B. 23.1. Bozza del regolamento del Seminario (marzo 1997)

Giovanni Volta

BOZZA DEL REGOLAMENTO DEL SEMINARIO

 (2 marzo 1997)

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1. PUNTI DI RIFERIMENTO

Volendo darci una norma di vita dobbiamo anzitutto determinare i punti cardinali ai quali fare riferimento per regolare il nostro cammino.

1.1. La figura del presbitero.L'immagine del presbitero che ci è stata presentata dal Concilio Vaticano II (cf. L.G. n.28; P.O.; O.T.) e dall'esortazione apostolica "Pastores Dabo Vobis" (25-3-1992; vedi pure C.E.I. "Seminari e vocazioni sacerdotali" ) risulta legata intimamente a Cristo e alla sua Chiesa, non a sé stante, al servizio della fede e dell'edificazione della Chiesa nel suo momento sorgivo, qual è l'annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la cura della carità ecclesiale, in un particolare vincolo di comunione con Gesù Cristo, con il Vescovo e l'intero presbiterio.

Una consacrazione e una missione che impegnano il prete ad essere fedele all'insegnamento di Gesù Cristo, in stretta comunione con il Vescovo e gli altri sacerdoti, al servizio degli uomini, traendo l'alimento e lo stile della propria spiritualità dal suo stesso ministero, così che la carità pastorale costituisce il principio unificante della sua vita..

1.2. Nella storia.Il presbitero è chiamato a vivere il ministero e la sua spiritualità dentro la storia, perché a servizio degli uomini del proprio tempo, e perciò non solo dentro una particolare cultura, ma anche con accenti diversi nei propri compiti in rapporto alle condizioni religiose della gente. In certi casi può prevalere la evangelizzazione oppure la catechesi, in altre la celebrazione, in altre ancora la cura della comunione e del discernimento dei vari carismi.

L'esortazione "Pastores Dabo Vobis" (nn.7-8) così elenca alcuni aspetti positivi della cultura contemporanea: la coscienza della dignità umana, l'apertura ai valori religiosi, la sete di giustizia, il rispetto del creato, la ricerca della verità, la domanda etica, la caduta dei pregiudizi, l'interessamento per la sacra Scrittura, e insieme a questi altri elementi problematici o negativi come un diffuso razionalismo legato ad una concezione riduttiva della scienza, una difesa esasperata della soggettività, la diffusione di una sorta di ateismo pratico ed esistenziale

1.3. Secondo i tempi della crescita e delle scelte. La chiamata di Dio, la sua accoglienza e coltivazione, la sua maturazione seguono i tempi della grazia, della psicologia dell'uomo e della cultura del tempo. Assistiamo per esempio oggi ad un generale rimando delle scelte della professione futura, con un più continuativo rapporto con la propria famiglia e il gruppo formato nel proprio ambiente. I modelli di vita vengono ingigantiti e moltiplicati dai mas madia, in particolare dalla televisione. Anche la vocazione al sacerdozio e la risposta ad essa tende a spostarsi avanti nel tempo, e a nascere legata ad esperienze particolari di vita cristiana in casa, in parrocchia, in associazioni, ad esempi trasmessi dai mas media.

Questo spostamento nel tempo delle proprie scelte di vita pone in risalto alcuni problemi.

La nostra storia personale costantemente ci segue per cui le esperienze fatte prima della nostra scelta ce le portiamo di dentro nel bene e nel male anche avanti negli anni. A ciò va aggiunto che vi sono delle stagioni della propria crescita che non sono rimandabili a piacere come il rapporto corretto con i propri genitori, l'educazione affettiva e sessuale, la socializzazione, il senso di Dio e della Chiesa, del peccato, della misericordia divina, dell'apostolato. E diventa più difficile dover distruggere per ben costruire che semplicemente costruire.

Di qui l'importanza di un'attenta educazione dei ragazzi e dei giovani nelle nostre parrocchie e associazioni aperta alle varie e possibili scelte vocazionali. Molto più oggi che un tempo le parrocchie e la associazioni hanno un peso nella formazione dei futuri sacerdoti. D'altra parte il Seminario si trova in questa situazione a dover accogliere ed educare persone che già hanno una loro consolidata struttura psicologica e spirituale con i vantaggi e gli svantaggi che questo fatto comporta.

1.4. Il Seminario nella Diocesi.Il Seminario si qualifica in Diocesi quale "ambiente" deputato alla formazione dei futuri presbiteri e quindi quale luogo di "coltivazione" della vocazione specifica al sacerdozio ministeriale all'interno di una comunità caratterizzata dalla fraternità cristiana, dalla preghiera, dallo studio della teologia, dall'attenzione al servizio di evangelizzazione del mondo contemporaneo, da una propria disciplina, ispirandosi alla comunità degli apostoli che condivisero la compagnia di Gesù prima di essere mandati ad annunciare il Vangelo.

