B. 24.2. Pv 1990. Intervista sul documento "Uomini di culture diverse"

Intervista al Vescovo sul documento della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace dal titolo:

“Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà” del 25-3-1990

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Quali sono state le indicazioni che hanno portato la Commissione Giustizia e Pace a redigere questo documento?

L'iniziativa di elaborare un documento su la convivenza nello stesso territorio di uomini di culture ed etnie diverse è nata più di due anni fa. Essa scaturiva dalla costatazione che non vi sono solo le grandi guerre tra nazione e nazione, ma anche quelle piccole nelle nostre città, tra persone di etnia e cultura diverse.

Mentre su la pace tra le nazioni i singoli hanno solitamente una incidenza indiretta e lenta, nel caso invece della convivenza nello stesso territorio 1'apporto dei singoli, delle associazioni, dei gruppi, può avere un peso rilevante.

Si notava già due anni fa, tra l'altro, come il problema degli immigrati stava crescendo, e perciò richiedeva una presa di coscienza più viva da parte dei credenti e dei non credenti.

Quali obiettivi si intendono proporre alla Chiesa Italiana con questa riflessione?

Gli obiettivi che si propone il documento sono dunque anzitutto la sensibilizzazione della comunità cristiana verso le nuove forme complesse di povertà che si vanno formando nei nostri paesi, nelle nostre città, perché vi sia una risposta da parte di tutti, secondo la propria competenza (dalle parrocchie ai gruppi, alle associazioni, alle autorità amministrative, ai politici, ai sindacati...), a questa situazione di emergenza dove sono in gioco i grandi valori del rispetto di ogni persona, indipendentemente dalla sua cultura, razza, religione, e della solidarietà umana.

Su quali linee si dovrà fondare la cultura dell'accoglienza auspicata dal documento?

Il documento, riconoscendo la complessità dei problemi suscitati dalla crescente immigrazione, specialmente dai paesi extra-europei, ritiene che, accanto all'intervento più urgente esigito dallo stesso bisogno di sopravvivenza, si debba operare contemporaneamente sia a livello legislativo (con la conseguente messa in pratica delle norme legislative) sia a livello culturale che educativo.

Una normativa senza un terreno culturale recettivo facilmente resta inefficace, come un processo di sensibilizzazione culturale senza lo sbocco di norme adeguate a livello sociale, pubblico, non diventa efficace. La scuola, i mass media, la famiglia, le associazioni, hanno un ruolo molto importante nella formazione di una mentalità di accoglienza.

La Chiesa e la società italiane sono pronte ad accogliere questa novità?

Un problema grosso che si pone, volendo instaurare un atteggiamento di maggiore solidarietà verso gli eventuali “diversi” è quello di riuscire a scoprire e ad instaurare una piattaforma di valori comuni (già la nostra Costituzione ne riconosce alcuni fondamentali per quanto riguarda la nostra questione). Senza denominatori comuni non ci può essere una vera solidarietà; e questa a sua volta non si compie se non nella “reciprocità”, e non semplicemente nell'assistenza.

Si tratta di un cammino difficile da fare, trattandosi di una situazione per certi aspetti inedita da noi in Italia per la sua vastità, e perciò manchiamo di nostri riferimenti storici.

D'altra parte proprio noi italiani, molto prima dei marocchini, dei senegalesi, dei libanesi, ecc. fummo emigrati in terra straniera, per cui vale per noi letteralmente l'espressione biblica: “amate il forestiero, perché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto” (Dt. 10,19).

La Chiesa, in forza del Vangelo, si trova impegnata in primo piano non da sola, ma con gli altri uomini in questo sforzo di accoglienza nella reciprocità di doveri e di diritti. La scelta è, in termini calcistici: giocare in difesa o giocare in attacco? Il documento ritiene che si debba giocare all'attacco, vale a dire affrontando la “novità”, insieme, non respingerla, non subirla.

Quale valore fondamentale comune viene messo in gioco per vincere il conflitto e realizzare la solidarietà?

I valori comuni sui quali è possibile incontrarsi ritengo che siano quelli fondamentali della persona umana (che anche la nostra Costituzione ribadisce con fermezza), e perciò i diritti e i doveri primari di ognuno, il riconoscimento della intrinseca socialità dell'uomo per cui vive e cresce solo in rapporto con gli altri, e infine l'aiuto ai più deboli, che non è un'abdicazione alla propria dignità, ma piuttosto una delle sue più alte espressioni.

Va aggiunto che sempre più il mondo manifesta un intensificarsi delle interdipendenze non solo tra singoli, ma tra sistemi e popoli, per cui la “solidarietà” nazionale e internazionale risulta sempre più non un lusso, ma una necessità per la sopravvivenza, per la pace tra i popoli.

Pavia, 7 aprile 1990

Vita Diocesana 1990, pp. 30-32