2008 Gazoldo Mn. Ricordi del suo paese negli anni '30 e '40
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- Categoria: la sua famiglia
- Pubblicato Venerdì, 04 Marzo 2016 18:44
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GIOVANNI VOLTA
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FRAMMENTI DI STORIA
PER NON PERDERNE IL RICORDO
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Gazoldo: prima, durante e dopo,
nell’immediato dopoguerra
pubblicato in

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Edizioni Postumia - Pubbli Paolini, Mantova dicembre 2008
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Perché ricordare?
Quando nelle nostre famiglie si presenta un ospite gradito, ci teniamo a mostrargli la casa, il giardino e magari raccontargli qualcosa della storia familiare. La casa e la storia di chi l’abita è la carta d’identità primaria con cui ci facciamo conoscere.
E quando nelle nostre famiglie nasce un bambino ancor più ci teniamo a fargli conoscere via via che cresce persone e cose con cui si trova a vivere. Una vita senza memoria resta come spaesata, fino a perdere la coscienza della propria identità. Lo vediamo tutte le volte che ci accade di conoscere per esempio una persona affetta dal morbo di Alzheimer: non solo non riesce a riconoscere gli altri, ma finisce anche col non sapere neppure chi è, passando dalla domanda dubbiosa: chi sei? a quella tragica: chi sono io?
Ciò avviene delle persone, ma può accadere, in qualche modo, anche per la comunità di un nostro paese. Se i segni del passato, come facilmente accade, scompaiono e con essi anche i testimoni del tempo trascorso perché non scrivono, non parlano, non raccontano, oppure sono andati ad abitare altrove o addirittura sono morti, anche un paese può perdere la coscienza della propria identità.
Per questo ho accettato l’invito di scrivere qualcosa della vita di Gazoldo. Della vita, anzi di qualche suo frammento, non della storia che richiederebbe più tempo e puntuale documentazione.
Scriverò come uno che torna a casa dopo un lungo viaggio e racconta ai suoi alcune cose che ha visto o sentito lungo il suo pellegrinare, tenendo presente che si tratta di fatti e persone visti e ascoltati dapprima da ragazzo, prima della guerra; da adolescente durante la guerra, e da persona più matura dopo di essa.
Teniamo presente che l’età, la sensibilità legata alle varie tappe della vita, le vicende della propria famiglia costituiscono come gli occhiali con i quali guardiamo e valutiamo ciò che accade attorno a noi. Queste sono le condizioni del mio raccontare.
Va aggiunto che nelle nostre case non circolavano allora molti giornali, non c’era ancora la televisione ad accompagnare le tappe di vita paesana che mi accingo a raccontare. Le notizie del paese correvano in quei tempi semplicemente di bocca in bocca, e i luoghi di trasmissione erano la piazza, l’osteria, la scuola, l’ambiente di lavoro, la chiesa.
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PRIMO TEMPO: GLI ANNI TRENTA
Siamo negli anni trenta, quelli in cui ho frequentato l’asilo tenuto dalle suore, nell’ala destra di chi accede all’attuale palazzo comunale e le cinque classi elementari dove ora ci sono gli uffici della posta (1° elementare) e nel caseggiato retrostante, trasformato poi in diversi appartamenti.
Un paese tranquillo era Gazoldo; non raggiungeva i duemila abitanti, ma aveva tanti bambini. Basta vedere le fotografie di quelli che frequentavano l’asilo (e non tutti vi andavano) per rendersene anche visivamente conto. L’avvenimento che ebbe più rilievo in quegli anni fu la guerra in Abissinia. Diversi partirono da Gazoldo, e noi ragazzi a scuola abbiamo imparato insieme ai tradizionali canti popolari, come “La violeta”, anche i canti fascisti: “Faccetta nera”, “La morte di padre Giuliani” (mi ricordo ancora alcune strofe di questo canto, come: “Ma la mitragliatrice non la lascio, gridò ferito il legionario al passo, grondava sangue sul conteso sasso…”) e diversi altri. Mi piaceva cantare e nel cortile di casa mia c’era chi mi chiedeva spesso di sentire qualcuno di questi canti.
In occasione della guerra furono stampate anche delle figurine con l’immagine dei vari “Ras” che governavano le diverse regioni dell’Abissinia, come Ras Immiru, Ras Destà, Ras Mulughetà (ricordo ancora questi loro nomi). Le loro immagini le trovavamo, ricordo, in caramelle a due colori (bianco e nero) come le attuali Mu, e ne facevamo la raccolta, scambiando con i compagni di classe le figurine che ci mancavano. Per noi ragazzi anche la guerra, presentata dai giornali, dalla radio e dalla scuola come una gloria, perché in vista dell’Impero di romana memoria, era motivo solo di gioco e di canto.
La raccolta delle figurine rappresentanti i vari “ras” equivalevano per noi ragazzi a quelle dei giocatori del calcio.
Non so se per il clima creato dalla spedizione italiana in Africa o per il nostro gusto nello sfidarci, accanto al gioco di guardie e ladri o di nascondino, giocavamo spesso anche alla guerra, dopo esserci fabbricati delle spade molto rudimentali con dei legni, delle assi. Guerre di bambini che terminavano spesso con degli screzi tra di noi. Anche nel gioco la guerra divide.
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1.1. Di cosa viveva la nostra gente?
L’economia dominante, come in gran parte delle regioni d’Italia, nel nostro paese era quella dell’agricoltura, che non permetteva abbondanza nelle case, e impegnava tutti nel lavoro, piccoli e grandi, uomini e donne. I grandi provvedevano ai principali lavori dei campi e delle stalle, i ragazzi collaboravano portando da bere e la colazione nei campi, e nei lavori alla loro portata come nella zappatura del frumento e del granoturco (allora non si usavano i diserbanti per le erbe che infestavano il terreno), durante la raccolta del frumento, del fieno, del granoturco, delle barbabietole, nel togliere le pannocchie di granoturco dal loro involucro (“smanelà” in dialetto).
Oggi abbiamo il problema di come impegnare i ragazzi durante le vacanze e abbiamo inventato i Grest. Allora la soluzione era molto semplice: anche i ragazzi erano ingaggiati per i lavori nei campi.
In paese era stata istituita la così detta “colonia elioterapica”, un po’ di sabbia e tanto sole; già, questo era abbondante e gratuito. Pochi però la frequentavano. Qualcuno andava in colonia in montagna o al mare, quando c’erano serie necessità fisiche.
Al sabato pomeriggio si era incominciato a celebrare il “sabato fascista”, che consisteva in esercizi ginnici e marce svolti generalmente sul “prato della fiera”, di fronte alle nostre proprietà. E mio padre, che veniva da una esperienza di lavoro fin dalla giovane età, vedendo quell’impegno dei ragazzi e dei giovani, umoristicamente esclamava: fate ginnastica produttiva (quella del lavoro), non quella improduttiva (delle marce, dei saggi ginnici). E coerentemente ingaggiava noi figli nel lavoro dei campi. Anch’io quand’ero in vacanza dal Seminario partecipavo al lavoro nei campi.
Aggiungeva mio padre, a giustificazione di questo metodo pedagogico: l’ozio è i padre dei vizi. Un proverbio che penso abbia valore ancor oggi.
E le donne? Poco più di vent’anni fa fui chiamato da una insegnante di scuola media superiore a Mantova per parlare della civiltà contadina. Una classe di sole ragazze e tutte risentite per le condizioni di vita che secondo loro erano state riservate per le donne della loro precedente generazione.
L’invito mi era stato rivolto non perché ero prete e neppure perché allora risiedevo all’Università Cattolica, ma perché venivo da una famiglia di contadini.
Riconobbi davanti a tutte quelle ragazze che era veramente dura la vita di molte donne nei nostri paesi di campagna, ma nello stesso tempo era molto importante la loro presenza e attività per la vita delle nostre famiglie, tanto che si diceva: una casa va avanti bene se è governata da una brava donna.
Nella vita pubblica le donne non avevano una presenza di rilievo. Molte si vestivano delle feste solo alla domenica, quando venivano in chiesa. Non frequentavano in genere luoghi pubblici come il bar, erano solitamente assenti dalla vita politica.
In casa però non solo lavoravano molto, ma erano anche determinanti per l’educazione dei figli, un compito affidato comunemente a loro.
Molte spese di casa poi, come la dote delle figlie, i vestiti e le scarpe per i bambini, erano spesso sostenute da loro mediante la vendita delle uova, dei pulcini, la coltivazione dei bachi da seta, il pollaio, il mantenimento del maiale … C’era allora una presenza rilevante dell’economia domestica affidata in gran parte al lavoro e all’oculatezza delle donne di casa. Si poteva parlare di una specie di economia sommersa, ma determinante per la vita delle singole case.
A questo lavoro s’aggiungeva frequentemente quello nei campi, svolto nelle terre di altri da parte delle famiglie più povere (come per esempio con il sistema del “furmentun a la sapa”, l’aiuto per la mietitura, per la raccolta del granoturco, la vendemmia), o nei propri poderi da parte di quelle possidenti.
L’autorevolezza però più grande della donna veniva dal suo ruolo di “educatrice” dei figli. Compito che i mariti, presi dal lavoro, solitamente lasciavano ben volentieri a loro. Quel giorno le ragazze che mi ascoltavano riconobbero che i loro genitori ricordavano più la loro mamma che il loro papà per l’evidente presenza più incidente nella storia dei figli.
Anche tra le donne però vi furono iniziative, diremmo oggi, di “emancipazione”. In un angolo del prato della fiera si erano costruite un campo da tennis, che regolarmente frequentavano. In buona parte erano maestre del paese non ancora sposate. E vi era chi in paese commentava il fatto dicendo che si trattava di una iniziativa da ricchi, altri che era una forma di esibizionismo, altri ancora giudicavano positiva questa iniziativa perché, dicevano, anche le donne hanno diritto di far sport. C’era anche chi pensava che questa fosse una buona strada per trovar marito. Sta di fatto che, quando le sportive sono arrivate a sposarsi, crebbe l’erba sul campo da tennis, che alla fine fu chiuso.
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Accanto al prevalente lavoro agricolo c’erano in paese altre forme di lavoro come quello del ciabattino (ricordo Cavalieri, dal quale mi fermavo per vedere come unendo canape e pece formava lo spago per cucire le scarpe), dell’arrotino (Federici, detto “al muleta”, al quale i figli, diventati poi benestanti, vollero costruire un monumento alla memoria del lavoro del padre), dell’oste (diverse erano allora le osterie: da quella di Nando, detta oggi “Il Principe”), a quella “Al ponte”, di Rubini (dove or abitano i Donelli, accanto al supermercato), di Vaccari detto Cincin: “La pergola”, dei “Tre Garibaldini”, la “Trattoria alla pace” della Bianca Grazioli in fondo ai portici.
Altri mestieri erano quelli del droghiere (come in piazza: Donelli, detto “Al Mabil”), del meccanico (come Galeotti, detto Luisin, per le biciclette; Belletti per macchine), del sarto-barbiere (Buffi, detto Menech), del carrettiere (Batista Azzini), del maniscalco (Musoni), della rivenditrice del latte che passava di casa in casa con i vari misurini (la Clotilde moglie del carrettiere Codurri che s’intartagliava). Tutti lavori che permettevano di campare, non però di arricchirsi. E qualche volta anche di non farcela a campare e di avere bisogno per questo del generoso aiuto altrui.
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Quand’ero all’Università Cattolica invitai uno studente africano della Costa d’Avorio a pranzo a casa mia. Un pranzo ordinario con il primo e il secondo. E lui: sa che noi, mi disse, in Africa abbiamo solo una portata? Ed io, d’istinto, con una punta di rivalsa: vedi anche noi, un tempo, avevamo solo una portata. Poi siamo cresciuti, abbiamo lavorato, e siamo giunti ad avere due portate.
A Gazoldo in quel tempo correva questa triste storiella: presso la famiglia tal dei tali a pranzo mangiano tutti intingendo il boccone di polenta all’unica sardina in tavola. Penso che non fosse vero. E’ vero però che in alcune famiglie più volte sarebbe mancata la minestra a mezzogiorno se le suore o una buona famiglia non avessero provveduto.
