Pv 1999. Convegno:Terzo settore, nuova statualità e solidarietà sociale

Convegno di studi sul tema:

Terzo settore, nuova statualità e solidarietà sociale

Relazione di Giovanni Volta

Sommario:

Premessa

1. L’uomo soggetto storico dell’economia

2. Un’accelerata evoluzione investe la nostra società

3. Omologazione e libertà

4. Individualità e solidarietà

5. Tre significative testimonianze

6. Alcuni rilievi a modo di conclusione


ghislieri

Aula Magna del Collegio Ghislieri

                               

Premessa                   

Il mio intervento evidentemente non è quello di un economista, ma di uno interessato all’uomo, alle sue condizioni storiche, alle sue povertà e alle sue ricchezze, alle sue speranze, al suo vincolo con gli altri uomini, alla sua storia. E l'economia, per quanto sia una realtà che ha un proprio ambito specifico, con regole e condizioni particolari, resta però sempre un fatto dell'uomo e per l'uomo, per cui il discorso su di esso fa da costante riferimento come sponda imprescindibile del discorso economico.

                             

1. L’uomo soggetto storico dell’economia

Per questo nella mia riflessione ho ritenuto primario sottolineare i vari rapporti dell'uomo con la realtà economica per trarne poi le conseguenze etiche. Sì, perché l'etica non è delle cose, ma della persona umana, non si applica al mondo del determinismo, ma a quello della libertà.

L'uomo si trova ad essere anzitutto "soggetto" dell'economia perché questa nasce dai suoi progetti e interventi, dal suo lavoro e dalla sua organizzazione, dalle sue scoperte e applicazioni tecnologiche. Un lavoro nel quale egli esprime e coltiva la propria abilità e creatività, impegnandovi la sua forza, intelligenza, dignità e responsabilità, operando sì come singolo, ma con dei vincoli personali, quale per esempio membro di una famiglia alla quale deve provvedere e di una società alla quale deve rendersi utile con il proprio lavoro e che a sua volta lo sostiene, lo serve. Il rapporto attivo del soggetto con la realtà economica è condizione anche della sua libertà, perché il possesso dei beni necessari alla sua vita lo rende indipendente dagli altri.

Di qui il diritto e il dovere al lavoro, le dimensioni del suo valore e le conseguenti implicanze etiche dell'economia. L'uomo non è però solo soggetto dell'economia, ma anche "termine", fine, per cui l'economia si articola e si sviluppa a seconda dei bisogni che gli uomini manifestano in un determinato tempo. Torna così il discorso sulla persona umana, sulle sue esigenze reali e sulle possibili strumentalizzazioni e manipolazione di esse, fino alla creazione artefatta di bisogni ai quali poter poi rispondere con determinati prodotti, dando in tal modo origine a spazi fittizi di società. Si può determinare perciò un rapporto di ambiguità nel servizio ai bisogni dell'uomo e che richiama di conseguenza la concezione soggiacente che si ha della persona umana e della visione etica dell'esistenza.

L'uomo, poi, sia come soggetto che come termine dell'economia, si trova ad essere legato agli altri uomini. Una solidarietà che viene anzitutto dalle stesse condizioni della sua esistenza e della sua crescita psicologica, intellettuale, manuale, affettiva. Un vincolo che non nasce da un contratto, perché precede le scelte dell'uomo, ma dalla sua stessa natura, e che si manifesta a livello istituzionale in vari modi come nel dovere della ricerca non solo del bene individuale, ma anche di quello comune, condizione del bene dei singoli, e che costituisce il compito primario dell'autorità e delle leggi.

L'uomo, nella coltivazione della realtà economica, non crea, ma trasforma e perciò deve costantemente ricorrere alle risorse che trova sul nostro pianeta; risorse limitate. Un rapporto che pone il grave problema sia dei diritti degli altri uomini che attualmente abitano il nostro globo, sia delle condizioni di vita delle generazioni future e perciò di uno "sviluppo sostenibile". Paradossalmente la crescita delle capacità e della tecnologia dell'uomo gli ha rivelato anche i suoi limiti. Per tale motivo un certo modo di procedere dell'uomo può far sì che lo sviluppo economico distrugga se stesso.

