Mi 2006. Etica e sviluppo

 

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"Energia, etica

e ambiente"

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in memoria di

Giuseppe Volta

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FONDAZIONE LOMBARDIA PER L’AMBIENTE

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ATTI DEL CONVEGNO

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 Milano, Ambrosianeum,

10 novembre 2006

 

 

http://www.flanet.org/sites/default/files/pubb/atti%20energia.PDF

 

 

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GIOVANNI VOLTA

Etica e sviluppo

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Invitato a partecipare al presente Convegno, ho proposto di esporre una riflessione sul rapporto tra etica e sviluppo, tenendo conto sia del tema fondamentale qui trattato, “Energia, etica e ambiente”, sia dell’interesse coltivato in questi ultimi anni da mio fratello Giuseppe con il quale più volte ho discusso di questo argomento, riprendendo discorsi avviati ancora quand’egli era studente al Politecnico di Milano e io alla Gregoriana a Roma.

Già allora il confronto si proponeva tra chi studiava materie scientifiche e chi materie filosofiche e teologiche, accomunati però da un condiviso interesse: cercare il senso delle cose e dell’uomo, per cui l’interesse verteva sulle condizioni e le modalità d’incontro di due forme di sapere. Ora però si tratta di valutare un fenomeno che si è andato ingigantendo a motivo delle accresciute potenzialità dell’agire umano il quale, paradossalmente, crescendo in sapere e potere arrischia di distruggere se stesso, e d’altra parte è premuto da una esigenza di trovare delle nuove risorse, di costruire nuovi mezzi e condizioni per rendere la vita umana più vivibile e accessibile a tutti. Così il problema si pone non solo sul piano della comprensione, ma insieme su quello dell’azione, proprio perché la domanda si presenta non semplicemente in vista di una risposta teoretica, ma di scelte operative.

Ha scritto in prefazione al suo celebre scritto “Il principio della responsabilità” Hans Jonas: “Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo. La consapevolezza che le promesse della tecnica moderna si sono trasformate in minaccia, o che questa si è indissolubilmente congiunta a quelle, costituisce la tesi da cui prende le mosse questo volume”[1].

In altre parole lo “sviluppo” delle condizioni e dei mezzi della vita pone contemporaneamente l’urgenza dello sviluppo della “responsabilità” dell’uomo, e quindi dell’eticità della vita.

Lo sviluppo del quale qui parliamo non è quello che semplicemente accade sotto i nostri occhi e che siamo chiamati solo a conoscere (come può essere quello della natura per iniziativa propria), ma dello sviluppo che ha origine dall’azione dell’uomo, il quale sempre più è in grado di operare sulla natura e su di sé, creando nuove condizioni e forme di vita, per cui vanno ripensati i criteri valutativi delle sue azioni, proprio perché l’uomo e l’ambiente da lui creato, i suoi rapporti con quella che chiamiamo natura sono profondamente cambiati.

Ma dove sta la ragione del legame tra sviluppo ed etica? Si tratta solo di trovare un custode esterno dello sviluppo perché lo tenga a bada, lo governi? In proposito vorrei aggiungere alla nota di Jonas sulla funzione restrittiva dell’etica, quella del suo stimolo, perché essa prima di fissare dei confini, indica degli orizzonti.

E ancora: donde viene l’istanza etica? (Recentemente è stato scritto per esempio un libro su: etica senza Dio2). Lo sviluppo può avere mille volti diversi: di quale sviluppo vogliamo parlare? C’è per esempio quello tecnologico, ma anche quello culturale, che interferiscono, ma non coincidono.

IL NUOVO RAPPORTO TRA L’UOMO E L’AMBIENTE

Un tempo l’uomo prevalentemente “trovava” l’ambiente, perché solo limitatamente lo poteva modificare. Oggi egli costruisce sempre più profondamente il proprio ambiente, per cui diventa responsabile in gran parte di esso. Questo fatto estende automaticamente l’ampiezza dell’impegno etico, che innerva, per così dire, ogni attività dell’uomo.