Vivendo e offrendo questa realtà il Seminario realizza il suo specifico compito ecclesiale in Diocesi.

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2 ESIGENZE NEL PRETE DI OGGI

2.1. Competenza. Cambia rapidamente la situazione, vi è un pluralismo di proposte e un innalzamento della cultura associato ad una approfondita esigenza della "competenza" di ciascuno nel proprio campo. Da queste premesse scaturisce l'importanza che il prete sia sempre più competente nel suo campo specifico di annunciatore del Vangelo, di presidente delle celebrazioni liturgiche, di guida spirituale e di educatore delle comunità (mentre sono venuti meno vari settori di supplenza), che sia duttile nei suoi rapporti con le persone (di varia provenienza) e nella predicazione (perché si rivolge a persone con culture diverse) e che abbia raggiunto una propria stabilità psicologica capace di far fronte alle pressioni dell'ambiente e di seguire un proprio progetto di lavoro pastorale, di saper comunicare con tutti e nello stesso tempo di riuscire a ritagliarsi un proprio spazio di preghiera e di studio.

2.2. Responsabilità. Molti sacerdoti sono soli, hanno a disposizione più mezzi di un tempo, hanno un largo spazio di libertà nell'informazione, nello spostarsi, nell'operare, dentro un mondo disposto spesso ad appoggiare le scelte di vita più varie.

Di qui l'esigenza di una forte educazione alla responsabilità nell'uso del tempo e del denaro, alla socializzazione con gli altri sacerdoti e nell'autonomia dalla propria famiglia, alla capacità di scelta dei propri impegni e di organizzazione della propria vita.

2.3. Comunione obbediente. Va diffondendosi una cultura incentrata su l'autonomia del soggetto e la soddisfazione dei suoi desideri immediati. Il sacerdote invece deve annunciare un Vangelo che non è suo, ma che ha ricevuto; deve celebrare un mistero che non dipende da lui; deve guidare una comunità secondo le indicazioni di Gesù Cristo e l'azione dello spirito Santo e non i suoi gusti. Il sacerdote, per operare lecitamente e validamente, deve agire in comunione con Cristo e la sua Chiesa. Risulta perciò determinante per l'autentica figura del prete il vivere in obbedienza di Cristo nella sua Chiesa.

2.4. Senso del reale. In un mondo in rapido cambiamento e con larghe possibilità di esperienza del virtuale si è facilitati nel guardare al futuro, ma nello stesso tempo si può essere distolti dalla percezione del reale. Lo stesso sviluppo delle capacità espressive e in particolare della parola può spingere a confondere l'immaginario con il concreto.

L'educazione se da una parte deve porre degli ideali per svegliare la vita e indirizzarla, dall'altra dovrà favorire, anzi esigere della costanti verifiche. Non si educa semplicemente mostrando ciò che dobbiamo essere, ma iniziando a sperimentare l'ideale che viene proposto.

2.5. Fede e duttilità. Il processo di secolarizzazione in atto, con i suoi aspetti positivi e negativi, sottrae al prete appoggi sociali e culturali che facilitavano la percezione della propria immagine e perciò richiede una verifica più approfondita del radicamento della propria fede cristiana. Lo stesso frequente cambiamento delle situazioni in cui ci si trova ad annunciare il Vangelo domanda per un verso la stabilità della fede e dall'altra la duttilità della propria attività pastorale.

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3. PROGRESSIVITÀ DELLA FORMAZIONE

3.1. Dono e compito. Il sacerdozio ministeriale non è una conquista, ma un dono e un compito che vengono da Dio attraverso la sua Chiesa. Tuttavia l'uomo è chiamato a disporsi ai doni di Dio e a coltivare i germi di grazia che trova nella sua esistenza. Una coltivazione che, pur nella sua continuità, ha tempi e modi diversi a seconda dello sviluppo della psicologia e della spiritualità di ciascuno, e variamente si alimenta di testimonianze, di indicazioni, di esperienze. In questo processo di crescita ha un ruolo decisivo l'esemplarità dei modelli concreti sia proposti (per esempio i superiori) che scelti (per esempio sacerdoti amici).