L'economia fa poi riferimento ad un uomo che porta dentro di sé tensioni e capacità contradditorie, le quali incidono profondamente su di essa. Già lo ricordava un antico poeta pagano, Ovidio, quando scriveva di sé e implicitamente anche degli altri uomini: "Video bona, proboque, deteriora sequor". Vedo il bene e l'approvo, ma poi faccio il male. Non si tratta di un problema estraneo all'economia, basta pensare alla recente stagione di tangentopoli per comprendere ancora una volta come l'uomo intesse di sé l'economia che egli tratta e condiziona. Una ennesima prova dell'incidenza dell'etica sull'economia.

Ma 1'uomo soggetto e termine dell'economia, che si trova legato agli altri uomini e sfrutta la natura, che aspira al bene e fa il male, come ha scritto Ovidio e Paolo (cf. lettera ai Romani 7,15-16;), questo uomo è storico, diviene nella sua cultura, nei suoi rapporti e nel suo modo di aggregarsi, nelle sue capacità e aspirazioni, nella tecnica e nella scienza, nelle sue abitudini e comportamenti per cui è sempre quello e nello stesso tempo sempre diverso. Non viviamo per esempio con i mezzi di comunicazione che gli uomini avevano un tempo e tuttavia rileggiamo oggi con immutato interesse le loro commedie e tragedie perché ci mostrano le condizioni permanenti del cuore dell'uomo. Gli stessi interrogativi che ci facciamo vengono primariamente dall'esperienza che andiamo facendo oggi dell'uomo storico.

Per questo, dopo aver richiamato schematicamente i vari rapporti che intercorrono tra l'uomo e l'economia, che fondano la specifica istanza umana di moralità in quel campo, vogliamo ora soffermarci su alcuni fenomeni del nostro tempo che la sollecitano, aprendo la strada a particolari scelte comportamentali.

                                  

2. Un’accelerata evoluzione investe la nostra società

Una prima nota mi pare segni il nostro tempo, investendo tutti gli aspetti della vita e perciò anche il rapporto dell'uomo con l’economia: l'accelerazione evolutiva. Le stesse strutture sociali, da quelle più semplici a quelle più complesse, da quelle deboli a quelle più forti, si trovano come investite da questo vento che le scuote e le costringe a cambiare. Ma questa accelerazione di cambiamento, investendo persone e strutture, non mette tutti allo stesso passo, ma provoca velocità evolutive diverse. Avviene così che per esempio diverse strutture statuali si evolvano più lentamente di quelle private, o meglio di quelle sorte per iniziativa di persone singole o di gruppi per il bene comune (vedi per esempio nella storia il ruolo di avanguardia che hanno avuto certe istituzioni come le scuole, gli ospedali, i ricoveri, i centri sportivi ed educativi. Anche qui a Pavia abbiamo alcuni esempi particolarmente significativi, come il Policlinico san Matteo o l'Istituto per anziani come il Pertusati). In tali casi queste iniziative hanno rivestito il compito di anticipare e sperimentare aiuti e strutture che sono poi diventate patrimonio della comunità fino ad essere istituzionalizzate dalle amministrazioni comunali o dallo Stato, ottenendo in tal modo più stabilità e più mezzi. Si può notare nella storia dei popoli questo costante passaggio da iniziative fragili di alcuni, sorrette solo dal volontariato, ad istituzioni garantite dall'autorità pubblica, per cui le formazioni che nascevano per così dire dal basso non si sono trovate in antagonismo con quelle che venivano dall'alto, ma piuttosto ne sono state un anticipo e uno stimolo.

Del resto è comprensibile che le strutture complesse, quali quelle statuali, maturate nel tempo, siano più lente nella loro evoluzione rispetto a quelle nate dalla base, e che quelle più generali siano più lente nel recepire le sollecitazioni che vengono dalle esigenze dei cittadini e siano più tardive nel rispondervi rispetto alle organizzazioni di enti e di gruppi che possono operare, data la loro scioltezza, con più agilità e aderenza ai bisogni della gente. D'altro canto il seguente impegno delle strutture statuali possono dare più stabilità e consistenza a queste iniziative.