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Di industrie a Gazoldo allora non se ne parlava neppure. Solo Arturo Nodari era riuscito a mettere in atto una piccola industria del vino, rinomata tra l’altro per il bianco “Lugana”, ma non in grado di dar lavoro a molte persone.
Sempre per queste condizioni economiche pochi seguivano gli studi dopo la quinta elementare. Durante gli anni trenta a Gazoldo frequentava l’Università solo uno studente, che divenne medico. Prima ci fu il dottor Bresadola.
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1.2. Come ci si divertiva?
La presenza del lavoro sul posto per l’agricoltura locale (pochi lavoravano fuori paese) e la povertà dei mezzi di trasporto costringevano la gente a vivere gran parte del proprio tempo a Gazoldo. Il mezzo di locomozione più diffuso era la bicicletta. Vi erano dei giovani che alla domenica arrivavano a fare il giro dell’intera gardesana in bicicletta. Ma si trattava di pochi. Per un certo tempo vi fu anche un tram che collegava le Grazie con Asola, passando per Gazoldo (rimane ancora un segno della sua presenza la stazione che si trasformò in “Osteria della stazione”). Non lasciò però grande traccia di sé. Di esso ricordo solo il fischio.
Il gioco che coinvolgeva l’intero paese era quello del tamburello. Negli anni trenta Gazoldo in questo sport ebbe rilievo nazionale. Il suo campione era Gino Sereni che nel 1939, con giocatori di altri paesi, vinse il campionato nazionale. Le partite ufficiali venivano disputate nel così detto “prato della fiera”, attualmente occupato da diverse case con in fondo la caserma dei carabinieri (Via Albertoni). Molte volte però si giocava anche in piazza, non ingombrata a quei tempi da lampioni e cunette. Il gioco del pallone invece, molto diffuso in altri paesi, da noi non attecchì mai se non tra i più giovani.
Noi ragazzi avevamo come dei tempi stabiliti per i giochi: all’inizio della scuola si giocava con le palline di terracotta: alla buca o al mucchietto; qualcuno giocava anche ai bottoni. Ricordo come si guardava con soddisfazione al sacchetto delle palline raggranellate nelle diverse giocate, o ai bottoni di madreperla che si riusciva a vincere. Passata la stagione questi tesori perdevano però tutto il loro valore, come se ci fosse stata la svalutazione, per poi riprenderlo l’anno seguente nello stesso tempo dell’anno.
D’inverno la neve era sempre motivo di festa e di baruffe tra noi e di preoccupazione per i nostri genitori. I più esperti, quando l’acqua ghiacciava nei fossi, passavano delle ore a slittare in gruppo sul ghiaccio. Gli zoccoli di legno (li “sgalmeri”) chiodati ben si prestavano per questo “sport”. Bene descrive questa scena dei ragazzi che andavano a “sliciar” nei fossi con l’acqua ghiacciata un prete di quel tempo, don Doride Bertoldi, che in una poesia dialettale, “L’inveran” (nella raccolta “La musa paisana cun li fransi”), così scrive:
“Sa s-ciara on poch…an fioca pu e i balos,
ch’in ved l’ora da corar a sliciar,
so tuti a sbrigulon dentr in di fos:
prim mi…prim ti…i s’è tacà a sburlar,
e i casca e i rid e i pians e l’s maladis,
e i slicia con na gamba e i s’incucis”.
C’erano poi i burattini sia nel teatrino al primo piano della casa dei Piuma (sull’angolo per andare a Piubega), sia nel cortile dell’osteria dei tre Garibaldini. Il conduttore era un certo Salici. Di quelle rappresentazioni ricordo ancora la storia biblica di Sansone, che mio padre già mi aveva raccontato nelle sere d’inverno. Quando si andava ai burattini d’estate all’aperto, alle volte si doveva portare la sedia per mancanza di panche. Tra un atto e l’altro venivano vendute delle bottigliette di gazzosa, con nel “collo” una pallina di vetro, “al picio”, per rallentare l’uscita della bevanda.
D’inverno nelle stalle - perché in casa di camere riscaldate c’era solo la cucina - qualcuno raccontava delle fiabe, mentre gli uomini sgranavano le pannocchie di granoturco, scelte quando ancora erano sull’aia in vista della futura semina (non si andava allora a comperare la semente), e le donne agucchiavano per far calze o maglioni; anche noi bambini andavamo, sempre curiosi di sentire il racconto di qualche favola. Nella stalla dei Volta in questi racconti eccelleva Fioravazzi; in quella dei Pacchielli Licurgo Tenedini. E poiché le sere erano lunghe, passava alle volte il Geni (Eugenio Paccini) che vendeva lupini oppure ceci in piccoli imbuti fatti con i fogli di un giornale o di un quaderno usato. Erano venduti anche i semi di zucca abbrustoliti e salati (i “brustulin”).
Con i primi tepori primaverili noi ragazzi tornavamo a giocare sulla strada (allora passavano solo le biciclette e raramente qualche macchina). Due strumenti di gioco prevalevano sugli altri: il “fürlo” (la chiocciola) e il “gerlo” o “sciancol” (la lippa) che ci fabbricavamo noi stessi. Giocate appassionanti che ci facevano dimenticare le preoccupazioni dei compiti e della scuola.
In alcuni ci dedicavamo anche al tiro dell’arco, fatto con rami di bambù, usando frecce ricavate da steli di frumento maturo con in testa, come un tappo, un pezzetto di ramo di fico che si prestava ad essere infilato dalla freccia per l’“anima” molle che l’attraversa. La massima prova della nostra abilità era di poter superare con la freccia l’altezza della mia casa.
Quando poi iniziava l’estate andavamo anche a nidi, sapendo ben distinguere dal colore delle uova se si trattava di passeri, di merli, di quaglie, di “sgasete” e avendo cura che altri ragazzi non trovassero i nidi scoperti da noi. Era legge però che non si dovevano mai prendere i piccoli ancora implumi.
Il sollievo dopo il gioco o il lavoro nella stagione calda era il bagno nei fossi che si riempivano quando venivano irrigati i prati. Gli esperti andavano a nuotare al bugno della Marchionale, verso Villa Cappella; molti altri al bugno detto dei Milanesi (non so perché questa qualifica), nei campi dei Serventi, oppure ai “tri curent” in Bellanda.
Qualcuno d’estate andava ad assistere alle opere liriche che venivano rappresentate all’arena di Verona. Vi andai anch’io un giorno. Si trattava del Rigoletto. Ci portò in macchina una persona amica. In cinque ragazzi eravamo stipati sul sedile posteriore. Era una fiat “balilla”. Mi colpirono allora alcune cantate, la scena dei cerini che gli spettatori accesero insieme, all’inizio dello spettacolo, e i cuscini (serviti per non sedersi sul marmo) che alla fine dello spettacolo venivano lanciati sulla gente delle gradinate inferiori.
Quando siamo tornati per qualche settimana si sentì cantare nel cortile di casa “La donna è mobile”.
Anche dei film venivano proiettati in un teatrino a Rodigo, oppure a Gazoldo. Ricordo quelli proiettati all’aperto, alla fine degli anni trenta, davanti all’attuale municipio, quando ormai non c’erano più le suore. Un giorno andammo in alcuni sul carretto trainato dal cavallo a Redondesco per vedere un film su san Giovanni Bosco. Ci piaceva sentir raccontare e vestire di immagini le nostre fantasie. I più svelti nella lettura ci aiutavano a comprendere rapidamente le didascalie che si succedevano nei film muti. In particolare ci piacevano i film di guerra.
C’era poi in paese una tradizione antica, che in seguito è scomparsa: “Cioca marso”. Rappresentava l’annuncio della fine dell’inverno. La sera del primo giorno di marzo un gruppo di ragazzi, con il suggerimento spesso di alcuni adulti, partendo da via Cantarana (in verità era via Serafina Forti) percorreva tutta la strada principale di Gazoldo cantando una filastrocca dialettale a cori alterni per annunciare i nuovi fidanzamenti dell’anno e alle volte anche legami extraconiugali, con l’accompagnamento rumoroso di lattoni e di secchi rotti percossi dai ragazzi con bastoni. La prima voce intonava: “Cioca marso”, e gli altri rispondevano: “Su questa terra”. E continuavano: “Per sposare”, “Una figlia bella”, “Chi èla?”, “Chi nun ela?”. Seguiva il nome e poi quello del fidanzato e della dote, per concludere al termine di ogni annuncio, per un ironico applauso, con il frastuono dei lattoni.
La gente ascoltava curiosa dietro le porte e le persiane. Una specie di gossip popolano ante litteram. Era un modo burlesco di mettere in piazza notizie piccanti e di festeggiare così la primavera che si avvicinava.
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1.3. Le suore cappellone 
Dopo la prima guerra mondiale il proprietario dell’attuale palazzo del comune, il signor Provasoli, volle mettere a disposizione degli orfani di guerra la casa di sua proprietà e per questo chiamò la suore di san Vincenzo, comunemente dette “cappellone” per l’originale copricapo che portavano, perché avessero cura di quelle ragazze e ragazzi. Insieme a questo compito le suore svolsero un servizio prezioso anche per il paese. Erano circa dieci e si dedicarono particolarmente all’educazione della gioventù femminile e alla cura dei poveri. La prima superiora fu suor Panelli, una donna piena di iniziative, che adattò la casa alle sue nuove funzioni. Le succedette suor Vincenza.
Per l’educazione delle ragazze le suore aprirono una scuola di cucito, di rammendo e di ricamo. Le ragazze che si iscrivevano a questa scuola per imparare pagavano dieci lire al mese, mentre quelle che lavoravano per le ordinazioni di capi di vestiario o di biancheria che le suore ricevevano da una ditta di Torino, ricevevano sessanta lire al mese.
Un centinaio circa erano le ragazze che frequentavano questa scuola o per imparare o per collaborare. Venivano anche dai paesi vicini. Si trattava di una scuola di lavoro molto ordinata e di buon livello, tanto che molte allieve hanno poi continuato nella loro vita quell’impegno lavorativo facendosi onore e guadagnandosi da vivere.
Insieme al lavoro, naturalmente, le suore avevano cura dell’educazione morale e religiosa delle ragazze, riuscendo a dare un’impronta di serietà al paese. Diceva allora il parroco don Rondelli: se in un paese le ragazze si comportano bene, tutta la comunità migliora.
Ricordo che a dottrina noi avremmo voluto avere come catechista suor Cecilia, insegnante e guida dei canti religiosi e molto cordiale con noi bambini.
Le suore tenevano anche l’asilo. Andavamo all’asilo al mattino (ciascuno con il proprio cestino per il pranzo di mezzogiorno). E poiché ci fermavamo fino al tardo pomeriggio, le suore ci fornivano la minestra, che veniva servita in scodelle di alluminio infilate in tanti larghi fori del tavolo perché non le avessimo a rovesciare. Come companatico mangiavamo quello che ciascuno portava da casa (dopo diversi anni mia madre mi raccontò che io mi ero lamentato con lei perché le suore tenevano molte galline, ma non le davano mai a noi da mangiare. Quando è in gioco il proprio interesse anche un bambino si mette a protestare).
Dopo il pranzo dormivamo con la testa ripiegata sui banchi. A quell’età non avevamo bisogno di tranquillanti per dormire.
Tutti portavamo il grembiulino e almeno una volta all’anno tenevamo un saggio teatrale. Una giornata di grande gioia perché molta gente veniva a vederci e ad ascoltarci e alla fine ci buttava tante caramelle sul palco. Ricordo ancora la “dolce tempesta” delle caramelle che battevano e rimbalzavano sull’assito del palco.
Un’altra attenzione che coltivarono le suore cappellone in paese era quella per i poveri. Allora non avevamo gli extracomunitari che chiedevano aiuto, ma molte nostre famiglie, specialmente quelle numerose, e le suore provvedevano la minestra (che allora costituiva il nutrimento base di gran parte delle famiglie nei giorni feriali) e il vestiario a diverse persone. Un impegno che favorì molto la simpatia del paese per la loro presenza.
