. A motivo dell'ingigantirsi degli effetti delle azioni umane il problema del rapporto dell'uomo con il cosmo è diventato "urgente" e di "tutti": perché ha messo in gioco la stessa vita umana, e non soltanto quella di alcuni, ma di tutti i popoli.
Urgente, per tutti, questo rapporto si presenta complesso, poiché in esso entrano vari fattori ed esigenze come il benessere, la salute, l'equità tra gli uomini, l'impulso ad accogliere e quello a trasformare. L'uomo nasce profondamente legato alla natura, che egli "trova" come un dono e come un enigma che costantemente sollecita la sua conoscenza e interpretazione e sulla quale egli opera per servirsene, per adattarla. Egli stesso si riconosce "mistero" che lo sorprende e contemporaneamente "realtà" che coltiva, sviluppa, modifica. Si va così sviluppando nella sua vita una duplice tensione: quella della contemplazione e quella dell'uso, due componenti fondamentali della sua esistenza.
In forza della prima l'uomo cerca il senso delle cose, si rallegra della loro bellezza, si stupisce dell'intelligenza che esse svelano. ln forza della seconda l'uomo utilizza le cose per vivere, per difendersi, per garantirsi il futuro, per crearsi nuove possibilità, per aiutare sé e gli altri. La sua stessa intelligenza possiede questa bipolarità di contemplazione e di uso.
Avviene così che alle volte prevalga nei singoli e nei popoli la dimensione "contemplativa" nel rapporto con il creato. In questo caso domina il rispetto per le cose, per le varie forme di vita, fino alla proposta dell'arresto di un certo progresso per il ritorno ad una vita primitiva, o addirittura ad una certa divinizzazione della natura così da mettere sullo stesso piano la vita degli animali e quella dell'uomo. Altre volte invece la dimensione che prevale è quella "utilitaristica", dell'uso delle cose e della vita, per cui l'unico o il prevalente criterio proposto nel rapportarsi alla natura è quello strumentale.
Nel primo caso si potrebbe giungere alla concezione della natura come un bene intangibile, indistinto, dimentichi dei gradi dell'essere e della peculiarità della persona umana, e della dimensione di uso che accompagna sempre la vita.
Nel secondo caso la natura potrebbe essere vista come un bene semplicemente da conquistare, da possedere, da usare, dimentichi delle dimensioni del reale che vanno al di là del loro uso.
Qual è dunque il rapporto corretto con la natura, con il creato? Non è certamente isolando i fenomeni che si comprendono, e neppure ignorando la loro complessa articolazione. Sotto vari profili essi possono essere guardati e valutati, e in ogni singolo caso variano i referenti e i criteri ai quali si deve fare appello.
Un esempio al riguardo ci viene proprio dalla distinzione tra problema ecologico e problema ambientalista. Mentre l'ecologo studia le interrelazioni dei vari fattori che entrano in un ecosistema, l'ambientalista, servendosi degli apporti dell'ecologo, valuta alla luce dei suoi principi morali e religiosi le scelte ecologiche da farsi. Scrive uno studioso di questi problemi: "Lo scopo dell'ecologia è lo studio della struttura, le funzioni e l'evoluzione degli ecosistemi degradati e non degradati. In altre parole, l'ecologia consiste nello studio delle interrelazioni tra gli organismi e l'ambiente e di quelle esistenti tra gli organismi".
Di conseguenza l'ecologo, in quanto scienziato, non dà giudizi morali, ma presenta solo la materia di questi. "L'ecologia considerata come disciplina - continua lo stesso autore - non può essere né morale, né, immorale, né cristiana, né atea". Sarà la sua relazione con l'uomo, con la valutazione etica che noi diamo di questi, che esigerà, nelle scelte da farsi, un giudizio morale. "Se però - afferma ancora l'autore citato - nella discussione sull'ambiente s'introduce il concetto di uomo, considerato nella sua unità di corpo e anima, e non soltanto come una delle specie componenti le comunità naturali, il discorso acquista necessariamente un carattere etico [...]. Di conseguenza, una data percezione (o gestione) dell'ambiente può essere considerata moralmente lecita o illecita a seconda dei principi adottati" [4].
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3. IL RIMANDO ALL'UOMO
Contemplazione ed uso, accoglienza e manipolazione, giudizio tecnico e giudizio di valore entrano dunque nel nostro rapporto con la natura, con il creato. Ma questi atti fanno tutti riferimento all'uomo sia come attore che come soggetto valutato. A seconda del modo con cui s'intende l'uomo si valutano anche i suoi atti e i suoi compiti.