Si tratta dunque non di scelte alterative, ma di coordinamento e collaborazione, riconoscendo adeguata dignità e diritti a tutte queste iniziative che in diversi casi costituiscono come la "scuola sperimentale" del futuro di una società.

Al riguardo vorrei sottolineare il fatto che il fenomeno dell'accelerazione dei processi evolutivi oggi rendono particolarmente attuale 1'esigenza di rapide letture e anticipazioni del futuro, di una più tempestiva risposta alle esigenze della gente che non trova nelle istituzioni statuali un'adeguata e rapida rispondenza.

Resta però il problema di due istanze che paiono contraddirsi. Per un verso la concentrazione dei mezzi e delle forze permette spesso di produrre meglio a minori costi e più rapidamente; per un altro verso il cumulo crea spesso 1'anonimato, diminuisce la possibilità di iniziativa, coinvolge meno la persona nel lavoro che si va compiendo, fa calare il senso della responsabilità. Nasce quindi l'interrogativo sul come conciliare i vantaggi della concentrazione con le esigenze di un impegno più personalizzato dell'uomo nell'economia.

                               

3. Omologazione e libertà

Riprendendo l'ultimo rilievo fatto possiamo notare nel mondo attuale come una ripartizione tra "omologazione" e "libertà". L'omologazione esigita dai fenomeni sempre più ampi di concentrazione e di globalizzazione favorisce la comunicazione commerciale e il risparmio sui costi nella produzione, mortifica però l’iniziativa dei singoli e può creare un largo e segreto dominio a livello mondiale che si estende ai consumi privati dei cittadini. Contemporaneamente noi assistiamo ad un crescendo di ricerca di autonomia e di libertà nel proprio privato, con un certo disimpegno nel sociale, che pare poco scalfibile o non rilevante per i propri desideri, quasi fosse un mondo estraneo o addirittura ostile.

Di qui l’importanza dell’educazione alla responsabilità, che però prende rilievo quando si ha la percezione dell’incidenza positiva o negativa delle proprie azioni. L’anonimato, l’irrilevanza percettiva su se stessi di ciò che si va compiendo, separa soggettivamente la libertà dalla responsabilità, creando una grave dissociazione nella vita dei singoli e nella società. Può reagire a questo rischio la formazione di strutture sociali in cui gli effetti dei propri atti si fanno visibili e ricadono nel bene e nel male su chi li compie e sollecitano il legame originario tra libertà e responsabilità. Ora, il principio di sussidiarietà, applicato in maniera più diffusa nel mondo del lavoro e nell'organizzazione della società, permette un ritorno più visibile e rapido della rilevanza dei propri atti, favorisce il confronto e 1'adeguamento delle norme con il reale, sollecita il senso della responsabilità.

A sua volta l’impegno nel terzo Settore apre l'uomo ad uno spazio creativo e responsabile che non solo può supplire alle deficienze del così detto "pubblico" rispetto alle esigenze concrete del proprio territorio, ma si fa anche stimolatore dello spirito che deve animare le strutture pubbliche e il loro servizio.

                          

4. Individualità e solidarietà

I1 nostro discorso ci porta così progressivamente ad un nodo costante nella vita dell'uomo, soggiacente alle riflessioni fatte finora, e che storicamente si presenta nella nostra società molto vivo il rapporto tra individualità e solidarietà, fino a farli apparire antagonisti, per cui si dice non si può aderire ad una di queste istanze rimanendo fedeli anche all'altra, oppure riconoscendo ad essi un valore come di corrente alternata per cui la "solidarietà" e "individualità" si alternerebbero nella nostra vita come i tempi di lavoro e di vacanza.

Per "individualità" noi qui intendiamo l'inalienabile responsabilità personale di trafficare i talenti che ciascuno di noi ha ricevuto, come ci ricorda una esigente parabola di Gesù (cf. Mt.25,14-30). Ne viene di conseguenza che è diritto e dovere di ogni uomo sviluppare le proprie doti e capacità.

