1995 Omelia alle esequie del fratello Enrico. Mantova, 8 novembre

Liturgia di Commiato di Enrico Volta

Duomo di Mantova, mercoledì 8-11-1995 ore 14,45

Omelia del fratello Giovanni

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Prima lettura: II Cor; 1,1.6-10

Vangelo: Mr. 15,33-39; 16,1-6.

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papà Enrico con la piccola Monica

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È il terzo congedo di casa nell’arco di un anno. Tre morti dal volto diverso, ma tutte e tre ugualmente dolorose per noi che viviamo sulle sponde del tempo. Sì, perché noi siamo fatti per la vita, non per la morte; per la gioia, non per il dolore. E il distacco dalle persone amate é sempre lacerante, pur nella luce e nella consolazione della fede.

Il buio della malattia, simile a quello di cui ci ha parlato S. Marco nel suo Vangelo, con le sue pesantezze, i suoi gravi condizionamenti e i sussulti di qualche piccola speranza che dava poi adito a più cocenti delusioni, già da tre anni era sceso sulla vita di Enrico. E con quel buio entrò nella sua esistenza anche il grido e la preghiera che fu pure di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Gesù Cristo ha voluto esserci vicino fino a questa profondità della sofferenza umana, perché anche in quella desolazione non ci sentissimo soli.

In realtà il Signore sostenne sempre la fede cristiana di Enrico, soccorsa anche dall’unione e dalla cura assidua della sua famiglia, che con lui visse con grande umanità quel lungo travaglio. La sofferenza mette a dura prova la vita, ma insieme può svelare le profondità spesso inesplorate della nostra persona.

Colpisce nella pagina di Vangelo che ora abbiamo ascoltato l’esclamazione del centurione: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”. Molti avrebbero istintivamente esclamato: veramente costui é un povero uomo, uno sconfitto. E invece quel soldato romano vi ha scorto la luce stessa di Dio, la quale più che nei miracoli splendette nel dono libero della vita di Cristo.

Il soffrire non è dunque solo sconfitta nella vita dell’uomo ma, in forza dell’amore che lo può animare, esso è in grado anche di essere motivo e via di rivelazione.

La malattia, il progressivo decadimento fisico, avevano spinto Enrico a pensare quasi con dimestichezza alla morte. Quando l’estate scorsa suo figlio don Giovanni era andato a Lourdes, mi disse: “potrebbe essere questa una buona coincidenza per la mia morte”.

Enrico non aderì mai però a forme di fede semplicemente emotive, e anche durante la malattia continuò ad interessarsi di ciò che avveniva nel mondo e in Italia. Dal papà aveva ereditato un sottile senso ironico di fronte ai comportamenti degli uomini, che però si scioglieva in cordialità e affettuosità tutte le volte che si sentiva accolto oppure che qualcuno aveva bisogno di lui.

Egli non amava le preghiere, i comportamenti imposti. Voleva lui scegliere. Diffidava della religiosità che disimpegna dagli obblighi dell’esistenza.

Nei primi anni della sua vita si trovò ad affrontare condizioni di esistenza che non condivideva dentro di sé, come per esempio il lavoro nei campi, il servizio militare e poi l’impegno lavorativo lontano da casa. Cercò per un po’ di tempo la strada da scegliere, da percorrere. Enrico non era fatto per lottare, pur essendo caparbio nei suoi convincimenti, ma si sentiva offeso quando qualcuno usurpava i suoi compiti. Gli piaceva ragionare sulle cose e sui fatti, dava il meglio di sé quando si sentiva accolto. Le sue conoscenze, le sue amicizie le ha sempre coltivate in questo ambito.

Il suo dover mantenere una famiglia di sette membri con un solo stipendio, e per di più stipendio di operaio, non fu per lui il problema primario, ma quello dell’armonia di casa e dell’educazione umana e cristiana dei suoi figli. Tanto che, giunto al tempo della pensione, non si dedicò - come fanno molti - ad un lavoro che potesse arrotondare il suo scarso reddito, ma s’impegnò nella Caritas diocesana, nella cura della chiesa di S. Martino, nell’aiuto alle Missioni, fino a trasferirsi per breve tempo in una di queste in Africa, per dare una mano in piccoli lavoretti di manutenzione nei quali era come l’esperto ufficiale di tutta la nostra casa.

Non ha mai sgomitato nella sua vita per farsi un posto. Un posto lo cercava nei rapporti umani, in famiglia, tra gli amici. E quando constatava qualche mancanza di umanità, ne rimaneva profondamente ferito e si chiedeva: ma perché si comportano così?! E si ritirava in se stesso.

L’hanno consolato in questi ultimi anni l’attenzione premurosa e costante di tutta la sua famiglia, la fedeltà di alcuni amici, il sorriso ingenuo e affettuoso delle due nipotine: Lucia e Silvia, la presenza pensosa del piccolo Luca, e soprattutto la speranza cristiana di cui ci ha parlato S. Paolo, quando ha scritto ai Corinti: “Siamo sempre pieni di fiducia e, sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore.”.

Nel Vangelo abbiamo letto della morte e della risurrezione del Signore. Ora nella S. Messa ricordiamo Lui, il Signore, che ha lavato i piedi ai suoi, che ha dato la sua vita per noi e che è risorto e resta tra noi perché godiamo della sua presenza e della speranza che egli ci infonde.

E in Lui vediamo le tappe fondamentali anche della nostra vita come il nascere e il morire, il soffrire e il provar gioia, il momento ultimo della risurrezione. Anche a noi l’angelo del Signore ripete, a somiglianza di quello che ha detto un giorno alle donne del Vangelo: “Non abbiate paura! Non vi rattristate! Voi cercate … Enrico, quello che é stato tanto ammalato … Ebbene non è più in quel corpo sofferente, ma è presso Dio e risorgerà”. Con questa certezza continuiamo la celebrazione dell’Eucaristia in cui la storia del Signore si fa nostra storia e la salva. 

Dopo aver ringraziato Dio per tutto ciò che ha donato ad Enrico e a noi attraverso di lui, voglio ringraziare anche tutti voi, il Vescovo di Mantova che con tanta affettuosità ha voluto essere presente in questa nostra preghiera di speranza e di congedo, il clero e il seminario di Pavia e di Mantova, le religiose, i laici, i molti amici che vedo qui presenti. Il mio ringraziamento a titolo personale vuole interpretare anche la riconoscenza dell’intera famiglia di Enrico per la vostra orante e affettuosa presenza.