B. 24.5. Legalità, indicazioni per un impegno cristiano. Vendrogno (CO) 1993

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I fatti, le responsabilità, i rischi perchè l’utopia cristiana della legalità

e dell’amore concreto per milioni di poveri oppressi cessi di essere utopia

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Giovanni Volta

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LEGALITà:INDICAZIONI PER UNA LETTURA E UN IMPEGNO

DEL CRISTIANO NEL NOSTRO TEMPO

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(Casa Giglio - Vendrogno - CO - Sabato 7 agosto 1993 ore 9,15)

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1. Alcuni interrogativi

Al termine di una impegnativa settimana di studio, durante la quale avete affrontato argomenti tanto complessi, vorrei limitarmi a proporre alcuni criteri di lettura del nostro tempo, per poi trarne alcune indicazioni di cammino. Lo sconcerto e la denuncia di fronte ai fatti nazionali e internazionali che stiamo vivendo non sono sufficienti per migliorare le nostre condizioni di vita. Anzi, dentro l'opinione pubblica corrente risultano anche facili fino a diventare retorici.

Un’espressione è ricorrente a livello di Parlamento, di amministrazione locale, di scuola, di industria, di partiti, di società: dobbiamo cambiare. Ma perchè? In quale direzione?

Ricorre spesso nei giornali l'appello ad una moralizzazione della società, delle amministrazioni, dei partiti. Ma che cosa s'intende per morale, per giustizia? A chi e a che cosa ci si deve appellare per definirle? Ogni giorno assistiamo a discorsi contradditori su questi temi, per cui ciò che per alcuni risulta lecito, per altri invece appare gravemente immorale. Ho letto sui giornali di questi giorni di morale del nostro tempo, di diritti di alcuni su gli altri, di logica dell'economia. Ma chi determina il lecito e l'illecito? È la forza, il costume, la maggioranza, la tradizione, la ragione, l'accordo tra gli uomini, l'interesse di ciascuno?

Un riferimento preciso, che nei recenti scandali amministrativi e politici viene citato quotidianamente dai nostri giornali, è quello della legge e della disobbedienza ad essa, la illegalità. Si richiede a voce alta un ripristino della legalità perchè la società possa svilupparsi ordinatamente. Vien però da pensare: ma la legge, a sua volta, fatta dagli uomini, non può venire formulata per fini di parte e quindi risultare ingiusta?

Si avverte dunque un profondo bisogno di cambiamento: ma in quale direzione? Ci si appella ad una ripresa della moralità nella vita pubblica: ma qual è il suo fondamento? Si parla di una ricostituzione della legalità nella vita del nostro paese: ma perchè è in crisi la legalità e qual è il valore della legge?

Se poi guardiamo fuori dai confini dell'Italia, questo problema si ingigantisce ulteriormente: da una parte si è camminato molto nell'affermazione dei diritti e dei doveri degli uomini, di tutti gli uomini, e dall'altra assistiamo ogni giorno alla prevaricazione dei più forti sui più deboli; mentre avvertiamo il bisogno di una sempre maggiore integrazione a livello scientifico e tecnologico tra tutti gli uomini, nello stesso tempo vediamo che ogni singola etnia tende a rivendicare un proprio spazio di autonomia.

Se poi guardiamo dentro di noi, ci accorgiamo di essere molto esigenti verso gli altri e tanto indulgenti verso noi stessi. La contraddizione che constatiamo nella società, che si dà delle norme e poi non le mette in pratica, la dobbiamo riconoscere anche dentro di noi. Già un antico poeta latino, Ovidio, scriveva: "vedo il bene e l'approvo, ma poi faccio il male". Un discorso che ha ripreso anche san Paolo nella sua lettera ai Romani (cf. Rom.7,14-23).

Per un verso potremmo dire perciò che non si tratta di un discorso nuovo, di una difficoltà solo del nostro tempo o di una regione della terra, mentre d'altra parte nelle singole persone, nei diversi tempi e nella varietà delle regioni questi problemi si esprimono con un loro accento particolare.

Vi è nell'uomo e quindi nella società da lui formata un "permanere" che si sviluppa e si esprime "variamente" con il divenire del soggetto e della società sotto la spinta di sollecitazioni diverse.

Per questo l'indagine sulla condizione della società e dell'uomo d'oggi, sulle sue responsabilità e i suoi rischi, deve guardare contemporaneamente alla storia e alla natura dell'uomo, per non risultare solo descrittiva, senza perciò un giudizio di valore, oppure solo essenziale, senza alcun riferimento alla sua condizione storica. È nella storia che non solo vive, ma anche cresce e si esprime l'uomo. La storicità è una dimensione costitutiva del suo essere; in essa perciò va compreso e definito l'uomo.