(Qualche volta s'incontrano delle persone che ritengono il riconoscimento della signoria di Dio antagonista della crescita dell'uomo. Nella realtà l'ammissione di Dio dovrebbe invece potenziare questa stima e impegno dell'uomo, essendo la vita un dono di Lui e a Lui l'uomo deve rispondere e non solo agli altri uomini).

- Per "solidarietà" intendiamo qui il sentirsi partecipi con gli altri uomini della stessa sorte, delle stesse domande ed esigenze fondamentali della vita e per questo disponibili alla reciprocità dell'aiuto a vari livelli, per cui le differenze non separano, ma uniscono.

- A questa comune ragione di solidarietà tra gli uomini se ne aggiunge un'altra per chi crede in Dio: l'essere figli dello stesso Padre. In questo caso si può parlare di grande famiglia umana.

- Per i cristiani c'è una terza ragione ancor più impegnativa: ogni uomo è immagine dello stesso Salvatore del1'uomo, tanto che un giorno su questo amore saremo giudicati (cf. Mt. 25,31-46;).

Ora il rapporto tra "individualità" e "solidarietà", lungi dall'essere in tensione antagonista, è invece orientato verso la complementarietà. Non c'è crescita infatti del soggetto umano senza rapporto con i propri simili, così come non c'è autentica solidarietà senza il rispetto della individualità dell'altro. In modo tanto significativo un giorno Gesù ha detto che chi gelosamente si conserva si perde, mentre chi si dona si ritrova.

Nella storia è accaduto che si sia affermata la "individualità" in antagonismo con la "solidarietà", facendo pagare ai più deboli i vantaggi dei più forti; ed anche che si sia affermata una certa "solidarietà" fino al sacrificio della libertà delle persone, della loro individualità e perfino della loro vita. Una via importante per questa duplice salvaguardia è l'applicazione del principio di "sussidiarietà", presente da tempo nella tradizione dell’insegnamento della Chiesa, e che è stato accolto in questi anni anche fuori dell'ambito cristiano. Esso fu enunciato già da Pio XI nella sua enciclica "Quadragesimo Anno" (nn.80-81), è stato riproposto dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Pastorale "Gaudium et Spes" (n.75), fu ripetuto dall'attuale Papa nella sua enciclica "Centesimus Annus" (nn.15. 48), che l'ha richiamato con insistenza anche nel recente messaggio che ha mandato ai partecipanti alla 43^ Settimana Sociale dei cattolici italiani (scritta il 10- 11 -1999: "L'Osservatore Romano", 17 novembre 1999 p.6).

Pio XI già nel 1931 così enunciava questo principio: "come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e con l'iniziativa propria, per affidarlo alla comunità, cosi è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità può essere fatto... L'oggetto naturale di ogni intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, e non già di distruggerle"

("Quadragesimo Anno"n.80). Per questo il principio di "sussidiarietà" non va inteso come sottrazione di sé all'impegno di servizio per gli altri, ma piuttosto quale condizione per la crescita della società secondo tutte le sue potenzialità.

Nell'enciclica "Centesimus Annus" (l-5-1991) Giovanni Paolo II, parlando del lavoro, così richiama il principio di sussidiarietà nell'attività economica e i suoi limiti "Al conseguimento di questi fini (per l'accesso al lavoro da parte di ogni persona) lo Stato deve concorrere sia direttamente che indirettamente.

Indirettamente e, secondo il principio di sussidiarietà, creando le condizioni favorevoli al libero esercizio dell'attività economico, che porti ad un'offerta abbondante di opportunità di lavoro e di fonti di ricchezza. Direttamente e secondo il

principio cli solidarietà, ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all'autonomia delle parti, che decidono le condizioni di lavoro"(n.15).

Nelia stessa enciclica il Papa richiama il principio di sussidiarietà anche come antidoto contro le disfunzioni dello "stato assistenziale". Egli scrive: "Disfunzioni e difetti dello stato assistenziale derivano da una inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito dev'essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società cli ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune" (ibid. n.48).