Ecco, per esempio, come un filosofo del nostro tempo giudica le modalità di rapportarsi dell'uomo con il mondo nella cultura contemporanea: "Un oscuramento del mondo si verifica sulla terra e intorno ad essa. Gli avvenimenti essenziali che concernono questo oscuramento sono: la fuga degli dèi, la distruzione della terra, la massificazione dell'uomo, il prevalere della mediocrità. Quando si parla di oscuramento del mondo, che cosa intendiamo con mondo? Mondo si deve sempre intendere in senso spirituale. L'animale non ha un mondo, nemmeno un mondo-ambiente. L'oscuramento del mondo implica un depotenziamento dello spirito, la sua decomposizione, consunzione, rimozione, il suo fraintendimento". Un depotenziamento, una disintegrazione delle forze dello spirito provocati dalla "resistenza contro ogni domandare originario concernente i fondamenti e contro l'impegno di un tale domandare" [5].
Questo decadimento del rapporto dell'uomo con il mondo, questa resistenza al domandare originario dove si fonda ultimamente? La risposta di Heidegger è: lo spirito è decaduto ad intelligenza strumentale. "Lo spirito [...] falsato e ridotto a intelligenza scade al ruolo di strumento posto al servizio di altro" [6]. Di conseguenza: "Tutto viene ridotto al medesimo livello, su di uno stesso piano, simile alla superficie appannata di uno specchio che non riflette e non rimanda più alcuna immagine. La dimensione predominante è divenuta quella dell'estensione e del numero". [7]
Solo di fronte all'uomo che interroga e si interroga sul senso delle cose e non soltanto sul loro uso, il mondo si mostra "immagine", "parola", e perciò svela il suo significato più recondito.
D’altra parte, l'uomo non solo interroga e si interroga, ma opera anche nel mondo e nella natura; opera secondo la sua visione della vita, secondo la coscienza che ha del suo legame con gli altri uomini presenti e futuri, secondo il dominio che ha di se stesso, secondo il fine al quale si riconosce chiamato. Tra il "saper vedere" e il "dover operare" vi è una stretta relazione, fino alla reciprocità, per cui l'operare può oscurare oppure aprire il saper vedere. È significativo che all'Assemblea di Basilea uno dei primi interventi sia stato quello di Cirillo, arcivescovo ortodosso di Smolensk e di Kaliningrad, dal titolo: "Verso un'ecologia dello spirito" [8], dove il discorso non voleva essere semplicemente la nota per una "regione" della nostra esistenza, ma l'indicazione di un atteggiamento previo ad ogni autentico impegno per la salvaguardia del creato, e perciò del nostro rapporto con il creato.
In quel suo intervento l'arcivescovo Cirillo aveva affermato tra l'altro: "Oggi è evidente che l'idea dello sviluppo lineare e illimitato, generata dall'illuminismo e dalla rivoluzione industriale, è falsa. Dal momento in cui l'antropocentrismo egoista è diventato la forza motrice di tale sviluppo, inevitabilmente ciò ha avuto come conseguenza l’esaurimento delle risorse e l'imposizione alla biosfera di un peso rovinoso.
Qualsiasi speranza in una nuova tecnologia capace di salvare il mondo è come minimo ingenua. La storia dimostra che ogni nuova svolta dello sviluppo tecnologico implica nuove, pericolose, imprevedibili conseguenze per l'uomo e per la natura. Ma ciò non significa affatto che occorra negare le scoperte scientifiche. Non è possibile guarire il mondo con il ritorno all'età della pietra; un tale ritorno nella sua essenza è falso, poiché presuppone una fuga da se stessi, un innaturale rifiuto della storia. Con tutta probabilità è semplicemente impossibile, poiché all'uomo non è dato di rovesciare la storia. Non ha senso negare la scienza, la tecnologia e tutta la moderna civiltà. Non c'è bisogno di negarle, ma bisogna possederle in modo non materiale, subordinarle allo spirito. Per riuscirci occorre un nuovo fondamento etico-sociale dello sviluppo, per far sì che le risorse e le conquiste dell'intelletto umano vengano utilizzate in modo conforme a intenzioni di tipo morale". [9]
Alla radice del problema ecologico sta dunque l'uomo, il suo atteggiamento verso il creato, il suo modo di vedere e di operare, il suo modo d'intendere i legami con gli altri uomini; in altre parole potremmo dire l'ecologia del suo spirito, la quale non può essere slegata dalla scienza, dalla tecnica, dalle condizioni delle cose, ma deve però guidarlo nell'uso di tutti questi mezzi, senza lasciare che venga dominato da essi, evitando una riduttività dello spirito che lo renda soggetto ad essi.
