2006 Omelia alle esequie del fratello Giuseppe. Ispra, 19 aprile
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- Categoria: la sua famiglia
- Pubblicato Martedì, 05 Gennaio 2016 22:19
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Liturgia di Commiato di Giuseppe Volta
Chiesa parrocchiale di Ispra, mercoledì 19 aprile 2006 ore 14,30
Omelia del fratello Giovanni

Letture: 1° Rom.8,14-23; 2° 1 Cor.13,1-13; 3° Gv.11,17-27.
I nostri progetti e quelli di Dio
Anche a me, in questi giorni, è venuto di rivolgermi a Gesù con le parole di Marta: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”, tanta è la sofferenza e l’angoscia di una morte così improvvisa, imprevista, mentre noi sentiamo così forte e necessario il bisogno di disporci ai grandi eventi della vita, e questo lo proviamo specialmente quando il dialogo d’improvviso s’interrompe e ci accorgiamo di avere ancora molte altre cose da dirci.
Ci eravamo visti due giorni prima, nel pomeriggio del giovedì santo, dopo che mi aveva telefonato: ci siete nei giorni prossimi? perché desidero tanto vedervi. Non aveva mai usato questa espressione, pur portandosela sempre nell’animo.
Sì, c’era il Signore accanto a lui, a noi, in quei giorni, ci era accanto particolarmente nella memoria della sua passione e morte e risurrezione, la Settimana Santa. Ma noi non conosciamo la traccia concreta dei suoi disegni nella nostra vita, e perciò questi ci sorprendono quando accadono.
Per me, per noi Giuseppe troppo presto se n’è andato, e senza una parola. Come ci ha pesato quel mutismo! Se ci penso, però, tutta la sua vita è stata per noi una parola detta in mille modi diversi.
La sete di conoscere che si apre alla fede
Per esempio, Giuseppe aveva un insaziabile bisogno di conoscere, di sapere sul senso dell’esistenza dell’uomo in tutte le sue espressioni. Non la curiosità “turistica” di chi cerca semplicemente la novità e la chiacchiera, ma la passione di chi desidera penetrare i significati più profondi della vita. Con lui, ancora studente, parlavamo di letteratura, di filosofia, di arte, di teologia. Pensate che mentre io studiavo teologia a Roma ed egli frequentava il Politecnico di Milano abbiamo tenuto una specie di corso di filosofia per corrispondenza.
Egli non s’accontentava di informazioni superficiali, né si è mai chiuso nell’interesse della sua professione. La sua fede cristiana, lungi dal mortificare la passione per il sapere, la stimolava.
Andato in pensione, pur con grandi sacrifici, ha continuato a cercare, a studiare, a comunicare con gli altri, a tenersi informato, iniziando anche una impegnativa collaborazione con l’Università Cattolica. Tutto ciò però non per denaro né per il desiderio di un lusso personale, ma per scambiare con le altre persone la ricchezza del sapere che riguarda non semplicemente le cose, la natura, ma anzitutto l’uomo, il suo destino e per questa via aiutare la società a crescere in umanità. Non per nulla aderì con entusiasmo all’Associazione Lazzati, che egli vedeva come strumento per coltivare con altri amici, aldilà del mondo accademico, alle volte un po’ ingessato, la comprensione e il servizio della società di oggi. E con Fernanda approdò ad una lettura particolarmente intensa della sacra Scrittura, una conoscenza, una passione che vollero condividere con altre persone.
Abbiamo sentito nel Vangelo letto ora che il dialogo tra Marta e Gesù, quasi a simbolo della ricerca dell’uomo, è sfociato in un significativo botta e risposta: da parte di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà” e di Marta: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”.
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La speranza cristiana quale tensione al futuro
Giuseppe amava poi guardare avanti, come fosse una persona in corsa. E il testo di san Paolo, che abbiamo ascoltato all’inizio della santa Messa, e per il quale mio fratello ebbe una particolare simpatia, sollecitato anche dalla lettura delle opere di Teillard de Chardin, bene esprime un pensiero che accompagnò la sua vita, quello di unire l’amore a Dio a quello del mondo, la memoria del passato con la proiezione verso un futuro coinvolgente l’uomo e le cose, l’ambiente, in una comune tensione che mostra la vita non come una corsa vana verso un abisso orrido e buio, ma come un cammino che sbocca in una pienezza di gioia e di libertà condivise tra tutti.