Nel 1937 però le suore di san Vincenzo hanno lasciato il paese con sorpresa di molti. Non pare che ciò sia accaduto per loro volontà né per quella del parroco, con il quale avevano collaborato con tanta armonia, ma per l’intervento di qualcun altro. Di quel momento conservo solo alcune fotografie scattate da mio padre, con scritto a tergo di una di esse: “-Come hanno perseguitato me, così perseguiteranno anche voi-. Questo è l’unico contrassegno che siamo suoi seguaci” Gazoldo, 30-3-37 Francesco Volta.
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1.4. La scuola
C’era allora un’unica sezione nelle scuole elementari per cui le classi risultavano spesso molto numerose fino a superare i trenta alunni e ancora oggi mi meraviglio che le maestre (erano tutte donne) riuscissero a tenere la disciplina.
Fino a Natale in prima elementare ci esercitavamo nel fare le aste e i quadrati, scrivendo all’inizio soltanto con la matita per non correre il rischio di imbrattare i quaderni. Conservo ancora quel primo quaderno. Diventati “provetti scrittori”, avevamo accesso all’inchiostro, che veniva tenuto in un recipiente di vetro infisso in ogni banco per servire ai due che vi si sedevano. Con la scrittura ad inchiostro è iniziato anche l’interesse per i pennini e per il loro commercio o scambio tra noi.
La frequenza dell’asilo disponeva alla disciplina della scuola; ma non tutti facevano questa esperienza, così che l’andamento delle classi era spesso disomogeneo.
C’erano insegnanti accoglienti, altre burbere, altre un po’ nervose. Noi ragazzi però cercavamo sempre il modo di trasformare la vita in un grande gioco. Alcune maestre punivano mandando gli alunni nel banco degli asini, oppure dietro la lavagna, ma anche questi gesti non ci scoraggiavano. Un ragazzo un giorno, mandato per punizione dietro la lavagna, vi trovò una gabbietta con dentro un cardellino. Non sapendo cosa fare, liberò l’uccellino dalla sua gabbia, e l’insegnante non mandò più bambini dietro la lavagna.
Il partito fascista, molto attento ad avere dalla propria parte i giovani, aveva introdotto nella scuola alcuni segni della sua presenza come la divisa dei balilla, dei fucili di legno (ritagliati semplicemente in pezzi di assi, per ricordare lo slogan: libro e moschetto), il saluto romano e dei canti, specialmente durante la guerra di Abissinia. Ho l’impressione, però, che noi vivessimo come alla periferia di queste preoccupazioni politiche. Il giudizio che ascoltavamo era quello di casa.
Quanto all’esito dell’insegnamento scolastico, mi è parso che l’insistenza maggiore fosse di ottenere le abilità fondamentali - quelle di saper leggere, scrivere e fare i conti - dato che la quasi totalità dei ragazzi non andava oltre la quinta elementare. L’insegnante, mi pare, aveva un’autorità educativa maggiore di quella dei tempi attuali. I genitori erano nella stragrande maggioranza di cultura scolastica inferiore a quella di chi insegnava nelle scuole e non c’erano allora molte altre fonti educative fuori della famiglia oltre la scuola e la Chiesa.
La preoccupazione del lavoro per riuscire a campare induceva le nostre famiglie a mobilitare anche i bambini nei lavori di casa, dei campi, della stalla, mortificando il loro impegno scolastico. Un episodio significativo al riguardo: nella mia classe c’erano dei ripetenti, specie in quarta e quinta, ed uno di questi spesso si addormentava in classe. L’insegnante naturalmente lo rimproverava e alle volte lo puniva anche. In un incontro di classe che feci avanti negli anni con i miei compagni delle scuole elementari seppi il motivo di quel suo comportamento: egli si alzava presto al mattino per aiutare suo padre nell’accudire alle bestie nella stalla. Poi, alle otto, prendeva la bicicletta e veniva a scuola. Evidentemente era portato a riprendere il sonno che aveva interrotto troppo presto.
Per le persone adulte in quel tempo vi furono alcune iniziative per aiutare la gente a svolgere meglio i propri compiti lavorativi, in particolare quelli agricoli. L’insistenza del Fascismo per una produzione agricola più efficiente, più abbondante aveva spinto i Comuni a promuovere dei Corsi di aggiornamento. Riporto per questo qui una foto che documenta i partecipanti ad uno di questi corsi per l’agricoltura. In mezzo a loro c’è il podestà dell’epoca, Corradini, con accanto l’istruttore del Corso.
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1.5. Don Giovanni Battista Rondelli e la vita religiosa del paese
Durante gli anni trenta fu parroco di Gazoldo don Rondelli (ben pochi sapevano che aveva nome Giovanni Battista). Era venuto a Gazoldo nel 1927, dopo essere stato parroco di Formigosa[1]. Ancora giovane, poco più di quarant’anni, doveva però aver avuto dei disturbi circolatori: di frequente non gli venivano le parole, e per questo usava uno strano intercalare: “è una cosa”. Vidi un giorno che usava particolari precauzioni per il cibo, per cui mangiava per esempio la polenta e non il pane. A motivo dei suoi capelli bianchi ci sembrava anziano. Camminava con una gamba rigida così che non poteva mai inginocchiarsi. Noi chierichetti cercavamo di aiutarlo portandogli il calice sull’altare all’inizio della Messa e riportandolo poi in sagrestia alla fine. Nonostante però questi limiti di salute egli era molto attento agli ammalati, che visitava di frequente e si prestava anche per far loro le punture ordinate dal medico (tanto che la gente diceva: è come un dottore).
Fine e riservato nel trattare, disponibile nel servizio religioso alla gente, da questa era molto stimato. I ragazzi però desideravano un prete più vicino a loro. Egli succedeva ad un sacerdote estroverso e generoso, don Paolo Filippini[2], che aveva animato la parrocchia con il canto e teneva la canonica sempre aperta.
Don Rondelli, invece, giunto con due sorelle, che morirono ambedue a Gazoldo negli anni trenta, aveva delegato alle suore l’attività pastorale per le giovani, per il canto e per il catechismo, riservando per sé le funzioni in chiesa, la predicazione, la catechesi domenicale agli adulti, la cura delle confessioni, la visita agli ammalati, dov’era però coadiuvato anche dalle suore.
Potremmo dire che il nuovo parroco ben s’adattava al titolo che veniva dato a quei tempi ai Gazoldesi: “I nubilin de Gasold” (espressione associata, per contrasto, a quella applicata agli abitanti di Rodigo: “I sbrudulun de Rodeg”). Don Rondelli si comportava così non certo perché si ritenesse superiore agli altri, ma, affinato dalla malattia, aveva assunto un atteggiamento costantemente misurato. Ricordo che noi chierichetti lo vedevamo “nervoso” solo quando c’era da fare qualche processione. Evidentemente le sue condizioni di salute in quelle occasioni lo mettevano un po’ a disagio
D’inverno egli celebrava sempre la santa Messa dei giorni feriali nella cappella delle suore situata nello spazio dove ora convergono le due scale che salgono partendo dall’androne sul quale si apre la porta principale del palazzo. L’ambiente era riscaldato e perciò favorevole alla sua salute.
Per sant’Ippolito si teneva la processione all’esterno della chiesa con la statua e la reliquia del santo, custodita in un prezioso reliquiario d’argento. In quella occasione venivano invitati diversi preti dei paesi vicini. Nonostante il caldo, numerosa era l’affluenza dei fedeli. Ricordo che un anno il parroco chiamò a predicare alla fine della processione un rinomato professore del Seminario di Mantova, parroco del Duomo, monsignor Antonio Boni. Piccoletto di statura, grassottello, da diversi fedeli fu scambiato per il parroco di san Fermo, e la gente commentò: com’è diventato bravo don Schivi a parlare!
Al pomeriggio della domenica non c’erano in chiesa i vespri, che introdusse poi il suo successore, don Prati, ma la dottrina dei bambini (divisi per classe e tenuta dalle catechiste), e quella degli adulti (tenuta dal parroco), che riempivano la chiesa per metà. Alla fine vi era per tutti in chiesa la benedizione eucaristica con l’ostensorio.
A quel tempo veniva fissato dal Vescovo il tema di dottrina da trattare nelle singole domeniche in modo che i fedeli, che per vari motivi si fossero trovati di domenica in altre parrocchie della Diocesi, potessero seguire l’ordine della loro istruzione religiosa senza interruzioni. Temi e date erano pubblicati su Bollettino Ufficiale della Diocesi al quale ogni sacerdote era tenuto ad abbonarsi.
Le campane in quell’epoca suonavano più volte al giorno. Al mattino presto, quando c’era ancor buio, suonava “L’Ave Maria” con in aggiunta la segnalazione del tempo: un botto significava sereno, due botti nuvolo, tre botti pioggia, quattro botti neve. La santa Messa era annunciata da tre richiami: mezzora prima, un quarto d’ora prima e la campanella posta davanti alla porta laterale della chiesa quando iniziava la celebrazione. Alla domenica, per la così detta Messa grande, quella delle 10,30, il primo annuncio veniva fatto un’ora prima. Le campane suonavano ancora al mattino e al pomeriggio per la scuola, e poi a mezzogiorno e alla sera, sull’imbrunire. Era l’ora di notte, si diceva.Venivano suonate le campane pure quando un bambino veniva battezzato, con la segnalazione se era maschio o femmina (che aveva un botto in meno), e quando qualcuno moriva. Un tempo si segnalava perfino l’agonia delle persone, perché i fedeli pregassero per chi stava per presentarsi a Dio. I segnali della morte di qualcuno venivano chiamato “i transit”, a significare che una persona era “transitata” dalla terra al cielo.
Ricordo questo procedimento scrupoloso anche nel suono delle campane per sottolineare che la comunità parrocchiale era invitata a partecipare agli eventi importanti che accadevano sul territorio, perché ogni nato, ogni battezzato, e ogni morto riguardava tutti, doveva interessare tutti.
Per questo compito c’era un addetto, il sagrestano, il quale risiedeva all’interno dell’edificio della chiesa, vicino al campanile. Ne conobbi due: Luisin (Luigi Mantovani), così lo chiamavamo, che ai nostri occhi di bambini appariva molto severo, e Ferrari, un uomo mite, con moglie e senza figli, che da giovane era stato a lavorare in Germania, nella Ruhr.
Quando le suore lasciarono il paese nel 1937, il parroco incominciò a peggiorare nella salute e a sentirsi inadeguato al suo compito. Per questo il Vescovo di Mantova, monsignor Domenico Menna, nel 1940 lo trasferì nella piccola parrocchia di Carzeghetto dove poco tempo dopo, il 1 novembre dello stesso anno, moriva all’età di 55 anni.
E’ significativo che sulla sua tomba egli non abbia voluto, così mi è stato riferito poiché io ero già in Seminario, né lapidi e tanto meno iscrizioni, ma solo una croce di legno (che personalmente vidi dopo qualche tempo). In quell’angolo, quello a destra di chi entra nel cimitero di Carzeghetto, da me recentemente visitato, ora vi sono solo tante erbacce e nessuno sa che lì è stato sepolto don Giovanni Battista Rondelli.
Una vita silenziosa la sua, provata da molte sofferenze, trascorsa con grande fedeltà al proprio impegno sacerdotale. Nella cura pastorale don Rondelli rifiutava tutte le novità liturgiche del tempo, come per esempio la recita del vespro alla domenica, l’attivazione di un oratorio. Probabilmente ciò accadeva per le sue deboli forze fisiche. Ebbe però costante cura del servizio religioso per la sua gente e coltivò con costanza una viva devozione al sacro Cuore di Gesù, devozione allora molto diffusa anche tra la gente. Tenne sempre per questo una grande statua del sacro Cuore (regalata dalla signora Argia Bresadola, madre del dottor Bresadola) al posto del Crocifisso sull’altare, nonostante qualche rimostranza che gli pervenne (così mi hanno riferito) dalla Curia vescovile. (La signorina Rina Serventi aveva pure regalato alla chiesa una tovaglia d’altare, in quel tempo, con sopra dipinto il sacro Cuore). L’attuale sostegno dell’altare provvisorio in chiesa parrocchiale costituiva il piedestallo di quella statua.