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4. DAL RIMANDO ALL’UOMO AL RIFERIMENTO A DIO
Ma l'uomo per il cristiano non costituisce l'ultimo rimando che qualifica i suoi rapporti con il creato, poiché sia l'uomo che l'intero cosmo provengono da Dio e secondo un suo progetto. Parrebbe ad alcuni che il riferimento della terra e dell'uomo a Dio costituiscano come un progetto di alienazione, una rinuncia alla propria integrità. Nella realtà invece il cristiano ritiene che proprio questo riferimento dia piena luce a questo rapporto.
L'universale paternità di Dio meglio ci spiega il vincolo che unisce tutti gli uomini tra di loro e la destinazione della terra all'uso di ogni uomo. L'incarnazione poi del Verbo avvalora questo profondo legame fino a fare del prossimo un segno di Cristo stesso (Mt. 25,31-46).
Ha scritto in proposito il nostro Papa: "Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero cosmo, dotato di una sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l'umanità è chiamata ad esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua integrità. D'altra parte, la terra è essenzialmente un'eredità comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti. (“Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli uomini e popoli”, Gaudium et Spes n. 69).
Ciò ha dirette implicazioni per il nostro problema, quello della giustizia e della pace nel mondo". [10] Il riconoscimento di Dio creatore e salvatore, mentre sottolinea le differenze nel creato, tra l'uomo e le cose, tra l'uomo e gli animali, nello stesso tempo però ne mostra il legame fino a parlare di una comune attesa. Ha scritto Paolo: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa, infatti, è stata sottomessa alla caducità [...] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm. 8,19-21).
Il riconoscimento di Dio creatore fa delle cose e del mondo non solo un mezzo e un luogo di sussistenza, ma anche una "parola" non indeterminata, ma di qualcuno di Lui, rispondendo alla vocazione contemplativa e di ascolto dell'uomo.
La stessa Liturgia, particolarmente nella Preghiera Eucaristica IV (vedi Appendice), ha voluto inserire nell'espressione più alta della sua preghiera questo rapporto tra l'uomo e il creato nel rispetto e nella trasformazione del mondo.
L'allargamento del nostro orizzonte nel guardare agli uomini e al creato, lungi dunque dal renderci meno interessati ad essi, ce ne accresce l'amore e la stima. Lungi dal trascurarne lo studio, lo stimola, perché ogni frammento fa riferimento a quella luce più alta. Lungi dal disimpegnarci dai problemi dell'uomo e delle cose, ce ne potenzia l'impegno.
Per questo suo specifico rapporto con il creato il cristiano si fa attivo collaboratore con ogni uomo nel conoscere, nel conservare, nel trasformare, nell'usare e nel contemplare il creato.
APPENDICE
PREGHIERA EUCARISTICA IV
È veramente giusto renderti grazie,
è bello cantare la tua gloria,
Padre santo,
unico Dio vivo e vero:
(...)
Tu solo sei buono
e fonte della vita,
e hai dato origine all'universo,
per effondere il tuo amore
su tutte le creature
e allietarle con gli splendori della tua luce.
(...)
Noi ti lodiamo, Padre santo,
per la tua grandezza:
tu hai fatto ogni cosa con sapienza e amore.
A tua immagine hai formato l'uomo,
alle sue mani operose hai affidato l'universo
perché nell'obbedienza a te, suo creatore,
esercitasse il dominio su tutto il creato.
(...)
Padre misericordioso,
concedi a noi, tuoi figli, di ottenere
con la beata Maria Vergine e Madre di Dio,
con gli Apostoli e i Santi,
l'eredità eterna del tuo regno,
dove con tutte le creature,
liberate dalla corruzione del peccato
e della morte,
canteremo la tua gloria (...).
BIOGRAFIA
1 Carl Friedrich von weizsÄcker, Il tempo stringe. Un'assise mondiale dei cristiani per la giustizia, la pace e la salvaguardia della creazione, trad. it. Queriniana 1987.
2 Rassemblement Oecuménique européen de Bâle. Paix et Justice pour la création entière, ed. du Cerf 1989.
3 Documento finale n. 33. Cfr. Basilea: Giustizia e pace, ed. Dehoniane 1989, p. 181.
4 Oscar rivera, Alcune considerazioni sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente, in AA.VV., Questione ecologica e coscienza cristiana, ed. Morcelliana 1988, pp. 47-48.
5 M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, trad. it. Mursia 1968, p. 55.
6 Ibid., p. 57.
7 Ibid., p.56.
8 Cirillo, Verso un'ecologia dello spirito, in Basilea..., cit., pp. 25-56.
9 Ibid., p.43.
10 Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata mondiale della pace per il 1° gennaio 1990, n. 8.
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