3.2. Continuità. La vita non sopporta interruzioni. Se si interrompe, muore. Nel cammino formativo del ragazzo, del giovane non si deve perciò nè "fermarsi", nè "anticipare" ciò che appartiene al futuro. Ciò tuttavia non impedisce che il passato continui a pesare sul presente e che il futuro, quale meta da raggiungere e progetto da realizzare, non orienti e dia vigore al proprio cammino. Di qui l'importanza dell'educazione anche iniziale di una persona e in particolare della propria famiglia e nello stesso tempo del bisogno di proporsi delle mete precise.

3.3. Va prevista non solo una preparazione al dono di Dio, ma anche una sua coltivazione dopo che lo si è accolto, in analogia alla cura che si deve prestare ad un campo prima e dopo la semina.

3.4. Nel proprio cammino vocazionale vanno rispettate e verificate tutte le tappe fondamentali di ogni crescita umana e cristiana, incominciando da quella affettiva perché non avvenga che problemi non affrontati a sua tempo debbano riesplodere avanti negli anni. Vedi i rapporti con i propri genitori e la propria famiglia, con gli altri ragazzi, con le ragazze.

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4. ALL'INGRESSO IN SEMINARIO

4.1. Di norma tra la domanda di entrare in Seminario manifestata al Rettore e l'accoglienza nella comunità deve trascorrere almeno un anno di conoscenza reciproca, quando si tratta di ingressi in Teologia. Durante questo tempo il candidato deve mettersi in un rapporto continuativo sia con il Rettore che con il Padre spirituale, trascorrere dei momenti di partecipazione alla vita di Seminario, prendere visione delle presenti regole.

4.2. La domanda di entrata in Seminario dovrà essere corredata dalla testimonianza scritta del parroco, di eventuali sacerdoti che hanno conosciuto il candidato, e di altre persone che possono dare una testimonianza significativa.

Nell'accoglienza si dovrà tener conto della famiglia, che il Rettore cercherà di conoscere prima dell'ingresso del candidato, dell'esperienza fatta dal ragazzo o dal giovane e delle possibilità di scelta che questo poteva nella sua vita.

4.3. Ciascun Seminarista contribuirà economicamente alla vita del Seminario in modo che nessuno sia costretto a rinunciare alla propria vocazione per ragioni economiche, e nello stesso tempo non avvenga che si sfrutti il Seminario quasi fosse un diritto venire aiutati perché si pensa di servire un giorno la Chiesa.

4.4. Di norma non possono essere ammessi in Teologia giovani che non abbiano un titolo di studio di ammissione all'Università. Se essi hanno fatto delle scuole solo tecniche, dovranno integrare la loro cultura con Corsi aggiuntivi.

4.5. Chi viene accolto in Seminario dovrà sempre prima presentarsi al Vescovo, primo responsabile dell'educazione dei giovani al sacerdozio.

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5. PRIMO BIENNIO

5.1. I primi due anni di Seminario hanno lo scopo di educare e di verificare le attitudini fondamentali al sacerdozio da parte dei giovani che si ritengono chiamati a servire la Chiesa nel presbiterato. Esse sono l'equilibrio della persona, le sue capacità di relazione interpersonale, l'impegno lavorativo, l'interesse religioso, le capacità intellettuali, il desiderio di condividere con gli altri la propria fede.

5.2. Alla educazione e alla verifica di queste attitudini concorrono la vita di comunità del Seminario, i rapporti con gli educatori (il rettore e il vicerettore, il padre spirituale, il Vescovo, il proprio parroco, i professori), la scuola di teologia, le eventuali esperienze pastorali.

5.3. La comunità del Seminario deve educare e verificare la capacità di stare con gli altri, di lavorare, di accordarsi e di pregare con essi, condividendo interessi ed oneri comuni in modo che si cresca per servire e non tanto per essere serviti, secondo l'insegnamento del Signore.

5.4. I rapporti con il Rettore devono essere frequenti, in un clima di fiducia reciproca, per verificare l'andamento della globalità del cammino del seminarista. Con il Padre Spirituale la guida e la verifica va fatta non solo su le idee ma anche sui comportamenti concreti, secondo un progetto di cammino spirituale che va determinato per ciascuno, e che deve corrispondere agli indirizzi fondamentali dati dal Vescovo e dal Rettore. Essi riguardano la vita affettiva del seminarista, il dominio di sé, i suoi rapporti con gli altri, la preghiera, le capacità lavorative, il senso della Chiesa, il desiderio apostolico.

Tutti gli anni i Seminaristi s'incontreranno con il Vescovo e ogniqualvolta fosse ritenuto opportuno d'ambo le parti, in modo che vi sia un'adeguata conoscenza reciproca e fin dal Seminario s'avvii quello spirito di "familiarità" e di "condivisione ecclesiale" che dovrà poi accompagnare sempre la vita da sacerdote.