A proposito del rapporto che un tempo ricorreva tra l’opera dell’uomo e la città, osserva Jonas: “L’invulnerabilità del tutto, le cui profondità non vengono turbate [2] dall’invadenza umana, vale a dire la sostanziale immutabilità della natura in quanto ordine cosmico, costituiva in effetti lo sfondo di tutte le imprese dell’uomo mortale, inclusi i suoi interventi in quell’ordine stesso. La sua vita si svolgeva fra il permanente e il mutevole: il permanente era la natura, il mutevole erano le sue opere [3].

Tra queste opere dell’uomo eccelleva, scrive lo stesso autore, la città, che dava insieme la misura sia dello sviluppo dell’uomo come del suo impegno etico: “questa cittadella di sua stessa creazione, nettamente separata dal resto delle cose e affidata alla sua tutela, costituiva l’intero e unico ambito della responsabilità umana. La natura non era oggetto di tale responsabilità; essa provvedeva a se stessa e, se adeguatamente sollecitata e incalzata, anche all’uomo” [4].

Questo rapporto è però notevolmente cambiato a motivo dell’ingigantita incidenza dell’azione dell’uomo nella natura per cui l’ambiente è diventato sempre più opera dell’uomo, con la conseguente dissolvenza delle restrizioni proprie della prossimità e della contemporaneità per lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e per la sua possibilità di progettare e condizionare il futuro [5]. Pensiamo un momento alla “prossimità” nella quale si trovano terre un tempo tanto lontane, per cui non è “prossimo” solo il cittadino della propria città, ma anche l’abitante di altri continenti come l’Africa, l’Asia. Pensiamo al permanere nel futuro degli effetti di atti posti in essere nel presente, per cui a motivo di alcune azioni vengono estinte definitivamente sorgenti di energia, inquinati grandi territori, sono resi inutilizzabili mezzi indispensabili come l’acqua. L’aria stessa, giudicata un tempo senza prezzo, è sotto minaccia.

A ciò va aggiunto il carattere cumulativo che si associa all’opera dell’uomo nei suoi attuali interventi. Scrive ancora Jonas:

“Gli effetti si addizionano in modo tale che la condizione delle azioni e delle scelte successive non è più uguale a quella dell’agente iniziale, ma risulta diversa da essa in misura crescente e sempre di più un risultato di ciò che già è stato fatto”[6].

Quest’azione trasformatrice dell’uomo, che innesca un cumulo che va oltre gli effetti immediati di chi l’ha compiuto, può essere in grado di erodere lo stesso presupposto donde l’opera dell’uomo era partita e quindi paradossalmente distruggere la base dell’azione stessa.

Avviene in tal modo che l’opera dell’uomo diviene come una seconda natura [7] a cui l’uomo deve fare necessariamente riferimento per vivere e contemporaneamente l’uomo, nella smodata corsa al “progresso”, rischia di distruggere le condizioni della sua vita e quindi di suicidarsi.

Questo dilatarsi e ingigantirsi dell’azione umana porta poi spesso i suoi effetti, vale a dire i mezzi che l’uomo stesso ha costruito, a sottrarsi al potere di chi li ha prodotti, così che la libertà e la creatività che stanno alla loro origine finiscono con il rimanere prigioniere della sua stessa opera.

Pensiamo un momento all’impero della tecnologia per cui il semplice cittadino sempre più dipende da altri, da centri di potere in mano a pochi, o addirittura a poteri anonimi, e ciò accade anche nelle occupazioni della vita quotidiana, per cui basta per esempio un blak out della corrente elettrica per fermare una città intera, una nazione, oppure uno sciopero di alcuni uomini radar per paralizzare un aeroporto anche di grandi dimensioni [8].

In questa corsa allo sviluppo, dietro sollecitazioni varie come il guadagno, il potere sugli altri, l’affermazione di sé, la richiesta della gente, si danno cammini diversi per ambito e per velocità, determinando squilibri e contrasti nella società nazionale e mondiale.

