B. 25.2. La Casa della Carità. Daniela Scherrer sul Ticino

La Casa della Carità a Pavia

Storie di accoglienza

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Un “piccolo mondo” che cammina in parallelo al nostro grande mondo fatto di corse che portano a dimenticarci degli altri. La sofferenza obbliga a fermarsi, a riflettere,a porsi domande e a chiedere - oltre che offrire - aiuto. A riscoprire insomma che non siamo soli.

Un “piccolo mondo” fatto di grandi storie di sofferenza, ma anche di umanità: è questa la sensazione che si coglie entrando nella Casa della Carità, la struttura cittadina di via Pedotti che accoglie i familiari di chi è ricoverato nelle realtà sanitarie pavesi. Molti di loro sono costretti a diventare veri e propri “pendolari della salute” perché le loro patologie sono serie e la speranza di guarigione diventa certezza solo nel lungo termine. La maggior parte delle famiglie arriva dal Sud, spesso anche dall’estero e si trovano spaesate al cospetto di una realtà completamente diversa dalla loro. E’ qui che diventa fondamentale l’opera della Casa della Carità, una delle intuizioni più felici di monsignor Giovanni Volta. Non è un albergo, non è un residence, ma è un luogo dove oltre a una camera trovi anche un sorriso, una stretta di mano e una parola di incoraggiamento. Sono quelli di don Mauro Astroni, il responsabile della Casa; delle religiose che lo coadiuvano nella gestione; di Giorgio Barbieri, l’operatore assunto che prima conosceva ospedali e corsie come informatore farmaceutico e ora invece ha “incontrato” anche il volto umano della sofferenza.

“L’ambiente ospedaliero già mi era familiare - spiega Giorgio - qua però ho capito quanto un sorriso, una parola possano diventare importanti. E cerco di mettercela tutta”.

Giorgio si occupa della segreteria, della portineria, delle prenotazioni. In media riceve una ventina di telefonate al giorno da parte di gente che ha bisogno di un letto. E qualche volta è anche costretto, con grande dispiacere, a declinare la richiesta perché i trentacinque posti sono tutti occupati. Il “passaparola” tra i familiari in ospedale è forte, anche perché alla Casa della Carità non ci sono tariffe imposte. Lo spirito è che “ognuno dà in base a quel che ha, al resto ci penserà la Provvidenza”, come afferma don Mauro. E questo è un grosso aiuto per le tante famiglie che, oltre al dolore per la malattia di un proprio caro, devono affrontare anche le preoccupazioni per i soldi che vengono a mancare quando per mesi, anni sei costretto a stare lontano da casa.

La storia di Michele e di Angela, ad esempio, ne è la testimonianza. Angela ha il marito reduce da un trapianto di midollo osseo. Da due anni viaggia periodicamente da Augusta, in provincia di Siracusa, a Pavia per ricoveri e controlli. A volte viene raggiunta anche dal figlio Giuseppe, di 28 anni. “Non mi vergogno a dire che, col mutuo per la casa di Augusta e con la pensione di mio marito, non avremmo potuto mai permetterci una struttura da novecento euro al mese – spiega - ma al di là della questione economica qua ho trovato una grande famiglia e un senso di ospitalità eccezionale. Dopo una giornata in ospedale riscalda il cuore entrare alla Casa, trovare la tavola apparecchiata, la possibilità di pregare insieme, don Mauro e le suore che chiudono il breviario per venire a parlare con te”.

Alla struttura di via Pedotti, infatti, alla sera si cena tutti insieme, proprio come in una famiglia e poi si può anche recitare il Rosario insieme, ogni giorno. “Per chi è lontano da casa per tanto tempo questo clima familiare è davvero una medicina -aggiunge Angela - la solitudine rischia di aggiungere disperazione alla disperazione”.

Condivide tutto Michele, trentatreenne salernitano la cui moglie ha subito il trapianto di midollo. Anche per loro la malattia ha voluto dire l’abbandono della casa di Salerno, tante spese da affrontare per i viaggi e le permanenze a Pavia fino all’incontro con gli operatori della Casa della Carità. Un’odissea che dura da tre anni. “Quanto tempo! – commenta Michele - senza l’aiuto di questa struttura non ce l’avremmo fatta, né economicamente né psicologicamente. Invece con don Mauro, le suore e tutti gli altri abbiamo trovato una ragione per sperare e per guardare avanti. Io non ero particolarmente vicino alla Chiesa, ma don Mauro è un sacerdote speciale, che ti sta vicino con intelligenza e ti stimola anche al confronto. Non è facile avere a che fare con le persone che soffrono, lui interpreta questa missione senza mai farla pesare”.

E anche chi è alla sua prima esperienza alla Casa della Carità si aggiunge agli altri e concorda.

Gelsomina, milanese, è alla struttura da due settimane per una patologia complessa e spiega che “di giorno ognuno va chiaramente per la sua strada, ma di sera ci si ritrova tutti come una vera famiglia ed è questa la vera ricchezza”. Carmelo è appena arrivato da Caltagirone, provincia di Catania, per assistere la moglie ricoverata al Mondino. Ha lo sguardo di chi si trova catapultato di colpo in un’altra realtà, tra medici, ospedali e una malattia importante. Ma riesce a sorridere quando parla della Casa: “L’impatto è molto positivo, davvero. Mi sono sentito accolto e la sensazione è quella di non essere solo”.

Don Mauro ascolta e si schermisce di fronte ai complimenti. “Il bravo va rivolto al Signore”, sorride, ma la riflessione conclusiva è sua: “Prendersi cura dell’altro è impegnativo, senza dubbio, più ci si lascia coinvolgere e più si è chiamati a dare. Ma questo è ciò che voleva mons. Volta per la Casa: che non fosse funzionale solo da un punto di vista tecnico ma anche evangelico. Sono convinto che fino a quando si rispetteranno queste convinzioni la Provvidenza ci verrà incontro...”    

  

                                                                                   Daniela Scherrer

Da “il Ticino”, settimanale della Diocesi di Pavia, 24-02-2012