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2. Norma e vita: alcune caratteristiche del nostro tempo

La norma esprime le istanze della vita e nello stesso tempo la serve. Ma la norma, quando viene codificata, rimane fissa, mentre la vita si può evolvere. Per certi aspetti potremmo dire che il rapporto tra legge e società è simile a quello che intercorre tra il vestito e il corpo di una persona. Di qui la possibile reciprocità ed eventuale tensione tra norma e società.

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2.1. Evoluzione accelerata

Il nostro tempo è caratterizzato da una forte accelerazione del suo sviluppo rispetto al passato. Una accelerazione che ha investito l'economia, la tecnologia, i mezzi di comunicazione sociale, la cultura, il comportamento delle persone, ecc. ecc. Basta confrontare le condizioni di vita di cinquant'anni fa con quelle attuali per renderci conto di come ci sono stati più cambiamenti in questi anni che nei duemila precedenti.

Si è così determinato in molti casi una inadeguatezza tra la norma che regola la convivenza tra gli uomini e le attuali condizioni storiche della nostra società.

Questa situazione può facilmente spingere i cittadini a crearsi delle proprie leggi di comportamento indipendenti da quelle dello Stato, avendo presente soltanto il proprio interesse personale, con la giustificazione che determinate leggi risultano d'impedimento e non di aiuto allo sviluppo della società.

Comunque questo enorme cambiamento richiede a tutti i livelli un profondo adeguamento delle norme della nostra convivenza, onde evitare l’insorgere di iniziative singole, di arbitrarietà e di insofferenza rispetto a norme giudicate soprassate.

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2.2. Accentuato pluralismo e forte interdipendenza dei sistemi

Lo sviluppo della tecnologia, la diffusione e il perfezionamento dei mezzi di comunicazione sociale, l'accentuata interdipendenza dei sistemi hanno messo alla portata di tutti concezioni diverse della vita, determinando in molti casi la crisi di una omogenea tradizione di costumi e di valori nelle singole comunità civili e nella stessa famiglia, fino a suscitare concezioni morali relativistiche o addiritutra scettiche, mentre nello stesso tempo hanno determinato nuove omogeneità di comportamento e di costume.

La stessa facilità del cambiamento di luoghi e di ambienti, favorito dall'evoluzione della società e dalla diffusione dei mezzi di comunicazione, mentre può stimolare un maggiore impegno critico nella valutazione dei propri comportamenti, nello stesso tempo però può indurre ad una concezione relativistica dei valori.

Viene così spontanea la tentazione di snobbare ogni norma che sia contro un proprio interesse immediato per il fatto che se tutto è relativo resta allora determinante il tornaconto personale o lo stato emotivo che ci guidano in quel determinato momento.

D'altra parte lo sviluppo tecnologico e l'intensificarsi degli scambi ha reso più stretti i rapporti di interdipendenza nell'organizzazione della ricerca, della tecnologia, dell'economia e della cultura, per cui il singolo si trova spesso a vivere in una realtà economica, tecnologica e culturale che lascia ben poco spazio all'iniziativa individuale. Vedi la ricorrente autodifesa di molti accusati di prevaricazione contro la giustizia: non potevo fare diversamente in quella situazione. Una interdipendenza che limita molto lo spazio operativo dei singoli, ma che nello stesso tempo mette in rilievo il peso che hanno le strutture e i comportamenti colletivi nella nostra società.

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2.3. Benessere e soggettività

L'accelerazione evolutiva, il pluralismo comportamentale e ideologico, l'omogeneità solamente tecnologica, funzionale, e perciò solo formale, hanno certamente una notevole incidenza sul modo d'intendere e di vivere la norma. Ritengo però che il peso più rilevante sul rapporto tra comportamento e norma sia oggi esercitato dallo sviluppo della "soggettività" e del "benessere". Questi, poi, esercita il suo influsso sugli atteggiamenti dell'uomo anche in proporzione della rapidità del suo accumulo.Vedi per es. l'effetto spesso negativo che esercita su di una persona un arricchimento improvviso.

L'affermarsi della soggettività è legato intimamente alla crescita dell'uomo, alla presa di coscienza della sua libertà e delle sue possibilità. È perchè l'uomo si sente soggetto dei propri atti che si riconosce anche responsabile di essi.

Egli però può spingersi su questa strada fino a ritenersi norma a se stesso. In questo caso l'uomo sarà portato ad accogliere solo le norme che possono servire all'affermazione di sè.

La durezza della vita, l'esperienza della propria debolezza, l'inadeguatezza dei mezzi a disposizione, la malattia, la sconfitta, portano però l'uomo verso l'oggettivo, gli fanno toccare con mano i suoi limiti, ai quali tante volte non pensa per una sua illusione di omnnipotenza (vedi per es. la psicologia del protagonista del romanzo di Solgenitzin "Reparto cancro").