A ciò va aggiunto l’accesso alla scienza e alla tecnologia dei popoli emergenti che rendono ulteriormente complesso il quadro della condizione degli uomini sulla terra.

A tutto ciò va aggiunto il fatto delle diverse proporzioni con cui si va affermando lo sviluppo per cui certe forme di sapere e di relazioni possono venire accantonate, dimensioni contemplative abbandonate, oscurati mondi che non sono “produttivi”, le comunicazioni con diversi popoli sono diventate più difficili a motivo della loro diversa velocità di sviluppo.

La stessa velocità con cui lo sviluppo tante volte si va affermando distanzia poi le generazioni tra loro, può distruggere preziose tradizioni, oscurare altri interessi come quando il tono di una voce s’impone talmente da far zittire tutte le altre.

LO SVILUPPO PONE IN FORMA NUOVA IL PROBLEMA ETICO

Lo sviluppo in atto, la sua diffusione, la sua varietà, le risonanze e gli effetti che esso provoca, il rapporto nuovo con cui di conseguenza l’uomo si rapporta alla natura, come già ricordava anche Jonas, e con gli altri uomini, lungi dall’accantonare il problema etico, lo rende particolarmente urgente.

Rispetto al passato l’uomo d’oggi può fare un bene immenso per tutta l’umanità nel campo dell’energia, della comunicazione, della medicina, della produzione, della distribuzione, del sapere, fino ai bisogni elementari della vita domestica. Nello stesso tempo però, proprio per la sua accresciuta potenza, egli può fare molto male (pensiamo per esempio alla possibilità di attentati come quelli delle due torri di New York).

La scienza mi dice come stanno le cose, mi indica anche le vie per usarle e trasformarle; la tecnica trasforma le cose, le utilizza, mi indica sentieri concreti per le mie scelte, si pone al servizio dell’uomo.

Ma né la scienza, né la tecnica sono in grado di dirmi ciò che è bene e ciò che è male.

Di qui l’urgenza che alla crescita delle potenza si associ nell’uomo la crescita anche dell’eticità della sua vita. Potremmo dire che l’interrogativo etico, il giudizio di valore sui propri atti, è insieme antico e nuovo. Antico, perché l’uomo da sempre è responsabile dei

propri atti; nuovo, perché la sua responsabilità oggi è accresciuta.

In ogni sua azione cosciente e libera l’uomo non può non porsi la domanda: vale la pena o non la vale? E’ buono o cattivo ciò che faccio? È giusto o non è giusto?

Paul Ricoeur così ha definito l’etica: “L’etica è la prospettiva di una ‘vita buona’ con e per gli altri, in istituzioni giuste”[9] e Jean Ladrière così la spiega: “In quanto prospettiva (l’etica) possiede contemporaneamente il carattere di una determinazione intrinseca dell’esistenza – in quanto inscritta nella sua costituzione – e il carattere di una relazione che fa riferimento a un indeterminato non ancora esistente, la cui realizzazione è incerta e tuttavia rappresenta per l’esistenza una posta in gioco decisiva”[10].

La valutazione etica esprime l’uomo nella sua sintesi dinamica, per cui egli nel suo giudizio fa riferimento alle varie forme di conoscenza che possiede, ma non si riduce ad esse; guarda al futuro, perché verso di esso è proiettato e il suo gesto ve lo incammina, non però come semplice spettatore, ma come evento che lo riguarda; si nutre del passato, della sua esperienza, ma non per questo è scontata la sua scelta. Nella sua decisione e nei suoi atti l’uomo diventa, rischiando in qualche modo perché il futuro viene intravisto e nello stesso tempo viene via via da lui costruito con le sue scelte.

Di qui le varie forme espressive dell’eticità della vita come “responsabilità”, “moralità”, “senso del limite”, “solidarietà”. Ha scritto Giorgio Ruffolo, che fu economista e direttore di imprese pubbliche: “La crescita... ha bisogno di limiti ecologici e sociali. Ma il fatto è che la crescita corrode proprio la coscienza e il senso del limite. Il problema non è tanto quello di porre limiti allo sviluppo. Il problema principale è quello di sviluppare il senso del limite: l’etica della responsabilità e della solidarietà rispetto alla potenza della tecnica e all’invadenza del mercato” [11].