In quegli anni Gazoldo si distinse tra tutti i paesi circostanti per la partecipazione dei fedeli alla vita religiosa della parrocchia. In chiesa era allora costume che gli uomini si mettessero nei banchi a destra di chi guarda l’altare e le donne a sinistra, tutte con il velo in testa, e nei primi banchi i bambini. Molti uomini andavano anche in Coro per assistere alla santa Messa. Un’abitudine che li distoglieva però dalla partecipazione attenta alle celebrazioni. L’andare in Coro per molti segnava il passaggio dall’età infantile a quella adulta. Sarà il parroco seguente, don Prati, a svuotare progressivamente il Coro dai suoi frequentatori.
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1.6. Il mercato e le fiere
Una delle attrattive che esercitava Gazoldo presso i paesi vicini era il mercato del lunedì. Veniva molta gente non solo per le cose minute, ma anche per negoziare il bestiame, per comperare il fieno, per commerciare i polli. Le donne erano particolarmente interessate a questo mercato perché da esso ricavavano buona parte del reddito che dedicavano a varie necessità della casa. Ogni casa allora era fornita di un pollaio che era alle dirette dipendenze delle donne.
Per il mercato dei polli c’era in paese una zona a parte, presso l’osteria della stazione, mentre per il mercato del fieno e del bestiame veniva occupata la zona del paese situata davanti al palazzo di Pigozzi (ora di Marcegaglia), compresa la prima parte del “prato della fiera”.
In occasione poi della fiera di settembre prendeva un certo rilievo il mercato del bestiame. Venivano in quella occasione molti agricoltori anche da lontano per vendere o per comperare. Ma questo mercato veniva gestito esclusivamente dagli uomini.
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1.7. Alcuni personaggi tipici di quel tempo
Dopo questo rapido sguardo ad un tempo così lungo per me bambino e così breve per gli adulti, vorrei ricordare alcune figure che ci fanno toccare quasi con mano la varietà di spirito e di atteggiamento degli abitanti di Gazoldo.
Il giornalaio del paese. Come in tutti i paesi anche a Gazoldo c’erano della macchiette o delle figure tipiche che noi ragazzi subito notavamo, come “Giuvaca”, che, privo di una gamba, camminava a fatica con due stampelle e vendeva dei giornali. S’appostava per questo vicino alla porta della chiesa oppure in qualche altro punto strategico per incontrare più facilmente i suoi clienti. Egli non sapeva leggere ed era mentalmente un “semplice”. Qualcuno sul serio o per scherzo approfittava della sua infermità fisica e mentale per chiedergli in prestito uno dei giornali che teneva senza pagare (solitamente la “Domenica del Corriere”, che attirava per la sua prima pagina a colori). Ma Giuvaca, rendendosi conto del tentativo d’inganno, gli rispondeva: no. E portava le ragioni: se tu leggi il giornale mi mangi tutte le parole e così dopo non lo posso più vendere.
Il contastorie. Un narratore invece di storielle e battute scherzose, celebre in tutto il paese, era il Geni (Paccini Eugenio). Un artista del narrare. Egli allora vendeva i lupini, i ceci, le granite d’estate, e forse non si rendeva conto che la merce migliore che distribuiva in paese era l’allegria che procurava con i suoi racconti. Un caro amico di Brescia, diventato poi prete, che l’aveva ascoltato da ragazzo qui a Gazoldo, quando l’incontravo mi chiedeva sempre: e il Geni c’è ancora? Racconta ancora quelle storielle?
I Cantori di spicco. In chiesa due cantori si distinguevano durante le funzioni solenni per i loro gorgheggi tenorili: Poldo (Leopoldo Paccini, capostipite della numerosa famiglia dei Paccini che abitavano a Gazoldo) e Paganini Ippolito, che aveva due solenni baffi. Eseguivano canti da soli stando in coro mentre la gente li ascoltava in silenzio, stupita. Goffredi Pino, invece - un cantore già dai tempi di don Filippini, meno celebre dei precedenti, ma assiduo frequentatore della chiesa - partecipava spesso agli Uffici per i morti che si celebravano al mattino presto, prima della santa Messa, particolarmente in novembre e cantava brani del libro di Giobbe in latino, improvvisando la melodia quasi fosse un cantautore. Da chierichetto ascoltavo stupito i suoi ricami musicali che egli accompagnava con movimenti ritmici della testa.
La tuttofare. Una donna, frequentatrice assidua della chiesa, sempre disponibile per faccende fuori di casa sua, si metteva costantemente in testa alle processioni e ai funerali che allora si svolgevano a piedi fino al cimitero, intonando preghiere e canti: era la “Teresalunga”, così chiamata per la sua altezza. Un personaggio per noi bambini. Aveva sempre qualcosa da dirci, da insegnarci, da rimproverarci, ma con grande benevolenza, come fanno le nonne. Frequentava tutte le case e dovunque raccoglieva qualcosa per la Chiesa e per se stessa. Quando vado al cimitero sempre la ricordo. Una iniziativa, quella della Teresalunga, o Teresona, che mostra come anche allora alcuni avevano degli incarichi, altri se li prendevano; alcuni da saccenti, altri invece rasserenanti. Tutti con l’intenzione di servire la Chiesa e il prossimo.
Un politico rosso. A Gazoldo abbiamo avuto anche dei politici molto impegnati. Uno di questi, che dovette vivere molto all’estero per le sue idee, fu Bruno Rizzi. Egli guardava con grande simpatia al regime russo, nello stesso tempo però sapeva criticarne certe scelte, specialmente quelle fatte nel campo economico, prevedendo che quel sistema amministrativo avrebbe portato il paese alla bancarotta. Per campare faceva il rappresentante-venditore di scarpe, ma per scelta ideale si arrovellava sulla dottrina marxista, in particolare sulla sua impostazione dell’economia. Scrisse al riguardo anche qualche libro. Non ebbe molto seguito, sebbene fosse stato un uomo acuto. Non aveva amici potenti dalla sua parte e manifestava un temperamento originale, nota della sua famiglia. Io non lo conobbi personalmente. Me ne parlò, tuttavia, mio padre che, cattolico convinto e praticante, manteneva però rapporti anche con gente lontana dalla pratica cristiana e volentieri si confrontava con queste persone quando c’era stima reciproca e un buon uso dell’intelligenza.
Un contadino astronomo. Vorrei ricordare, tra le molte persone che ho conosciuto, un personaggio che definirei simbolo dei lavoratori della terra di quel tempo, relegati tante volte da noi tra la massa degli ignoranti perché non sapevano le cose che conoscevano gli “istruiti”, come venivano chiamati allora quelli che avevano frequentato le scuole superiori. Non si teneva conto che anche questi, così detti non colti, sapevano molte cose che gli altri - i colti - non conoscevano. Ed è Iacom (Grazioli Giacomo), il bifolco di casa mia, che venne a lavorare da noi negli anni trenta, quand’ero ancora bambino. Con fatica scriveva la sua firma, ma sapeva molte cose della campagna, della stalla, e perfino delle costellazioni. Un mattino presto, quando c’era ancora buio, andammo insieme, com’era costume allora, nei campi per la mietitura del frumento. Ci si alzava tanto presto a mietere per evitare il gran caldo del mezzogiorno. E Iacom incominciò a parlarmi delle stelle. Splendevano magnifiche quel mattino. Non conosceva i nomi delle costellazioni che noi imparavamo a scuola, ma quelli che i contadini avevano attribuito ad esse. Così, per esempio, ricordo ancora che le tre stelle in fila con una al fianco invece di chiamarla “costellazione di Orione” egli l’aveva denominata i “tre falciatori dell’erba” (si falciava stando in fila) con il ragazzo che porta loro da bere, la stella a lato.
Un tempo gli uomini davano nomi al cielo ispirandosi alle bestie; Iacon lo faceva guardando alla vita dei contadini. I primi hanno avuto l’onore della citazione dei libri, i secondi solo il gusto favoloso di mostrare a un bambino un cielo popolato da tanti contadini.
Analfabeti e maestri. Quand’ero bambino in paese c’erano ancora degli analfabeti. Uno di questi, Fracas (Fracassi Mario), dopo i vent’anni decise di imparare a leggere e a scrivere. Ma come fare? Mio padre, un contadino che non era andato oltre le scuole elementari, ma che coltivava la passione per ogni forma di sapere, si offerse di insegnare ad un gruppo di adulti a leggere e a scrivere. Venivano di sera a casa mia questi uomini per imparare e qualche volta mi fermavo anch’io ad ascoltare mio padre per curiosità. Volevo vedere come mio papà insegnava a loro, a dei grandi che ancora non sapevano né leggere, né scrivere.
Egli non li obbligava all’esercizio delle aste, come le maestre avevano fatto con me, ma subito li impegnava a scrivere le parole, a imparare delle poesie per acquistare dimestichezza con il vocabolario italiano (con loro imparai questi versetti che ancora ricordo: “Venezia, l’ultima ora è venuta, illustre martire tu sei perduta, il morbo infuria, il pan ti manca, sul ponte sventola bandiera bianca”). Poi s’avventuravano nei balbettii delle loro prime letture. All’insegnamento della lingua italiana mio padre alternava quello della matematica, perché imparassero a fare i conti. Ed io pensavo: anche a me piacerebbe una scuola fatta così. C’erano poi delle interruzioni per mangiare qualcosa e riprendere fiato, o per mettere alla prova gli studenti con qualche indovinello. Dopo tanti anni capitò poi anche a me di dover insegnare a leggere e a scrivere a un gazoldese, Vittorino Bellini, e mi ricordai di mio padre.
Più avanti negli anni Fracas divenne il giornalaio del paese, non però come Giuvaca; ma da esperto.
Per questa via a Gazoldo la varietà delle attitudini e dei bisogni da motivo di confronto e di contrasto si trasformava in ragione d’incontro e di aiuto reciproco.
La piccola storia, quella che spesso sfugge alle maglie della rete della grande storia, ci può rivelare molte ricchezze nascoste.
Venditrici al minuto. Le botteghe in quel tempo erano numerose, con personaggi diversi. Di questi ne voglio ricordare due che mi colpirono da bambino. Una di queste la conoscevo bene, perché da lei andavo tante volte a comperare dieci centesimi di “galetine” (le arachidi). Era la vecchia Carolina, che abitava in un appartamentino delle case tutte legate tra loro dopo l’attuale ristorante “Il principe”. Si entrava e lì subito c’era lei, in una stanza che serviva da cucina, da sala da pranzo e da bottega, con un po’ di braci sul focolare. Ella teneva le “galetine” in un cassetto infilato sotto il focolare perché rimanessero sempre croccanti. La Carolina aveva costantemente a disposizione dei quaderni già usati che i ragazzi le portavano e che lei ripagava con un pugno di farina di castagne. Quando ci serviva, strappava un foglio da questi quaderni, ne faceva un piccolo imbuto che poi riempiva di “galetine”. Era la porzione per dieci centesimi.
Un’altra persona che mi colpì da bambino fu un’anziana donna, Tommasi, che con una sorella della sua età incontravo in una bottega situata in piazza, dove si vendevano francobolli, tabacchi, sale (soggetto allora al monopolio statale come i tabacchi), caramelle, quaderni. Di fatto gestiva la tabaccheria una signorina molto più giovane, la Carolina Penco - parente delle due anziane signore - che era anche fotografa. Molte fotografie di quel tempo portano il timbro “Penco”, una famiglia che aveva attitudini artistiche, nella quale c’è stato anche un pittore. Quelle sorelle anziane, pur acciaccate, servivano anche loro i clienti quando c’era ressa e una di loro, per un disturbo alla vista, portava sempre come una piccola tenda nera davanti agli occhi per ripararli dalla luce. Quando qualcuno si rivolgeva a lei alzava la tendina per riconoscere il cliente, vedere l’oggetto richiesto e contare i soldi, poi tornava nella penombra. Io da bambino pensavo: questa donna, con quel sipario che ora apriva e ora chiudeva, vedrà il mondo e la società come se fosse di fronte ad una commedia.
Diversi servizi pubblici venivano denominati non con titoli altisonanti, ma con coloriti soprannomi, frutto della fantasia popolare, come: Checo, Pulpeta, Menech, Cincin.
