A. 10. Mons. Volta Rettore del Seminario, di mons. Egidio Faglioni

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MONSIGNOR GIOVANNI UOMO DI DIO

E SERVO DELLA CHIESA

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Rettore del Seminario Vescovile di Mantova dal 1973 al 1977

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di mons. Egidio Faglioni,

allora Padre spirituale dei seminaristi

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SOMMARIO

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1. Il Seminario: responsabilità e impegno alla collaborazione di tutta la Diocesi.

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2  2. Mons. Volta educatore

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3. Il vostro linguaggio sia “sì, sì – no, no”    

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4. Due linee emergenti: Verità e collegialità

4.1. L’obbedienza alla verità

4.2. L'ascesi della collegialità

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1. Il Seminario: responsabilità e impegno alla collaborazione di tutta la Diocesi

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Inizio la mia riflessione citando l’intervento del Vescovo Carlo Ferrari quando ha nominato don Giovanni Volta Rettore del Seminario Vescovile: “con la tua designazione a rettore del nostro seminario ti dichiaro apertamente che non intendo costituirti unico responsabile delle sue sorti.

Il seminario è della Diocesi. Il popolo di Dio che si raccoglie nella nostra Chiesa mantovana non può esimersi dalle responsabilità di qualsiasi ordine che non si possono affatto delegare, come la vita e l’andamento del Seminario.

Tu, caro don Volta, ci rappresenti tutti nella misura in cui tutti ti siamo vicini, con simpatia, con disponibilità di collaborazione, per essere con te educatori dei sacerdoti di domani. Ci dovrò essere io, i tuoi diretti collaboratori, i nostri sacerdoti con la loro fede nel valore del Ministero nel mondo di oggi, le famiglie dei seminaristi e tutte le comunità diocesane, soprattutto quelle giovanili.

Io ho fiducia che questo nostro senso di responsabilità e di collaborazione sarà un elemento sempre più cosciente per la vita della nostra Chiesa, che renderà più proficuo ogni compito e specialmente il tuo.” ( 25 marzo 1973 ).


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2      2. Mons. Volta educatore

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In questa citazione è contenuto il programma che ha caratterizzato la proposta educativa di mons. Giovanni dal 1973 al 1977, anno in cui fu nominato Assistente Generale dell’Università Cattolica e si stabilì a Milano.

Tutti i lunedì dalle 10 alle 12, don Giovanni convocava nel suo studio i suoi diretti collaboratori: i vicerettori, il Padre spirituale (sottoscritto) e l’Economo del Seminario.

Era ben consapevole che formazione dei futuri sacerdoti per una diocesi ha un’importanza fondamentale, perché il compito primario del prete è quello di suscitare e nutrire la fede cristiana nella vita di ogni persona.

La fede nasce dalla Parola e si nutre della Parola e del Pane. Se vien meno l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucarestia, scompare tra gli uomini il servizio alla fonte stessa della vita cristiana. E il ministero del Vescovo si compie con la collaborazione dei sacerdoti del proprio presbiterio anzitutto per questo compito.

Non si tratta, perciò di un’attenzione al seminario “opinabile”, lasciata al gusto di qualche persona, ma di una cura “necessaria”, perché legata intimamente la ministero primario di un Vescovo, soprattutto per quanto riguarda la “formazione” spirituale, culturale e pastorale dei seminaristi.

Ecco le tre coordinate fondamentali che hanno strutturato il nostro servizio come educatori in seminario.

E’ difficile presentare in poche pagine una figura ricca e poliedrica come è stata quella di mons. Giovanni come rettore, che ha lasciato tracce profonde del suo passaggio nella storia del nostro Seminario e quindi nella storia della nostra Chiesa locale.

Tra le sue doti, spicca quella di coordinatore più che di organizzatore.

Mons. Giovanni si preoccupò di coinvolgerci continuamente nelle tre linee qui indicate.

Chiedeva a noi collaboratori di assumere stili di vita sobri ed essenziali, richiamando la dottrina del Vaticano II.

E’ stato un grande educatore anche e soprattutto ponendosi come “sentinella“ a difesa dell’autenticità del servizio disinteressato, richiamando costantemente il valore della gratuità quale sua caratteristica irrinunciabile.

Mons. Giovanni era un credente che considerava la propria fede – trasmessa dalla propria famiglia – come il dono più grande, insieme a quello del sacerdozio. Ne ha fatto una missione al servizio di tutti, credenti e non credenti.