La dimensione etica, costitutiva della persona umana, accompagnò per questo sempre la vita degli uomini nelle loro decisioni e nelle sue scelte. Ma oggi lo sviluppo in atto, ci chiediamo, domanda un ripensamento dell’etica? Come essa si pone rispetto a quella tradizionale?

Tutti sono concordi nel ritenere che è avvenuto un importante cambiamento del rapporto dell’uomo con la natura e con gli altri uomini e con lo stesso futuro, per cui l’etica, che deve seguire e guidare dal suo punto di vista l’azione dell’uomo, deve rapportarsi alle nuove condizioni per divenire giudizio sull’esistente e non semplicemente sull’astratto, e articolarsi dentro i sentieri percorsi dalla crescita dell’umanità.

Osserva Jonas: “Tutto è decisamente mutato. La tecnica moderna ha introdotto azioni, oggetti e conseguenze di dimensioni così nuove che l’ambito dell’etica tradizionale non è più in grado di abbracciarli…Certo, le antiche norme dell’etica del ‘prossimo’, le norme di giustizia, misericordia,onestà ecc. continuano ad essere valide, nella loro intrinseca immediatezza, per la sfera più prossima, quotidiana, dell’interazione umana. Ma questa sfera è oscurata dal crescere di quella dell’agire collettivo, nella quale l’attore, l’azione e l’effetto non sono più gli stessi: ed essa, a causa dell’enormità delle sue forze, impone all’etica una nuova dimensione della responsabilità, mai prima immaginata”[12](e cita in seguito come esempio l’ecologia in seguito alla vulnerabilità della natura).

Mentre Jonas, partendo dalla trasformazione in atto del mondo, pone l’istanza di un adeguamento dell’etica, prendendo invece le mosse dalla istanza etica che deve guidare la condotta dell’uomo nelle novità del mondo nuovo che si è andato formando, E.Agazzi scrive: “mentre i principi morali e i valori sono di natura molto generali, gli obblighi, i permessi e le proibizioni riguardano azioni concrete e debbono essere specificati mediante norme concrete. Nel caso delle norme, la difficoltà consiste nel fatto che esse, molto spesso, non possono essere la traduzione più o meno immediata di qualche principio generale, dal momento che debbono applicarsi a situazioni ed azioni complesse perché comportano l’interferire di più principi e valori. Compito della morale è appunto l’elaborazione di tali norme per la condotta umana” [13].

E proprio perché l’azione dell’uomo che dà origine allo sviluppo è legata intimamente alla dimensione etica e nel nostro tempo questo sviluppo ha assunto una rilevanza nuova, ci chiediamo quali interrogativi l’etica pone allo sviluppo? E lo sviluppo quali problemi nuovi pone all’etica?

DOMANDE DELL’ETICA ALLO SVILUPPO E DELLO SVILUPPO ALL’ETICA

La scienza, la tecnologia e quindi lo sviluppo da esse prodotto hanno delle proprie regole per raggiungere i propri scopi [14]. Così ci sono delle precise regole per procedere nel cammino delle varie scienze (chiamate anche criteri metodologici), vi sono delle norme da rispettare nell’applicazione delle diverse tecnologie. Queste regole e norme, però, ancora non sono sufficienti per motivare le nostre azioni. Occorre non solo conoscere la realtà, comprendere come svolgere una operazione perché sia efficace, ma formulare anche un giudizio di valore che non mi viene dalla tecnica e dalla scienza, perché riguarda la tensione della persona al bene, pure interpretata in modi diversi. È sempre sotto il profilo del bene che l’uomo fa le sue scelte, anche chi si uccide. Vedi per esempio la sete del denaro, l’aspirazione a un posto nella società, l’amore per una persona, per il prossimo, per Iddio [15].

