2011 Omelia alle esequie della sorella Emilia. Gazoldo 10 marzo
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- Categoria: la sua famiglia
- Pubblicato Lunedì, 04 Gennaio 2016 15:37
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Chiesa di Gazoldo, 10 marzo 2011 ore 15
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Omelia del fratello Giovanni
ai funerali di Emilia
Letture: Rom.8,31-35. 37-39; Gv.6,48-58.
Le nostre domande
E’ il sesto fratello per il quale celebro la santa Messa di commiato da questa terra. Ma è sempre nuova la morte, mai ci si abitua a vederla, essa sempre ci sorprende, pur essendo un destino certo per ogni uomo. A tutte le età, in ogni condizione di vita la morte ci ferisce al cuore quando colpisce persone amate e si fa domanda: perché? Noi siamo fatti per la vita, non per la morte.
E’ vero, molte persone ci possono stare vicine; tante parole ci possono giungere da persone amiche. Ma di fronte a quella domanda l’uomo ammutolisce: perché, se siamo fatti per la vita? Qualcuno risponde: è il destino! Ma non è anche questa risposta un modo per lavarsene le mani? Noi abbiamo bisogno di verità per essere noi stessi, per venire confortati, e non di menzogne o di rasserenanti favole. Solo Dio, autore della vita e sua sorgente, può rispondere al punto centrale di questo interrogativo.
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La risposta del Signore
I testi che abbiamo ascoltato in questa santa Messa incrociano questa domanda. Anche Paolo aveva incontrato nella sua vita mille difficoltà. Nel capitolo sesto della sua seconda lettera ai Corinti egli elenca una lunga serie di contrasti, di persecuzioni, di disagi che l’avevano colpito, equivalenti ad una specie di morte, del suo anticipo, e tuttavia non si lasciò mai vincere da esse.
Ora, nel testo che abbiamo ascoltato, ci presenta la ragione di questa fortezza: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con Lui?”
Mia sorella, come del resto molte altre persone, si trovò a interrogarsi: perché ancora altre sofferenze, privazioni, difficoltà? Finito un guaio, ne iniziava un altro. E me lo diceva; e sottovoce ripeteva a se stessa: pazienza!
Ma chi le permise di rimanere viva tra tante difficoltà - interiormente viva e “combattente” per il bene cercato ovunque, anche quando era prigioniera del letto, della carrozzella, della sordità, del dolore - se non l’amore confortante di Cristo? Il nostro, pure importante, era inadeguato.
Ha scritto Paolo non da una cattedra di studio, ma da quella della sua esperienza cristiana: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a Colui che ci ha amati”.
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Lo stile di vita di Emilia
Mia sorella non aveva un temperamento facile. Era esigente e combattiva. Ma l’amore di Cristo la indusse ad avere costantemente preoccupazione e attenzione per gli altri in famiglia e fuori di essa. Voleva, per esempio, che la porta di casa fosse sempre aperta, anche dopo che erano venuti i ladri, e mi rimproverava quando la chiudevo a chiave. Nessuno doveva sentirsi rifiutato dalla sua casa. La consolava il poter far del bene a qualcuno!
Spesso, quando ci abbandonavamo ai ricordi, amava ricordare con una certa nostalgia le sue visite alle famiglie in difficoltà per offrire una parola di amicizia, un dono, con la sua inseparabile amica, la Neris; e poi la scuoletta che aveva improvvisato in casa per bambine e bambini bisognosi di attenzione, in aiuto alle loro famiglie e la visita alle persone ammalate. Anche in questi giorni mi sono stati ricordati questi episodi da alcuni che allora erano bambini. L’esempio di mio padre le fu di convincente insegnamento.
E quando - in casa di un vescovo - non ebbe più modo di dedicarsi liberamente agli altri fuori del palazzo come avrebbe voluto, ne soffrì, e si dedicò allora all’ospitalità di chi veniva in episcopio, gioiosa, per esempio, di preparare il pranzo per Natale e per Pasqua in casa nostra per i preti che non avevano famigliari con sé.
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Il pane che sazia la nostra fame
Ma l’amore di Cristo consiste semplicemente in belle parole, è una astrazione dalla vita quotidiana, oppure ha la concretezza di un fatto, di un evento? Noi non ci accontentiamo mai delle sole parole, anzi verso di esse siamo tante volte diffidenti, perché temiamo che siano più una copertura che una manifestazione. Il nostro cuore si sveglia solo al richiamo di un amore concreto.
Il brano di Vangelo di san Giovanni che abbiamo ascoltato ci parla del pane. Un nutrimento quotidiano del quale tutti si cibano per vivere e che Gesù il giorno prima aveva moltiplicato per dar da mangiare ad una moltitudine di persone. Ma il suo amore andava oltre, perché guardava alla radice della fame dell’uomo, quella di essere libero, di riavere l’innocenza perduta e una speranza che andasse oltre la morte, di essere amato per poter a sua volta autenticamente amare.
E disse: “Io sono il pane della vita”, perché carne consumata, donata sulla croce quale segno definitivo del suo amore per l’uomo, per la vita del mondo, come ci ha ricordato l’evangelista Giovanni. Quel pane era dunque segno dell’offerta non di una cosa, pur preziosa, ma di sé, del Figlio di Dio fattosi carne. Per quel dono l’uomo sarà in grado di amare a sua volta come il Signore ci ha amato. Di amare Lui, il Signore; di amare il nostro prossimo, come ha fatto Lui.
Questo è il segreto della larghezza di cuore del cristiano che si accosta all’Eucaristia.
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L’affidamento di Emilia a Lui che ha vinto la morte
Mi sorella, che anche in questi ultimi tempi si accostò frequentemente all’Eucaristia, cercò nella sua vita di essere dono con la sua presenza, con il suo servizio, con il suo sorriso, con l’ascolto, e nello stesso tempo seppe guardare sempre con fiducia al suo futuro ultimo, memore della parola di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
Così il Signore risponde alla nostra grande domanda sul senso della vita, sul senso della morte, e per questo si è fatto a noi dono nella sua morte e nella sua risurrezione.
Ecco perché noi cristiani celebriamo non solo il Battesimo, principio della nostra nuova vita, ma anche il commiato della morte con l’Eucaristia.
Ti affidiamo per questo, carissima Emilia, al corpo esangue di Cristo tra le braccia di sua madre, Maria, che tu hai tanto pregato, un corpo come il tuo oggi, e nello stesso tempo ti consegniamo a Lui vivo e risorto, come ora lo stiamo celebrando.
Sia Lui la tua e la nostra pace.
Attendici.

