1982 Mn. La religiosità della donna contadina
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- Categoria: la sua famiglia
- Pubblicato Giovedì, 03 Marzo 2016 21:37
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Giovanni Volta
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La religiosità della donna contadina
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(lezione tenuta nel marzo del 1982 nella classe 5B dell’Istituto Professionale per le Assistenti di Comunità Infantile "Mazzolari", nel contesto di una ricerca sul tema
“Le madri contadine: momenti di vita quotidiana nel Mantovano tra il 1900 e il 1950”
Dispensa ciclostilata pubblicata in occasione della mostra allestita nei locali dell'attuale Museo Diocesano)
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Non ho una competenza di studio tale da poter dare una valutazione adeguata su di una realtà complessa, con livelli di profondità diversi qual è la religiosità popolare nella donna contadina. Ho avuto però una qualche esperienza di questo mondo culturale, sono entrato in contatto con varie testimonianze in merito. Entro questo orizzonte conoscitivo esprimerò alcune mie valutazioni.
Un modello di lettura abbastanza corrente nei libri e nelle conversazioni presenta la donna contadina del recente passato subalterna all’uomo, estranea alla vita sociale, chiusa nella sua casa, dedita ad una religiosità più di rivalsa, di conforto, che illuminata e vera, e perciò profondamente segnata dal magico e dalla superstizione.
C’erano le donne che “segnavano” contro i vari malanni come per esempio contro la rosalia. Ne ho conosciuta qualcuna anch’io, la quale si preoccupò di dirmi che si trattava di atti “ortodossi”, legati a tradizionali preghiere cristiane.
Si chiedeva al prete di maledire o di confinare gli insetti o gli animali nocivi. Se c’era minaccia di tempesta si bruciava l’ulivo benedetto la domenica delle Palme per scongiurare il pericolo.
C’era in diversi come un segno “tangibile” di Dio, interessato, simile a quello di molti contemporanei di Gesù, che lo cercavano per avere un sollievo, un soccorso, nei loro guai.
Mi colpì da ragazzo la costatazione che fece a voce alta un giorno un medico del mio paese natale, d’origine veneta. Disse: dalle mie parti quando qualcuno di notte sta male si accende una candela alla Madonna e solo al mattino dopo si chiama il medico; qui invece se la gente sta male, si accende sì subito una candela alla Madonna, ma poi si chiama pure il medico, con l’inconveniente che se l’ammalato peggiora la colpa è del medico, mentre se migliora o guarisce il merito è attribuito tutto alla Madonna.
Oggi, nell’età della tecnica, della televisione, certe forme espressive di sapore magico si sono diradare; ne sono però subentrate altre, non più legate a Dio, ma a delle cose, e a dei segni anonimi, come gli astri, l’incontro di animali, piccoli incidenti di casa.
Si tratta dunque di un passaggio da un modo ricco di superstizioni ad un mondo, più sobrio, più vero, oppure del riproporsi in forme nuove di un incontro e di un dialogo sempre sconcertante, quello dell’uomo con Dio, vissuto ora con acutezza, ora con banalità?
Se penso al testamento spirituale che ci lasciò mia madre alla vigilia di suoi ottant’anni, una donna illetterata che tanto tribolò in casa e nei campi e che allevò ben nove figli, devo dire che grandi furono i momenti acuti vissuti in quella religiosità della donna contadina, pur tra tante immancabili debolezze.
Credo che sia un errore considerare la storia come un automatico progressivo cammino verso il meglio sotto tutti gli aspetti.
E perciò non è né l’oggi la misura di un tempo passato, né un’epoca di una storia passata la misura di quelle successive. La vera misura di una cultura, di una civiltà, ritengo, è data dall’uomo, visto in rapporto alle possibilità sue, della sua terra e del suo tempo, presumendo di valutarli secondo dei modelli precostituiti tratti dal proprio tempo o da epoche diverse, ma guardandoli secondo la loro logica interna.
Così il mondo contadino nella recente epoca aveva un proprio modo di comunicare, di lavorare, di stare insieme, e dentro questa modalità specifica la donna ha vissuto la propria religiosità.
Prendiamo ad esempio la vita interna della famiglia contadina. La donna non solo teneva la casa, ma partecipava anche ai lavori dei campi, così che essa era presente ad ogni momento della vita dei componenti la famiglia. Un lavoro che segnava in forma personale il cibo, gli indumenti, la biancheria, perché questi non venivano semplicemente comperati, ma “confezionati”. Lì economia della casa contadina veniva condotta avanti in gran parte in forma autonoma, così che la donna poteva astenersi a lungo dal fare la spesa. L’allevamento dei polli, del maiale, la coltivazione dell’orto, la produzione del pane, della pasta, del burro, della polenta, del vino; la lavorazione della lana, la tessitura del lino, la fattura degli indumenti, la confezione delle lenzuola e delle federe facevano sì che la famiglia potesse vivere in forma autonoma.