Il parroco, che solitamente ha conosciuto il Seminarista ancora bambino e ragazzo e la sua famiglia, costituisce un punto di riferimento importante durante le vacanze e anche i brevi rientri in parrocchia sia come guida pratica nel comportamento sul posto, sia come immagine concreta della vita del prete.

I professori possono dare un loro prezioso contributo educativo con le loro parole e soprattutto con la loro condotta (puntualità alle lezioni, buona preparazione di queste, passione per lo studio del mistero di Dio e degli interrogativi dell'uomo, la loro vita sacerdotale della quale i seminaristi sono al corrente) e possono dare una fondata testimonianza su le capacità lavorative e di apprendimento degli alunni, su il loro interesse per i problemi religiosi, su i modi delle loro relazioni interpersonali (gentili, rozzi, chiusi, loquaci, ordinati, puntuali, evasivi, pigri, ecc. ecc.).

5.5. Durante il biennio, possibilmente già nel primo anno, sarà dedicato un tempo congruo organizzato dal Rettore con la collaborazione del Padre Spirituale, sui temi della castità, la povertà, l'obbedienza, la preghiera, la pastorale, con lezioni e testimonianze in modo che l'aspirante al sacerdozio già nei suoi primi passi possa avere davanti agli occhi la meta concreta alla quale deve tendere e sulla quale deve misurare lo stile di vita che dovrà assumere.

5.6. Per la preghiera si dovrà curare particolarmente la partecipazione alla santa Messa e almeno una mezz'ora di meditazione al giorno. Le Lodi e i Vespri segneranno l'inizio e il termine della giornata. L'adorazione eucaristica ogni giorno sarà vissuta in collegamento con la celebrazione della Messa. Il santo Rosario deve educare i Seminaristi sia a riandare i misteri di Cristo con il cuore di Maria, e insieme a vivere una preghiera popolare.

Ciascuno verifichi il proprio senso religioso non solo guardando alle preghiere comunitarie, ma anche a quelle liberamente e personalmente scelte.

5.7. La scuola di teologia (che ha un suo ordinamento a parte) costituisce un momento molto importante nella formazione del Seminarista, per questo si dovrà curare fin dai primi giorni l'educazione a saper ben studiare, eventualmente con qualche incaricato al riguardo, tenendo conto della provenienza tante volte culturalmente varia di chi entra in Seminario.

5.8. Il Rettore del Seminario, sentito il parere dei suoi collaboratori, deciderà caso per caso circa l'esperienza pastorale da proporre ai seminaristi nelle feste in cui lasciano il Seminario e durante le vacanze, tenendo però presente che durante il biennio è molto importante curare anzitutto la vita all'interno del Seminario.

5.9. Solo dopo che è terminato il biennio, sono stati sostenuti positivamente tutti gli esami e si è mostrato a sé e agli altri provate attitudini fondamentali al sacerdozio, si potrà procedere al rito di Ammissione tra i candidati al Diaconato e al Presbiterato, prese le dovute informazioni e avuto il consenso del Padre Spirituale, e accedere al terzo anno di teologia.

5.10. Potrà essere opportuno che per facilitare la maturazione e la verifica vocazionale si scelga l'anno dopo il biennio per l'esperienza di un anno o più di "esperienza pastorale", sospendendo gli studi teologici.

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6. TRIENNIO SUPERIORE

6.1. Di norma i Seminaristi che frequentano il terzo anno di teologia vengono accolti tra i candidati al sacerdozio, perciò devono vivere questa nuova tappa della loro vita già in un certo spirito di appartenenza del clero.

La loro nuova condizione dovrà avere un suo rilievo in compiti all'interno della comunità del Seminario, in impegni pastorali assunti fuori della loro parrocchia d'origine e si distingueranno anche per l'abito assimilato a quello del clero.

6.2. In questo tempo il Seminarista deve coltivare e verificare la stabilità della sua vita di preghiera, la continuità del suo interesse religioso e pastorale, l'equilibrio della sua affettività e la serena scelta del celibato, la sua disponibilità ad una vita laboriosa, sobria, distaccata dal denaro, obbediente, di servizio al prossimo, la sua capacità a stare e collaborare con gli altri.

Queste qualità vanno coltivate e verificate particolarmente con l'aiuto del padre spirituale e del rettore, incominciando dalla vita quotidiana che si conduce in Seminario, e poi nei luoghi e nei tempi in cui spetta a ciascuno organizzare il proprio tempo come quando per esempio si è in vacanza.