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SECONDO TEMPO: DURANTE LA GUERRA
La mia testimonianza su Gazoldo per il tempo della guerra è irregolare, perché ero in Seminario durante l’anno scolastico e solo d’estate e verso la fine della guerra sono stato in continuità a casa.
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2.1. Il clima creato dalla guerra in paese
La prima nota che ricordo di quei giorni è il buio di notte per le vie del paese, un tempo illuminate, e il grande silenzio che l’avvolgeva (la gente stava tutta in casa).
In una pagina del “Diario”, impostomi dalla scuola per l’estate del 1942 (avevo allora quattordici anni) e che ho ritrovato tra la mie vecchie carte, così descrivevo, con la sensibilità di un adolescente che si avviava a scrivere, l’immagine del paese come appariva ai miei occhi: “21 luglio. Ritornando ieri sera dalla casa dell’arciprete, mi soffermai per vedere quale aspetto presentasse il paese di notte. Le case avvolte da fitte tenebre sembravano immobili e gigantesche ombre, i vicoli pieni di buio, l’entrata di qualche antro. Le porte, le finestre, tutto era chiuso, non una luce, ogni cosa era immersa nel più buio silenzio. Gli alberi e i giardini non davano più al paese quell’aspetto pittoresco che presentavano di giorno, perché anch’essi era resi neri dall’oscurità così che sembrava dormissero … Solo nel cielo a miriadi brillavano le stelle fedeli compagne delle notti serene.”
L’altra nota che caratterizzava il paese era l’atteggiamento preoccupato della gente. Finché la guerra era gestita dalla Germania e veniva raccontata alla radio e sui giornali appariva lontana, pur con tutti i suoi orrori. Ma quando hanno incominciato a partire dalla nostre famiglie i giovani per “andare in guerra”, allora l’ansia delle singole case si partecipava all’intero paese. Io percepivo quest’ansia dall’interno di casa mia, dalla quale sono partiti successivamente ben tre fratelli.
Nell’animo di noi ragazzi si alternava la curiosità fino al fascino per le nuove armi e per l’avanzata fulminea delle truppe tedesche, allo scoramento per le distruzioni e le morti provocate, anche se la propaganda metteva il silenziatore sugli orrori della guerra.
Sempre nel mio diario “scolastico” del 23 luglio del 1942 ho scritto per esempio: “Un rombo di motori echeggiò improvviso nell’aria. Un grosso bimotore era apparso in prossimità del paese. Dopo aver disegnato nell’aria un ampio cerchio, con la velocità di un bolide sorvolò a bassissima quota case, vie e palazzi. Indi decollò, poi ritornò di nuovo più volte rasente alle case, riempiendo l’aria dei suoi assordanti rombi. Tutte le persone uscivano dalle case e le vie ben presto si riempirono di ragazzi e di adulti che guardavano estatici le manovre e le forme dell’apparecchio. Tutti gli sguardi erano fissi in un sol punto: verso l’aeroplano che luccicava sotto il sole rovente. Dopo circa un quarto d’ora di continue manovre fatte sul paese l’apparecchio se ne ripartì e il suo rombo adagio adagio si dileguò. Il paese ritornò nella sua primitiva calma e la gente si ritirò in casa commentando il fatto in diversi modi. Alcuni giorni dopo si seppe che il pilota di quell’apparecchio era un giovane del mio paese: Boldi Gino”.
Quando però in paese sono giunte le prime notizie non dei morti, ma dei nostri morti dai volti un tempo familiari o addirittura amici, allora la guerra incominciò a colpirci al cuore. Ricordo per esempio quando ci giunse la notizia della morte di mio cugino Paolo in Grecia, dopo tanti giorni di silenzio. L’ultima volta che l’avevo visto fu alla stazione ferroviaria di Marcaria. Egli veniva da Gazoldo in bicicletta, perché era terminata la sua licenza e doveva rientrare in caserma per poi andare in Albania e poi in Grecia dove morirà di malaria. Io, con mio cugino Giancarlo, giungevo allora alla stessa stazione ferroviaria, provenienti dal Seminario di Cremona, per andare in vacanza e ci servimmo in quella occasione della bicicletta di Paolo, che in previsione del nostro incontro era venuto con due biciclette.
Nell’estate del 1943, nel mio diario, sempre ordinato dalla scuola, con queste parole racconto come ci è giunta la notizia della sua morte: “3 settembre 1943. Con volto pallido entra mio zio in casa mia e sedutosi legge una lettera di un amico di suo figlio militare. Tutta la mia famiglia ed io gli siamo attorno. Siamo bramosi di sentire sicure notizie riguardo a mio cugino. Ma ecco legge … vostro figlio Volta Paolo, colpito da una breve malattia, è morto. A tali parole rimango come di ghiaccio. Mi sembrava impossibile. Mio zio lasciò cadere la lettera e copertosi con le mani la faccia scoppiò in singhiozzi. Fu impossibile confortarlo. E’ troppo grande la disgrazia. Io non riesco nemmeno a piangere. Rimango lì, mezzo inebetito, senza possibilità di sfogarmi. Mi sembra quasi di sognare”.
Il giorno prima erano arrivati a Gazoldo venti bersaglieri, ed io annoto il fatto con queste parole che danno l’idea di come in quei giorni si alternavano sentimenti diversi e contrastanti ora di esaltazione, ora di dolore: “ 2 settembre 1943. Sono passati quest’oggi al trotto, si può dire sotto le finestre della mia camera, una ventina di bersaglieri. Com’era bello vederli nella loro divisa grigioverde trottare come tanti atleti che corrono alla lotta. La via rimbombava tutta dei ritmici colpi dei loro grossi scarponi. Risuonarono allora nell’aria alcuni colpi di tromba. Poi silenzio. Il paese ritornò nella sua calma abituale. Ed io, un po’ mortificato per la brevità dello spettacolo, mi ritrassi dalla finestra e mi posi di nuovo a studiare”. (Si capisce che dovevo poi mostrare il diario ai professori!).
Anche allora, pur nella povertà rispetto ad oggi dei mezzi di comunicazione, la guerra aveva un risvolto di spettacolarità (ora la si vede in televisione) e insieme mostrava il tremendo suo volto di morte.
Ricordo, per esempio, quando negli ultimi tempi della guerra gli angloamericani bombardavano Verona oppure i paesi lungo il Po e quando hanno bombardato Sacchina, vicino a Goito. Noi ragazzi salivamo in casa mia in granaio per vedere meglio le luci dei bengala che venivano lanciati per vedere gli obiettivi da colpire e le scie luminose degli spari delle traccianti. Lo spettacolo nascondeva in quei momenti ai nostri occhi i morti e le distruzioni, anche se ben sapevamo che questi fatti accadevano.
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2.2. L’acqua di alcuni fossi è tracimata allagando il paese
Forse ai nostri giorni nessuno pensa che Gazoldo potesse venire allagato. E invece è accaduto e con un grande disagio per tutto il paese. Qualcuno ha pensato: anche l’acqua ci è contro. Solo dopo che sono stati regolati i livelli e la distribuzione delle acque nell’alto mantovano non si corse più questo pericolo.
Il corso d’acqua chiamato “Vaso” era tracimato. Tutto il paese si mobilitò per aiutare le persone che avevano avuto l’acqua in casa.
Era il febbraio del 1941, la guerra allora non era ancora giunta al suo momento acuto per noi. Io mi trovavo in Seminario. Fu come una prova della solidarietà del paese di fronte a sventure comuni. Giorni però ben più gravi ci attendevano.
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2.3. Il nuovo parroco e la vita religiosa
Nel tempo trascorso tra don Rondelli, che lasciò Gazoldo alla fine del mese di agosto del 1940, e l’ingresso del nuovo parroco, don Gaetano Prati [3], nel novembre dello stesso anno venne un giovane prete, don Tommaso Bottura, oriundo di Villa Poma, allora economo del Seminario e studente di Lettere all’Università Cattolica. Fu per noi ragazzi come una ventata di aria nuova la sua venuta. Subito la canonica fu invasa dai ragazzi, e non solo la casa, ma anche l’orto del prete che, ricordo, aveva una pianta carica di pere che ben presto furono svaligiate (anche sant’Agostino scrive nelle Confessioni d’aver spogliato una notte, con alcuni suoi compagni, un albero di pere. Allora fu per bullismo, ora per golosità e con i dovuti permessi).
La canonica a quei tempi era situata dov’è ora l’oratorio, mentre il terreno che correva dalla canonica alla Ceriola era tutto orto e frutteto, separato dal piazzale della chiesa da una muraglia.
In novembre venne il nuovo parroco che rimase a Gazoldo fino al luglio del 1946 e di conseguenza per tutto il tempo della guerra. Don Prati, ancora giovane e in buona salute, restaurò la chiesa con nuove vetrate, ricoprì alcune lesene con lastre di marmo (completò il loro rivestimento il suo successore), rinnovò il Battistero commissionando ad un artigiano di Solarolo un san Giovanni Battista in bronzo che tuttora sta sopra la vasca battesimale; comprò un servizio completo di paramenti rossi di broccato in vista delle due feste importanti del paese: san Sebastiano e sant’Ippolito, che egli solennizzò sempre.
Curò le feste tradizionali del paese, introdusse i Vespri la domenica pomeriggio, trattò con la signorina Corradini la cessione di una casa con il rispettivo cortile per avere ancora le suore a Gazoldo (non più però le cappellone, ma quelle dell’Incoronata di Mantova) e l’asilo che doveva essere tenuto da loro, operazione che poi fu completata dal suo successore, don Agide Pasotti[4].
Emotivo, attivo, don Prati ci teneva alla propria immagine. Ebbe cura degli ammalati e del canto in chiesa. Insegnò tra l’altro la Messa degli angeli che la gente imparò bene a cantare alla domenica. Accanto alla Compagnia di santa Teresa, che raccoglieva tante ragazze del paese, istituì in parrocchia anche l’Azione Cattolica.
A Gazoldo ben presto, con il proseguire della guerra, diverse famiglie soffrirono anche l’indigenza del pane, per cui il parroco istituì la raccolta del “pane di sant’Antonio”, mettendo un cesto sull’altare della cappella dell’omonimo santo, dove poteva venire donato il pane per i più poveri. Ogni giorno c’era qualcuno che offriva; ogni giorno lo stesso pane veniva distribuito ai più bisognosi. Tutte le domeniche in chiesa si pregava per i nostri soldati.
Anche la vita religiosa portava dentro di sé l’ombra della guerra.
Sempre durante la guerra nell’attuale sede del Comune è stato ospitato un numeroso gruppo di ragazze italiane provenienti dalla Libia, venute in Italia a motivo delle operazioni belliche in atto nella loro terra. Responsabile della conduzione di questo gruppo era la signorina Vighi Pierina, abitante a Rodigo, che per diversi anni aveva insegnato alle scuole elementari di Gazoldo (fu anche mia insegnante). Una donna energica e saggia.
Venne in quel tempo, 1942, per visitare quelle ragazze e a cresimarne alcune il vescovo di Tripoli, il francescano monsignor Facchinetti. Da giovanissimo seminarista accompagnai il Vescovo dall’Istituto, come allora lo chiamavamo, alla chiesa parrocchiale, passando per il paese ed ebbi modo di ascoltare alcune sue osservazioni sull’andamento delle cose in Italia. Era un tipo vivace, scherzoso. Anche in chiesa ebbe qualche battuta spiritosa. Nel pomeriggio poi seppi che a tavola si era preso la libertà di raccontare storielle che allora giravano contro il fascio. Erano presenti tutte le autorità fasciste del posto e lo stesso federale di Mantova. Forse perché monsignor Facchinetti aveva fama di essere simpatizzante del Fascismo ha potuto permettersi impunemente la libertà di quelle battute umoristiche.
Un episodio significativo del clima di quei giorni. Si poteva anche prendere in giro il regime fascista, purché le cose non fossero gridate.
Sempre in quel tempo vidi in mano al parroco qualche libro di don Primo Mazzolari come “La via crucis del povero”, “Il samaritano”, “Impegno con Cristo”. Libri che richiamavano il modo cristiano con cui vanno visti i poveri anche in un’epoca di esaltazione della forza e della potenza sui più deboli.
