1995 Omelia alle esequie del fratello Mario. Casalmaggiore (Cr), 18 maggio

Liturgia di Commiato di Mario Volta

Duomo di Casalmaggiore, giovedì 18-5-1995 ore 15

Omelia del fratello Giovanni

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Letture: 1 Cor.13,1-13; Matt.25,31-45.

"Se n'è andato senza lasciarsi piegare dal peso degli anni e degli acciacchi, d'improvviso e rapidamente, come un soldato che risponde a un ordine.

Lui per tanti anni aveva servito gli altri come medico, come padre, come amico e continuava a farlo, dicendo sempre tra poco, tra poco lascerò. Non si rassegnava ad essere servito. Schivo, fino ad apparire burbero, portava dentro di sé, come un fanciullo, il bisogno di essere capito e amato. Ma il suo temperamento esigente non sempre facilitava il dialogo. Una barriera che cadeva appena uno aveva bisogno di lui.

Primo di noi nove fratelli, aveva la coscienza e l'orgoglio di essere il testimone di tutta la storia della nostra famiglia, delle gioie, delle sofferenze e degli insegnamenti di casa nostra, della quale ancora in questi giorni stava cercando e ordinando memorie e documentazioni. Ne parlammo anche qualche giorno fa nell'ultima telefonata che ci siamo fatti.

Ma la memoria che vale soprattutto non è la nostra, ma quella di Dio. Una memoria, per nostra fortuna, d'amore e di misericordia. E sarà stato il Signore stesso a rinnovargliela quando, incontrandolo nel suo Regno, secondo le parole di Gesù che abbiamo or ora ascoltato, gli avrà detto: "Ero bambino, ero ammalato, ero anziano e solo, ero handicappato, ero povero...e tu mi hai accolto, mi hai visitato e curato, mi hai capito e consolato, mi hai amato come persona e aiutato, mi hai soccorso". Sì, perché il giudizio sarà sull'amore. L'amore per lui, il Signore, e per la sua immagine, l'uomo.

La professione del medico, già decisa ancora nei suoi primi anni di studio qui a Casalmaggiore, costituì l'espressione più congeniale della sua vita, tanto che quando qualcuno gli suggeriva: perché non smetti? Egli mi confidava: loro non capiscono; smettere di fare il medico equivale per me a rinunciare a vivere. Questo era il suo primo e fondamentale modo di comunicare, di accogliere, di aiutare, di esprimersi, di vivere il suo cristianesimo. Anche il suo impegno di amministratore di Casalmaggiore, quale sindaco, lo visse come una parentesi provvisoria della sua vita, pur gestita con grande partecipazione.

Durante la guerra, quand'era in Croazia, più volte era uscito dal proprio accampamento militare per curare dei bambini croati, pur cosciente dei gravi pericoli che correva. Ne conservò sempre le fotografie. L'ammalato che aveva bisogno di lui eliminava davanti ai suoi occhi ogni frontiera. Per lui era qualcosa di sacro.

Così, di ritorno dai suoi pellegrinaggi a Lourdes, mi diceva: a Lourdes bisogna andare con gli ammalati, stando accanto a loro, e non da turisti. Solo in tal modo si comprende pienamente quel luogo di preghiera e si constata il miracolo della rassegnazione. Quando poi mi parlava dell'assistenza medica organizzata attraverso la Croce Rossa oppure della cooperativa per aiutare gli handicappati si ravvivava tutto come se parlasse di casa sua, della sua famiglia. La Bianca ne può essere testimone.

Visse, da bambino, la prima grande guerra mondiale, con il papà lontano, al fronte, e lui vicino alla mamma, tra mille angustie. Quel tempo della sua infanzia lo segnò profondamente, tanto che ne parlò molte volte.

Visse poi la seconda guerra mondiale da soldato, con la pena di una famiglia che stava crescendo e che lui poteva seguire solo da lontano. In quel tempo nacquero Giorgio, Franco e Maria Carla. Sofferenze e distanze che non spensero in lui, ma anzi acuirono, una segreta vena di tenerezza che coltivò sempre verso la propria famiglia e i più deboli, unita ad un forte atteggiamento di intransigenza verso ogni espressione di prepotenza o di astuzia ingannatrice. Credo che il Signore, nella sua immensa bontà, per questa sua storia gli abbia rivolto le parole che abbiamo ascoltato al Vangelo: Ogni volta che hai fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'hai fatta a me". E gli abbia aggiunto: "Vieni benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo."