La sua missione pastorale non gli consentiva e non ci consentiva di fare una vita tranquilla.

Allora ha inventato modalità personali di riflessione, silenzio e preghiera, esercizi spirituali in luoghi che ci avvicinavano a Dio (Monastero Benedettino di Praglia, Monastero di S. Giovanni a Parma, Seminario di Verona a S. Fidenzio con la preghiera delle Clarisse).

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3. Il vostro linguaggio sia.“sì, sì – no, no”

Mons. Giovanni si è lasciato illuminare lungo tutto il suo ministero dalla Parola di Dio, da Sant’Agostino e dal Concilio Vaticano II. Citava frequentemente un versetto biblico “lampada ai miei passi è la Tua Parola, Signore”.

Nella sua spiritualità sacerdotale prediligeva dell’insegnamento di Gesù alcuni passaggi che erano diventati grammatica per il suo comportamento. Uno di questi era la frase evangelica “il vostro linguaggio sia “sì, sì – no, no” , tutto il resto viene dal maligno”.

Per Don Giovanni era un comando del Signore, che lo ha fatto diventare persona trasparente e convincente nel parlare e nell’agire. Rifuggiva da ogni falsità ed equivocità. Ha contrastato ogni compromesso. Tutti quelli che lo conoscono sanno che questa linea di condotta non gli ha reso la vita facile.

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4. Due linee emergenti: Verità e collegialità

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Se mi chiedessi quali sono state le linee emergenti che hanno configurato l’identità dei futuri preti ne elencherei due: l’obbedienza alla Verità, che ci fa collaboratori della Verità e l’ascesi della collegialità.

4.1. L’obbedienza alla verità veniva sottolineata con l’invito al silenzio, allo studio e alla contemplazione. Ma silenzio e contemplazione e studio teologico hanno uno scopo: servono per conservare nella dispersione della vita quotidiana una permanente unione con Dio. Questo è lo scopo: che nella nostra vita di futuri preti e di preti sia sempre presente l’unione con Dio e trasformi tutto il nostro essere. Silenzio, contemplazione e studio – amava ripetere – servono per poter trovare nella dispersione di ogni giorno questa profonda, continua unione con Dio.

Silenzio e contemplazione: la bella vocazione del teologo è la parola evangelizzante.

Questa è la sua missione: nella loquacità del nostro tempo e di altri tempi, nell’inflazione delle parole, rendere presenti la parola essenziale: “nelle parole rendere presente la Parola, la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio”.

Ma come potremmo, essendo parte di questo mondo con tutte le sue parole, rendere presente la Parola nelle parole, se non mediante un processo di purificazione del nostro pensare (un’espressione che ripeteva spesso), che soprattutto deve essere anche un processo di purificazione delle nostre parole?

Come potremmo aprire il mondo, e prima noi stessi, alla Parola senza entrare nel silenzio di Dio, dal quale procede la sua Parola?

Per la purificazione delle nostre parole e quindi per la purificazione delle parole del mondo, abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola redentrice.

Non è difficile individuare in questo linguaggio il maestro più significativo nel ministero di mons. Giovanni: Sant’Agostino.

Non raramente, parlando agli alunni di Teologia, si rifaceva al ministero di San Tommaso D’Aquino, il quale dice che nella Teologia Dio non è l’oggetto del quale parliamo. Questa è la nostra concezione normale. In realtà, Dio non è l’oggetto, Dio è il soggetto della Teologia.

Chi parla nella Teologia, il soggetto parlante, dovrebbe essere Dio stesso.

E’ stato un gran vantaggio per don Giovanni che oltre rettore fosse anche insegnante di Teologia fondamentale. La scuola gli permetteva di incontrare insieme ed individualmente i giovani teologi anche per meglio conoscerli.

Quante volte, amava ripetere, “il nostro parlare e pensare dovrebbe solo servire perché possa essere ascoltato, perché possa trovare spazio nel mondo il parlare di Dio, la Parola di Dio”.

E così, di nuovo, ci troviamo invitati a questo cammino della rinuncia a parole nostre (ecco la grande ascesi a cui ci invitava abitualmente); a questo cammino della purificazione, perché le nostre parole siano solo strumento mediante il quale Dio possa parlare, e così Dio sia realmente non oggetto ma soggetto della Teologia.

Dal silenzio, dallo studio, dalla preghiera liturgica, dall’essere immersi nel Padre, nascono le parole e solo arrivando a questo punto, e partendo da questo punto, arriviamo alla vera profondità della Parola e possiamo essere noi autentici interpreti della Parola.

