C. 05. Timore e Speranza: come un testamento spirituale. Omelia di mons. Sarzi Sartori, La Cittadella 8-02-2012

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Mons. Gian Giacomo Sarzi Sartori

                       

Timore e Speranza: come un testamento spirituale

                           

Omelia a un anno dalla morte del vescovo Giovanni Volta

(Mantova, 4 febbraio 2012-2013)

             

                  

Si è celebrato in Duomo il 1° anniversario della morte di Mons. Giovanni Volta. A nome del vescovo ha presieduto la S. Messa il Vicario generale e hanno concelebrato alcuni sacerdoti: mons. Regis, mons. Faglioni, Mons. Murandi, Mons. Manzoli, don A. Gozzi. Erano presenti anche persone che hanno avuto particolare amicizia col Vescovo Volta. Riprendiamo dall’omelia del Vicario Generale.

 

   Proprio un anno fa come oggi il Signore chiamava a sé il Vescovo Giovanni Volta. Era verso mezzogiorno - lo ricordo bene perché fui l’ultimo sacerdote a fargli visita pochi minuti prima del momento cruciale del suo transito - e dopo alcuni attimi rese la sua vita a Dio per entrare nella Sua eternità. Non posso dimenticare quel momento travagliatissimo, come è sempre del resto il momento della morte. E mentre stasera facciamo memoria del vescovo Giovanni nella preghiera del suffragio e della riconoscenza, ricordiamo e riceviamo ancora la sua estrema testimonianza: quella di una malattia e sofferenza durata alcuni mesi e sempre vissuta nella dimensione di una fede tenace e ferma e nella paziente accettazione del cammino che lo avrebbe portato al compimento della sua esistenza terrena.

 

   Tutti noi ricordiamo bene “don Giovanni” perché il suo legame con Mantova, con la Diocesi e soprattutto le sue relazioni di amicizia e i contatti con le persone vicine non vennero meno neppure dopo la sua nomina a Vescovo di Pavia e nei diciassette anni del suo ministero episcopale; anzi, tornato nel suo paese natale, a Gazoldo degli Ippoliti, ripresero pienamente dopo la conclusione del suo mandato apostolico nella Chiesa pavese. Proprio questo legame profondo con Mantova ce lo rende anche in questo momento molto presente. […]

 

   Il tema della morte fu uno di quei “nodi” che sempre lo interessò come studioso e come credente: lo dice lo stesso mons. Volta introducendo l’opera alla quale si dedicò proprio negli ultimi tempi del suo percorso terreno riprendendo la sua tesi di laurea in teologia. Un’opera che non vide terminata e che uscì postuma pochi mesi dopo la sua scomparsa: Timore e speranza. La redenzione dalla morte in Sant’Agostino (Città Nuova, 2012). In questo momento di preghiera eucaristica, nel memoriale del Signore, affidiamo al Crocifisso-Risorto anche il Vescovo Giovanni e ringraziamo il Signore per i doni che ci ha fatto attraverso la vita e la testimonianza di questo suo ministro che è passato anche tra noi per annunciare la Sua Parola di vita eterna. Per questo, vorrei far risuonare, in qualche modo, la parola stessa di “don Giovanni” attingendo qualche espressione da quell’ultimo testo che ci ha lasciato e che possiamo davvero considerare come il suo testamento spirituale.

 

   Il punto nodale del problema lo pone già nell’introduzione quando scrive: «Come si concilia la redenzione dell’uomo con il permanere della morte, la vittoria completa sul peccato con la durata del suo frutto? Perché il Salvatore pur avendoci rinnovati nella vita nuova che ci ha offerto, non ci ha ridonato anche ciò che il peccato, ora cancellato, ci aveva tolto? Se siamo morti e risorti in Cristo, come scrive san Paolo, come mai perdura la morte?». Questi interrogativi ci presentano il quadro entro cui si iscrive il lavoro di mons. Volta. «Già san Paolo» - scrive - «presenta gli elementi fondamentali per la soluzione di questo contrasto… la vittoria sulla morte già è in atto, ma insieme è in sviluppo. Gesù Cristo come il chicco di grano è morto per risorgere, così anche noi saremo seminati nella morte per tornare a fiorire con un’altra vitalità. Un fatto che non rompe la nostra unità con Lui, non si compie in una discontinuità. Ha detto san Paolo: sta scritto: il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito vivificante. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma il naturale, poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di polvere, ma il secondo uomo viene dal cielo… E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di polvere, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1 Cor 15,45-49).