L'abbondanza invece dei mezzi lo può spingere maggiormente ad interrogare i propri desideri, le proprie voglie, dandogli la falsa percezione di essere signore della propria vita. (In alcuni casi il suicidio si presenta come il frutto della improvvisa rivelazione dei limiti o addirittura dell'impotenza della propria soggettività.)

Il benessere costituisce spesso il terreno propizio per la crescita di questa ingenua soggettività che porta a vedere le norme e gli stessi uomini a servizio dell'affermazione di sè. Questo legame intimo tra il possesso dei mezzi e l'affermazione di sè mi pare spieghi bene l'intreccio che ogni giorno viene denunciato tra "politica" ed "affari", tra "politica" e "denaro", fino a smarrire il senso autentico della vita anche ai livelli più alti della cultura e della società.

Con un’espressione amara il Salmista così descrive chi viene fatto prigioniero dalle cose: "L'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono."     (Salmo 49 (48), 13 e 21).

Non si tratta di non usare i mezzi che Dio ha messo a disposizione dell'uomo chiamandolo a possedere la terra, a custodirla, a farla crescere, ma di non diventarne schiavi.

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3. Ripartire dalla verità dell'uomo

Lo sviluppo è un bene; il pluralismo, quale manifestazione delle mille ricchezze del reale, è una ricchezza; l'interdipendenza tra i vari sistemi può legare più profondamente tra di loro gli uomini; l'abbondanza dei mezzi è una possibilità. Dove sta dunque il nocciolo del problema? Ritengo che esso si ponga primariamente nell'uomo, nella verità della sua esistenza.

L'uomo è misura della legge, dei suoi comportamenti, delle sue scelte, della società.

Ma l'uomo può risultare falsificato, umiliato o glorificato fuori della sua misura. Vedi per es. l'esperienza storica del comunismo e del nazismo, nati sotto l'insegna della esaltazione e liberazione dell'uomo, hanno finito con l'umiliarlo in maniera feroce e con l'opprimerlo privandolo della sua libertà.

Nell'uomo sta il luogo dell'incontro e delle differenze nella cultura contemporanea e nel rapporto tra cristiani e non cristiani.

Sempre in rapporto alla concezione che si ha dell'uomo si può parlare anche nella società contemporanea di "realismo", di "pessimismo", di "utopia", di "speranza".

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3.1. L'incanto dell'apparenza

Tutti convengono che sia l'uomo a dare valore ai suoi atti; nella realtà però noi tendiamo poi a dare valore non all'uomo, ma a ciò che gli appartiene, come per es. la macchina, la casa, la salute, la giovinezza, la posizione sociale, la ricchezza. L'apparenza ci incanta. Il potere dei mezzi di comunicazione sociale ha ingigantito particolarmente nel nostro tempo il fascino dell’"immagine" fino a farne un idolo.

Siamo spesso tentati di vivere come nel dormiveglia. Andiamo dove vanno tutti, accogliamo ciò che la maggioranza approva, scegliamo gli impegni che non ci fanno soffrire, facciamo fatica ad andare oltre l'immediato, ci curiamo più dell'apparire che dell'essere. L'apparire ha mille spettatori; l'essere ha solo il giudizio della nostra coscienza.

Con un’immagine semplice e tanto significativa così affronta questo problema l'apostolo san Giacomo:

"Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate colui che è vestito splendidamente e gli dite: =Tu siediti qui comodamente=, e al povero dite: =Tu mettiti in piedi lì=, oppure: =Siediti qui ai piedi del mio sgabello=, non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? " (Giac.2,2-4).

Non si tratta, notate bene, anzitutto di un atteggiamento di convenienza, di bontà di cuore, ma di un giudizio di verità; la verità sull'uomo. Da qui dobbiamo ricominciare.

La crisi della società, se ben guardiamo la storia, si radica sempre in un oscurarsi del senso dell'uomo, della sua fondamentale dignità e vocazione, e perciò del suo valore e della sua responsabilità.

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3.2. La rivelazione dell'uomo in Gesù Cristo

All'uomo rimanda la legge, il progetto della società e la costruzione della sua città. A servizio dell'uomo si deve porre ogni potere. Ma l'uomo a sua volta rimanda ad un Altro. Ci dice la Scrittura che egli fu creato ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen. 1,26-27), mentre Gesù Cristo ha aggiunto che anche il più povero è immagine della sua presenza nella storia, quale sua domanda concreta d'amore (cf. Mt. 25, 31-46).

In Dio sta il segreto della nostra esistenza, che Egli ci ha rivelato in Gesù Cristo, nel quale siamo stati scelti prima della creazione del mondo (cf. Ef.1, 4); per cui insegna il Vaticano II che "Cristo...proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli rende nota la sua altissima vocazione" (Gaudium et Spes n. 22). In forza dell'incarnazione, continua il Concilio: "il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo" (Ibi.)