La scienza e la tecnica hanno al loro interno delle regole ben precise che ne controllano la validità, ma non sono in grado di dirci: questo è bene e questo è male. Sotto questo profilo esse sono avalutative.

Un tale giudizio viene da altrove. E poiché il giudizio di bene e di male sono decisivi per l’azione dell’uomo, sotto questo profilo l’etica è regolatrice dell’uso della scienza e della tecnica, non del loro sapere [16]. L’etica si distingue dalle altre forme di sapere dell’uomo e tuttavia le intercetta tutte nell’agire proprio dell’uomo e le interroga. Sì, perché il giudizio etico verte sul concreto, e perciò l’uomo chiede alla scienza come stanno le cose e alla tecnica quali sono le possibilità operative. E d’altra parte l’uomo chiede all’etica: dove sta il vero bene del mio operare in questa situazione, con queste possibilità? Si dà così come un continuo scambio di luce offerto all’uomo in cammino nel tempo da parte della scienza, della tecnica e dell’etica, poiché la vita concreta sta sempre in una sintesi di questi sguardi. Nel nostro caso l’etica, privata delle varie forme del sapere umano e ignara della tecnologia, potrebbe finire con l’essere come uno sguardo senza oggetto, un raggio di luce senza impatto; e la scienza e la tecnica, a loro volta, risulterebbero un cammino senza orizzonte e misura.

I RISCHI DI UN CAMMINO

Quando più persone camminano insieme possono incorrere in varie eventualità, come per esempio quella che ciascuna vada per proprio conto, ignorandosi, oppure di voler imporre ai compagni il proprio punto di vista fino a costringerli al silenzio, o ancora pretendere che chi cammina con sé mangi e beva le stesse cose.

La scienza, la tecnica e l’etica certamente non sono singole persone, ma opera e qualità della stessa persona. Tuttavia esse possono venire gestite nella vita dell’uomo come realtà estranee l’una all’altra.

La scienza, per esempio, può pretendere di essere autoreferenziale, non accettando di far parte di un più vasto orizzonte conoscitivo, perché ritiene valida via alla verità solo il proprio metodo, fino a pretendere di giudicare le altre forme conoscitive con i suoi propri criteri. La tecnica, orgogliosa del proprio potere testimoniato dai risultati ottenuti, può giungere ad ignorare altre forze ed esigenze dell’uomo e a non accettare nessuna restrizione che le venga dall’esterno, perché vista come intrusione abusiva.

L’etica, arroccata sui propri principi e forte di essi, può giungere a rifiutare di conoscere la complessità del reale e a ignorare le possibilità che ha saputo scoprire l’uomo. Lo sviluppo, se deve essere dell’uomo, e non semplicemente di una parte del reale, deve costantemente tener conto di questi tre riferimenti perché non si sbilanci la vita dell’uomo e con lui la vita che lo circonda.

A questo punto si pone una ulteriore domanda: mentre per la scienza e per la tecnologia la convergenza conoscitiva degli uomini è facile, non così invece la convergenza nella ammissione degli stessi criteri dei giudizi di valore. Sottolineato il legame nella vita dell’uomo tra scienza, tecnologia ed etica, rimane l’interrogativo, specie in una società multiculturale qual è la nostra, su la fondazione dell’etica e la condivisione di essa. L’opinione corrente va dal semplice consenso effettivo degli uomini, ai diritti e doveri radicati nella persona umana, all’ammissione di un Dio creatore quale suo fondamento ultimo, alle religioni positive dei vari popoli.

Un interrogativo che incide sul giudizio del rapporto: “sviluppo ed etica” e che pone il problema del riconoscimento di una piattaforma comune sulla quale confrontarsi e dalla quale ripartire per valutare i modi e le proporzioni e la distribuzione dello sviluppo.

Ora tale piattaforma non può essere la tecnologia, che pure ha creato nel mondo linguaggi e forme ed usi e mentalità comuni, e neppure la scienza, proprio per il loro carattere a-valutativo. Il discorso ricade sul soggetto della scienza e della tecnologia, l’uomo [17].