6.3. La fedeltà alla preghiera va verificata nell'uso del tempo anche fuori del prescritto e nella disponibilità in parrocchia a seguire più impegni (per esempio animare più di una Messa). L'interesse religioso si misura non solo nella fedeltà alla preghiera, ma anche nello studio della teologia, della sacra Scrittura, nell'attenzione ai fatti ecclesiali. L'equilibrio dell'affettività si manifesta nei rapporti con la propria famiglia, con i propri compagni, con i ragazzi che s'incontrano nell'attività pastorale, con le ragazze, nella capacità a saper sopportare disagi ed eventuali osservazioni. La sobrietà trova riscontro nella sopportazione serena dei disagi che la vita comunitaria può comportare, nel modo di vestire e di tenere la propria stanza, nel dominio della propria golosità e nella capacità di adattamento a situazioni di disagio, nell'attenzione più a servire che ad essere servito sia in Seminario che in famiglia, nel saper bastare a se stessi. L'obbedienza che deve preludere alla futura vita sacerdotale si esercita nell'eseguire gioiosamente compiti richiesti in Seminario o in parrocchia, nel chiedere parere o consenso per le proprie iniziative, nel mettere in pratica le direttive date dal Vescovo, dal rettore o dal parroco presso il quale si svolge la propria attività pastorale. Lo stare e il collaborare con gli altri esige che il Seminarista non sia dominato né dalle simpatie, né dalle antipatie, pur sentendole dentro di sé. Il sacerdote è chiamato non a scegliersi i compagni di viaggio, ma ad accompagnarsi a tutti quelli che incontra nel suo cammino, anzi a cercare anche i più lontani, perché è mandato per la salvezza di ogni uomo. Il suo è un compito di matura responsabilità che non si improvvisa, ma si matura in un lungo esercizio.

6.4. Durante il triennio la preghiera, lo spirito di povertà e di sobrietà, l'affettività e la castità, la laboriosità, l'obbedienza, la dedizione agli altri, la passione pastorale dovranno essere approfonditi e verificati in appositi incontri in modo che non risultino proposte generiche che non si prestino ad una reale verifica.

6.5. Mentre il Seminarista deve coltivare e verificare la sobrietà, l'obbedienza, lo spirito di preghiera, l'interesse religioso e pastorale nella sua vita, nello stesso tempo egli deve crescere in umanità, che si esprime in gentilezza, cortesia, ordine, puntualità, sincerità, riconoscenza. L'attenzione ai grandi valori della vita cristiana e la loro proposta trova nella "umanità" di chi li propone un importante segno di credibilità. La presa sul serio di Dio comporta una presa sul serio dell'uomo.

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7. IL SESTO ANNO

7.1. Il sesto anno dovrebbe costituire il momento di raccordo tra una vita aiutata dalla compagnia di una comunità che condivide ideali e stile di esistenza, e una vita in cui prevale l'aiuto da dare agli altri in una comunità che solo in parte ( e tante volte in piccola parte) condivide ciò in cui crede il prete.

7.2. In questo tempo il Seminarista dovrà curare particolarmente l'interiorizzazione delle ragioni del sacerdozio sia avviandosi ad un'esperienza pastorale più continuativa, sia riflettendo in appositi tempi, aiutato sia da "riflessioni" che da "testimoni", su la traduzione pratica dell'ideale sacerdotale nel ritmo di vita delle nostre parrocchie.

7.3. Sempre in questo tempo il Seminarista avrà cura di formarsi una certa sintesi di comprensione del mistero cristiano, della sua specifica spiritualità, dell'accordo nella sua vita tra preghiera, studio, attività pastorale, imitazione di Cristo nella propria vita.

7.4. Il completamento dei propri studi teologici nelle varie tappe di vita del Seminario costituiscono un motivo necessario, ma non sufficiente per accedere al sacerdozio, il quale non è un coronamento di studi, ma un "dono" e un "impegno" che vengono da Dio per il servizio ("ministero") della salvezza degli uomini, e perciò richiede delle condizioni che vanno aldilà del semplice risultato dei propri studi.

Per questa ragione i tempi di conferimento del Diaconato e del Presbiterato vanno decisi dai superiori con l'interessato tenendo presente le sue effettive disponibilità globali al dono di Dio.

7.5. Più ci si avvicina al tempo dell'ordinazione diaconale e presbiterale e più frequente dovrà essere il contatto con il Vescovo nei momenti di preghiera come anche nel colloquio per favorire sia il giudizio sulla loro vocazione, sia il loro inserimento nel presbiterio.

7.6. Per non appesantire la scuola e nello stesso rispondere ad esigenze pratiche di preparazione alla vita in parrocchia, durante questo anno si promuoveranno degli incontri con i responsabili degli uffici di Curia o di attività pastorali diocesane.