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2.4. La guerra che non finisce mai
Tutti si aspettavano che la guerra finisse presto. La conquista della Francia, la rapida avanzata dei tedeschi in Russia; la travolgente marcia del generale Rommel contro gli Inglesi nel Nord Africa facevano pensare ad una imminente cessazione delle ostilità, con la vittoria della Germania e dell’Italia. E invece quelle vittorie lasciarono ben presto il posto a successive sconfitte. In paese si succedevano come tante frustate sempre nuove notizie di nostri morti. All’avversione per la guerra si aggiungeva ora la pena per il timore di una grave sconfitta. La speranza: che ci fosse un rapido armistizio.
Ed ecco, come d’improvviso, la notizia: l’Italia ha firmato l’armistizio, è la pace.
Nel mio diario di adolescente così ho scritto: “8 settembre 1943. Di ritorno dal parroco, m’incammino verso casa. Durante il tragitto incontro il sagrestano, Ferrari: forse c’è l’armistizio, mi dice. In fretta corro a casa e accendo la radio. Dopo circa un quarto d’ora ecco l’annuncio ufficiale della pace. Le campane suonano a distesa. Tutti fremono di gioia. Presto allora, penso, rivedrò i miei fratelli, la mia famiglia di nuovo si ricomporrà, la tranquillità finalmente ritornerà a regnare. Ma un pensiero però offusca un po’ la pienezza di questa gioia: che cosa faranno i tedeschi che si sono infiltrati in tutta l’Italia? Si sente insomma che la pace non è ancora completa”.
In quel giorno, ricordo, siamo saliti fin su nella cella campanaria per suonare le campane, come quando c’era un incendio o un pericolo grave in paese, “campane a martello”. Questa volta però, pensavamo, non c’è un pericolo, ma una gran bella notizia, anche se dentro di noi pensavamo: ed ora i tedeschi che cosa faranno?
Nella realtà fu breve la gioia di quel giorno.
Ho scritto nel mio diario il giorno dopo: “ 9 settembre 1943. Come temevo purtroppo è accaduto. I tedeschi cercano dovunque d’impadronirsi dei principali centri disarmando i nostri soldati. Sempre più numerose giungono queste brutte notizie. Sin dal mio paese si odono colpi di cannone che pare vengano da Mantova. Dalla gioia si è passati improvvisamente al dolore, alla trepida angoscia dell’attesa. Che ne sarà dei miei fratelli militari? Che brutti momenti! E’ incominciata la guerra per tutti, anche per i borghesi (i cittadini). Dovunque c’è ora pericolo. La salita al calvario è incominciata anche per l’Italia proprio quando si credeva ci fosse la risurrezione”.
I giorni seguenti hanno confermato i nostri timori e le nostre paure. Così ancora scrivevo nel mio diario: “10 settembre 1943. E’ questo un giorno pieno di ansie e di trepide attese. Le notizie di scontri tra italiani e tedeschi si vanno sempre più intensificando. Dovunque si vedono crocchi di uomini che bramosi domandano notizie a chi viene da qualche città. La strada è tutta un via vai di autocarri tedeschi. Dove andranno? I carabinieri e i soldati che presidiano il mio paese si sono vestiti tutti in borghese. Tutti sono oppressi come da un triste incubo. Anche il cielo, coperto completamente di nubi, appare triste, quasi malinconico”.
Pare che la natura sottolinei l’angoscia e la tristezza di quei giorni. I soldati tedeschi continuano a percorrere le nostre strade per sottolineare la loro presenza incontrastata. Alla periferia del paese, per i sentieri di campagna cercano di tornare ai loro paesi d’origine molti nostri soldati che si sono messi in borghese per non essere riconosciuti. A Mantova sarà ucciso in quei giorni nello stesso luogo, dove un giorno furono impiccati i martiri di Belfiore, un sacerdote, don Leoni, per il semplice fatto di aver favorito il travestimento di alcuni nostri soldati in borghese, abbandonando in casa sue le loro divise.
Erano in fuga, abbandonati, senza protezione questi nostri giovani. Li proteggeva un po’ la precoce nebbia che aveva invaso le nostre campagne. Ed ecco come un fiore che spunta nel deserto, quello dell’odio, della guerra, la generosità di molte donne che hanno procurato cibo a questi nostri soldati. E poiché c’era per tutti penuria di pane, queste madri di famiglia si sono messe a cuocere delle polente, pensando che qualcuno dei loro figli o dei loro fratelli altrove erano anch’essi in cerca di qualcuno che li aiutasse.
Scrivevo nel mio diario: “11 settembre 1943. Sono passati quest’oggi per il mio paese una quindicina circa di soldati sfuggiti ai tedeschi. Erano tutti giovani. Qualcuno portava appeso ad un bastone che reggeva sulla spalla un piccolo fagotto. Erano diretti verso Vicenza. Scalzi, con calzoni laceri e in mano un bastone camminavano stanchi e un po’ zoppicando. Erano fuggiti due giorni prima dai dintorni di La Spezia e avevano camminato giorno e notte attraverso la campagna, soffermandosi di tanto in tanto per rifocillarsi in qualche casa”. E commentavo come se fossi un anziano: “Poveri ragazzi che la nostalgia della casa ha spinto ad avventurarsi in un così rischioso viaggio”. E subito il pensiero tornava ad uno dei miei fratelli che era militare in Croazia: “E intanto penso: forse anche mio fratello sarà in queste misere condizioni”.
Chi in paese aveva dei famigliari sotto le armi attendeva con grande preoccupazione le loro notizie. Un’ansia che ci portavamo di dentro come un tarlo che segretamente ci rodeva. Dopo qualche giorno scrivevo: “15 settembre 1943. Anche questa mattina niente posta. La corriera non arriva più, la comunicazioni postali sono interrotte. Com’è brutto non ricevere notizie dai parenti lontani. Si pensa sempre che accada loro qualche disgrazia. Sono già circa dieci giorni che non ricevo posta da mio fratello che è in Croazia. Prima un giorno sì e l’altro no ricevevo sempre sue notizie. Ora invece…Ma speriamo…Sperare. Quanto è in uso questo verbo, specialmente in questi momenti”.
Finalmente una notizia, che io segnalo nel mio diario con queste parole: “17 settembre 1943. Ho ricevuto quest’oggi una brutta notizia: mio fratello è stato fatto prigioniero ed ora è diretto verso il Brennero. Che cosa faranno in Germania tutti questi prigionieri?”
La nostra impressione era di trovarci in un mondo che si muoveva senza poter far nulla per fermarlo, per cambiarlo, per poterci difendere; un mondo senza cuore e senza pietà, eppure determinato dagli uomini. Scrivevo in quello stesso giorno: “Mi sento stanco. Ho voglia di far niente. Continuamente penso a mio fratello e alla guerra”.
Una signora italiana da Fiume ci ha scritto in data 27 settembre: “ Spettabile famiglia, scrivo a nome di un soldato, suppongo vostro figlio di nome Carlo. Scrivi oggi subito, appena è possibile inviare la posta, ma solo per cartolina postale. Voi siete tra i primi a cui scrivo, ho in complesso da scrivere a 200 famiglie. Tutti i soldati che sono partiti da Fiume sono diretti per i campi di concentramento alla volta di Trieste, sono andati per via mare. Sono partiti il g.20 ore 7 mattino, hanno fatto buon viaggio con una splendida giornata piena di sole. Da quanto abbiamo sentito qui si dice che sono ancora fermi a Trieste. Perciò non disperatevi che speriamo ritorneranno alle loro case quanto prima”. Chi scrive è una certa Tina Benassi, non esperta di lingua italiana, ma di grande cuore. Cosa che confortava molto in quei giorni.
Poi lunghi mesi di silenzio, senza nessuna notizia. Finalmente nel mese di febbraio del 1944 ci arriva una cartolina scritta non con la penna, ma con una matita: è vivo. Il luogo di provenienza: “Campo dei prigionieri di guerra” (Kriegsefangenenlager), la data: 29-1-44.
In seguito abbiamo saputo che il luogo era Cotbus, sui confini tra la Germania e la Polonia. Si trovava ancora con i suoi compagni ed era in buona salute. Chiedeva preoccupato nostre notizie e che gli spedissimo tabacco (abbiamo saputo solo dopo che il tabacco serviva anche per aver cibo), lamette e farina. Appena ricevuta quella cartolina di corsa, d’un fiato, ho raggiunto mio padre che era nei campi.
Storia di una famiglia, ma che rifletteva quella di tante altre case di Gazoldo.
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2.5. La vita nelle famiglie
E nelle famiglie che cosa accadeva?
Chi aveva qualche famigliare sotto le armi viveva nella preoccupazione per la loro sorte. Una preoccupazione che progressivamente contagiò tutto il paese, in particolare chi prevedeva per l’età di venire arruolato. Una preoccupazione che si accentuò dopo le prime notizie dei caduti in guerra.
C’era poi il problema dei lavori nei campi che non poteva fermarsi e la cura del bestiame nelle stalle nonostante il calo della mano d’opera, ma i gravi fatti che accadevano galvanizzavano la nostra attenzione. Leggo per esempio nel mio diario:”A casa mia hanno raccolto quest’oggi il granoturco”. Era il 12 settembre 1943, dopo l’armistizio dell’otto settembre e prima dei gravi fatti che sono accaduti dopo quel giorno.
La vita quotidiana con le sue esigenze di lavoro, di cura della salute, di scuola, di commercio, di sopravvivenza continuava accanto alla guerra con tutti i suoi imprevisti.
In tutto quel tempo vi fu il problema per ogni famiglia di procurarsi il cibo. Un fatto che sta alla base della vita. Per questo si sviluppò il così detto mercato nero. L’acquisto dei generi alimentari era tutto regolato da “tessere” fornite dal Comune a ciascuna persona. Per questo si era sviluppato un mercato nascosto con gli abitanti delle città con uova, salumi, burro, pasta, pollame. Alle volte era solo per guadagno, altre volte per scambiare con altri la merce che mancava. Nel nostro paese in genere vi erano alimentari oltre la tessera, ma non per tutti. Di qui anche l’istituzione, come già ho scritto, del pane di sant’Antonio. Va tenuto presente che anche i contadini che coltivavano il frumento e il granoturco erano tenuti a portare tutta la loro produzione all’ammasso.
Quando l’esercito degli Alleati è salito oltre Bologna siamo rimasti privi persino del sale, tanto che il suo prezzo superò quello della zucchero, già alto. Fu per noi come una scoperta: un alimento abbondante nelle nostre case e di poco prezzo improvvisamente era diventato prezioso perché constatammo che condiziona il sapore di gran parte dei cibi.
Sempre per la penuria del cibo nelle nostre case di campagna ci si industriava per fare il pane, la pasta, il burro e anche il formaggio (che non sempre riusciva bene, ma ci si accontentava, data la mancanza di questo alimento nelle botteghe). Devo dire che durante la guerra non ho mai mangiato un pane così buono come quello che i miei mi portavano in Seminario. Lo riservavo per la merenda, perché ai pasti si mangiava il pane nero (in effetto era solo grigio-scuro) che fornivano le panetterie, tanto che oggi quando vado a mangiare da amici tendo a rifiutare il pane con la crusca perché mi ricorda quello della guerra.
In casa dei contadini, quelli che avevano le mucche, facevano il pane anche con il latte, pure in quantità sempre molto misurata.
Avvicinandosi il fronte della guerra si trattò di provvedere non solo al presente, ma anche al futuro. Il rischio era di venire privati di tutto. Per questo ogni famiglia si industriava per nascondere frumento, farina, pasta, salumi e altri alimentari e le cose che erano più care.
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2.6. Le visite notturne di “pippo”
Via via che proseguiva la guerra non solo cresceva la fame, ma anche il pericolo per la vita. La sera, dopo l’ora di cena, con costante puntualità si sentiva nell’aria il rumore di un motore: era “pippo”. Così tutta la gente lo chiamava, e non solo al nostro paese. Era un piccolo aereo che andava gettando or qui or là delle bombe per terrorizzare la gente. Guai a lasciar filtrare dalle finestre qualche raggio di luce.