E il terzo settore, a sua volta, non si pone semplicemente sul terreno della solidarietà, ignorando le istanze della "individualità", poiché la solidarietà scaturisce dall'autentica "individualità" umana, e la "solidarietà" sempre potenzia, pur a livelli diversi, la "individualità". Solidarietà e individualità sono co-nascenti nella persona umana, tanto che l'una senza l'altra finisce con l'essere un'altra cosa.

Parlando espressamente del terzo settore in un lungo paragrafo del suo messaggio all'Assemblea ancor oggi in atto della 43' Settimana Sociale dei cattolici italiani, Giovanni Paolo II, dopo aver elencato alcune espressioni di questo settore della nostra società, li definisce "tesoro della società civile " (n.3), perché costituiscono il luogo privilegiato per la elaborazione e la ri-attualizzazione dei valori.

                            

5. Tre significative testimonianze

Queste esigenze e queste tensioni le stiamo vivendo con una particolare acutezza nell'Europa di oggi, che sta cercando le difficili vie del proprio futuro. Per questo voglio ricordare tre diverse testimonianze che si collocano in questo orizzonte e che mi pare evidenzino l'urgenza e insieme la problematicità del futuro che si sta preparando.

                                                                 

- La prima testimonianza la traggo dal Convegno ecumenico dei cristiani d'Europa, cattolici, ortodossi e protestanti (mancava solo la rappresentanza dell'Albania), che si tenne a Basilea nel 1989 (dal l5 al 21 maggio). Il tema trattato era: " La giustizia, la pace e la salvaguardia del creato ". Tre fattori intimamente legati tra di loro, per cui l'uno non può stare senza gli altri due. In quell’occasione, guardando al passato per avere delle indicazioni concrete per il futuro, il vescovo ortodosso di Smolensk, Cirillo, denunciava i gravi errori commessi nella sua terra con queste parole che bene mettono in evidenza il sacrificio della libertà delle persone e della loro stessa vita quale prezzo di un futuro economico migliore, che però fallì: "ln nome dell'avvenire si scarificavano non soltanto i diritti personali e la libertà di quelli che vivevano il presente, ma anche delle vite umane" (in "Basilea: Giustizia e Pace" ed. Dehoniane, Bologna 1989, p.7)

Al termine di quel Convegno fu stilato un documento votato da tutti i Convegnisti, nel quale tra le altre cose è stato scritto: "Recentemente la riflessione sul futuro dell'Europa è stata stimolata dall'immagine di una casa comune europea. Quanto è realistica questa immagine riguardo ad un continente che è stato diviso così a lungo e in così tanti modi? La visione di una casa comune ci ricorda che tutti i popoli e gli stati europei condividono un comune fondamento, nella loro storia, nella loro eredità culturale, nei loro valori. Inoltre ci ricorda che l'Europa non dovrebbe essere identificata solamente con una sua parte. In una casa comune ci sono responsabilità comuni. Non è accettabile che alcune parti si trovino in stato di sempre maggiore arretratezza, mentre altre siano nell'opulenza. In una casa comune la vita è guidata dallo spirito di cooperazione, non di competizione. È anche importante ricordare che la visione di una casa comune europea implica il rifiuto di qualsiasi muro, barriera o trincea che rendono impossibile la comunicazione" ("Documento finale" n.66, ed. Dehoniane cit. pp. 195-196).

Ma una casa comune (che tra l'altro deve comunicare con altre case analoghe, come fu ricordato anche a Basilea) ha bisogno, per essere tale, di iniziative comuni, di comuni interessi, che investano la vita e la cultura, e non soltanto l’economia. Ecco un problema di velocità e di raccordi da stabilire.

