B. 29.2. Pv 1990. Intervista a un anno dalla caduta della Torre civica

Intervista ad un anno dal crollo della Torre civica.

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D. 17 marzo 1989. Una data che difficilmente sarà dimenticata dai pavesi. Eccellenza, cosa ricorda di quel giorno?

R. Di quel giorno ricordo il prolungato sussulto del Vescovado, la polvere che aleggiava sulle macerie in piazza del Duomo, la “montagna” di pietre e di detriti al posto della torre, e una donna sola, stesa in piazza, coperta di polvere, in un grande silenzio. Poi, dopo lunghi minuti, il rianimarsi di quell'ambiente “desolato” di soccorritori, di giornalisti, e l'insediamento in Vescovado della direzione del gruppo operativo.

D. Lei abita in piazza Duomo e ogni mattina, affacciandosi alla finestra, vede una piazza desolata e muta, alcune case sventrate e una lapide con quattro nomi. Che bilancio trae dopo un anno di simili “vedute”?

R. Mi rendo conto che c'è una grande distanza tra il “pensare”, il “dire” e il “fare”.

D. La Cattedrale riaperta il 9 dicembre, le case non ancora sistemate, la piazza devastata. Cosa suscitano in lei queste immagini?

R. Queste rovine mi ricordano la guerra, e con la guerra mi fanno presente che, come allora siamo usciti dall'emergenza collaborando tutti, così anche oggi è importante, anzi decisiva la “solidarietà”. Questa però nasce se riusciamo a stabilire una comune piattaforma che abbia come obiettivo l'interesse per il bene della città, aldilà degli interessi di parte.

D. Lei crede sia stato fatto “tutto” per coloro che hanno perduto la casa e le persone più care?

R. Non sono sufficientemente informato di ciò che hanno fatto le autorità responsabili della sistemazione della piazza e della ricostruzione delle case squarciate per poter dire se hanno fatto tutto. Certamente per le persone morte non tocca solo alle autorità dare un aiuto, ma a tutti noi, con la nostra attenzione, con la nostra disponibilità, e anche con la nostra simpatia. Non c'é aiuto che possa compensare la perdita di una persona cara.

D. Cosa si sente di dire a Pavia e ai pavesi in questo giorno anniversario del crollo della Tone civica?

R. Il crollo della nostra Torre civica ha messo in risalto per tutti noi la preziosità di beni ai quali forse abbiamo poco badato finché rimasero possesso pacifico. Di qui scaturisce l'esigenza di una più attenta cura dei beni storici, artistici che abbiamo nella nostra città. Lo stesso crollo ha messo alla prova la nostra solidarietà, e la nostra capacità di reagire contro le sventure, ed ha sollecitato la facile tentazione di cercare semplicemente il proprio bene individuale. Non è orgoglio di una città soltanto crescere nel sapere, nella tecnica, nel fare accedere tutti alla cultura e a un certo benessere, ma anche nel saper reagire alle avversità, facendo appello alle proprie energie, in un clima di estesa collaborazione.

In una realtà sociale in cui pare che tutto possa essere previsto e dominabile dall'uomo, ancora una volta abbiamo sperimentato i nostri limiti, e come la forza d'animo, il vigore morale dell'uomo costituiscano le ragioni della sua speranza, il patrimonio più prezioso di una città, che le permettono di saper guardare avanti con fiducia.

I muri, le torri, le cattedrali, le piazze costituiscono le “orme” di una civiltà, dell'uomo, ma se questi viene meno, allora quelle orme rappresentano solo un ricordo, che però non si rinnova.

Pavia, 17 marzo 1990

Vita Diocesana 1990, pp. 29-30

 

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