In esso, come terreno comune di partenza ci ritroviamo tutti sia per la sua condizione di esistenza, qual è il nascere e il morire, la corporeità e la spiritualità, l’aspirazione alla gioia e all’amore, la dimensione sociale, sia per le condizioni che la sua concezione esercita in tutti i nostri giudizi.

A questo livello, dove tutti ci incontriamo, mi viene da chiedermi: e il cristianesimo che apporto dà a questa lettura dell’etica e alla conseguente valutazione dello sviluppo?

Vi accenno solo rapidamente: è convinzione dei cristiani che Gesù Cristo non solo rivelò Dio all’uomo, ma anche l’uomo all’uomo, sottolineandone, come ci documenta anche la storia, la dignità in tutti i momenti della sua vita, la sua struttura costitutiva sociale, per cui ogni uomo è chiamato a rispondere non solo di sé, ma anche dei propri fratelli, e il suo compito di custode, di contemplatore, di coltivatore del creato, e non di semplice suo padrone [18]

Forse qualcuno a questo punto potrebbe obiettare: ponendo il proprio fine oltre la morte, il cristiano non è forse spinto a disertare la terra e a disinteressarsi dello sviluppo della società umana nel tempo?

Già nei primi secoli della Chiesa era stata sollevata questa obiezione alla quale rispose con efficacia l’autore dello scritto a Diogneto [19]. E nel nostro tempo così il Concilio Vaticano II ha risposto a questa difficoltà: “L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine del lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio”[20].

LA DERIVAZIONE DI ALCUNE ISTANZE

Molti anni fa un giovane studioso francese, Maurice Blondel, di fronte a una cultura che tendeva a spaccarsi e contrapporsi tra mondo dell’immanenza e quello della trascendenza, tra positivismo e idealismo, tra scienza e fede [21] s’impegnò nello studio di una espressione della vita che coagula in sé le varie dimensioni: l’azione. Partendo da un’ottica che unificasse la varietà delle espressioni della vita, il suo divenire, egli ne ha cercato il “senso”. “Senso” che vuol dire insieme “direzione” e “significato”.

Anche guardando allo sviluppo in atto della scienza e della tecnologia e quindi della vita umana con il mondo che la circonda viene da chiedersi “dove esso va” e qual è il “suo significato”. L’azione che noi in questa sede consideriamo è molteplice, va perciò guardata

nelle sue diverse relazioni per scorgerne il punto unificante e quindi il senso e alla sua luce misurarne il valore e il limite. Di qui nasce una prima conseguenza comportamentale: è utopistico oggi che in solitudine si possa progettare e realizzare lo sviluppo, ma anche che si possa cogliere adeguatamente la misura etica delle proprie scelte.

Non si tratta semplicemente di applicare delle regole democratiche acquisite dalla storia del nostro tempo, ma dell’istanza che viene dalla realtà che andiamo trattando.

Tutto questo esige delle “comunicazioni” reciproche per condividere conoscenze e tecnologie, per confrontarsi su comuni valutazioni, per trovare vie efficaci di collaborazione. Anche questo fa parte dello sviluppo che dobbiamo costruire, con la coscienza delle nostre possibilità e dei nostri limiti.

La comunicazione, la collaborazione, il confronto devono però coinvolgere anche la dimensione etica della vita, poiché essa costituisce come l’anima e la misura prima del nostro agire. E per far questo occorre individuare delle piattaforme comuni che vanno aldilà di quelle della scienza e delle tecniche e che riguardano ciò che muove l’uomo all’azione.

Questa rende tangibili i valori che la ispirano anche nel caso della gente non colta, sia perché l’azione stessa è via conoscitiva in quanto ci rivela le potenzialità racchiuse in ciò che creiamo (vedi per esempio l’incidenza alle volte imprevista di certi traguardi tecnologici), sia perché può rappresentare beni comuni in servizio anche delle diversità (vedi per esempio il caso dell’energia e dei mezzi di comunicazione sociale).

