A. 02.3. "Corteccia bresciana" che liberò Mazzolari dalla galera (Gazzetta di Mantova)

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"Corteccia bresciana" che liberò Mazzolari dalla galera
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Gazzetta di Mantova 24/05/2004

 

 

Il sessantunesimo dei vescovi di Mantova torna a Mantova. I resti di Agostino Domenico Menna oggi alle 16.30 verranno tumulati nella cappella di Santa Caterina del santuario delle Grazie, provenienti dalla tomba di famiglia di Chiari. Menna, nato nel centro bresciano nel 1875, è stato vescovo di Mantova per un periodo lunghissimo e travagliato: dal 1928 al 1954, quando venne sostituito da Antonio Poma, già ausiliare dal 1951 e quindi coadiutore. Menna mori a Camaldoli nel 1957. Sono stati sessanta sacerdoti da lui ordinati a promuovere il trasferimento dei resti.

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«Negli ultimi cento anni sono stati celebrati a Mantova i funerali soltanto di due vescovi, Giovanni Corti e Paolo Carlo Origo». Monsignor Antonio Poma ricorreva a questo dato storico, nell'elogio funebre di Agostino Domenico Menna, al quale era succeduto nel governo della diocesi.

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Venerdi 11 ottobre 1957 nella cattedrale di Mantova, clero, fedeli e autorità avevano rivolto l'ultimo omaggio a monsignor Menna, morto l'8 ottobre nel suo ritiro a Camaldoli di Gussago, in Franciacorta e sepolto nella tomba di famiglia, a Chiari.
Ora che le sue spoglie tornano, per ricevere sepoltura nella cappella di Santa Caterina del santuario della Beata Vergine, alle Grazie, con il devoto ricordo, si riapre la pagina pastorale ed umana del personaggio, per quanto ha lasciato di sè nei 26 anni della sua missione, inserita nel più ampio orizzonte dei rapporti tra la Chiesa, il fascismo e la riconquista della democrazia.

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I mantovani chiamavano ormai affettuosamente "al vecin" Paolo Carlo Origo, milanese, Oblato dei Santi Ambrogio e Carlo, mancato improvvisamente la mattina del 13 novembre 1928: aveva 88 anni ed era vescovo di Mantova dal 13 maggio 1896.
Nel 1924 gli era stato affiancato come ausiliario il passionista Giovanni Battista Peruzzo, poi insediato a Oppido Mamertina.

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Papa Pio XI, che già conosceva bene Menna, provicario generale a Brescia, il 19 novembre 1928 lo destinava alla sede di Mantova, dove faceva il suo ingresso mercoledi 29 maggio 1929. Era nato a Chiari nel 1875, dunque aveva 54 anni. Tre mesi prima, l'11 febbraio, lo storico evento della firma del Concordato fra Stato e Chiesa, sarebbe stato dunque il primo vescovo concordatario. Il prefetto di Brescia lo presentava al procuratore del Re di Mantova come "sinceramente favorevole al Regime ed al Governo nazionale". Del resto quello era l'orientamento prevalente della maggioranza dei parroci, per i quali il clima stava decisamente cambiando, rispetto ai fuori anticlericali degli anni precedenti. L'episcopato di monsignor Menna doveva cosi attraversare gli anni del consolidamento e del consenso al fascismo, poi dell'avventura africana del 1935 con le sanzioni economiche, infine la tragedia della seconda guerra mondiale, l'occupazione tedesca, la Repubblica Sociale, la Resistenza, il ritorno della democrazia. Eventi traumatici che colpivano direttamente il clero, con il sacrificio di don Eugenio Leoni, l'arresto e la deportazione dei sacerdoti oppositori. Tornata la pace, talune situazioni di crisi individuale ma anche episodi più diffusi di inquietudine, di scarso rispetto della disciplina venivano rilevati e segnalati in Vaticano, per le vie riservate. Le critiche partivano dall'età ormai avanzata per approdare alla stessa autorevolezza e capacità di governo. Altra testimonianza, invece, di segno opposto: Menna si era fidato troppo e la fiducia non sempre veniva ripagata.

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Cosi il 31 ottobre 1951 i mantovani leggevano sulla "Gazzetta" la notizia, di fonte vaticana, che il canonico Antonio Poma, rettore del Seminario di Pavia, era stato nominato vescovo titolare di Tagaste e ausiliare di Menna, arrivato ai 76 anni. «Sarà di grande aiuto - lo scarno commento del giornale - per il moltiplicarsi del lavoro questa nuova forza al suo fianco». Dieci mesi dopo, il 1º agosto 1952, Poma da ausiliare diveniva coadiutore. Qualcuno faceva filtrare, uno sfogo brescianamente ironico di monsignor Menna: «L'ha dit Sua Santità che so malàt».

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Le condizioni di salute lo portavano però alle sofferte dimissioni, il 13 settembre 1954, accettate con nomina ad arcivescovo di Neopatrasso. Poma era il successore naturale, dal 12 novembre 1954.

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La figura e l'opera di Menna è ancor più ora sotto la lente degli storici: sono annunciate ricerche documentarie di don Stefano Siliberti e, sul fronte laico, di Luigi Cavazzoli (lo zio don Paolo era parroco antifascista di Casaloldo, aiutato da Menna).
La "Lettera al popolo ed al clero" pubblicata sul Giornale ufficiale della Diocesi il 17 ottobre 1943, che invitava a "trattare con rispetto le truppe germaniche", ad "evitare sabotaggi" che sarebbero state causa di "severe contromisure", veniva interpretata in chiave collaborazionistica, non solo pastorale. In una luce ben diversa si può leggere la testimonianza di don Primo Mazzolari, arrestato il 31 luglio 1944 a Bozzolo insieme con don Marino Santini parroco di San Martino dall'Argine e con don Luigi Affini. Portati nel carcere di via Poma e poi alla Feldkommandantur di Mantova, vedevano entrare Menna che convinceva il comandante, che voleva trattenere don Primo, a rilasciarli invece tutti, riportandoli a Bozzolo. «Il tempo matura e discopre i valori non apparenti - scriveva Mazzolari commemorando il vescovo - e monsignor Menna ne disponeva a dovizia, nascosti sotto la corteccia bresciana».

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Gli ultimi tre anni della sua vita Menna li trascorreva nella sua casa di Camaldoli con accanto il segretario don Ciro Ferrari, da lui ordinato nel 1938 e da allora stretto collaboratore, come lo erano stati Giuseppe Amari, Luigi Giglioli, Danilo Vareschi, Feliciano Righetti, Costante Berselli, sacerdoti 'menniani". Ferrari veniva nominato anche esecutore testamentario: Menna aveva già destinato la sua proprietà di Camaldoli al Seminario di Mantova. Si deve a lui aver ottenuto l'elevazione di Sant'Andrea a concattedrale e aver favorito il recupero delle armature delle Grazie.