In questo modo, don Giovanni teologo e rettore ci ha persuasi che il tema dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo è fondamentale e primario nella Chiesa di oggi. Il rapporto tra fede e cultura, e la sua urgenza, stava diventando un tema percepito sempre più vivacemente.

Non altrettanto chiare sono però le modalità del convergere, perché si tratta di un problema estremamente complesso.

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4.2. La seconda componente che ha caratterizzato la proposta educativa la qualifico in questi termini: per un’ascesi della collegialità.

La collegialità non è connaturale alla nascita nemmeno per il prete degli anni ’70.

E’ un divenire continuo. Quali le strade che orientano ad essa, quali i modi e le tappe, quali i tornanti da percorrere e quelli da evitare?

Tra noi due, rettore e direttore spirituale, era questo un tema quotidiano.

E’ una “ascesi”, è una salita. Ogni fretta dovrà essere messa da parte, ma anche l’inerzia.

Alla sfera intra-ecclesiale si attaglia bene la categoria “collegialità”, che dice collaborazione, ma dice soprattutto comunione nel bene, nella ricerca del Regno di Dio, nell’annuncio del Vangelo.

Affermava che per il Vangelo bisogna affrontare la lunga marcia dal protagonismo alla collaborazione. Perché la Chiesa – e, in un orizzonte più ampio, il Regno – non li si costruisce che insieme, nella diversità dei doni e nella comunione con i Pastori.

Il progetto educativo, illuminato dal Concilio Vaticano II, era un lavoro veramente collegiale.

A ripensarci, alcune condizioni rendevano possibile la collegialità: ci si incontrava per riflettere, per pregare (e non alla svelta); nessuno radicalizzava le posizioni; c’era chi attutiva le contrapposizioni e stimolava il contributo di ognuno.

Punto discriminante dell’ascesi e della collegialità è “l’unità nella diversità”.

Dio ha fatto gli uomini diversi; lo spirito suscita nella Chiesa carismi diversi. Siamo disposti ad accogliere la diversità degli altri?

Ecco la domanda che rivolgeva a noi educatori ma anche agli alunni di Teologia e agli insegnanti.

Per tutti è faticoso accogliere gli altri che reclamano riconoscimento nella loro diversità; il prete è tentato anche lui di stabilire a priori i limiti della diversità.

Le linee per l’ascesi di una collegialità – ripeteva continuamente don Giovanni – sono quindi interne al ministero presbiterale, in quanto esso realizza, a vari livelli, comunione nella diversità di compiti e carismi.

Tale ascesi, sviluppata in termini di conversione, induce il prete ad una nuova immagine, ad una nuova identità: da protagonista all’essere il solo vero responsabile e garante di unità e di collaborazione.

Cito alla lettera un testo che ha provocato molte reazioni. “Ho l’impressione che per varie ragioni, molti preti rimangano un po’ “bambini”, anche avanti negli anni, concentrati su se stessi, prigionieri delle loro famiglie anche quando sono polemici con esse, incapaci di amare o illusi di amare perché vezzeggiati da alcuni o perché sono travolti dall’emozione. In questi casi la pastorale finisce con l’essere un mezzo per affermare sé stessi, un’espressione del proprio dominio sugli altri e quindi motivo di forti depressioni quando non trova risposte gratificanti.”

Certamente anch’io come direttore spirituale, ho constatato che talune forme di spiritualità possono mascherare le nostre incapacità in altri settori della vita - nell’ambito della cultura o di qualche abilità in cui siamo carenti - riducendosi così a un surrogato della nostra vera spiritualità ormai affievolita o spenta.

Ho richiamato queste due linee educative – obbedienza alla Verità e ascesi della collegialità - perché fosse evidente lo scopo dell’educazione alla collaborazione nel magistero di don Giovanni nel Seminario di Mantova.

Educazione a cercare, trovare, attuare insieme il piano di Dio nella Parrocchia, nella Diocesi, o semplicemente nel gruppo. Utili la conoscenza dei dinamismi di gruppo, delle tecniche decisionali, indispensabile la disponibilità interiore a percepire la volontà di Dio.

Il Vangelo finisce con le parole: “chi ascolta voi, ascolta me”.

Che ammonizione, che esame di coscienza a queste parole!

E’ vero che chi ascolta me, ascolta veramente il Signore?

Preghiamo e lavoriamo perché sia sempre più vero che chi ascolta noi ascolta Cristo.

AMEN!