Resta però sempre in gioco la concezione dell’uomo, dell’uomo nel mondo, e la fondazione dell’eticità della vita, che vanno coniugati con la sua storicità.

Dell’uomo che per un verso si radica nella materia e nella storia, e per un altro si proietta in avanti, si trascende. Che è “dato” per mille aspetti, e nello stesso tempo sceglie, opera e per questa via ostruisce in qualche modo il suo futuro, facendosi responsabile del proprio volto.

Se la scienza si è tanto sviluppata, se la tecnica è diventata così potente, è necessario che contemporaneamente cresca anche chi ne è il soggetto in tutte le sue dimensioni, perché non accada, come in certe notti tra il sabato e la domenica, che usando potenti macchine dei giovani pieni di vita, i quali sognavano un futuro migliore, invece di propiziarsi con esse il loro futuro, si sono uccisi.

Ma se è così importante, perché la dimensione etica della vita viene spesso dimenticata o sottovalutata? Se investe ogni gesto cosciente e libero della nostra esistenza, perché tante volte viene emarginata? Anche questo interrogativo non può non interessarci.

Esso è come un frutto che nasce sul ramo dello sviluppo. L’etica spesso si scontra con i nostri desideri immediati e allora noi siamo tentati di oscurarla; oppure essa mette in risalto i nostri torti, ma noi tendiamo a sottrarci ad ogni condanna.

Ha detto un giorno Gesù a Nicodemo: ”Chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce, perché le sue opere non siano smascherate”[22].

Occorre per questo coerenza e coraggio per essere fedeli all’eticità della vita. Coerenza, per venire alla luce; coraggio, per saperla testimoniare. Via via che l’eticità alza il prezzo, la sua testimonianza facilmente si trova in minoranza.

Scrive sant’Agostino a proposito del contradditorio rapporto dell’uomo con la verità, riprendendo le espressioni di Gesù: “L’amano quando splende, l’odiano quando riprende…l’amano allorché si rivela, e l’odiano allorché li rivela”[23].

Ma c’è poi un altro ostacolo che incontra il giudizio etico. Esso non è aiutato dall’immediata documentazione di risultati sensibili, misurabili come li può offrire per esempio la tecnica e neppure offre frutti visibili a tutti come li può dare la scienza, quando questa giunge a qualche traguardo.

Del resto anche la scienza, voi stessi l’avrete sperimentato, finché non esce allo scoperto con risultati sicuri, documentati, che portano dei vantaggi sensibili all’uomo, non trova molta popolarità e accoglienza. L’uomo tende a rimanere prigioniero dell’immediato, di ciò che si vede, che rende subito, meno di ciò che sta oltre o porta frutti lontano nel tempo. Eppure, proprio ciò che ancora non si vede può muovere profondamente la vita, come lo dimostra l’esistenza di appassionati ricercatori, di arditi missionari, di artisti geniali, di santi.

Sulla tomba di un appassionato ricercatore, Stenone, fu posta questa significativa scritta: “Pulchra visa, sed pulchriora abscondita”(Belle sono le cose che si vedono, ma ancor più quelle che non si vedono).

Il riferimento evidentemente era rivolto alle scienze sperimentali che vanno scoprendo le leggi nascoste della natura. Ma se così è delle scienze, quanto più lo sarà della “scienza” del mistero dell’uomo, di ciò che lo muove dal di dentro nell’esistenza e lo guida nell’uso delle cose, nella loro trasformazione e nel progettare, preparare e insieme attendere il proprio futuro.

Tante volte mi è capitato di camminare e ragionare con Giuseppe su questo arduo sentiero.

 


[1]Hans Jonas “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica” ed. Einaudi, Torino 1990 (originale 1979) p. XXVII.

[2]Cf. Eugenio Lecaldano “Un’etica senza Dio” ed. Laterza, Bari 2006.

[3]H. Jonas op. cit. p.6.

[4]Ivi p.7.

[5]Cf. ivi p.11.

[6]Ivi p.11.

[7]Ivi p.14.