Si viveva con il fiato sospeso finché il silenzio ci diceva che se n’era andato. Anche a Gazoldo non solo si fece sentire, ma lanciò pure delle bombe, che però non fecero vittime.
Per tutti questi fatti sempre più cresceva il desiderio di sapere che cosa sarebbe accaduto. In diverse case durante la guerra si cercava di avere notizie anche dalle emittenti radio straniere, particolarmente da Radio-Londra, che teneva una particolare rubrica informativa in lingua italiana. Naturalmente era un ascolto molto riservato, tenuto segreto, perché si parlava in paese della presenza di alcuni possibili delatori.
Quando nacque la Repubblica di Salò vi furono anche dei renitenti alla leva militare da parte di alcuni nostri giovani che di conseguenza dovettero provvedere a un rifugio dove nascondersi, con le preoccupazione di sfuggire alla denuncia di persone che potevano denunciarli. Fui diretto testimone di alcuni di questi casi.
Sempre dopo l’otto settembre vi fu in paese una trasmittente gestita da un gruppo segreto di partigiani, che può spiegare il bombardamento in quei giorni a san Fermo.
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2.7. Tre grosse bombe a San Fermo
Una notte, ad ora inoltrata, fui svegliato da una viva luce che filtrava dalle fessure delle imposte della mia camera da letto a Gazoldo. Allarmato, mi precipitai alla finestra per vedere che cosa era successo. Un grande bengala, come una luna piena, splendeva in direzione si san Fermo. Dopo poco tempo tre enormi scoppi. Poi un grande silenzio. Il mattino dopo con il parroco di Gazoldo, don Prati, sono corso in bicicletta per vedere cosa era successo. Tre grandi crateri alla periferia di San Fermo provocati da tre bombe. La seconda aveva centrato in pieno la casa della famiglia Taraschi, simpatizzante per il Fascismo, uccidendo i due genitori, che erano a letto e le due figlie da poco rientrate in casa. I due figli maschi si salvarono perché erano ancora fuori casa.
Al posto della casa dei Taraschi vi era solo una voragine con una corona di macerie. Le quattro vittime, avvolte in quattro lenzuola, erano state portate in una casa vicina a pian terreno. Volli vederle, ma ne fui sconvolto. Venne anche il parroco del paese, don Schivi, un uomo mite. Piangeva come un bambino. Qualcuno diceva che i Taraschi avevano fatto la spia per alcuni renitenti alla leva promossa dalla Repubblica di Salò e che i partigiani si fossero vendicati.
Non ho mai indagato su questa tragedia. Un pensiero però mi era rimasto nell’animo: la guerra non fa solo macerie, ma riesce anche ad avvelenare il cuore degli uomini.
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2.8. Il gioco pericoloso di alcuni ragazzi
Non sempre però le azioni di guerra intimorivano i loro spettatori. Un giorno stavo andando alle Grazie quando, giunto a Rivalta, fui sorpreso da tre aerei americani che sembravano sbucati dal nulla e dopo un giro d’ispezione sulla zona si sono avventati a bassissima quota sui canneti del Mincio mitragliandoli. Girando in tondo, più volte tornarono a mitragliare. Ed ecco la mia sorpresa: vidi alcuni ragazzi accovacciati in un piccolo fossato mentre gli aerei mitragliavano e che poi balzavano fuori per raccogliere per terra i bossoli di rame caduti dagli aerei, per poi ritornare subito a nascondersi nel loro posto di osservazione. Un gioco che s’intrecciava con la morte.
Anche a Gazoldo ho potuto assistere, stando con altri davanti a casa mia, al mitragliamento di un carretto sulla strada della Chella. Un intervento fulmineo e inaspettato, ma non ci prese la paura, per cui siamo rimasti a vedere.
Alcuni giorni prima era stato mitragliato un camion carico di pessimo formaggio alla Pastella (l’abbiamo assaggiato) e un altro carico di carte annonarie per i capi famiglia e che noi ragazzi abbiamo usato per scrivere la “brutta” dei compiti.
Le notizie di ogni giorno ci avevano come assuefatti al rischio.
Quando poi, dopo lo sbarco in Italia, l’esercito degli Alleati ha incominciato a salire verso il nord, s’intensificò la ricerca di notizie attraverso l’ascolto delle radio straniere, in particolare di radio-Londra dove trasmetteva un certo colonnello Stiven (così era pronunciato).
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2.9. I tedeschi se ne vanno
Dopo l’otto settembre i tedeschi avevano occupato l’attuale palazzo del Comune, trasformandolo in un deposito di alimentari per i loro soldati, mentre diversi tedeschi avevano preso alloggio presso case private del paese, requisendo stanze presso famiglie e altri ambienti per le loro necessità logistiche. A casa mia avevano requisito una stanza, una parte della stalla per i loro cavalli e un altro ambiente per il lavoro del maniscalco.
In genere si evitava la comunicazione con loro. Ben poco sapevamo di loro e noi, a nostra volta, non parlavamo con loro delle nostre cose. Solo da qualcuno abbiamo sentito parlare, ed era per la nostalgia del loro paese.
Quando gli Alleati, risalendo l’Italia sono giunti nei pressi del Po, una sera i soldati tedeschi di stanza a Gazoldo si sono riuniti in fila nella strada principale del paese con i loro cavalli e carriaggi. Nel grande silenzio che si era fatto si sentivano solo gli ordini secchi, in tedesco, che dava il comandante, un capitano. Poi un canto si è alzato, lento, tristissimo e si sono incamminati.
Dov’erano diretti? Non lo sapevamo. Sarebbero venuti altri tedeschi?
Dopo la loro partenza non abbiamo più saputo nulla della loro sorte.
In previsione dell’arrivo dell’esercito angloamericano erano stati costruiti in paese, dopo la partenza dei soldati tedeschi, due posti di blocco: uno all’entrata di Gazoldo per chi veniva da Rodigo e un altro a livello dell’attuale fontana, in modo che chi li avesse presidiati potesse vedere sia chi veniva dalla Pastella, sia chi fosse giunto da Redondesco o da Piubega.
Il posto di blocco occupava un tratto di strada come una trincea con davanti un terrapieno. Gli operatori di questo lavoro furono gli uomini ingaggiati nella TOT. Non furono però utilizzati questi posti di blocco durante la ritirata se non dai partigiani che per qualche giorno li occuparono in vista della venuta di eventuali soldati tedeschi o della Repubblica di Salò.
Personalmente ho assistito all’incontro tra un partigiano di guardia nel posto di blocco vicino all’attuale fontana, e un altro partigiano che giungeva in motocicletta da Piubega con il fucile spianato. Non si conoscevano. Quello di guardia avrebbe dovuto dare l’alt ed eventualmente sparare. E invece, per fortuna, nessuno dei due ha sparato. L’infedeltà agli ordini non sempre è di danno.
Alle volte pareva che si giocasse alla guerra. Qualche volta però ci scappava il morto, come quando a Rodigo un partigiano intimò l’alt a un gruppo di soldati tedeschi che venivano da Rivalta. Si trattava di soldati esperti di guerra che risposero sparando e uccidendo.
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2.10. Conversazioni con il contadino astronomo, diventato filosofo
Una sera, dopo il duro lavoro di una giornata, mi sono trovato a conversare con Iacom, il nostro bifolco, sul bordo dell’aia. Egli era stato richiamato sotto le armi all’inizio della guerra; ma dopo alcuni mesi fu rimandato a casa in congedo. Così aveva potuto riprendere il suo lavoro nella stalla.
Io non capivo perché un uomo così mite avesse militato durante la prima grande guerra mondiale tra gli arditi. La fama di questi era terribile. L’espressione allora cantata: “pugnal tra i denti, le bombe a mano” descriveva la loro militanza nell’esercito. Gli chiesi perciò: Iacom, come mai lei è finito tra gli arditi? La sua risposta mi sorprese, perché a scuola non mi avevano mai parlato di certe punizioni che erano avvenute durante la guerra.
Chiamato alle armi per esigenze belliche (era un “ragazzo”, come li chiameranno poi, del 1899), finì dopo breve tempo al fronte. Quando ebbe un giorno di permesso per una corsa a casa, invece di tornare entro la mezzanotte, pressato da un cugino che gli aveva detto: passa almeno tutta la notte qui a casa con me, rientrò al reggimento il giorno dopo. In zona di guerra, mi disse, questo fatto era giudicato “diserzione”, per cui fu deferito al tribunale di guerra, che lo condannò a due ore esposto al nemico (ciò significava che, legato ad un palo sopra le trincee, il condannato era esposto al tiro dei soldati austriaci). Nessuno gli sparò (anche gli austriaci, mi spiegò Iacom, usavano lo stesso tipo di punizione, e per questo tante volte non approfittavano di questa occasione di morte).
Eseguita la sentenza, egli tornò al tribunale militare che lo condannò a far parte del gruppo degli arditi, mandati spesso allo sbaraglio contro i nemici, forniti solo di bombe a mano e del pugnale. Ne fece anche lui l’esperienza, ma per condanna, mi disse, non per sua scelta.
Come si comportavano gli arditi, che tipi erano? gli domandai ancora. Ed egli: una cosa inumana. Molti morivano in combattimento. Ma poi, quando quelli rimasti rientravano nelle retrovie, si comportavano spesso da prepotenti, fino ad uccidere per un nonnulla. Nessuno però aveva il coraggio di denunciarli. Si sarebbero vendicati. E a commento aggiunse: vedi, Giovanni, ci deve essere veramente un aldilà, perché queste ingiustizie, queste gratuite violenze non possono rimanere impunite, in caso contrario la nostra vita sarebbe assurda.
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TERZO TEMPO: FINISCE LA GUERRA
Anche la Germania firma l’armistizio, il suo esercito è in rotta e con esso anche quello della Repubblica di Salò. Ma ci possono essere ancora dei guai: occorre vigilare.
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3.1. L’ esercito tedesco in rotta
La gioia che anche la Germania avesse firmato l’armistizio non aveva tolto il timore di possibili scontri armati. I partigiani vengono allo scoperto, ma sono molto guardinghi perché pochi, con scarse armi, poco addestrati, mentre i gruppi di soldati tedeschi, che attraversavano la nostra terra per salire al nord, erano esperti di guerra e ben armati.
Alcuni nostri giovani erano saliti fino alla cella campanaria per avvistare in tempo eventuali soldati tedeschi che si avvicinassero al paese. Un gruppetto, per esempio, fu avvistato vicino alla Chella e subito alcuni nostri partigiani, avvertiti, li hanno contattati. Ma quelli non avevano intenzioni bellicose; desideravano solo rifocillarsi. Furono per questo accompagnati all’Istituto, dove i tedeschi avevano lasciato varie loro vettovaglie. I nostri li hanno forniti di verdura (l’esercito tedesco teneva molta verdura essiccata, che però nessuno di noi gradiva) e di salami (salami duri come il legno, che noi non riuscivamo a mangiare) con l’augurio che continuassero speditamente il loro viaggio verso la Germania.
Non tutti però si presentavano così pacifici. Ne avevamo avuto un esempio a Rodigo, come già ho ricordato.
Un sera, c’era già buio e io stavo alla finestra di casa mia che guarda la piazzetta centrale del paese, quando sento un camminare cadenzato di più persone. Era un gruppo di soldati tedeschi che, venendo dalla Chella procedevano a cuneo, con i fucili imbracciati, in posizione di difesa. In piazza, a circa trenta metri di distanza, hanno incrociato la Nelda Taglianini con suo marito Lucio Azzini che stavano svoltando sull’angolo del Caffè di Vanino per ritornare a casa, situata in fondo al portico che porta alla chiesa.
In quel momento i tedeschi s’arrestarono, fu gridata una parola inintelligibile seguita da una scarica di fucileria. Ho visto i due giovani sposi abbassarsi e correre verso il portico. I soldati, dopo un istante, hanno ripreso la loro marcia e sono entrati nell’Istituto (senz’altro sapevano che lì c’erano degli alimentari di cui avevano estremo bisogno). In seguito non seppi più nulla di loro.