Scrive Paolo: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi di Dio, coeredi di Cristo” per cui “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata a noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” per poter entrare “nella libertà della gloria dei figli di Dio”.
Ai nostri occhi di carne la morte appare solo una interruzione; agli occhi della fede cristiana essa invece è una porta che si apre ad una vita attesa, nuova, come ci testimonia la risurrezione di Gesù Cristo, per cui mi ha profondamente colpito il fatto che Giuseppe sia morto proprio il giorno di Pasqua, quello della risurrezione.
Quando sabato sera l’ho lasciato in ospedale morente per recarmi a Gazoldo a celebrare la grande veglia pasquale, non mi sono sentito lontano da lui, ma anzi più prossimo, perché celebravo in Gesù Cristo ciò che stava compiendosi anche in mio fratello al seguito del Signore.
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L’anima della vita
Ma qual è l’anima della vita, il suo valore? La morte, impedendo ogni rimando, pone urgente questa domanda. Conoscere, credere, sperare sono condizioni fondamentali per la nostra esistenza, ma ancora non sufficienti. Tante volte valutiamo la vita in base ai soldi accumulati, alla carriera raggiunta, alle conoscenze acquisite, alla fama ottenuta. Ma è questa la misura? Una domanda che ci riguarda tutti.
San Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato ci ha dato una risposta che segna la differenza non solo con le banalità della vita, ma anche con qualità che consideriamo virtù:
“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non sono un nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.”
Una meta impervia, e che tuttavia il nostro cuore intravede fino a farci esclamare: come sarebbe bello! Impervia per la debolezza dell’uomo, ma possibile per la grazia di Dio, nonostante le nostre numerose infedeltà. Come si può essere pazienti, benigni, viene da chiedersi, non invidiosi, rispettosi, non schiavi del proprio interesse, senza mai godere del male, come scrive san Paolo, con le sole nostre forze?
Coscienti della nostra debolezza, abbiamo pregato nel Salmo responsoriale:
“Cerca la gioia nel Signore,
esaudirà i desideri del tuo cuore …
Manifesta al Signore la tua via,
confida in lui: compirà la sua opera”.
E la sua opera è proprio questa trasformazione del cuore umano. Un mutamento che ci viene dal Signore morto e risorto per noi, in grado di parteciparci il suo amore.
A questa meta tanto ardua, che richiede il costante aiuto di Dio, cercò di tendere in tante sue espressioni Giuseppe, di impostare la sua casa, e devo riconoscere che mi fu spesso di esempio, e forse diversi presenti per questo lo ricordano. Una preziosa eredità che lascia a tutti i suoi figli, perché permette alla vita di ricominciare sempre, anche quando vi sono delle incomprensioni, degli smarrimenti, delle debolezze. E’ l’arte di Dio che si afferma non prendendo la vita, ma donandola.
…………
Dai primi agli ultimi passi
Giuseppe ed io eravamo gli ultimi di nove figli. Egli perciò era molto vicino a me nell’età, nelle comuni esperienze e nella vita, tanto da costituire il mio costante interlocutore. Da giovani abbiamo fatto molte escursioni in montagna, ed io, più grande, l’aiutavo nei passaggi difficili, come quando per esempio siamo scesi per il ghiacciaio della Marmolada.
Mi tornò alla mente questa lunga storia sabato, standogli vicino nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Legnano. Non parlava, non guardava, immobile stava per attraversare il valico decisivo della sua vita. Ho misurato in quel momento tutta la mia debolezza, la mia impotenza. Un gesto però potevo ancora fare per lui: gli ho segnato la fronte e la mano con l’olio degli infermi, il sacramento della forza nella debolezza della malattia, ed ho pregato come feci un giorno con mio padre morente:
il Signore Gesù ti sia accanto per proteggerti, ti stia dinanzi per guidarti, rivolga a te il suo sguardo benigno e ti salvi.
Ora, Giuseppe, guarda tu a noi, che siamo ancora in cammino, che ancora dobbiamo affrontare quel valico, e prega con noi e per noi.
Ispra, Chisa Parrocchiale di S. Martino

