2014 Mn. Monica ricorda lo zio Giovanni (Il Ticino e La Cittadella)
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- Categoria: la sua famiglia
- Pubblicato Lunedì, 28 Dicembre 2015 09:13
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“NON SI PERDONO MAI COLORO CHE AMIAMO, PERCHE’
POSSIAMO AMARLI IN COLUI CHE NON SI PUO’ PERDERE”
(S.Agostino)
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(pubblicato su Il Ticino e La Cittadella)
Lo zio Giovanni era fratello di mio padre, Enrico, di tre anni più vecchio. Venivano da una famiglia numerosa: nove figli dati alla luce da Teresa e Francesco, i nonni che mi hanno vista nascere, ma che io non ho mai conosciuto. Una famiglia di Gazoldo degli Ippoliti, dalle radici contadine di cui lo zio andava fiero: spesso portava la vita dei campi come esempio di come si devono affrontare i problemi di ogni giorno.
Amava paragonare le grandi questioni della vita all’andamento naturale della terra e dava risposte concrete dove ognuno, al proprio livello, poteva attingere un insegnamento profondo. Ad esempio, una volta il nostro figlio più grande gli confidò che i suoi compagni di scuola si comportavano male, che dicevano parolacce e altro ancora, certo di trovare appoggio in una sentenza a proprio favore, ma… lui lo ascoltò attentamente e gli rispose: ”Devi ringraziarli, perché, vedi, voi siete come l’albero e il vento. Il vento fa il suo mestiere e soffia, e in effetti nuoce anche un po’, ma l’albero anche se si piega e perde qualche foglia rimane albero, capisci? Il vento di per sé non è molto utile neanche in campagna, ma fa irrobustire gli alberi!”
Assomigliava molto a mio papà sia fisicamente che in alcuni tratti del carattere. Gli occhi invece erano di una bellezza opposta: quelli dello zio neri e profondi, quelli del papà azzurri e accoglienti. Mio padre è salito al cielo molti anni fa dopo un lungo tempo di malattia in un letto. Vedere la sofferenza dello zio in ospedale mi ha richiamato alla mente anche quel dolore e spesso accanto al suo letto rimanevo in silenzio commossa e incantata da tanta pazienza e coraggio. Combatteva con la malattia, si impegnava nel riprendersi piccoli spazi di autonomia (bere tenendo da solo il bicchiere, controllare con lo specchio se il barbiere aveva fatto un buon lavoro…) ma allo stesso tempo era mite e non si ribellava né si lamentava della sequela inesorabile della sua condizione.
La grandezza dell’uomo non è data da ciò che sa fare o non fare, la grandezza dell’uomo è data dal Mistero di Dio che in lui vive, in qualsiasi condizione egli nasca o si venga a trovare. E questo l’ho visto nei bambini che ci sono stati affidati alla Casa del Sole e l’ho visto confermato nel corpo sofferente e quasi immobile dello zio.
Ero molto legata a mio zio Giovanni e da lui ero teneramente ricambiata. Nei momenti importanti della mia vita è sempre stato presente con un pensiero, una lettera, una telefonata, ultimamente anche con dei bellissimi SMS (era avanti!) e delle lunghe chiacchierate.
Aveva un grande senso dell’ironia: ad esempio, a un giornalista che gli chiese se nella vita avesse mai pensato che sarebbe diventato vescovo, prontamente rispose: ”Beh, diciamo che era più probabile che capitasse a me piuttosto che a mio fratello medico, ma questo non vuol dire che ambissi alla carica…”.
Mi affascinava il suo modo di affrontare le cose e di incontrare le persone. Lontano dalla banalità e dal pettegolezzo, era generoso con tutti, ma “diverso” con ognuno. Mi diceva:” Adesso che sei mamma sperimenterai che neppure i figli sono tutti uguali. Dobbiamo agire con giustizia e senza fare differenze, ma ciò che si prova, le vie di comunicazione che si intrecciano, non dipendono solo da noi. Noi possiamo mettere il nostro amore, affetto e buona volontà, ma le relazioni sottendono ad equilibri che prevedono una risposta e la risposta dell’altro determina il passo successivo; solo così piano piano si va avanti, ma non dipende tutto solo da noi!” .
Ci teneva tanto che la famiglia avesse momenti di scambio, d’incontro e di ricordi. Di ritorno da un pellegrinaggio a Loreto scrisse: ”Anche nella famiglia di Nazaret la convivenza fu segnata dal mistero che circonda ogni persona. Amare anche quando non si riesce a comprendere l’altro fino in fondo; amare conservando e ripensando nel proprio cuore ciò che ci accade, come fece Maria (Luca 2,19) perché è lungo il cammino della comprensione dell’esistenza, delle persone, di Dio”.
Uomo di grande cultura, con una profondità e un’intelligenza così raffinati che avevano il sapore della semplicità. Qualcuno aveva scritto di lui: ”Non basta essere prete o vescovo, bisogna anche farlo; non basta fare il prete o il vescovo, bisogna anche esserlo. E lui lo era”.
E’stato ricoverato dal 13 settembre 2011 al 4 febbraio 2012 quando, sul finire della mattinata, è tornato alla casa del Padre. Ha affrontato l’immobilità e la sofferenza con grande dignità e pazienza, senza mai lamentarsi. Ogni volta che lo andavo a trovare in ospedale, mi salutava con un sorriso e per prima cosa mi chiedeva come stavano i bambini, mio marito e come andava alla Casa del Sole!
Quel letto di ospedale è diventato la sua ultima cattedra, da cui, con un fil di voce e un aggrottare di sopracciglia, mi spiegava ciò che è essenziale nella vita.
In una lettera indirizzata ai nostri tre figli quando avevano 3, 6 e 9 anni scrisse: ”Imparate fin d’ora a leggere il Vangelo, così conoscerete sempre meglio Gesù, le Sue parole, la Sua vita, il Suo modo di amare, il Suo coraggio, la Sua libertà”.
La libertà era un tema a lui tanto caro. Di se stesso diceva spesso “Non sono servo sotto una legge, ma uomo libero sotto la Grazia”.
Amava le fotografie e spesso personalizzava gli auguri di Natale e Pasqua raccogliendo e donando gli scatti che lui giudicava più significativi, allegandoli a preghiere o a scritti originali. Così nel Natale 2009 mi scrisse:
Cara Monica, eccoti un segno di “memoria”. Non per rimanere prigionieri del passato, ma per alimentare la propria identità. Avrai visto anche nella tua vita che camminando con gli altri si arriva; ascoltandosi reciprocamente con stima si fa concerto; donando par di perdere, e invece ci si ritrova; decidendo e perseverando si costruisce. Lo vedi questo in casa, nell’educazione, nel canto e nel suono, e anche nel comporre una tesi. Buon cammino con la tua brigata da questa casa in cui è cresciuto tuo padre e nella quale tu hai mosso i tuoi primi passi.
Con tanto affetto
tuo zio Giovanni
Monica Volta