Ma qual era il segreto della costanza di Mario in questa sua dedizione ai più deboli, pur in un carattere non sempre facile? quale la sua sorgente tra le rocce e i sassi del suo temperamento? Ce ne ha parlato san Paolo nel primo brano che abbiamo ascoltato. "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli...se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza...se distribuissi tutte le sostanze...e non avessi la carità ... sarei come un bronzo che risuona...e nulla mi gioverebbe...sarei un nulla".

Lui aveva sognato segretamente L'Università, e ne aveva tutti i numeri, ma la guerra e i pesi della casa gliel'hanno impedito. Dio gli ha proposto un'altra Università, quella della carità nel servizio a tanti ammalati. La carità, ci dice la rivelazione, è l'amore di Dio riversato nei nostri cuori mediante lo spirito Santo. Un amore che fa capaci noi, a nostra volta, nonostante i nostri difetti, di saper ricominciare, di perdonare, di saper amare, come scrive san Paolo, senza invidia, senza superbia, dimentichi del male ricevuto, disinteressatamente. San Paolo, temperamento focoso, ce ne parla non come di una acquisizione pacifica, definitiva, ma come di una meta verso cui tendere con l'aiuto quotidiano della grazia di Dio e perciò di un bene e di un atteggiamento da implorare dal Signore e da riconquistare con fatica ogni giorno.

Ricordo al riguardo le sante Messe partecipate al mattino presto a Forte dei Marmi, come un ritorno alle sorgenti di quella carità. E poi le lunghe discussioni sui problemi teologici e pastorali, i racconti sui suoi pellegrinaggi a Lourdes e la vita parrocchiale, il coro, le sue preoccupazioni per l'andamento della società di oggi, per l'impegno educativo delle famiglie.

Un lungo cammino percorso tra prove e consolazioni, nel chiaro-scuro della fede, con Bianca e i suoi figli sempre vicini nell'affetto, nella condivisione della stessa fede, pur nella diversità dei temperamenti e dei gusti. Ora la visione di Dio faccia a faccia, come ci ha ricordato san Paolo, avrà chiarito in lui le oscurità rimaste, avrà risposto pienamente al suo bisogno d'amore, l'avrà consolato nelle sue preoccupazioni.

La mamma, la nostra mamma, alla quale so che Mario spesso si rivolgeva nella sua preghiera, nel testamento che ci lasciò così ha scritto: "Il mio primo desiderio è quello di dirvi di conservare in voi sempre pura la fede, in essa troverete la forza per superare le immancabili prove della vita, la speranza della vita eterna". Fu fedele Mario a questo desiderio, e so che l'ebbe anche per i suoi figli, per i suoi nipoti. Il papà, che tante volte Mario ricordò ai figli e agli amici, prima nelle sue parole e nella sua testimonianza e infine nel suo testamento spirituale ci ha insegnato: "A tutti, ma specie ai miei figli raccomando di amarsi, di aiutarsi a vicenda". Che questa raccomandazione continui a compiersi in noi e in tutta la nostra famiglia.

Il 19 febbraio scorso Mario e Bianca sono venuti a Pavia per celebrare nella preghiera e nell'amicizia il loro 56° anniversario di matrimonio. Fu un giorno di gioia. Noi non lo sapevamo, ma Dio sì, che anche in questo modo lo preparava all'incontro definitivo con Lui. La liturgia in quel giorno, ricordo, ci parlava della misericordia di Dio. Alla stessa misericordia ora noi, in questa santa Messa, vogliamo consegnare il nostro carissimo Mario, quella misericordia che ci rende fiduciosi nel nostro cammino verso il Padre, e che nello stesso tempo ci impegna ad usare la stessa misura verso i nostri  fratelli. Che questo desiderio, che questa preghiera, possano ogni giorno compiersi.”