2009 Omelia alle nozze della nipote Ada. Parma, 27 giugno

MATRIMONIO DI

ALESSANDRO CODENOTTI E ADA VOLTA

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OMELIA DELLO ZIO GIOVANNI

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CHIESA DI OGNISSANTI, PARMA, 27 GIUGNO 2009 ORE 11,30

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Letture: Isaia 61,10-11; 1 Cor. 13,1-13; Giovanni 2,1-12.

Il cuore della nostra festa

Oggi la vostra chiesa ha un volto festoso manifestato dagli abiti, dall’abbondanza dei fiori, dal suono dell’organo, dai canti e soprattutto dal volto dei presenti, dalla vivacità dei numerosi bambini che guardano stupiti i grandi e fan festa con loro.

Ma donde viene quest’aria di festa? Che cosa sta al centro di essa? Alle volte ci si ferma all’ammirazione delle “cose”: dell’apparato, dell’immagine. La nostra società è molto attenta a ciò che appare, ma è spesso dimentica di ciò che esiste in realtà.

Noi siamo qui per far festa all’impegno d’amore di Ada e di Alessandro. Impegno non di un giorno o di una stagione, ma della vita, e che appare sul volto, ma che si radica nel loro cuore.

L’amore è la vocazione fondamentale dell’uomo, anche quando è male indirizzato, perché anche allora risulta centrale, tanto che - se fallisce - tutta la vita si svuota. L’amore muove i nostri atti, colorisce le nostre parole, orienta le nostre scelte, costituisce il primo motivo della nostra gioia; e, quando fallisce, è ragione di una grande tristezza.

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L’amore dell’uomo immagine dell’amore di Dio

E’ tanto grande l’amore da dar senso a tutta la vita; insieme però porta con sé tanta fragilità e perciò può rimanere ferito in mille occasioni: da ostacoli che incontriamo o dal nostro egoismo. Per questa ragione noi cristiani lo celebriamo vicino all’amore stesso di Dio, che ne è la fonte, e che nella santa Messa si manifesta nella sua forma più alta, perché memoria viva dell’amore crocifisso del Figlio di Dio e della sua vittoria sulla morte nella risurrezione.

Come prima lettura avete scelto il testo del profeta Isaia che paragona la gioia della sposa e dello sposo all’esultanza dell’anima in Dio. Sì, perché da Dio vengono l’amore e la gioia. Lui, il Signore, è in grado di far germogliare i semi dei sogni di bene che stanno nascosti nel vostro cuore.

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Grandezza e debolezza dell’amore umano

Non dobbiamo però per questo scordare la nostra debolezza, e perciò anche quella del nostro amore. Per questo avete scelto il brano della prima lettera di Paolo ai Corinzi che abbiamo ascoltato. In essa l’apostolo afferma che la carità, l’amore è la dimensione più alta della vita, ne investe tutte le espressioni, ne costituisce come il sapore; senza amore l’esistenza è scialba, insipida, senza senso, come bronzo che rimbomba, ma senz’anima, tanto che perfino il sapere e il parlare e il donare senza l’amore perderebbero significato.

Afferma Paolo: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli … se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri… se dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto… ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe”.

Non si tratta dunque di una “cosa” o semplicemente di un “compito” che si dovrà aggiungere a tanti altri nella vostra casa, nel vostro lavoro, nei vostri rapporti, ma della “qualità” di tutte queste vostre espressioni, perché l’amore è destinato ad investire la vita in tutte le sue espressioni, nei suoi pensieri, nelle sue scelte.

Viene per questo da pensare: ma non è forse una utopia, una visione del matrimonio che si risolve solo in un sogno? In realtà ogni giorno assistiamo ad amori che finiscono, a promesse che non si compiano, a progetti di vita insieme che falliscono.

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Il cambiamento dell’acqua in vino: segno della trasformazione del nostro amore umano

Voi, coscienti di questo interrogativo, insieme alla pagina citata di Paolo, avete scelto il racconto che fa l’evangelista san Giovanni delle nozze di Cana.