Non si tratta perciò di un discorso di alternativa tra la sequela di Gesù Cristo e quella dell'uomo, ma piuttosto del pieno adempimento della seconda nella prima. Afferma ancora il Vaticanmo II: "Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, si fa lui pure più uomo" (Gaudium et Spes n.41).

Non solo dunque Gesù Cristo rivela l'uomo all'uomo, ma lo riconcilia anche con se stesso e con Dio e lo rende capace, con il dono del suo Spirito, di essere fedele alla sua legge di crescita e di convivenza nella carità, e perciò alla legge fondamentale della sua vita. La legge che regge tutte le altre.

“Utopia” secondo le sole forze della "carne", ma "speranza" - e perciò con una autentica possibilità di realizzazione - secondo lo Spirito, che opera nel cuore di ogni uomo che non gli si oppone con il peccato.

È interessante notare che nel testo citato di san Giacomo l'autore, dopo aver posto il problema del riconoscimento della dignità dell'uomo anche sotto le sembianze del povero, pone il problema del precetto fondamentale del credente, quello dell'amore del prossimo come noi stessi, e ne sottolinea una condizione fondamnetale: quella di non fare "distinzione di persone" (Gc. 2,9), in conformità alla comune dignità di ogni persona e all'universalità dell'amore di Cristo..

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3.3. Utopia e speranza del compiersi dell'uomo nel tempo

Forse a qualcuno verrà di pensare: ma questi discorsi non ci fanno estranei alla città concreta dell'uomo? Essi non appartengono ad una sfera di esistenza "utopistica"? Non arrischiamo in questo modo di fare un discorso integralista?

Una domanda molto seria e pertinente.

Certamente non chiediamo agli altri di condividere degli sviluppi senza averne prima accettato le premesse. Nè possiamo chiedere a chi (persone e istituzioni) non ha determinate competenze di operare nei loro ruoli specifici fuori di queste competenze.

Tutto ciò però non impedisce che il discorso fatto costituisca l'ambito valutativo e motivazionale del cristiano credente, per cui una certa prospettiva può costituire per il non cristiano un discorso "utopico", mentre per il cristiano esso costituisce una autentica "speranza". Anzi, la fedeltà del cristiano alla propria legge di carità può mostrare al non credente che il suo credo non è semplicemente una utopia.

Per questo il cristiano, vivendo tra gli uomini e operando secondo la sua fede, si sente nello stesso tempo "forestiero" e "accanto". Forestiero, perchè trae la luce e la forza per il suo impegno di fedeltà dalla legge dell'amore da Dio, e non dalle sue forze. Accanto, perchè la sua fedeltà è dentro la storia degli uomini e per la realizzazione piena della loro vocazione.

Un esempio di questo "lievitazione" della legge della carità evangelica dentro la legge degli uomini noi la troviamo in un piccolo gioiello del Nuovo Testamento: la lettera di san Paolo a Filemone, dove Onesimo risulta insieme "schiavo" secondo la legge romana e "fratello" secondo la rivelazione cristiana. Fu come un pugno di fermento che ancora va lievitando la società e la storia degli uomini, se noi osserviamo il dislivello che tuttora è presente nella società tra la "dignità" dell'uomo, espressa in quella lettera, e i nostri comportamenti nei suoi riguradi.

A vivere questa condizione di fermento nel mondo sono chiamati i cristiani (come già ricordava l'antico scritto "A Diogneto").

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Conclusione

Vorrei concludere questa mia proposta di lettura della condizione e dell'impegno del
cristiano nel mondo contemporaneo con le stesse parole con cui Paolo VI riassunse l'incontro della Chiesa con l'uomo d'oggi nel Concilio Vaticano II. Una omelia di grande apertura, di fiduciosa speranza, perchè profondamente radicata in Gesù Cristo e nel suo Spirito:

" La Chiesa del Concilio - ha detto il Papa quel giorno - sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell'uomo quale oggi in realtà si presenta ... Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell'uomo." (7 XI 1965, omelia di Paolo VI nella 9° sessione del Concilio).

Un umanesimo che, fondandosi su Gesù Cristo, è in grado di abbracciare ogni uomo, anche i più sventurati, e che perciò ci impegna ad essere loro vicini con lo stesso cuore del Salvatore.

Nel suo messaggio ai poveri e a tutti coloro che soffrono, così si sono espressi i Padri del Concilio Vaticano II: "A voi tutti che sentite più pesantemente il gravame della Croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi attorniati dal silenzio, voi gli sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; voi siete i fratelli del Cristo sofferente; e con Lui, se volete, voi salvate il mondo."

 A tanto arriva l'amore di Gesù Cristo, e quindi a tanto deve tendere l'amore del cristiano: fare del povero non solo un soggetto da aiutare, ma anche un protagonista del progetto di salvezza di Dio