 

   La prospettiva è dunque totalmente cristocentrica: solo inserendoci nell’esperienza del Cristo morto e risorto possiamo trovare una risposta al tema della morte. Anzi, la Scrittura dichiara che è Lui risorto che ci fa risorgere: Poiché se per un uomo venne la morte, per un uomo c’è anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo (1 Cor 15,21-22). Anche sant’Agostino - l’autore che mons. Volta studia in modo specifico - fonda tutto il suo pensiero e le sue argomentazioni sul fatto della risurrezione di Cristo in quanto vittoria sulla morte. Scrive “don Giovanni”: «Quantunque Agostino dica che Cristo vinse la morte nella morte, che con la nostra ferita ci ha salvato dalla nostra stessa ferita, che nel sonno della croce generò la Chiesa; tuttavia, quando precisa il suo pensiero, afferma che propriamente vinse la morte risorgendo. Dopo aver parlato della morte fisica e del demonio che ne fu la causa, esclama: Avvenne dunque la vittoria di Nostro Signor Gesù Cristo allorché risuscitò e ascese al cielo».

 

   E dopo essere entrato nell’articolata trattazione agostiniana riguardo la vittoria di Cristo sulla morte, il vescovo Giovanni può scrivere così: «Da tutto ciò risulta che non solo Gesù Cristo vinse la morte nella nostra carne, ma anche la nostra morte: sia il suo rapporto con il peccato che l’aveva generata, sia il rapporto del peccato con il demonio, che suggerendolo aveva ottenuto già in Adamo il dominio sull’uomo. Gli ostacoli e i nemici che Gesù ha debellato morendo e risorgendo sono pure i nostri ostacoli, i nostri nemici, che Egli, facendosi uomo, scelse come propri, perché nostri». Di più, come la vita di Gesù è tutta in tensione verso la sua morte e risurrezione, in maniera analoga anche le sue membra, i cristiani, sono coinvolti nella stesa tensione. «La risurrezione del Salvatore, quale conclusione dello sviluppo redentivo, mostra la ragione ultima della speranza dell’uomo, mentre la sua vita qui in terra fa vedere ciò che l’uomo è chiamato a sopportare. Il primo tempo, quello della vita dell’uomo qui in terra e il tempo della vita futura nell’eternità non sono però separati. La risurrezione, afferma Agostino, mostra che nulla perisce, perché tutto è salvato da Dio, a cominciare dall’unità della vita del composto umano… Egli non solo visse la sua morte nelle nostre condizioni di angoscia e di paura, ma rimane accanto a noi anche in quei nostri difficili momenti. Così la sua vittoria diventa la nostra vittoria già nel tempo».

 

   Alla fine, il vescovo Volta fa suo un passaggio di Agostino che diventa come una professione di fede nel Cristo che siamo chiamati a seguire in vita e in morte perché, come scrive l’Apostolo, sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. Si tratta di un testo che ci fa cogliere lo spirito di fede che sempre animò “don Giovanni” e che non ci fa intravvedere solo l’aldilà, ma ci impegna a cercare nel tempo che viviamo e che ci è donato la nostra adesione al Cristo e la coerenza di un cammino che ci configura sempre di più a Lui: «Noi tutti siamo obbedienti allo stesso Signore, seguiamo lo stesso maestro, siamo al fianco dello stesso principe, uniti e sottoposti allo stesso capo, siamo diretti proprio a Gerusalemme, animati dalla stessa carità e tenendoci stretti a quella medesima unità».

 

mons. Gian Giacomo Sarzi Sartori

 

Pubblicato su La Cittadella dell’8-02-2012