                              

- La seconda testimonianza la raccolgo da un protagonista dell’auspicata caduta dei muri, Michail Gorbaciov. In una intervista rilasciata al corriere della Sera del l8 settembre 1993 così l'ex-presidente dell'URSS ha denunciato i motivi di crisi dell’Europa e implicitamente ha proposto le vie per uscirne. Egli, dopo aver osservato che il mondo attuare presenta un “paesaggio di profonda crisi, che minaccia soprattutto l'uomo", rileva quattro motivi di questa crisi:

- quello del modello di sviluppo tecnologico "che ha condotto – egli ha detto - ad un conflitto sempre più pericoloso nei rapporti tra l’uomo e la natura, sviluppo che "potrebbe minare le basi stesse della vita sulla terra".

- Il secondo motivo sarebbe i1 modello della vita sociale, sfociato in una profondissima contraddizione tra uomo e società, tra uomo e potere, tra uomo e potere”, la crescente tensione che segna persino i rapporti reciproci tra la gente".

- Il terzo motivo egli l'ha individuato nel sistema dei rapporti mondiali tra le nazioni “entrati nella più acuta contraddizione con le esigenze globali del passato, ostacola il cammino della realizzazione dell’ormai matura esigenza di riunire le forze dell'Umanità in nome detta eliminazione delle minacce globali".

- Il quarto motivo starebbe nel grave “degrado morale della personalità, che ha assunto proporzioni tragiche. Si perdono i fondamentali valori spirituali, senza cui, in sostanza, una vita normale, rispondente alle esigenze umane, è impossibile”

A queste difficoltà Gorbaciov propose un rimedio : "La più ampia collaborazione internazionale, basata sulla solidarietà - ecco il presupposto del successo nel superare gli attuali importanti fenomeni, il presupposto di una via d’uscita verso orizzonti nuovi, civili possibilità di un futuro sviluppo del genere umano”

Resta la domanda: come promuovere e suscitare questa solidarietà? Per quali vie? Il rischio può essere la retorica delle proclamazioni. per questo ritengo importante il convergere di varie competenze per trovare le possibilità reali per giungere al traguardo di una società più giusta, più umana e rappacificata.

                                   

- La terza testimonianza: nello stesso anno, 1993, un vescovo che per tanti anni era stato sotto il regime comunista, facendo il lavavetri, monsignor Miloslav Vlk arcivescovo di Praga, fatto presidente della conferenza cattolica dei vescovi europei, a conclusione di un simposio promosso da questa conferenza (Praga, 7-12 settembre 1993), così ha denunciato le attese e le difficoltà dell'Europa attuale, individuando “nella libertà e nella solidarietà" le due note di ogni società autenticamente umana.

Si tratta di due esigenze, egli ha detto, che trovano difficoltà di affermazione nei paesi post-comunisti per la scarsa fiducia nella capacità della società e delle sue istituzioni di esprimere una libertà capace di un impegno responsabile. “Si diffida - egli ha detto - persino dell'ancor giovane democrazia". E nei paesi democratici dell'Ovest, egli ha dichiarato, sono garantiti "molti diritti di libertà, eppure anche in essi spesso risulta frustrata la capacità dell’uomo di essere libero. Le democrazie europee ormai consolidate hanno imboccato la strada di un sistema economico che offre ai singoli molte libertà individuali, a condizione che si sottopongano alle numerose e surrettizie coercizioni del mercato, nel quale si comprano e si vendono non soltanto i beni di consumo, ma tutto ciò che è più prezioso per la vita dell’uomo.

In queste condizioni c'è il pericolo che la libertà rivendicata intristisca nell'assenza di solidarietà" ("L'Osservatore Romano" 20-21settembre 1993 p.6). Ancora una volta resta aperta la domanda: per quali vie far crescere in questo mondo nuovo la libertà e la solidarietà dei popoli?

                    

6. Alcuni rilievi a modo di conclusione

Come rispondere a tutte queste complesse domande? Molti fattori sono in gioco e dentro un mondo in veloce cambiamento, per cui è tanto più facile giudicare il passato che prevedere il futuro. Già all'inizio del mio intervento ho fatto presente la mia intenzione, l'ambito in cui mi sarei mosso: le istanze e i limiti dell'uomo quale soggetto e termine dell'attività economica e che non si conclude in essa.