[8]Ne ha parlato recentemente anche il prof. Umberto Galimberti in un incontro tenuto a Gazzada il 2 giugno scorso per un confronto con un gruppo di teologi dell’alta Italia: cf. “L’umanesimo al tramonto?” in “Rassegna di Teologia” 2006 n.4, pp.611-616.

[9]Paul Ricoeur “Sé come un altro” ed. Jaca Book, Milano 1993 p. 266 (originale 1990).

[10]Jean Ladrière “L’etica nell’universo della razionalità” ed. Vita e Pensiero, Milano 1999, p. 175.

[11]Giorgio Ruffolo “Lo sviluppo dei limiti” ed. Laterza, Bari 1994, p.93.

[12]Vedi H. Jonas op. cit. p.10.

[13]Evandro Agazzi “Il bene, il male e la scienza” ed. Rusconi, Milano 1992, pp.18-19.

[14]Cf. Idem p. 133.

[15]Ha svolto interessanti riflessioni sant’Agostino al riguardo interpretando le motivazioni del suo furto, da giovane, delle pere, cf. “Confessioni” libro II, 6, 12-13) e analizzando il desiderio universale della felicità e della verità (idem, libro X, 23, 33-34).

[16]Evandro Agazzi nell’opera sopra citata scandisce in questa successione, come per assiomi, i vari ambiti e i loro collegamenti in ordine alla conoscenza dell’essere e del dover essere: “Ogni azione specificatamente umana è orientata da valori e guidata da norme; valori e norme non sono tutti dello stesso tipo; ogni scienza che si occupi specificatamente dell’uomo non può evitare di occuparsi anche di valori e norme. Ogni scienza è ‘avalutativa’ rispetto a valori che non siano quelli conoscitivi; a tale condizione non si sottraggono neppure le scienze umane; tuttavia esse non possono fare a meno di considerare norme e valori anche tra gli oggetti della loro indagine, e non solo di adottarli come ‘punti di vista’- a titolo metodologico.

Le scienze umane, nonostante tutto ciò, non esprimono giudizi di valore, né stabiliscono norme prescrittive in senso proprio; esse rinviano quindi ad altri tipi di indagine per la fondazione di tali giudizi e prescrizioni. Con ciò si apre l’orizzonte specifico dell’etica, come forma di indagine diversa da qualunque indagine scientifica” (p. 123).

[17]Mi ha colpito il fatto che il mattino in cui Giuseppe fu colpito dall’emorragia cerebrale teneva sul comodino del letto per la sua “libera lettura” il testo di Paul Ricoeur “La persona” ed. Morcelliana, Brescia 1998 insieme a quello di Alessandro Roncaglia “Il mito della mano invisibile” ed. Laterza, Bari 2005, l’uno che pone l’accento sul punto focale, la persona umana, l’altro che analizza i comportamenti degli uomini, la loro varia espressività.

[18]Sul rapporto dell’uomo con la terra, con il problema ecologico da parte dei cristiani vi è un’abbondante bibliografia, mi limito a citare tre testi: la lettera Pastorale dell’episcopato lombardo sul problema ecologico (15 settembre 1988), lo studio interdisciplinare “Questione ecologica e coscienza cristiana” (a cura di A. Caprioli – L. Vaccaio) ed. Morcelliana, Brescia 1988, e il Convegno Ecumenico Europeo tenuto a Basilea nel 1989 sul tema della custodia del creato, cf. “Basilea: giustizia e pace. I documenti e un ’interpretazione” ed. Devoniane, Bologna 1989.

[19] “A Diogneto” ed. Borla, Città di Castello 1981.

[20] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione “Gaudium et Spes” n. 39.

[21]Maurice Blondel “L’action” 1893 ( trad. italiana a cura di Sergio Sorrentino “L’azione” ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1993).

[22]Vangelo di san Giovanni cap.3,20.

[23]“Amant eam lucentem, oderunt eam redarguentem…amant eam, cum se ipsa indicat, et oderunt eam, cum eos ipsos indicat”: Confessioni libro X,25.34.