B. 27.3. Risposta agli auguri di Natale dei carcerati (3 gennaio 2005)

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Gazoldo degli Ippoliti, 3 gennaio 2005

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Caro Xxx e detenuti della Casa circondariale di Torre del Gallo,

ho ricevuto la vostra lettera in questi giorni e mi ha fatto un grande piacere il vostro ricordo e augurio. Sono sempre venuto tra voi pensando d’incontrare dei miei fratelli. Fratelli sfortunati, ma fratelli. Celebrando con voi e per voi l’Eucaristia pensavo com’era bello sentire così vicino Gesù Cristo che offriva per noi tutti la sua vita in quel luogo dove sembrava che l’amore non avesse ospitalità.

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Quando poi passavo a salutarvi nelle celle, allora mi prendeva un senso di tristezza: chiusi per ore in solitudine, lontani dai vostri cari, diversi lontani anche dalla propria nazione.

Per questo vi auguravo sempre che poteste lavorare, che ne approfittaste di tutto questo tempo per istruirvi, per coltivare voi, privati della libertà esterna, la vostra libertà interiore, quella che è decisiva per la nostra esistenza. E ricordavo dei prigionieri della seconda guerra mondiale, come il professor Lazzati, che conobbi personalmente, e il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, che seppero trasformare la loro prigionia in una grande scuola di vita.

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Che il Signore vi aiuti a tener viva la speranza. Dio non ci abbandona, se noi non gli chiudiamo la porta in faccia.

E se volete ascoltare la sua voce, nel silenzio della vostra cella aprite il Vangelo, leggetene alcuni brani. Essi furono scritti per ciascuno di noi. Il Vangelo vi aiuterà ad uscire spiritualmente dalla vostra cella perché diventerete in quel momento interlocutori di Dio. Voi, che per avere un colloquio con una persona amica o di casa vi scontrate con tanti limiti di luogo e di tempo e burocratici, pensate: Dio è sempre disposto a darvi udienza!

Del resto se leggete il Vangelo vedete che Gesù Cristo si è fermato con tutti, a tutti ha rivolto la sua parola di bontà, anche al ladro che era stato crocifisso con Lui. Tacque solo con chi orgogliosamente voleva prendersi gioco di Lui, come Erode.

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Il Natale ci commuove non solo perché davanti a un bambino ogni cuore s’intenerisce, o perché ci ricorda quando bambini andavamo a Messa con i nostri genitori e poi ricevevamo qualche regalo, ma perché Dio, signore della terra, si è fatto bambino affinché ogni uomo lo potesse sentire accanto a sé, anche nella sua grande solitudine e debolezza.

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Che questa sua vicinanza vi consoli e sorregga la vostra speranza.

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Ricordando sempre nel Signore quelli che ho conosciuti, ma pregando anche per quelli che non conosco

                                                                                                             + Giovanni Volta

                                                     per più di diciassette anni vescovo di Pavia