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3.2. La gestione di una improvvisa libertà
Liberati dalla paura della guerra e anche del pericolo dei tedeschi in fuga, nacque subito il problema della gestione della nuova libertà per la quale ciascuno aveva una propria idea, un proprio progetto. S’incrociavano il risentimento verso chi aveva favorito il Fascismo e i Tedeschi e per questo volevano vendicarsi e chi era favorevole ad una pacificazione degli animi, senza violenze arbitrarie come avvennero in altre zone d’Italia.
A Gazoldo, tranne qualche rasatura di capelli, non ricordo che siano avvenuti dei fatti di violenza. La gioia per la pace ritrovata e per giovani ritornati prevalse sui sentimenti di vendetta, mentre chi era stato ferito da gravi lutti e sofferenze rimase chiuso nel proprio dolore.
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3.3. Il ritorno dalla Germania di un mio fratello
Un grande evento di gioia e di memoria fu costituito in quei giorni dal ritorno dei militari del nostro paese. Ne ricorderò solo uno, vissuto in casa mia, che può essere assunto quale emblema di tante altre case. Questi eventi possono essere compresi adeguatamente solo dal di dentro, e per questo ciascuno ne è in qualche modo geloso, così che ogni famiglia ne custodisce la memoria come di un bene incomunicabile o di un dolore che non si è in grado di esprimere.
Di Carlino, così veniva chiamato in famiglia, non avevamo notizie da molti giorni, ci giunse perciò improvvisa la notizia che sarebbe arrivato a Mantova una sera di giugno del 1945. I miei sono corsi a Mantova, presso l’ex-orfanatrofio ora sede dell’Università, per accoglierlo e portarlo a casa con la cavalla da lui prediletta, la Gilda. Carlino era dimagrito, stanco, con il volto invecchiato. I miei non l’hanno riconosciuto subito in mezzo a tutta la gente presente. Lo riconobbe invece per prima la Gilda che, vedendolo, si mise a nitrire.
La gioia fu tale che le parole si spegnevano in bocca. Il saluto era tutto negli occhi e negli abbracci.
Solo più tardi, a fatica mio fratello poté raccontare frammenti della sua storia. Le guerre finiscono, ma non le ferite che esse lasciano. Questo l’avevo visto già in mio padre quando ancora bambino mi parlava di Bezzecca e del Carso.
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3.4. Don Primo Mazzolari a Gazoldo
Dopo tanto silenzio di parola libera in pubblico, si sentiva il bisogno di parlare con la gente per valutare gli avvenimenti trascorsi e guardare al nostro futuro. Per questo fu chiamato a Gazoldo don Primo Mazzolari perché parlasse alla gente davanti all’attuale palazzo del Municipio dell’attuale momento storico che stavamo attraversando. Il parroco, don Prati, aveva messo a disposizione il pulpito portatile che si teneva in chiesa (perché i sacerdoti solitamente non salivano più sul pulpito alto, che sporgeva sul primo confessionale di sinistra, guardando l’altare e che poi è stato tolto).
C’era molta gente ad ascoltarlo, proveniente anche da paesi vicini, compreso il dottor Pampuri di Solarolo. C’ero anch’io.
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Non ricordo i particolari di quel discorso, ma solo le sue note fondamentali. Don Primo con la sua voce dal tono appassionato legava la fede con la libertà, il vivere da cristiani con l’impegno sociale, e l’apertura verso i così detti lontani perché il Dio in cui crediamo è padre di tutti, e l’attenzione ai più poveri. Qualcuno, forse, s’aspettava un discorso di politica spicciola, avendo egli sofferto molto a causa del Fascismo, e invece fece un discorso di “alta” politica perché parlò del rapporto tra gli uomini. Mi colpì quel giorno il fatto che chiamasse amico il dottor Pampuri, allora lontano dalla Chiesa.
Con lui aveva condiviso il servizio militare nella guerra mondiale del 15-18 e gli interrogativi sul senso della vita cristiana. Mazzolari intendeva l’amicizia capace di rapporto accogliente anche verso persone che non condividevano la sua stessa fede, ma la condizione umana sì, e gli interrogativi profondi che essa suscita.
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3.5. Un episodio significativo del 1948
Nel tempo che seguì la guerra fu intensa e accesa la lotta politica. Le piazze si riempivano di gente per ascoltare i dirigenti dei vari partiti. Da quell’intenso crogiuolo nacque la nostra Costituzione che regge ancor oggi l’ordinamento della nostra nazione.
Quando si è giunti al 1948 si tennero in Italia delle elezioni importanti e impegnative. Si trattava di decidere, dopo la stesura della nostra Costituzione, chi ci avrebbe governato. Gli animi sia a destra che al centro e a sinistra erano molto accesi, e Gazoldo non fece eccezione a questo clima che circolava in Italia.
Allora la propaganda e il confronto erano affidati oltre che ai giornali, ai comizi in piazza e all’esposizione dei manifesti. Non c’era la televisione che in seguito sostituì in gran parte queste vie di comunicazione.
Il giorno prima delle votazioni era proibita ogni manifestazione propagandistica. La sera prima, perciò, fino a mezzanotte tutti i partiti erano impegnati nell’esporre sui muri più manifesti che potevano.
Anche a Gazoldo ci fu questa impegnativa mobilitazione. I più ferventi di ciascun partito hanno percorso il paese con il secchio della colla, il pennello per spalmarla, i manifesti del proprio partito, scale per attaccare i manifesti sempre più in alto per metterli bene in mostra ed evitare che fossero strappati dai passanti. Ogni angolo doveva parlare delle promesse che ciascun partito faceva alla gente. Sull’imbrunire si sentirono tutti, uomini di destra, di centro e di sinistra molto stanchi, così che di comune accordo si trovarono nella trattoria, detta oggi del “Principe”, per bere qualcosa. La stanchezza e la sete li aveva accomunati. In quell’aria di cordialità paesana ritrovata uno chiese: Licurgo (Tenedini), perché non ci racconti una favola come facevi un tempo?! Lusingato da quell’invito, Licurgo stava per mettersi a raccontare, quando lo sfiorò un sospetto: ma vuoi vedere che costui pensa di impegnarmi per portarmi via i manifesti che tengo fuori! Un sospetto che ruppe l’incanto che si era creato, e tutti tornarono fuori per riprendere i propri manifesti rimasti, la colla, i pennelli e le scale e continuare a combattersi incollando sempre più manifesti, sempre più in alto e nei posti più impensati.
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Conclusione
Alcuni frammenti di una lunga vicenda, i quali hanno bisogno di venire associati a molti altri per farsi storia.
Essi però come attraverso una feritoia aperta su di un ampio panorama ci possono aiutare, mi pare, a comprendere i mutamenti di un paese e le fatiche, i dolori e le gioie che hanno segnato la vita della sua gente negli anni trenta e quaranta trascorsi.
Se una semplice goccia di rugiada in un mattino d’estate può rispecchiare il sole, tanto più il gesto, il comportamento di un uomo può svelare lo spirito di un paese.
Ora molte persone sono cambiate a Gazoldo e forse ad esse non interessano questi frammenti, come a noi forse non interessa chi erano e che cosa facevano i marchesi Ippoliti tanti anni fa. Se però i fatti li sappiamo leggere come si fa per un libro, non accontentandoci di guardare solo le figure, allora ci possono dire qualcosa che ci riguarda, anche se appartengono al passato, perché ogni gesto umano rivela la nostra umanità nel bene e nel male e noi siamo tutti figli del passato.
Un tempo nelle nostre case si tenevano in vista nella cucina, stanza in cui la famiglia costantemente si riuniva, le immagini dei nonni e dei genitori. Ancor più, mi pare, è importante tener presente la loro storia.
Se qualche anziano degli anni trenta e quaranta dovesse tornare tra noi si stupirebbe vedendo che diversi poveri, poverissimi, oggi sono diventati ricchi, mentre altri, un tempo ricchi, si sono impoveriti; che da famiglie di contadini, braccianti, operai sono usciti dottori e professori. Un fatto che ci mostra l’importanza dell’impegno personale di ciascuno nello sviluppo della vita e la possibile fioritura di seminagioni fatte dalle generazioni che ci hanno preceduto e nei primi tempi della nostra vita. Lo devono ricordare questo i ragazzi e i giovani che attribuiscono tante volte solo agli altri le ragioni dei loro insuccessi.
“Guerra e pace”, titolo di un grande romanzo di uno scrittore russo, Lev Tolstoj, narra una storia complessa in cui si frammischiano amore e odio, vita e morte, ardimenti e viltà. Anche noi negli anni trenta e quaranta abbiamo attraversato il tempo della pace e della guerra, durante il quale si sono alternate luci ed ombre. Guardando ora in prospettiva quei giorni, con la decantazione che ci offre il tempo possiamo intravedere meglio quali sono veramente i vincitori e i vinti nella vita.
La scuola ci ha abituati a guardare la storia degli uomini nelle sue grandi linee, dove tante volte scompare la fisionomia delle singole persone. Il racconto-frammento che ho scritto vuole invece mostrare la vicenda del nostro paese in tanti singoli eventi e in figure concrete di persone, non per isolarli - rimarrebbero incomprensibili - ma per dare un volto concreto alla recente storia del nostro paese, quasi fosse, rispetto a quella che indaga nelle sue grandi linee sociali e ideologiche, il passaggio da una fotografia in bianco e nero ad una a colori.
Il mio intervento in questo quadro ha voluto essere semplicemente come una pennellata di colore tra tante altre possibili e uno stimolo alla riflessione di ciascuno.
monumento ai caduti; sulla destra la casa di mons. Volta
+ Giovanni Volta
[1] Alcuni dati della sua vita: nato il 18 aprile 1885 a Cizzolo, fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1908 e poi curato a S. Biagio (1908), a Marmirolo (1909), economo spirituale e in seguito parroco a Formigosa (1911), fu poi trasferito a Gazoldo dapprima come economo spirituale (29 aprile 1927) e dopo come parroco (15 novembre 1927; trasferito parroco a Carzeghetto (25 agosto 194°), muore a Carzeghetto il 1 novembre 1940.
[2] Don Paolo Filippini era nato a Vigasio, nel bresciano il 22 aprile 1870, fu ordinato sacerdote il 15 agosto 1893 e nominato curato di Gazoldo il 12 settembre 1893. Il 23 febbraio del 1897 fu nominato economo spirituale e il 26 giugno dello stesso anno parroco di Gazoldo. E’ morto a Gazoldo l’8 aprile 1927.
Egli era succeduto a don Luigi Barozzi, figlio di Francesco, nato a Rivalta il 19 giugno 1809, curato a Levata (1833), a Marcaria (1835), a Bondeno (1838), a Rodigo (1839) e infine parroco a Gazoldo il 9 dicembre 1849. Morì a Gazoldo il 20 febbraio 1897.
[3] Don Gaetano Prati, figlio di Luigi e Atonia Grassi, era nato ad Artogne, nel bresciano, il 7 ottobre 1910. Ordinato sacerdote il 26 maggio 1934, fu nominato nello stesso anno cappellano dell’Ospedale di Mantova. Il 7 luglio 1936 andò curato a Governolo e nel luglio del 1939 curato di Gonzaga. Il 24 novembre 1940 fu nominato parroco di Gazoldo. Lasciò Gazoldo nell’estate del 1946, trasferendosi a Bolzano dove svolse vari compiti pastorali ed è morto sempre a Bolzano il 16 agosto 1986.
[4] Don Agide Giovanni Pasotti nacque a Polesine il 2 novembre 1914, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1938. Il 15 luglio 1938 fu nominato vicario a Sustinente, il 18 ottobre 1943 vicario a Correggioli; il 27 agosto 1946 fu nominato economo spirituale di Gazoldo e l’8 luglio 1947 parroco di Gazoldo. Il 31 agosto 1993 ha rinunciato alla parrocchia e il 12 gennaio 1995 è morto all’ospedale di Asola. Gli succederà don Amedeo Ghizzi, in servizio nella stessa parrocchia già da quando fu ordinato sacerdote (1972). La sua nomina a parroco di Gazoldo risale al 1 settembre 1993.