Gesù, scrive l’apostolo, andò un giorno con sua madre e i suoi discepoli alle nozze di due giovani sposi. Non fu un evento casuale. Annota san Giovanni che a quelle nozze il Signore compì il suo primo miracolo - “segno”, come lo chiama - quale rivelazione del suo progetto di salvezza.

Molti altri miracoli compirà Gesù, ma il primo fu a Cana di Galilea, alla tavola di due sposi, alla celebrazione dell’amore umano che dà inizio alla prima comunità umana, la famiglia, a cui è affidato il dono di partecipare la vita e il compito primario di educarla.

Ma quale fu il senso di quel segno in quella occasione e in quella modalità?

Maria creò le premesse di quel miracolo. Mentre tutti erano intenti a guardare nel proprio piatto, a mangiare, la Madonna invece si rese conto che a quella festa di nozze gli sposi non avevano più vino. Il vino nella tradizione ebraica era simbolo della gioia e veniva associato – insieme con il banchetto - all’immagine del regno futuro, quello escatologico. Gesù stesso farà uso di questa immagine.

La madre di Gesù si accorge di quella situazione imbarazzante e ne informa il Figlio: non hanno più vino; come a dire: al loro amore non s’accompagna la gioia. Per ottenerla occorre fare ciò che dice il Signore.

Vengono riempite di acqua sei anfore di pietra. Erano state preparate per la purificazione: Gesù le rende piene di vino. Erano piene dei nostri desideri, dei nostri fragili sogni, delle nostre deboli promesse, e Gesù, Figlio di Dio che si è fatto uomo, muta quell’acqua in vino, indicando che è venuto per trasformare la vita dell’uomo, il suo grande-piccolo amore nel suo, in vista del Regno futuro. La sua presenza, i suoi gesti, le sue parole sarebbero state tutte per questa novità nella vita degli uomini.

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Dall’acqua al vino, dal vino al sangue versato per amore

Un giorno, il Giovedì Santo, il vino a sua volta sarà trasformato nel suo sangue versato per la salvezza del mondo.

E’ ciò che stiamo celebrando nella vostra vita: il cambiamento dell’acqua in vino; è ciò che stiamo celebrando sull’altare: prendendo il calice del vino ripeterò le parole di Gesù: questo è il calice del mio sangue versato per voi, espressione suprema del suo amore. Non è dunque semplicemente una cerimonia celebrare il matrimonio ai piedi dell’altare, durante la santa Messa, ma il riconoscerne il valore profondo e l’aiuto e l’esempio che viene a noi da Gesù Cristo.

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Il rischio e l’impegno

Continuate ad alimentare il vostro amore a questa sua sorgente, custoditelo, coltivatelo, fate in modo che investa l’intera vostra esistenza. Che esso rimanga vivo, come vi prometterete tra poco, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Il grande rischio che corre ogni amore è quello di ripiegarsi su se stesso; di usare degli altri per se stessi invece di saper donare se stessi agli altri, all’altro. Ce l’ha espressamente ricordato un giorno Gesù, quando ha ci ha detto che solo chi sa donarsi ritrova se stesso e rende feconda la sua vita.

La fede cristiana che sta alla radice del vostro matrimonio non è dunque una targa che appiccicate alla vostra esistenza, ma la guida e l’anima della vostra vita. Gli amici e i parenti vi aiutino a camminare per questa strada nel tempo presente: un tempo che è spesso un ‘maestro deviante’, perché privilegia l’apparente rispetto al reale, il momentaneo al continuativo, il subito al vero, il guadagno rispetto al bene.

Il Signore, che ha promesso la sua grazia a chi non gli chiude il cuore, mantenga sempre vivo in voi il suo Spirito di amore che è insieme Spirito di autentica libertà.

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 Filippo, il bimbo di Ada ed Alessandro