L'uomo soggetto di moralità e non semplice ingranaggio della macchina sociale, e perciò responsabile della società che va costruendo.

L'uomo legato agli altri uomini prima di ogni sua scelta e che i progressi della tecnologia e dei mezzi di comunicazione sociale vanno rendendo sempre più prossimo.

L'uomo chiamato a libertà, ma che ogni giorno è tentato di prevaricare su quella degli altri sia come singolo che come gruppo o struttura, perché contraddittorio dentro di sé, e perciò ha bisogno di uno "spazio espressivo e di azione" e nello stesso tempo ha la necessità di chi lo "salvaguardi" dalle facili prevaricazioni degli altri.

La mia intenzione era solo quella di segnalare alcuni punti di riferimento che ritengo essenziali, partendo dal riconoscimento della grandezza e della debolezza dell'uomo nell'attuale situazione storica, e che richiede, per essere aiutato, sempre più la collaborazione di più competenze di studio e di esperienza e in particolare del riconoscimento di alcuni valori comuni in riferimento ai quali confrontarci e collaborare. Senza questa piattaforma comune ogni sviluppo scientifico e tecnologico può diventare strumento di divisione più che d'incontro, perché se il sapere scientifico e la tecnica sono uno strumento molto importante per il progresso dell'uomo, di fatto la sua crescita umana, cioè quella propria dell'uomo, è data dal suo modo d'intendere e di rapportarsi e di gestire la vita, dal modo di guardarne l'orizzonte e la profondità e di muoversi dal dentro, con libertà cosciente, senza essere manovrato dall'esterno.

In tutta questa vicenda 1'Europa di oggi, insieme ad una dolorosa eredità di divisioni tuttora presenti e di orrori, ci offre anche una storia ricca di valori che ancora stanno nella sua coscienza più profonda. L'ex-presidente della Germania, von Weizsacker, venuto a Pavia qualche anno fa per avere il conferimento di una laurea "honoris causa", nella sua "lectio magistralis", così prospettava le fonti e i modi della nuova Europa che egli auspicava "L'Europa che desideriamo creare non è ancora esistita. Non desideriamo retrocedere ai tempi medievali né all'epoca della Roma dei Cesari. La nostra politica, il nostro anelito, si rivolgono all'avvenire. Ma ciò non significa che noi dobbiamo dimenticare le nostre origini storiche. L'antichità classica, l’idea del diritto e dello stato, il cristianesimo con tutte le sue infinite influenze sul pensiero europeo, l'idea di libertà, la consapevolezza di un senso purificato dell'identità, sono altrettanti elementi che possiamo assumere dalla nostra storia per costruire la nuova Europa, un’Europa basata sul diritto, la libertà, il rispetto reciproco e l'eguaglianza di tutti i suoi membri".

In questa eredità del passato io vorrei sottolineare oggi l’importanza data, anche se non sempre rispettata, al valore della persona, della sua libertà e contemporaneamente del suo stretto legame con gli altri uomini. Molte istituzioni ne sono state eloquente testimonianza. Il terzo settore, il principio di sussidiarietà, ne possono essere una via di continuazione nell'oggi. Non però nel senso di uno stato dentro lo stato, ma di una articolazione interna della società, che lo stato è chiamato a servire, modellandosi perciò su di essa secondo i suoi sviluppi per salvaguardare il bene di tutti e non comportandosi da padrone.

È significativa per i credenti e i non credenti, dentro e fuori della Chiesa, la raccomandazione fatta da Gesù ai suoi discepoli che discutevano tra loro chi fosse il più grande. Scrive l'evangelista san Luca: "Sorse anche una discussione, chi di loro potesse essere considerato il più grande. Egli disse: - I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che servte" (Lc.22,24-26) e poi cita l'esempio di se stesso. Un orientamento che investe non solo la vita personale, ma anche quella della società e dello stato. Il terzo settore ne può essere un esempio e uno stimolo.

Collegio Borromeo, 19 novembre 1999

+ Giovanni Volta, Vescovo

Vita Diocesana 1999, pp.286-295