Tutto ciò comportava molta fatica per la donna. Il suo lavoro, potremmo dire, rappresentava allora quello che è oggi per la nostra società italiana, la cos’ detta economia sommersa. A proposito della fatica contadina ricordo quello che diceva una di queste: se arrivo ad essere ricca voglio dormire dalle otto della sera alle otto del mattino.
Nello stesso tempo però ciò permetteva alla donna di essere presente in tutti i momenti della vita familiare; e per quanto riguarda l’educazione religiosa e morale dei ragazzi, ciò faceva sì che la madre fosse la prima, costante, concreta, “maestra” dei suoi figli. Maestra con il suo comportamento, con la sua abilità, con il suo coraggio, con il suo esempio, prima che con la sua parola.
L’autonomia sopra ricordata della famiglia contadina se obbligava perciò ad uno stretto, continuato contatto tra genitori e figli in tutte le varie espressioni della vita, dall’altra non favoriva la comunicazione e il ricambio con la cerchia più larga degli abitanti del paese.
Ciò comportava i vantaggi e gli svantaggi di tutte le forme educative e a stretto ricambio, specialmente quando l’ambiente familiare risultava deteriorato.
Ho conosciuto famiglie contadine con forme di religiosità distorte, impermeabili ad ogni influsso esterno per la loro stretta autonomia interna; e questo è accaduto particolarmente per le ragazze, che meno dei ragazzi comunicavano con l’esterno nella loro cerchia familiare.
In rapporto poi con l’impostazione “autonoma” della famiglia contadina va rilevato in essa il forte senso della tradizione, tenuto vivo in casa, tra l’altro, dalla presenza dei nonni.
Una tradizione che dava il senso dell’appartenenza ad una storia e che religiosamente cumulava le esperienze e le testimonianze passate dando la percezione della continuità di un comportamento.
Naturalmente questo attaccamento alla tradizione, se per un verso rappresentava un forte segno d’identità, per un altro esso era spesso motivo di contrasto nel tempo della giovinezza dei figli, e nel campo religioso poteva dare origine ad un atteggiamento ambiguo, in quanto sotto la voce di “autorevole tradizione” potevano venir tramandati costumi superstiziosi.
Accanto alla “condizione di vita” alla “autonomia” e alla “tradizione”, va ricordato un altro importante fattore caratterizzante la religiosità contadina, e quindi della donna contadina: il suo contatto con la natura.
Il mondo industriale mette l’uomo a contatto anzitutto con l’opera dell’uomo; quello contadino, specialmente quello ancora non molto meccanizzato, mette l’uomo a contatto con la natura, vale a dire con una realtà che non è uscita dalle sue mani, ma che si offre alla sua esplorazione, al suo studio, al suo stupore, al suo uso.
E nell’alterità della natura, nel suo offrirsi a noi come novità, come dono e come realtà autonoma, come mistero da esplorare, l’uomo ha trovato nella storia uno dei più forti richiami a mettersi in ascolto e alla ricerca dell’Altro.
E la donna, più dell’uomo in consonanza con i ritmi vitali della natura, vivendo in contatto con essa ne ha avuto plasmata la sua religiosità.
La natura è una realtà che sollecita il senso del mistero, si presta però nello stesso tempo a letture, a interpretazioni, con profondità diverse.
Alla luce di queste varie possibilità, credo, si può spiegare l’intrecciarsi in alcune manifestazioni della civiltà contadina del senso autentico di Dio con atteggiamenti che sanno di superstizione.
Mi è parso poi che tutte le volte che la religiosità contadina aveva l’aiuto di una precisa catechesi cristiana, la natura veniva guardata in maniera corretta;quando invece essa mancava, allora l’attenzione alle forze della natura facilmente suscitava qualche atteggiamento con venature superstiziose.
Ho conosciuto famiglie contadine pubblicamente religiose, ma con notevoli differenze in merito, e ciò mi è parso sia per la diversa “tradizione” religiosa familiare, sia per la catechesi avuta dai suoi membri nella loro fanciullezza.
E il più delle volte chi stabiliva il raccordo tra la catechesi avuta in parrocchia e la “tradizione” trasmessa in famiglia era la madre.
Questa non aveva rilievo in forma diretta nella vita pubblica, era però determinante per l’educazione e l’unità della famiglia.
Non si può dunque parlare di omogeneità della religiosità popolare contadina, anche se porta in sé alcuni segni comuni. La religiosità non occupa semplicemente una regione della vita, poiché tutta l’investe, e perciò essa si colorisce della particolare condizione in cui si esprime e nello stesso tempo la supera, perché nasce dal perenne rapporto tra Dio e l’uomo.
Per questo può essere guardata come forma che è appartenuta ad un mondo ormai tramontato e nello stesso tempo restare ancora oggi eloquente, attuale per noi.
È significativo che un papa, Giovanni XXIII, giudicato da credenti e da non credenti coraggioso profeta del futuro, allorché compì ottant’anni di età, abbia scritto a suo fratello Saverio per ricordare quanto gli aveva dato la sua umile famiglia di contadini, quanto quell’esperienza lontana ispirasse ancora la sua vita, il suo stesso pontificato.

